Il dato è ufficiale: il quorum del referendum abrogativo dell’8 e 9 giugno 2025 non è stato raggiunto. L’affluenza si è fermata tra il 22,7% e il 30%, a seconda dei quesiti. Una débâcle annunciata, certo, ma non per questo meno dolorosa. Il popolo italiano ha deciso di voltarsi dall’altra parte, rinunciando a esercitare uno degli ultimi strumenti rimasti di democrazia diretta.
Cinque quesiti. Cinque possibilità concrete di porre rimedio a leggi inique, che hanno minato i diritti dei lavoratori, reso più fragile il tessuto sociale, escluso migliaia di giovani nati e cresciuti in Italia da ogni percorso di cittadinanza. Non era in gioco un tecnicismo giuridico, ma un principio costituzionale: la sovranità popolare.
Eppure, la risposta è stata l’indifferenza.
⸻
Il Paese che non si difende
Non si dica che mancava l’informazione: comitati civici, attivisti, associazioni, giuristi e persino alcuni esponenti del mondo culturale si sono spesi per settimane in campagne di sensibilizzazione, assemblee, presìdi, dibattiti pubblici. La risposta istituzionale? Un silenzio assordante. I media mainstream hanno relegato i quesiti in fondo ai notiziari, i partiti hanno fatto a gara a chi si disimpegnava prima. E la destra – coerente con la sua linea – ha apertamente invitato all’astensione, ben sapendo che l’arma del non voto è oggi il miglior alleato dello status quo.
Ma oltre alle responsabilità delle élite, occorre dirlo chiaramente: anche una parte consistente del popolo ha fallito. Non ha voluto vedere, non ha voluto ascoltare, non ha voluto capire. Perché era più comodo restare a casa. Perché “tanto non cambia nulla”. E così facendo, ha consegnato la propria sovranità a chi già la sta tradendo da tempo.
⸻
Una sconfitta che pesa
Chi oggi gioisce per il fallimento del referendum dovrebbe riflettere sul messaggio che ha contribuito a rafforzare: che i diritti sociali sono negoziabili, che il lavoro può essere precarizzato senza limiti, che l’appartenenza a questa Repubblica è un privilegio, non un diritto. Nessuno potrà più dire: “non lo sapevamo”. Oggi l’occasione per cambiare le cose era reale, concreta, accessibile. Bastava votare.
E invece no. Abbiamo preferito l’astensione. Abbiamo lasciato che la disillusione prevalesse sulla partecipazione, che il cinismo avesse la meglio sull’impegno. Così facendo, abbiamo spalancato la porta a un futuro ancora più cupo. Non è allarmismo, è un dato storico: quando la democrazia diretta fallisce, cresce la tentazione del potere forte, dell’uomo solo al comando, dell’autoritarismo strisciante.
⸻
Chi può, se ne va. E ha ragione.
Sarà forse una reazione a caldo, figlia della frustrazione. Ma guardando ai dati, alla disaffezione crescente, al disprezzo diffuso verso ogni forma di partecipazione civica, diventa difficile condannare i giovani che decidono di lasciare questo Paese. Perché restare, se la propria voce non conta? Perché combattere, se gli stessi compagni di viaggio si voltano dall’altra parte?
L’Italia sta scivolando verso una deriva autoritaria, lenta ma inesorabile. E ora non potremo dire di non aver avuto la possibilità di fermarla.
⸻
Un fallimento che grida vendetta
C’è chi dirà che i promotori erano sbagliati. Che mancava una campagna unitaria. Che la sinistra è divisa. Ma nulla giustifica la rinuncia collettiva a un diritto sacrosanto: votare. Non lo avrebbero fatto i partiti, lo avremmo potuto fare noi cittadini. E invece ci siamo tirati indietro. Un popolo che non sa difendere i propri diritti è un popolo che, presto o tardi, li perderà tutti.
E allora, complimenti a tutte e tutti: questo fallimento ve lo dedico tutto.
Non ci resta che fare silenzio. O ricominciare da capo. Chi resta, ha il dovere morale di organizzarsi, di resistere, di risvegliare coscienze sopite. Ma il prezzo da pagare sarà alto. Perché chi non partecipa, non solo perde. Si arrende.