Nel cuore di un’Italia sempre più divisa tra bisogni primari disattesi e scelte politiche miopi, il nuovo allarme arriva dalla sanità pubblica. Secondo un’analisi indipendente della Fondazione Gimbe, nel 2024 ben 4 milioni di italiani hanno rinunciato a prestazioni sanitarie a causa dei tempi d’attesa troppo lunghi. Un dato sconcertante che fotografa, in maniera cruda, lo stato di abbandono del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), ormai incapace di rispondere ai bisogni reali di salute della popolazione.
La percentuale della popolazione che ha rinunciato a curarsi per le liste d’attesa è passata in soli due anni dal 4,2% del 2022 al 6,8% del 2024, con un aumento di oltre 1,5 milioni di persone. In parallelo, anche le difficoltà economiche giocano un ruolo determinante: 3,1 milioni di italiani hanno rinunciato alle cure nel 2024 perché non potevano permettersele. La sanità universale, gratuita e accessibile per tutti, sancita dalla Costituzione, si sta sgretolando sotto i colpi del neoliberismo mascherato da “razionalizzazione della spesa”.
Propaganda e realtà: due Italie che non si parlano
Il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, ha tracciato un confine netto tra la propaganda governativa e la realtà quotidiana dei cittadini: una realtà fatta di attese interminabili, sofferenze silenziose e scelte impossibili tra pagare una visita privata o fare la spesa.
Nel biennio 2023-2024, l’aumento della rinuncia alle cure è stato trainato principalmente dalle lunghe liste d’attesa, con un’impennata del 51%. Un dato che dovrebbe far tremare i polsi a qualsiasi governo realmente interessato alla salute pubblica. Eppure, la risposta istituzionale è stata il silenzio. O, peggio, la distrazione pianificata.
Il paradosso di un Paese che spende per la guerra ma non per la vita
Mentre milioni di italiani sono costretti a rinunciare a esami diagnostici, visite specialistiche o interventi chirurgici, il governo Meloni si impegna pubblicamente ad aumentare la spesa militare fino al 5% del PIL nei prossimi anni. Una scelta non solo economicamente irresponsabile, ma eticamente inaccettabile.
A cosa serve blindare i confini, acquistare caccia bombardieri e finanziare missioni all’estero, se dentro casa nostra i cittadini muoiono in lista d’attesa? Quale idea di “sicurezza” può giustificare l’abbandono della cura e della prevenzione, i pilastri della vera civiltà democratica?
È questa la contraddizione esplosiva del nostro tempo: la guerra viene finanziata con regolarità, la pace sociale, invece, viene elemosinata. La salute è trattata come un costo da contenere, l’apparato militare come un investimento strategico.
Un Paese che si ammala due volte: nel corpo e nell’anima
La rinuncia alle cure non è solo un indicatore sanitario. È una ferita profonda nella tenuta morale e sociale del Paese. Quando milioni di persone sono costrette a scegliere se curarsi o no, non siamo più solo in presenza di una crisi sanitaria, ma di una vera e propria emergenza democratica. Una democrazia che non cura i suoi cittadini è una democrazia che abdica al suo compito fondamentale.
Eppure, la narrazione dominante continua a presentare le difficoltà della sanità pubblica come inevitabili, tecniche, gestionali. Come se non fosse il frutto di scelte politiche consapevoli, che da anni dirottano risorse verso privatizzazioni, esternalizzazioni, tagli lineari e, oggi più che mai, verso il riarmo.
Ribaltare la rotta: dalla retorica dell’emergenza alla giustizia sanitaria
Serve un’inversione radicale di rotta. Non bastano più le promesse e i proclami, né i bonus una tantum o le riforme spot. Serve un piano straordinario di assunzione di personale sanitario, investimenti strutturali negli ospedali pubblici, riduzione effettiva delle liste d’attesa, lotta all’intramoenia selvaggia e fine dei ticket sulle prestazioni essenziali.
Ma soprattutto, serve una riflessione collettiva su quali siano le vere priorità del Paese: la guerra o la salute? La spesa militare o il diritto alla vita? Il controllo sociale o la cura delle persone?
Il tempo delle scuse è finito. Il tempo del silenzio è complice. Chi oggi sceglie di non finanziare la sanità pubblica, sceglie deliberatamente di condannare milioni di italiani alla malattia e alla solitudine.