L’8 e il 9 giugno non sono semplici date sul calendario: sono una chiamata. Una di quelle che non puoi ignorare senza rinnegare qualcosa di profondo, radicato, che fa parte della tua storia, della tua dignità, della tua libertà. Non è il solito invito al voto. È molto di più. È l’occasione per rientrare nella storia dalla porta principale, dopo anni in cui ci hanno chiusi fuori con il pretesto dell’apatia, della sfiducia, del disincanto. Ma stavolta no. Stavolta non possiamo voltarci dall’altra parte.
Perché a essere in gioco non sono soltanto cinque quesiti tecnici: in gioco c’è la nostra coscienza democratica. Si vota per i diritti sul lavoro, per la sicurezza nei cantieri, per ridare speranza a chi è stato licenziato ingiustamente, per combattere la precarietà come condanna sociale. E si vota per dire sì a una cittadinanza che non sia privilegio di sangue, ma riconoscimento del vissuto, dell’identità, della partecipazione alla comunità.
Di fronte a tutto questo, chi invita all’astensione compie un atto di violenza simbolica. Chi suggerisce “non ritirate le schede” sta dicendo: non disturbate i manovratori, lasciate che decidano sempre gli stessi, nei palazzi, nei salotti, nei centri del potere dove la voce popolare è solo rumore di fondo. Ma noi non siamo rumore. Siamo popolo. Siamo Costituzione incarnata.
E allora sì, politicizziamo! Ma nel senso più alto del termine: come esercizio di cittadinanza attiva, come partecipazione reale alla cosa pubblica, come riscatto collettivo. Politicizzare non è piegare a una bandiera, ma rialzare la testa. È dire: “Io ci sono. Io conto. Io decido”.
Non lasciamoci paralizzare dai cinici del disincanto. Non permettiamo che il cinismo vinca sulla speranza. I referendum non sono solo uno strumento tecnico, sono un baluardo residuo di democrazia diretta in un’epoca di esecutivi autoritari e di Parlamento svuotato. Non andare a votare oggi è come aprire le porte al silenzio, alla rassegnazione, alla disumanizzazione della politica.
Nel mentre, a Gaza si consuma un genocidio sotto gli occhi del mondo. E l’Italia tace. Anzi, legittima, protegge, giustifica. Il governo italiano si rifiuta persino di pronunciare parole nette di condanna. Anche per questo dobbiamo essere in piazza, sabato 7 giugno, per gridare “Non in nostro nome!”, e poi alle urne, domenica e lunedì, per scrivere “Sì” cinque volte, per riaffermare che il potere appartiene al popolo, e non a chi lo tradisce ogni giorno dietro sorrisi istituzionali e vuote parole patriottiche.
Il lavoro, la cittadinanza, la dignità, la sicurezza, la giustizia sociale: non sono favori da chiedere, sono diritti da difendere. Ed è con il voto che possiamo ancora farlo, insieme, uniti, orgogliosi.
Perché votare Sì è un atto di resistenza. È un gesto d’amore per chi verrà. È il modo più diretto per applicare quella Costituzione che ci hanno lasciato in eredità partigiani, donne, operai, intellettuali, martiri di un’Italia che ha saputo risorgere.
Non c’è spazio per l’astensione, oggi. Non c’è tempo per la paura. Non c’è alibi per l’indifferenza. Il referendum è la tua voce. Usala.
Invito finale:
L’8 e il 9 giugno non restare a casa. Non lasciare che altri decidano per te. Esci, partecipa, scegli. Vota cinque volte Sì. Perché la libertà non si delega. Si esercita.