Nel cuore di Bologna, operai e sindacalisti di Fim, Fiom e Uilm hanno osato attraversare poche centinaia di metri di tangenziale per rivendicare un diritto fondamentale: il rinnovo di un contratto atteso da oltre un anno. Nessun atto violento, nessuno scontro con la polizia, nessuna minaccia alla sicurezza pubblica. Eppure, per questo gesto simbolico e pacifico, rischiano fino a due anni di carcere. Non è una distopia. È l’Italia del 2025, governata da chi brandisce il diritto penale come una clava contro la protesta sociale.
Il nuovo Decreto Sicurezza, convertito nella Legge 80 del 9 giugno 2025, non protegge i cittadini: li zittisce. Non difende l’ordine pubblico: lo militarizza. A essere colpiti non sono vandali o facinorosi, ma lavoratori onesti che, in assenza di risposte istituzionali, scelgono la strada — civile — della mobilitazione.
Il reato? Usare il proprio corpo per dire “basta”
La modifica all’articolo 14 del decreto legislativo 66/1948 criminalizza qualsiasi interruzione della circolazione stradale: non più solo oggetti o ostacoli, ma anche il semplice “corpo” del manifestante è oggi considerato strumento di reato. Chi protesta in gruppo rischia fino a due anni di reclusione. È la giustizia del manganello legale, figlia di una cultura securitaria che mira a smantellare il diritto al dissenso.
L’inversione di tendenza è netta: se negli anni passati blocchi stradali come quelli degli allevatori del Nord contro le quote latte erano tollerati o persino sostenuti dalla Lega, oggi le stesse modalità di protesta — se attuate da operai, migranti o studenti — diventano un crimine. La selettività repressiva è la vera cifra politica di questo governo.
La saldatura perversa: il sindacato e il suo carnefice
La vicenda assume contorni grotteschi quando si scopre che uno degli uomini chiave dell’esecutivo, Enrico Sbarra, ex leader della Cisl, è ora sottosegretario al Mezzogiorno, mentre i suoi ex compagni di lotta sindacale rischiano denunce e carcere. Un’alchimia politica perversa in cui il potere co-opta, anestetizza e poi reprime. Lo Stato assorbe il corpo intermedio del sindacato e lo rigetta nel momento in cui torna a essere conflittuale. Un processo di normalizzazione autoritaria mascherato da efficienza legislativa.
Ma il cortocircuito morale è ancora più evidente se si guarda al resto della compagine di governo. Ministri sotto inchiesta per reati ben più gravi — come Daniela Santanchè, indagata per truffa ai danni dello Stato e falso in bilancio — restano saldamente al loro posto, immuni da qualsiasi sanzione. Deputati, sottosegretari, dirigenti di partito coinvolti in scandali finanziari, clientelismi, fondi illeciti o addirittura coperture su vicende legate alle stragi di mafia sono protetti dal silenzio e dalla complicità delle istituzioni.
E mentre questi personaggi occupano le stanze del potere, gli operai vengono mandati davanti ai giudici. Mentre il governo tenta di riscrivere la verità storica su Falcone e Borsellino, minimizzando o alterando le responsabilità politiche e istituzionali nelle stragi del ’92, chi denuncia le ingiustizie presenti viene criminalizzato. È il volto di un regime che si mostra forte con i deboli e debole con i forti. Un regime che reprime chi dissente e protegge chi si arricchisce violando le leggi.
Come ha spiegato Ferdinando Uliano, leader della Fim-Cisl, la manifestazione era ordinata e simbolica: “Abbiamo percorso poche centinaia di metri sulla tangenziale senza provocare alcun disagio. Ma siamo pronti a far valere le nostre ragioni coi nostri legali”.
Bologna non è un caso isolato
Non si tratta di un episodio isolato. La repressione del dissenso è ormai sistemica, selettiva, scientifica. Il Decreto Sicurezza è solo l’ultimo tassello di una strategia più ampia.
• A Pisa, a febbraio 2024, studenti e giovani manifestanti pacifisti furono caricati violentemente dalla polizia durante un presidio contro il genocidio in Palestina. Le immagini di ragazzi minorenni colpiti da manganellate fecero il giro del mondo, ma il ministro Piantedosi parlò di “ordine necessario”.
• A Roma, gli attivisti per il clima di Ultima Generazione sono stati perseguiti penalmente per aver bloccato il traffico in via Cristoforo Colombo. Gli atti di disobbedienza civile sono trattati come atti eversivi, ignorando deliberatamente il loro carattere nonviolento e simbolico.
• A Torino, lo scorso anno, un presidio dei riders davanti alla sede di Glovo fu disperso con denunce per “interruzione di pubblico servizio”. Nessuna attenzione alle condizioni di sfruttamento che quei lavoratori denunciavano.
• A Milano, i collettivi universitari che hanno occupato pacificamente gli atenei per denunciare gli accordi tra Politecnico e aziende belliche come Leonardo sono stati sgomberati con denunce per occupazione e interruzione di pubblico servizio.
Lo schema si ripete: laddove c’è conflitto sociale, arriva lo Stato punitivo. Un potere che non ascolta, ma punisce.
La sicurezza? Solo uno slogan
Il Decreto Sicurezza non stanzia un euro in più per rafforzare le forze dell’ordine nelle periferie, non prevede misure per la prevenzione del crimine, non affronta il degrado sociale. L’unico “nemico” che intende combattere è il cittadino che contesta. Il dissenso viene isolato, criminalizzato, delegittimato.
Come ha sottolineato Chiara Appendino del M5S, “non si tratta di sicurezza, ma di una strategia punitiva per silenziare chi protesta”. Un governo che si difende con la minaccia giudiziaria è un governo debole. E pericoloso.
Una giustizia piegata al potere
Il presidente dell’Emilia-Romagna, Michele De Pascale, ha parlato giustamente di uso strumentale e propagandistico del diritto penale. Il codice non serve più a tutelare la collettività, ma a difendere l’egemonia di un blocco di potere sempre più sordo e autoritario.
E mentre la protesta sociale diventa un reato, le vere minacce alla sicurezza — come le morti sul lavoro, il dilagare delle mafie, la violenza ambientale — restano sullo sfondo. La repressione selettiva contro chi chiede tutele non è solo ingiusta, è una frode ideologica: si invoca l’ordine per consolidare l’ingiustizia.
La maschera è caduta: un governo fascistoide
Quando a essere colpiti sono lavoratori che chiedono diritti, studenti che chiedono pace, attivisti che chiedono giustizia climatica, non siamo più nel campo della legittimità democratica. Il decreto Meloni mostra una natura intrinsecamente autoritaria, dove lo Stato non è più mediatore, ma sorvegliante. Dove il dissenso non è accolto, ma perseguito.
In questo scenario, la democrazia italiana sembra regredire verso una forma larvata di fascismo istituzionale. Non servono più manganelli e olio di ricino: basta un codice penale piegato all’arbitrio del potere.
dalla sicurezza al silenziamento
Il Decreto Sicurezza è il paradigma di una nuova fase politica: non la gestione del dissenso, ma la sua eliminazione. Non si tratta di difendere l’ordine, ma di reprimere il coraggio. Di sostituire il conflitto sociale con l’obbedienza passiva.
In questo Paese, chi alza la voce viene zittito. Chi cammina per pochi metri su una tangenziale rischia la galera. E chi governa, impunemente, prepara il terreno a una democrazia senza cittadini.
“Chi non si muove, non si accorge delle proprie catene.”
(Rosa Luxemburg)