Referendum 8–9 giugno: Perché votare SÌ al primo quesito sui licenziamenti illegittimi

L’8 e il 9 giugno, i cittadini italiani sono chiamati a esprimersi su cinque quesiti referendari che toccano temi fondamentali come il lavoro, la sicurezza e la cittadinanza. Il primo di questi quesiti propone l’abrogazione del Decreto Legislativo n. 23 del 2015, noto come Jobs Act, nella parte relativa ai licenziamenti illegittimi per i lavoratori assunti dopo il 7 marzo 2015. Io sostengo con convinzione il SÌ a questo quesito, ritenendo che rappresenti un passo essenziale verso la giustizia sociale e la tutela dei diritti dei lavoratori.

Cosa prevede il primo quesito referendario?

Il primo quesito propone di abrogare la normativa introdotta dal Jobs Act che, per i lavoratori assunti dal 7 marzo 2015, in caso di licenziamento illegittimo, prevede esclusivamente un indennizzo economico compreso tra 6 e 36 mensilità, senza possibilità di reintegro nel posto di lavoro. Se il referendum avrà esito positivo, si tornerà all’applicazione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, come modificato dalla legge Fornero del 2012, che prevede il reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo, oltre a un risarcimento economico. 

Perché votare SÌ?

Ripristinare la giustizia sul lavoro: Il reintegro nel posto di lavoro rappresenta una forma di tutela reale per il lavoratore ingiustamente licenziato, riconoscendo il valore del lavoro come diritto fondamentale e non come merce negoziabile. Contrastare la precarizzazione: La possibilità per il datore di lavoro di licenziare senza giusta causa, pagando un’indennità, ha contribuito a creare un clima di insicurezza e precarietà tra i lavoratori. Ripristinare il reintegro significa rafforzare la stabilità occupazionale. Tutelare i lavoratori più vulnerabili: Il sistema attuale penalizza soprattutto i lavoratori con minore anzianità, che ricevono indennizzi più bassi e hanno meno possibilità di reinserirsi nel mercato del lavoro. Il ritorno all’articolo 18 garantirebbe una maggiore equità. Promuovere un’economia più sana: Le imprese che rispettano i diritti dei lavoratori e investono nella qualità del lavoro non devono essere penalizzate da una concorrenza sleale basata sullo sfruttamento e sulla facilità di licenziamento.

Le conseguenze di un mancato quorum o di una vittoria del NO

Se il referendum non raggiungerà il quorum o se prevarrà il NO, resterà in vigore l’attuale normativa del Jobs Act, che limita fortemente le tutele per i lavoratori licenziati ingiustamente. Ciò significherebbe mantenere un sistema che ha indebolito il potere contrattuale dei lavoratori e aumentato la precarietà.

Conclusione

Votare SÌ al primo quesito referendario significa scegliere di rafforzare i diritti dei lavoratori, promuovere la giustizia sociale e costruire un mercato del lavoro più equo e sostenibile. È un’occasione per correggere gli errori del passato e per affermare il valore del lavoro come pilastro fondamentale della nostra società.

L’8 e il 9 giugno, votiamo SÌ. Perché questo voto non è per altri: è per noi.

Contro i sognatori: quando lo Stato ha paura della gioventù che sogna giustizia

Ci sono episodi che, se non ci indignano nel profondo, dovrebbero almeno farci aprire gli occhi sulla direzione che ha preso questo governo, il più fascista dei governi della Repubblica sin dal 25 aprile del 45. La vicenda dell’infiltrazione – perché tale è, al di là delle goffe smentite – all’interno dell’ex OPG “Je so’ pazzo”, cuore pulsante di un’attività sociale e politica coraggiosa e radicalmente alternativa, non è un fatto da archiviare come una leggerezza amministrativa o uno “sbandamento amoroso” di un giovane poliziotto.

È un segnale politico. E come tale va letto.

Chi conosce davvero quell’ambiente, chi ha avuto l’onore di attraversare quei corridoi pieni di murales e libri, chi ha ascoltato le voci giovani e determinate di ragazze e ragazzi che hanno scelto di dedicare le proprie vite a combattere le disuguaglianze, a curare le ferite della città, a sostenere chi è stato abbandonato dallo Stato – non può restare in silenzio.

Io stesso ho frequentato l’ex OPG, quando vivevo in provincia di Napoli. Ho visto nascere lì dentro il seme di Potere al Popolo, tra mani sporche di vernice e parole urlate nei megafoni delle assemblee. Non erano terroristi, non erano sovversivi nel senso che vogliono farci credere: erano e sono un baluardo di speranza, un risveglio necessario in un Paese in cui la rassegnazione è diventata disciplina di Stato.

E oggi quello stesso Stato manda un suo agente, con metodi che portano alla memoria della polizia fascista e della sezione OVRA, ovvero la polizia politica del regime, – con la sua vera identità, persino con un profilo social dal quale si poteva risalire facilmente alla sua funzione – a spiare, a sedurre, a vivere dall’interno la quotidianità di chi lotta per una scuola pubblica, per la casa, per il diritto al lavoro, per la Palestina, per la Costituzione.
Che messaggio arriva alle nuove generazioni? Che se sogni, se organizzi un presidio, se leggi Gramsci o ti batti contro il neoliberismo, allora sei un pericolo da monitorare?

Non è una questione giudiziaria, è una questione morale e politica. L’infiltrazione all’OPG, come già accaduto con altri collettivi e centri sociali, dimostra che esiste una chiara volontà di criminalizzare il dissenso politico non violento, soprattutto quando questo dissenso viene da giovani. Non mafiosi, non fascisti, non corrotti: loro non si toccano. Ma chi crede che un altro mondo sia possibile, chi prova a costruirlo dal basso, allora sì, merita la sorveglianza, la manipolazione, la diffamazione.

Viviamo in un Paese in cui si lasciano proliferare indisturbate organizzazioni neofasciste che negano la Resistenza e oltraggiano la memoria delle vittime del fascismo. In cui le norme approvate dal governo strizzano l’occhio ai corrotti e smontano pezzo dopo pezzo la giustizia sociale. In cui i partiti al governo sono complici delle stragi a Gaza, del razzismo istituzionalizzato, della distruzione dei diritti sociali.

Eppure, proprio in questo scenario distopico, si decide di infiltrare chi porta cibo alle famiglie povere, chi organizza doposcuola per i bambini dimenticati dalle istituzioni, chi si batte per un Paese più giusto.

La verità è che questi giovani fanno paura. Perché non sono domabili. Perché non cercano carriere, ma giustizia. Perché non vendono sogni preconfezionati, ma seminano libertà reale. Perché sono l’unica vera alternativa a questo sistema marcio e sempre più autoritario.

Lo Stato, quello che dovrebbe tutelare i diritti e garantire la democrazia, ha smesso da tempo di essere imparziale. Ha scelto di proteggere gli interessi dei potenti, di sorvegliare i fragili e di reprimere chi non si conforma. Ma c’è qualcosa che non potrà mai infiltrare, né spegnere: la coscienza.

E allora, che restino pure romantici, agitati, indisciplinati. Ma veri. Sognatori. Partigiani della Costituzione tradita. La nostra società non solo non può permettersi di perderli: deve proteggerli, ascoltarli, imparare da loro.
Perché senza questi giovani, l’Italia è solo un Paese stanco, che marcisce in silenzio. Con loro, invece, può ancora sperare di tornare a vivere.

“La cittadinanza è appartenenza, non burocrazia: diamo dignità al futuro”

In una democrazia matura, la cittadinanza non può essere ridotta a un premio da elargire a discrezione del potere, né a un lasciapassare per chi ha vinto una lotteria anagrafica. È, invece, un atto di giustizia. Un riconoscimento. Un legame che si stringe tra chi vive, lavora, cresce e contribuisce ogni giorno al bene comune e la comunità che lo accoglie.

L’8 e 9 giugno siamo chiamati a decidere se ridurre da dieci a cinque anni il periodo di residenza necessario per ottenere la cittadinanza italiana. Non è una questione di regole formali, ma di visione del mondo. Non si tratta di “concedere qualcosa”, ma di riconoscere ciò che già è. Di vedere l’altro come parte integrante del nostro presente e del nostro destino.

Nel nostro Paese vivono oltre cinque milioni di stranieri. Molti di loro sono qui da anni, lavorano con noi, pagano le tasse, mandano i figli a scuola, curano i nostri anziani, animano i nostri quartieri, soffrono e gioiscono insieme a noi. Eppure, restano giuridicamente esclusi, confinati in una terra di mezzo, senza pieno accesso ai diritti politici, senza voce, senza rappresentanza, senza radici formalmente riconosciute. Come se la loro appartenenza fosse sospesa in eterno.

Ma non possiamo più permettere che lo sguardo dello Stato sia cieco di fronte a questa realtà. Non possiamo accettare che un giovane nato e cresciuto in Italia venga trattato come straniero nella sua stessa casa. Non possiamo più ignorare l’ingiustizia di chi, pur essendo parte viva della nostra società, continua a vivere nell’ombra dell’irregolarità solo per un cavillo anagrafico.

Votare Sì a questo referendum significa rispondere a una domanda semplice e potente: vogliamo essere una Repubblica che riconosce il valore della presenza, dell’impegno, della convivenza? Oppure vogliamo restare fermi a una concezione ottocentesca della cittadinanza, fondata su sangue e confini, anziché su legami, progetti e responsabilità condivise?

Ridurre gli anni di attesa da dieci a cinque non è un azzardo. È un atto di civiltà. È il riconoscimento di un percorso di vita già compiuto: cinque anni di residenza continuativa, conoscenza della lingua, assenza di condanne, reddito dimostrato. Nessun regalo, ma un giusto equilibrio tra diritti e doveri. E soprattutto, è un investimento sulla coesione sociale, sulla stabilità delle famiglie, sull’integrazione culturale, sull’uguaglianza dei minori.

Chi otterrà la cittadinanza grazie a questa riforma non è un “altro”, ma è già parte di noi. È il nostro vicino di casa, la nostra collega, il compagno di banco di nostro figlio. Persone che chiedono solo di essere riconosciute per quello che già sono: membri della nostra comunità.

Ci raccontano che così si “svende” la cittadinanza. È falso. La si onora, invece, dandole il significato che merita: non barriera, ma ponte. Non esclusione, ma partecipazione. Non proprietà di pochi, ma diritto di chi condivide il destino comune.

In un’epoca segnata da crisi demografica, da divisioni e conflitti, da smarrimento di senso, questo referendum può essere una risposta concreta e umana. Un passo verso un’Italia più giusta, più accogliente, più vera.

Votare Sì significa scegliere la dignità sull’indifferenza. La giustizia sulla paura. Il futuro sulla chiusura.

L’8 e 9 giugno, facciamoci trovare dalla parte giusta della storia.
Votiamo Sì per una cittadinanza che riconosca l’essere umano prima del documento.
Votiamo Sì per un’Italia che non esclude, ma include.
Votiamo Sì perché il futuro ha bisogno di appartenenza, non di burocrazia.

Mario Sommella
– Per chi crede che i diritti non debbano aspettare dieci anni per fiorire.

Il vizio oscuro del potere: l’allergia al diritto e la nostalgia per il comando assoluto

Nel cuore nero del nostro tempo, si fa strada un’ombra lunga e infetta, quella di un potere che rigetta le fondamenta stesse della civiltà democratica per inseguire un sogno autoritario. Un potere che non proviene dai padri della Costituzione, ma dai figli dei suoi carnefici. Un potere che non nasce da chi ha scritto con il sangue e la dignità la Repubblica, ma da chi l’ha sempre disprezzata. È il potere dell’elefantessa Meloni, guida di un governo allergico al diritto, insofferente ai limiti, ossessionato dal controllo e determinato a gettare nella fogna ogni ostacolo posto dalla civiltà giuridica.

Il 22 maggio 2025, Giorgia Meloni ha reso pubblica una lettera collettiva, priva di destinatario ma gravida di significato politico. Con essa, assieme a otto capi di governo europei – tutti provenienti da quell’estrema destra che si traveste da democrazia per meglio colpirla – ha avviato una rivolta senza precedenti contro la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. L’attacco è diretto e sfacciato: la Corte avrebbe osato “limitare” l’azione politica in tema di immigrazione, impedendo espulsioni collettive, respingimenti in mare e deportazioni in Paesi dove si pratica la tortura.

Dietro la maschera di belle parole sullo “Stato di diritto” e la “dignità dell’individuo”, si nasconde la più antica delle menzogne: “Crediamo nei diritti, ma…”. Ma i tempi cambiano. Ma i migranti sono troppi. Ma i giudici sono un ostacolo. Ma noi vogliamo mani libere. È il mantra della restaurazione autoritaria, della regressione giuridica, dell’oblio deliberato della storia. È la negazione del principio fondativo del costituzionalismo moderno: il diritto come limite al potere, non come suo complice.

Questa offensiva non è isolata. È parte di un disegno più ampio, più torbido, più inquietante. La destra di governo, figlia spirituale del fascismo storico, manifesta con sempre maggiore arroganza il desiderio di sottrarre ogni decisione al vaglio del diritto, ogni azione al giudizio della legalità internazionale. È il medesimo impianto ideologico che consente oggi all’Italia di continuare a intrattenere relazioni militari con Israele, malgrado quattro pronunce della Corte Internazionale di Giustizia abbiano riconosciuto violazioni delle misure urgenti contro il genocidio a Gaza. È lo stesso filo rosso che lega l’aggressione ai giudici all’omertà istituzionale verso lo sterminio in Palestina.

C’è un passo che distingue una democrazia da un regime: la possibilità di agire entro i confini della legge, anche quando questa impone limiti scomodi. Quando quei limiti vengono demonizzati, quando si preferisce la forza bruta alla giurisdizione, quando si rispolverano fantasmi del passato con il volto rassicurante della “governabilità”, allora bisogna dirlo senza ambiguità: siamo davanti a un tentativo di restaurazione autoritaria.

La nostra Costituzione, nata dal sangue della Resistenza, stabilisce in modo inequivocabile che l’Italia “ripudia la guerra” e “accoglie i principi del diritto internazionale”. Non sono dichiarazioni d’intenti: sono vincoli. Vincoli che impediscono all’Italia di collaborare con chi commette crimini di guerra. Vincoli che obbligano ogni governo, anche il più reazionario, a rispettare la dignità umana. Vincoli che oggi Meloni e i suoi sodali tentano di spezzare con un ghigno neofascista, rispolverando la retorica del nemico, la propaganda dell’assedio, il culto del sovrano infallibile.

L’elefantessa del potere non dimentica da dove viene. La sua memoria storica è una palude in cui si agitano simboli e nostalgie di un tempo buio, quello del manganello e dell’olio di ricino, quello delle leggi razziali e del confino, quello della guerra fascista e della censura. Questo governo porta impressa una macchia indelebile, la stessa che l’antifascismo storico ha giurato di non lasciare più salire al potere. E invece eccoli: si sono travestiti da democratici, ma restano figliastri di un’ideologia criminale.

Noi non staremo fermi. Non assisteremo in silenzio alla demolizione dello Stato di diritto. Non lasceremo che la civiltà giuridica venga annientata da chi la teme. La nostra risposta sarà costituzionale, ma sarà implacabile. Difenderemo le Carte, i giudici, i diritti, le minoranze, le vittime. Non cederemo un centimetro al nuovo autoritarismo, che indossa i panni del populismo per nascondere la brama di dominio.

Resisteremo. Con le parole e con le azioni. Con la cultura e con la lotta. Con la memoria e con la denuncia. E se necessario, come i partigiani del secolo scorso, sporgeremo le mani nella fogna da cui riemerge oggi il fascismo travestito, e lo ributteremo nel luogo che gli è congeniale.

Perché la Costituzione non è un pezzo di carta. È il giuramento di un popolo che ha scelto di non essere mai più schiavo. E questo giuramento, finché avremo voce, continueremo a pronunciarlo.

Processo al soccorso: quando la giustizia criminalizza l’umanità e premia la tortura

Il mondo si è capovolto. Nel Mediterraneo, oggi, salvare vite è diventato un atto criminale, perseguito con un accanimento giudiziario senza precedenti. E mentre si celebrano processi grotteschi contro chi rispetta le leggi del mare, si continuano ad ignorare sistematicamente i crimini veri: quelli commessi nei lager della Libia, dove uomini, donne e bambini vengono stuprati, torturati e annientati nella dignità, mentre chi dirige quei centri di detenzione viene premiato con voli di Stato e accompagnamenti ufficiali. È questo il paradosso agghiacciante della nostra epoca, cristallizzato nel processo che si aprirà a Ragusa il prossimo 21 ottobre contro Luca Casarini e gli attivisti di Mediterranea Saving Humans.

Luca Casarini, Alessandro Metz, Beppe Caccia e l’equipaggio della Mare Jonio non hanno fatto altro che rispettare la più antica delle leggi del mare: soccorrere chi è in difficoltà. Ma per il giudice Eleonora Schirinà, quel gesto di umanità si traduce in favoreggiamento dell’immigrazione clandestina con la ridicola aggravante del profitto. Quale profitto? Una donazione ricevuta otto mesi dopo il salvataggio dalla Maersk, società armatrice della petroliera Etienne, che era rimasta intrappolata per ben 38 giorni in mezzo al mare, ostaggio dell’inerzia e della vigliaccheria delle autorità maltesi ed europee, inclusa quella italiana.

Nonostante la stessa Maersk, gigante danese dei trasporti marittimi, abbia chiaramente e ripetutamente dichiarato che quella somma di 125.000 euro era semplicemente una donazione in segno di riconoscimento e solidarietà, per la procura quella è diventata la prova di un assurdo reato: un soccorso “su commissione”.

È importante ricordare in che condizioni disperate si trovassero i naufraghi a bordo della petroliera Etienne nell’estate del 2020: ostaggi di un estenuante rimpallo di responsabilità tra Malta, Italia e altri Stati europei, con ripetuti episodi di autolesionismo e persone che, spinte da disperazione estrema, si lanciavano in mare per tentare di raggiungere la salvezza o la morte. Fu allora che intervenne Mare Jonio, evitando che la vicenda si trasformasse in un’ecatombe in diretta sotto gli occhi complici dell’Europa.

Ma chi salva vite non è solo perseguitato dalle procure. Mediterranea e Casarini sono stati anche bersaglio di un controllo spionistico di Stato attraverso l’inquietante spyware Paragon Graphite, rivelato di recente, con cui servizi e istituzioni hanno intercettato illegalmente gli attivisti e gli equipaggi delle ONG. Un sistema degno di regimi autoritari che mostra l’accanimento del governo italiano non contro i trafficanti, ma contro chi protegge i più vulnerabili e denuncia i veri crimini commessi alle porte d’Europa.

E mentre gli attivisti che salvano vite vengono sorvegliati, intercettati e criminalizzati, chi organizza e gestisce veri e propri lager, come nel caso dell’inquietante figura di Bija Almasri, torna tranquillamente a casa accompagnato da un volo ufficiale del governo italiano. Almasri, potente capo milizia libico noto per essere implicato in traffici di esseri umani e nelle atroci violenze nei centri di detenzione, è stato infatti ricevuto in Italia nel 2017 con tanto di visto ufficiale, scortato e trattato come un interlocutore affidabile. Una vergogna italiana ed europea che pesa come un macigno sulla coscienza collettiva.

Il processo di Ragusa, quindi, non è solo contro Casarini e Mediterranea. È un processo contro chi ancora crede nella solidarietà umana, contro chi non chiude gli occhi di fronte alle atrocità perpetrate con la complicità attiva o passiva dei governi europei. È un processo che vuole intimidire e distruggere le ONG per coprire le vergogne di una politica incapace di affrontare le proprie responsabilità.

Ma sarà soprattutto un processo all’omissione di soccorso. Ministri e autorità saranno obbligati a spiegare perché per quasi quaranta giorni ventisette persone, tra cui una donna allo stremo delle forze, furono lasciate nell’abbandono, dimenticate da Malta, ignorate dall’Italia, lasciate alla deriva da un’Europa cinica e spietata.

Questo è il vero scandalo: la criminalizzazione di chi salva e l’impunità garantita a chi lascia morire. Ed è proprio su questo che si giocherà la battaglia di Ragusa. Mediterranea non arretra e Casarini promette di trasformare quel processo nella più grande denuncia pubblica contro la disumanità istituzionale.

Questa non è giustizia. Questo è un processo alla coscienza civile, al diritto internazionale, all’umanità stessa. È il mondo alla rovescia, dove l’Europa si perde nel mare del suo cinismo e rischia di affondare definitivamente, trascinando con sé ciò che resta della sua anima.

“Il sorriso del complice: l’Italia che volta le spalle a Gaza”

Quando in Parlamento si sorride davanti a 50.000 morti, non siamo più solo di fronte a una crisi diplomatica, ma a una vergogna nazionale. La giornata infuocata a Montecitorio, segnata dall’informativa del ministro degli Esteri Antonio Tajani sulla strage in corso a Gaza, ha mostrato senza più veli il volto ipocrita e pavido di un governo che si professa “equilibrato”, ma che nei fatti si dimostra complice di un genocidio in diretta.

Tajani, con toni apparentemente più duri del solito, ha dichiarato che “i bombardamenti devono finire”, che “l’espulsione dei palestinesi non è un’opzione accettabile”, e che “le morti innocenti indignano le coscienze”. Ma si è ben guardato dal pronunciare il nome del mandante di questa carneficina: Benjamin Netanyahu. Un silenzio assordante, che le opposizioni non hanno mancato di denunciare come paura politica, viltà diplomatica e calcolo elettorale.

Nel momento in cui le opposizioni accusavano il governo di essere “complice del genocidio”, Tajani ha avuto il coraggio di sorridere. E quando gli è stato chiesto conto di quelle risate, ha risposto che rideva “degli insulti”. Ma non erano insulti: erano accuse documentate, domande legittime, appelli disperati a prendere posizione contro una carneficina che il mondo intero, tranne pochi vassalli di Washington e Tel Aviv, riconosce come un crimine contro l’umanità.

Non è bastato ricordare i 110 milioni spesi per gli aiuti umanitari, né l’accoglienza di pochi bambini palestinesi. Non si lava con qualche sacco di farina il sangue che scorre lungo le macerie di Rafah. Non basta citare i numeri dell’export di armi per nascondere che gli F-35 israeliani si sono esercitati nei cieli italiani prima di seminare morte su Gaza.

Il governo italiano continua a giocare su un crinale ambiguo, cercando di mantenere un equilibrio impossibile tra il sostegno all’alleato israeliano e la salvaguardia di una reputazione internazionale che si sgretola giorno dopo giorno. Ma in politica estera, come nella vita, non si può stare con le vittime e con i carnefici.

Rifiutarsi di isolare Israele, di sospendere i memorandum militari, di riconoscere lo Stato di Palestina, significa una sola cosa: essere parte del problema, non della soluzione. E chi continua a parlare di “dialogo” mentre si stermina un popolo, non è un pacificatore, ma un complice ben vestito.

Il 7 giugno, le piazze d’Italia si riempiranno di chi rifiuta questa narrazione tossica, di chi non accetta che le istituzioni democratiche sorridano sull’abisso. Perché c’è un tempo per il dialogo e un tempo per la verità. E oggi è tempo di dire, con chiarezza e coraggio: questo governo è parte del genocidio. E come tale, dovrà rispondere non solo alla storia, ma alla giustizia.

“Feste, farina e forca: Napoli, la coscienza smarrita e le bandiere che resistono”

C’è un grido che attraversa Napoli, e non è quello di gioia per uno scudetto conquistato. È un grido silenzioso, soffocato dal rumore delle trombette da stadio, ma che qualcuno – come Raffaele Di Francia – ha avuto il coraggio di ascoltare, interpretare e rilanciare. È il grido dei dimenticati, dei massacrati, degli oppressi. È il grido di Gaza, che giunge fino ai vicoli di Forcella, troppo spesso trasformati in scenografia folcloristica per un popolo tenuto in stato di ipnosi collettiva.

Ma qualcosa si è mosso. Qualcosa di piccolo, quasi invisibile, ma immensamente importante: durante i festeggiamenti, nel cuore della città, sono apparse alcune bandiere palestinesi. Uno striscione. Un gesto. Una voce nel deserto. Poche? Sì. Ma sufficienti a dire che Napoli non è morta. Che la coscienza resiste. Che qualcuno, pur dentro l’ebbrezza del tifo, ha osato ricordare la tragedia di un altro popolo.

Una città in apnea, ma ancora viva

Napoli oggi è una città schiacciata. Non solo dalla criminalità organizzata, che continua a dettare legge nei quartieri, ma da uno Stato che l’ha abbandonata. Senza trasporti, senza lavoro, senza ospedali, senza diritti. Senza un futuro. In questo scenario desolante, la vittoria calcistica diventa anestetico di massa, sostanza stupefacente diffusa legalmente. È la versione moderna delle tre F di Ferdinando di Borbone: feste, farina e forca, il vecchio metodo per tenere buono un popolo ribelle.

Ma mentre la città festeggia, altrove si muore. E si muore davvero. Si muore a Gaza, dove l’Italia invia armi e finge neutralità. Si muore tra le macerie prodotte da bombe made in Italy. E Napoli – che fu capitale di umanità e solidarietà – sembra non accorgersene. O peggio: accorgersene e girarsi dall’altra parte.

Palestina: il risveglio di chi non dimentica

Eppure, c’è chi non ci sta. La notizia – riportata dallo stesso Raffaele – che a Forcella è comparso uno striscione per la Palestina, e che alcune bandiere sono state alzate durante i festeggiamenti, è come un seme gettato nel cemento. Segno che qualcosa si muove. Che anche dentro il trionfalismo sportivo, qualcuno ha conservato lo spazio per la memoria, per la giustizia, per la denuncia.

Non importa quanti erano. Conta che c’erano. Che hanno rotto il silenzio. Che hanno ricordato a Napoli chi è, e da dove viene. E, soprattutto, chi dovrebbe essere.

Il calcio come trappola identitaria

Non è il calcio il problema. Il problema è cosa il calcio è diventato: un contenitore svuotato e riempito di consumo, identitarismo becero e conformismo. A Napoli, dove la fede calcistica è religione laica, tutto questo si amplifica. Ma quando la passione diventa pretesto per dimenticare il mondo, allora è il momento di fermarsi. Di chiedersi se stiamo ancora parlando di sport, o di un rituale di rimozione collettiva.

Il vero tifo non è quello che urla sotto la curva, ma quello che difende i valori di giustizia anche quando non sono comodi. Il vero orgoglio napoletano non è il coro da stadio, ma la bandiera della Palestina alzata nel cuore della festa.

Napoli e la memoria del dolore

Questa città, Napoli, non è fatta solo di folklore. È la città delle Quattro Giornate, dei preti di strada, delle madri che sfamano altri figli. È la città che si è sempre schierata con gli ultimi. Che ha saputo trasformare la sofferenza in resistenza, la miseria in arte, il lutto in rivolta. E se oggi la vediamo sfigurata, imbavagliata, intossicata di indifferenza, non dobbiamo disperare: ogni bandiera che sventola per Gaza, ogni parola di denuncia, ogni gesto di rottura, è una prova che Napoli è ancora viva.

La rinascita è iniziata

Forse è presto per parlare di risveglio collettivo. Ma la rinascita morale, come scrive Raffaele, è già cominciata. Non serve che siano in tanti: bastano i primi. E loro ci sono. Hanno preso una bandiera e l’hanno sollevata nel cuore della festa. Hanno disturbato l’omertà del silenzio con la voce scomoda della verità.

Ed è da lì, da quella crepa, che può entrare la luce.

Napoli, alza lo sguardo.
Napoli deve scegliere. Continuare ad applaudire se stessa in una festa infinita, o riscoprire il suo volto più autentico: quello della solidarietà, della lotta, della dignità. Ogni silenzio di fronte all’ingiustizia è complicità. Ogni bandiera palestinese sventolata è un atto di resistenza. Ogni parola come quella di Raffaele è una scintilla.

Ora tocca a noi. Non servono eroi. Serve coscienza. Serve amore. Serve rabbia.

Serve che Napoli torni a guardare oltre il pallone. Verso Gaza. Verso il mondo. Verso sé stessa.

“L’età dell’oro della propaganda: radiografia di un’Italia che arretra”

Mentre il governo Meloni continua a raccontare all’opinione pubblica una narrazione trionfante, parlando di “età dell’oro” e di presunti “record occupazionali”, la realtà — quella vera, quella che non si presta ai filtri dell’autocompiacimento — emerge con la freddezza spietata dei numeri. Il Rapporto annuale 2024 dell’Istat è un atto d’accusa implicito ma inequivocabile contro un esecutivo che confonde la comunicazione con il governo, la retorica con la giustizia sociale.

Occupazione: il grande inganno statistico

Partiamo dal dato più sbandierato: la crescita dell’occupazione. A prima vista, i numeri sembrano positivi: +325 mila occupati nel 2024. Ma scavando oltre la superficie, si scopre che l’80% di questi nuovi occupati ha più di 50 anni. Il “miracolo occupazionale” ha dunque un volto ben preciso: quello della generazione che dovrebbe prepararsi alla pensione e che invece viene trattenuta nel mercato del lavoro a causa del continuo innalzamento dell’età pensionabile. Una scelta strutturale e politica, mascherata da risultato economico.

Nel frattempo, i giovani restano esclusi: il tasso di occupazione degli under 24 cala, e la fascia 25-44 cresce appena. In dieci anni, l’Italia ha perso 97.000 giovani laureati, fuggiti all’estero per cercare prospettive che qui mancano. Un dato, questo, che dovrebbe essere al centro del dibattito nazionale, e che invece viene ignorato come se non si trattasse di un’emorragia vitale.

Disuguaglianze e vulnerabilità: il vero volto del lavoro italiano

L’Istat rileva che oltre un terzo dei lavoratori under 35 e un quarto delle donne vive una condizione di “vulnerabilità occupazionale”: contratti a termine o part-time involontari. L’occupazione, dunque, cresce, ma è precaria, fragile, sottopagata. E mentre si plaude al calo dei contratti a termine, si omette di dire che il lavoro stabile non è affatto sinonimo di lavoro sicuro o dignitoso.

Inoltre, il lavoro cresce solo tra chi ha un livello di istruzione più elevato. Per chi ha al massimo la terza media, l’occupazione è in calo dell’1,8%. Un dato che smaschera l’ipocrisia di un governo che dice di voler difendere “gli ultimi”, ma che costruisce un modello sociale sempre più elitario e selettivo.

Salari: il potere d’acquisto continua a sgretolarsi

Sul fronte salariale, la situazione è ancora più drammatica. Tra il 2019 e il 2024, i salari nominali sono cresciuti del 10,1%, a fronte di un’inflazione cumulata del 21,6%. Il risultato è una perdita di potere d’acquisto del 4,4%. In Germania la perdita è stata dell’1,3%; in Spagna, i salari reali sono addirittura aumentati. Solo l’Italia resta ferma, immobile, anzi, regredisce.

Eppure, proprio il 1° maggio, Giorgia Meloni si è vantata — in un video autopromozionale — di aver “fatto crescere i salari”. Una distorsione comunicativa che in qualsiasi democrazia sana verrebbe smentita da un’opposizione politica e mediatica vigorosa. Ma in Italia, l’opposizione è marginale, e l’informazione spesso ridotta a megafono del potere.

Sanità negata e povertà crescente: il prezzo sociale dell’austerità mascherata

Il 9,9% della popolazione ha rinunciato a curarsi nel 2024. Una persona su dieci ha evitato visite mediche o esami diagnostici per via delle interminabili liste d’attesa e dell’impossibilità di pagare la sanità privata. È il sintomo più evidente del collasso del sistema sanitario pubblico, sempre più svilito, tagliato, marginalizzato. Eppure, il governo continua a sventolare il “grande successo” dell’Italia post-Covid, ignorando che milioni di cittadini vivono oggi in condizioni sanitarie e sociali peggiori rispetto al 2019.

La povertà assoluta tocca 5,7 milioni di persone. Il 23,1% della popolazione è a rischio di povertà o esclusione sociale. Ma nel linguaggio ufficiale tutto questo viene nascosto dietro espressioni edulcorate, come “sfide”, “opportunità” o “transizione”. Il disagio sociale reale viene così trasformato in un problema di comunicazione da correggere, anziché in una priorità politica da affrontare.

Produttività in calo: l’economia si svuota, il lavoro si svilisce

Altro dato ignorato dalla propaganda è il crollo della produttività del lavoro: -1,4% per ora lavorata. L’Italia lavora di più, ma produce di meno. Segno che il modello economico promosso dal governo è incapace di generare valore, innovazione e competitività. L’aumento degli occupati non si traduce in crescita del PIL, ma in un logoramento delle risorse umane e materiali. In sintesi: si lavora di più per guadagnare meno.

La retorica che copre il declino

Dietro l’autocelebrazione del governo Meloni si nasconde una realtà di declino strutturale, di impoverimento diffuso, di emigrazione intellettuale, di abbandono dei giovani e delle fasce più fragili della popolazione. Si è costruita una narrazione dorata su fondamenta di sabbia: si invoca il “miracolo italiano”, ma si governa con le logiche dell’austerità mascherata, del neoliberismo di ritorno, della compressione dei diritti sociali.

L’Italia, più che vivere un’età dell’oro, sembra attraversare un’epoca di ferro arrugginito: un tempo in cui il potere preferisce investire in propaganda anziché in giustizia sociale, in storytelling piuttosto che in redistribuzione.

Conclusione: il risveglio necessario

I dati dell’Istat sono un campanello d’allarme per chiunque voglia ancora guardare alla realtà senza filtri. Dimostrano che serve un’inversione di rotta, profonda e radicale. Occorre riscrivere l’agenda politica partendo dal lavoro vero, dai salari dignitosi, dalla sanità pubblica e dalla lotta alla povertà. Serve coraggio, serve verità. Ma soprattutto serve una nuova classe dirigente che non confonda l’illusione con la governance, e il marketing con la democrazia.
Una risposta concreta arriva dai referendum sul lavoro

Di fronte a questo quadro sconfortante, fatto di occupazione precaria, salari erosi, giovani in fuga e un welfare allo stremo, c’è però una strada concreta per invertire la rotta: quella dei referendum sul lavoro promossi dalla CGIL e sostenuti da numerose realtà sociali, civili e sindacali. Cinque quesiti per restituire dignità al lavoro, sicurezza nei cantieri e nei subappalti, giustizia per chi è licenziato senza giusta causa, diritti ai lavoratori delle piccole imprese, e cittadinanza a chi lavora e cresce in Italia.

Non si tratta di un sogno, ma di strumenti reali per ricostruire ciò che le politiche neoliberiste hanno demolito. Se approvati, questi referendum rappresenterebbero un primo, deciso passo per migliorare i numeri che l’Istat oggi denuncia con cruda precisione: più contratti stabili, più sicurezza, più equità salariale. Un segnale di risveglio collettivo, una risposta politica e popolare alla propaganda del potere.

Il voto dell’8 e 9 giugno è dunque un bivio: possiamo continuare a inseguire narrazioni autocelebrative, oppure scegliere la strada della partecipazione attiva, del cambiamento dal basso. Perché solo restituendo forza al lavoro, alla sua dignità e al suo valore, potremo davvero riscrivere il destino di questo Paese. Cinque SÌ per ricominciare a costruire un’Italia più giusta. Dal lavoro, e per chi lavora.

“L’astensione è un reato (quando conviene): la legge, la propaganda e l’ipocrisia di Stato”

In un Paese dove la legge è spesso trattata come un optional e la Costituzione viene evocata solo quando fa comodo, sta accadendo qualcosa di particolarmente grave: ministri, presidenti di Regione, capi di partito – tutti con ruoli pubblici e funzioni istituzionali – stanno apertamente invitando i cittadini all’astensione referendaria. Non si tratta di opinioni da bar o di libere esternazioni da parte di comuni cittadini: siamo di fronte a dichiarazioni pubbliche, reiterate e programmatiche, pronunciate da figure dello Stato nell’esercizio delle loro funzioni. E questo – è bene ricordarlo – è un reato.

Sì, un reato. Non una metafora, né un giudizio morale. Lo dice il diritto. Lo dice una legge tuttora in vigore.
L’articolo 98 del Testo unico delle leggi elettorali per la Camera dei Deputati, risalente al 1948, è cristallino: “Il pubblico ufficiale, e in ogni caso chiunque investito di un pubblico potere o funzione civile o militare, abusando delle proprie attribuzioni e nell’esercizio di esse, che si adopera a costringere gli elettori in favore di questa o quella lista o a indurli all’astensione, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.”

Nel 1970, con l’introduzione della disciplina specifica sui referendum, l’articolo 51 della legge n. 352 ha esteso espressamente quella norma ai casi di astensione riferiti alle consultazioni referendarie. Eppure, oggi, in piena campagna referendaria sui diritti del lavoro, si assiste a un coro istituzionale di “non andate a votare”, come se fosse normale, come se la legalità fosse una questione di opportunità politica.

Un reato dimenticato, o volutamente ignorato?
Forse, come recita un antico brocardo, “ignorantia legis non excusat”. Nessuno può scusarsi per un furto dicendo di non sapere che rubare è vietato. Tanto più se il presunto colpevole è un legislatore, ovvero colui che le leggi le scrive, le modifica e le dovrebbe far rispettare. Quando a promuovere l’astensionismo non è un passante qualsiasi, ma il presidente del Senato Ignazio La Russa, che da un palco di Fratelli d’Italia promette pubblicamente che farà “campagna per restare a casa”, la questione assume contorni istituzionali preoccupanti. E non è solo: da Tajani a Lollobrigida, da Salvini a Fontana e Fedriga, l’elenco degli “induttori all’astensione” è lungo e in crescita.

A ognuno di questi si potrebbe applicare la stessa definizione: “uomo di fede”, magari in buona fede, come ironicamente si dice. Ma è lecito che la propaganda elettorale (o meglio, antielettorale) venga condotta da chi riveste incarichi pubblici? È normale che si scoraggino i cittadini dal votare su temi centrali per la vita sociale e democratica del Paese?

Non è solo una questione giuridica, ma democratica.
Perché il punto centrale non è solo se sia o meno penalmente perseguibile l’appello all’astensione da parte di un ministro. Il vero nodo è la deformazione culturale che si sta tentando di imporre: l’idea che votare non serva, che partecipare sia inutile, che la democrazia sia un fastidio. Un sistema in cui le urne sono viste come minaccia piuttosto che come strumento di sovranità popolare, è un sistema che sta scivolando verso l’oligarchia. Il richiamo alla “libertà di espressione” da parte di chi ha un microfono istituzionale fisso è una scusa ipocrita: quando parla una carica dello Stato, non è mai un’opinione neutra, è un atto politico e simbolico che ha conseguenze pubbliche.

Come giustamente osservato, esistono due verbi nel testo di legge: costringere e indurre. Il primo riguarda la coercizione diretta – come nel caso di un sindaco che non fa allestire i seggi. Il secondo, invece, riguarda la pressione indiretta, la persuasione istituzionale, le parole cariche di potere che spingono le persone ad allontanarsi dalle urne. Anche questo è “abuso di funzione”.

Il paradosso dell’anacronismo
Forse quelle norme sono anacronistiche, figlie di un tempo in cui la partecipazione era considerata un dovere civico e la Repubblica prendeva sul serio la propria Costituzione. Forse. Ma se sono davvero obsolete, il Parlamento le abroghi. Non può esistere una giustizia intermittente, che si applica ai deboli e si interpreta per i forti, come diceva Giolitti. La legge o vale per tutti o non vale per nessuno. In caso contrario, siamo nella legge della giungla travestita da Stato di diritto.

Nel 1993 furono abolite le sanzioni per i cittadini che non votavano. Ma le sanzioni per chi induce alla non partecipazione restano attive. Solo che non vengono applicate. Come se lo Stato stesso si rifiutasse di difendere il proprio corpo democratico, lasciando che siano proprio le sue articolazioni più alte a sabotarlo.

Un messaggio pericoloso
Quello che sta passando è un messaggio devastante: se voti, sei complice; se non voti, sei un cittadino illuminato. È l’esatto contrario della pedagogia costituzionale. Ed è un messaggio che scoraggia soprattutto i più fragili, i più giovani, i più disillusi, ovvero proprio coloro che avrebbero bisogno di vedere la politica come strumento di cambiamento e non come uno spettacolo riservato ai poteri forti.

In un Paese dove il disincanto è già alto e la fiducia istituzionale ai minimi storici, l’invito all’astensione è la più vile delle scorciatoie, un trucco per svuotare di senso il dissenso. Perché non si teme tanto il voto in sé, quanto ciò che potrebbe emergere da un pronunciamento chiaro del popolo su temi scomodi come l’articolo 18, il precariato, la sicurezza nei subappalti, la cittadinanza. E allora meglio zittirlo, quel popolo. O meglio, convincerlo a zittirsi da solo.

Conclusione: chi teme il voto, teme la democrazia
Non si invochino manette. Non servono. Basterebbe un po’ di decenza istituzionale, un rispetto minimo delle regole, un senso della funzione pubblica che vada oltre la convenienza del momento. Se la legge c’è, va rispettata. Se non serve più, va abrogata. Ma non si può calpestare a comando. E soprattutto, non si può combattere la partecipazione popolare con la complicità dello Stato.

Chi ha paura di cinque “sì”, non teme solo una riforma. Trema davanti alla democrazia. E questo, sì, dovrebbe fare davvero paura.

Cinque volte SÌ. Una scelta per cambiare il presente, non per delegarlo

L’8 e il 9 giugno non voteremo per qualcuno. Voteremo per noi stessi. Non si tratta di scegliere un partito, un candidato o una coalizione. Non si tratta di affidare ad altri il compito di rappresentarci. Si tratta di decidere, in prima persona, su cinque temi cruciali che riguardano la vita quotidiana di milioni di persone. Il lavoro, la sicurezza, la cittadinanza: ciò che tocca nel profondo la dignità di ognuno.

È un’occasione rara. Ma soprattutto è un’occasione da non perdere.

Questi cinque referendum popolari, promossi dal mondo sindacale, dalle associazioni sociali e da tanti cittadini attivi, ci danno la possibilità concreta di correggere storture legislative che da troppi anni affliggono il nostro ordinamento. Storture che hanno indebolito il potere contrattuale dei lavoratori, reso precaria l’esistenza di intere generazioni, permesso licenziamenti senza giusta causa, eluso le responsabilità sulla sicurezza, negato diritti fondamentali a chi vive, lavora e cresce in Italia.

Ma allora la domanda vera è una sola:
Se il quorum sarà raggiunto e vinceranno i SÌ, i cittadini italiani staranno meglio o peggio? Le lavoratrici e i lavoratori avranno più tutele o meno? I luoghi di lavoro saranno più sicuri o più rischiosi? Ci sarà più giustizia, oppure più ingiustizia?

La risposta è implicita nel contenuto stesso dei referendum. Chi si oppone, chi invita all’astensione, chi si rifugia nell’indifferenza o nel boicottaggio del quorum, di fatto accetta che tutto rimanga così com’è: insicurezza, precarietà, ingiustizie. Sta dicendo che il lavoro deve restare una merce usa e getta, che morire sul lavoro è il prezzo da pagare per la competitività, che chi è nato e cresciuto qui non merita di essere cittadino. È un atto politico, mascherato da neutralità.

Ma votare ai referendum non è come votare alle elezioni.

Alle elezioni si può anche non andare perché non ci si sente rappresentati, perché si è delusi dai partiti, perché non si riconosce alcun volto credibile nelle liste. È legittimo. Ma ai referendum, si vota per sé stessi. Per il proprio lavoro. Per i propri diritti. Per la vita reale. Non si elegge un rappresentante: si esercita sovranità diretta, si mette un timbro su un cambiamento che incide subito e concretamente.

Vediamoli uno a uno, questi referendum, per capire di cosa parliamo.

  1. Per fermare i licenziamenti illegittimi

Il primo quesito chiede di ripristinare l’obbligo di reintegro per chi viene licenziato ingiustamente. È una questione di civiltà. Oggi, per chi è stato assunto dopo il 2015, l’imprenditore può cavarsela con un indennizzo monetario. Ma un diritto non è tale se può essere monetizzato. Reinserire il reintegro significa restituire dignità al lavoro e alle persone. Significa anche difendere le imprese oneste, che non fanno del licenziamento uno strumento ordinario di gestione aziendale.

  1. Per una giusta sanzione anche nelle piccole imprese

Il secondo quesito mira a correggere una discriminazione assurda: oggi chi lavora in una piccola impresa, sotto i 15 dipendenti, se viene licenziato ingiustamente ha diritto a un risarcimento fisso, spesso irrisorio. Votare SÌ vuol dire rendere quel risarcimento equo e dissuasivo, affinché la giustizia non sia una questione di dimensioni aziendali, ma di principi universali.

  1. Per fermare l’abuso del precariato

Il terzo referendum vuole riportare il lavoro a tempo determinato entro un quadro normativo più serio e coerente. Non si tratta di abolirlo, ma di impedire che venga usato in modo indiscriminato, senza un vero progetto, senza una strategia. Oggi il 16,5% dei lavoratori dipendenti è precario, spesso senza motivo. Una distorsione che mina la stabilità di milioni di vite.

  1. Per responsabilizzare le imprese sulla sicurezza

Il quarto quesito riguarda la responsabilità delle aziende committenti negli appalti. Attualmente, chi affida un lavoro a una ditta esterna può lavarsene le mani, anche se quell’appalto si traduce in infortuni o morti sul lavoro. È immorale. È una vergogna. Votare SÌ significa ribaltare questa logica, ridare dignità alla vita di chi lavora e fermare il far west del subappalto.

  1. Per una cittadinanza più giusta

Il quinto referendum interviene su una norma profondamente ingiusta: oggi per chiedere la cittadinanza italiana servono 10 anni di residenza. In Germania e in Francia ne bastano 5. Il quesito propone di portare l’Italia allo stesso livello. Due milioni e mezzo di persone potrebbero diventare finalmente cittadini. Non per favore, ma per giustizia.

Votare SÌ significa scegliere un Paese più giusto. Non votare, significa accettare quello che c’è.

Il referendum è uno strumento potente e fragile allo stesso tempo. Potente perché ci rende protagonisti. Fragile perché ha bisogno di partecipazione. Senza il 50% + 1 dei votanti, tutto decade. E chi oggi invita a non andare a votare, sa perfettamente che sta difendendo lo status quo. Sa che ogni astensione è una conferma dell’ingiustizia esistente.

Chi sceglie il silenzio, non è neutrale. Sta semplicemente scegliendo di non cambiare nulla.

Noi invece vogliamo cambiare. Vogliamo un Paese in cui il lavoro non sia più sfruttamento, in cui la cittadinanza sia un diritto, in cui la sicurezza non sia un lusso ma un dovere. Un Paese in cui si possa ancora credere nella giustizia sociale.

Cinque volte SÌ. Per cambiare il presente. Per costruire un futuro più umano. Perché questo voto non è per altri: è per noi.