Oltre il Referendum: Costruire la Resistenza Popolare per la Pace e la Giustizia Sociale.

Oggi torniamo a resistere. Non da sconfitti, ma da sopravvissuti. Da esseri umani che hanno scelto di non inginocchiarsi davanti alla macchina perfetta dell’oppressione. Da cittadini che non accettano l’indifferenza come destino, né la resa come alternativa. La lotta non è mai stata una moda o una nostalgica celebrazione del passato. È un respiro lungo, spesso silenzioso, ma sempre vivo. È ciò che ci tiene in piedi in tempi come questi, dove il diritto diventa privilegio e la dignità merce.

Il referendum non ha raggiunto il quorum, è vero. Ma chi si ferma alle cifre ignora la profondità di un moto che ha attraversato il Paese. Ha coinvolto milioni di coscienze. Ha aperto un varco nel silenzio mediatico, nel conformismo culturale, nella paura sistemica. Ci hanno detto che eravamo pochi. Ma siamo stati milioni. Milioni di persone che hanno deciso di non girarsi dall’altra parte, che hanno parlato di lavoro, di sicurezza, di cittadinanza, di giustizia.

Questo non è un fallimento. È l’inizio di una nuova fase.
È un’esortazione a trasformare quella spinta in organizzazione, quella rabbia in proposta, quella frustrazione in forza collettiva.

Viviamo in un’epoca in cui il neoliberismo, sotto mentite spoglie di competenza e progresso, ha smantellato i diritti conquistati in oltre un secolo di lotte.
Un’epoca in cui la guerra viene normalizzata, il dissenso represso, la povertà criminalizzata. In cui il padronato esulta, la stampa si fa megafono del potere e i governi approvano decreti che soffocano il dissenso e blindano le città con il manganello.

Tutto questo accade mentre, nel silenzio complice dell’Occidente, a Gaza e in Cisgiordania viene perpetrato un genocidio. Un massacro sistematico e documentato, frutto della convergenza tra potere sionista, suprematismo bianco, interessi militari e colonialismo economico.
Bambini, donne, anziani vengono annientati con la complicità tacita delle democrazie capitaliste. E chi osa parlare, viene accusato, censurato, isolato.

È questo il mondo che vogliamo lasciare ai nostri figli?
Un mondo dove si può morire sotto le bombe mentre l’Europa firma nuovi accordi commerciali con chi le sgancia?
Un mondo dove il profitto viene prima della vita e dove la democrazia è un fastidio da eliminare?

Dobbiamo avere il coraggio di rispondere: No.
Dobbiamo dire con forza che un altro mondo è necessario.
Un mondo che metta al centro le persone, non il capitale. La pace, non le armi. La giustizia sociale, non il privilegio di pochi.

E allora la battaglia non finisce qui.
Anzi, comincia adesso.

Dobbiamo darci uno strumento politico nuovo, ampio, democratico, radicale. Un fronte popolare per la giustizia e la pace, che raccolga l’eredità dei movimenti sociali, la dignità del lavoro, la rabbia dei giovani precari, la lucidità degli anziani resistenti.
Un fronte che non si limiti alla testimonianza, ma costruisca potere dal basso. Che dia voce ai senza voce. Che protegga la Costituzione dai suoi nemici, oggi seduti nei palazzi del potere.

I cinque quesiti referendari devono diventare parte viva di questa piattaforma. Ma non basta.
Dobbiamo affrontare la precarietà esistenziale, i salari da fame, la devastazione ambientale, il razzismo istituzionale, l’apartheid sociale che ci circonda.
Dobbiamo pretendere il diritto al voto per tutti, non il suo restringimento.
Perché stanno già preparando la prossima offensiva: impedire ai poveri di votare, rendere il suffragio un privilegio di classe, una funzione del censo.

I segnali sono chiari:
• attacchi continui al diritto di sciopero;
• censura nei media e nelle università;
• criminalizzazione delle ONG e delle reti solidali;
• trasformazione dei CPR in campi di detenzione etnica;
• campagne per il voto “intelligente”, cioè riservato a chi può dimostrare “merito” o “utilità economica”.

Tutto questo è già iniziato.
È il progetto della nuova reazione internazionale: un mondo blindato, selettivo, autoritario, dove la democrazia è solo di facciata.

Ma noi siamo ancora qui.
E non ci arrendiamo.

Siamo milioni.
Siamo consapevoli.
Siamo pronti a costruire.

Costruire una comunità politica che sappia sognare e agire. Che dica no alla guerra, no al neoliberismo, no al genocidio, e sì alla libertà, alla giustizia, alla solidarietà.

La storia non è finita.
Siamo noi a scriverla.
Con pazienza, con rabbia, con amore.
Per chi è caduto. Per chi lotta.
Per chi verrà dopo di noi.

Noi siamo la Resistenza.
E qui non si arrende nessuno.

L’Italia ha scelto l’astensione: quando la rinuncia diventa complicità

Il dato è ufficiale: il quorum del referendum abrogativo dell’8 e 9 giugno 2025 non è stato raggiunto. L’affluenza si è fermata tra il 22,7% e il 30%, a seconda dei quesiti. Una débâcle annunciata, certo, ma non per questo meno dolorosa. Il popolo italiano ha deciso di voltarsi dall’altra parte, rinunciando a esercitare uno degli ultimi strumenti rimasti di democrazia diretta.

Cinque quesiti. Cinque possibilità concrete di porre rimedio a leggi inique, che hanno minato i diritti dei lavoratori, reso più fragile il tessuto sociale, escluso migliaia di giovani nati e cresciuti in Italia da ogni percorso di cittadinanza. Non era in gioco un tecnicismo giuridico, ma un principio costituzionale: la sovranità popolare.

Eppure, la risposta è stata l’indifferenza.

Il Paese che non si difende

Non si dica che mancava l’informazione: comitati civici, attivisti, associazioni, giuristi e persino alcuni esponenti del mondo culturale si sono spesi per settimane in campagne di sensibilizzazione, assemblee, presìdi, dibattiti pubblici. La risposta istituzionale? Un silenzio assordante. I media mainstream hanno relegato i quesiti in fondo ai notiziari, i partiti hanno fatto a gara a chi si disimpegnava prima. E la destra – coerente con la sua linea – ha apertamente invitato all’astensione, ben sapendo che l’arma del non voto è oggi il miglior alleato dello status quo.

Ma oltre alle responsabilità delle élite, occorre dirlo chiaramente: anche una parte consistente del popolo ha fallito. Non ha voluto vedere, non ha voluto ascoltare, non ha voluto capire. Perché era più comodo restare a casa. Perché “tanto non cambia nulla”. E così facendo, ha consegnato la propria sovranità a chi già la sta tradendo da tempo.

Una sconfitta che pesa

Chi oggi gioisce per il fallimento del referendum dovrebbe riflettere sul messaggio che ha contribuito a rafforzare: che i diritti sociali sono negoziabili, che il lavoro può essere precarizzato senza limiti, che l’appartenenza a questa Repubblica è un privilegio, non un diritto. Nessuno potrà più dire: “non lo sapevamo”. Oggi l’occasione per cambiare le cose era reale, concreta, accessibile. Bastava votare.

E invece no. Abbiamo preferito l’astensione. Abbiamo lasciato che la disillusione prevalesse sulla partecipazione, che il cinismo avesse la meglio sull’impegno. Così facendo, abbiamo spalancato la porta a un futuro ancora più cupo. Non è allarmismo, è un dato storico: quando la democrazia diretta fallisce, cresce la tentazione del potere forte, dell’uomo solo al comando, dell’autoritarismo strisciante.

Chi può, se ne va. E ha ragione.

Sarà forse una reazione a caldo, figlia della frustrazione. Ma guardando ai dati, alla disaffezione crescente, al disprezzo diffuso verso ogni forma di partecipazione civica, diventa difficile condannare i giovani che decidono di lasciare questo Paese. Perché restare, se la propria voce non conta? Perché combattere, se gli stessi compagni di viaggio si voltano dall’altra parte?

L’Italia sta scivolando verso una deriva autoritaria, lenta ma inesorabile. E ora non potremo dire di non aver avuto la possibilità di fermarla.

Un fallimento che grida vendetta

C’è chi dirà che i promotori erano sbagliati. Che mancava una campagna unitaria. Che la sinistra è divisa. Ma nulla giustifica la rinuncia collettiva a un diritto sacrosanto: votare. Non lo avrebbero fatto i partiti, lo avremmo potuto fare noi cittadini. E invece ci siamo tirati indietro. Un popolo che non sa difendere i propri diritti è un popolo che, presto o tardi, li perderà tutti.

E allora, complimenti a tutte e tutti: questo fallimento ve lo dedico tutto.

Non ci resta che fare silenzio. O ricominciare da capo. Chi resta, ha il dovere morale di organizzarsi, di resistere, di risvegliare coscienze sopite. Ma il prezzo da pagare sarà alto. Perché chi non partecipa, non solo perde. Si arrende.

“Non in nostro nome: la piazza che ha scelto l’umanità contro la menzogna.

Lo sdegno non è antisemitismo: il grido pacato di una piazza che non dimentica l’umanità

C’è stato un tempo, neanche troppo lontano, in cui le piazze erano teatro di lotte civili, di voci che si alzavano all’unisono per chiedere giustizia. Poi venne l’epoca dell’indifferenza, dei social come surrogato dell’indignazione, dei like al posto delle barricate. Ma ieri, qualcosa è cambiato.

È tornata una piazza vera. Non urlata, non strumentale. Una piazza compatta, ferma, composta. Una piazza che ha scelto di non cedere alle provocazioni, pur bruciando di una rabbia incontenibile. Una rabbia lucida, che sa distinguere, che rifiuta le semplificazioni e le etichette tossiche. Una rabbia che dice: no, l’antisemitismo non c’entra nulla. Non c’entra con il dolore che proviamo davanti ai bambini di Gaza ridotti in cenere. Non c’entra con lo sdegno per un governo che usa l’Olocausto come scudo per legittimare un nuovo sterminio. Non c’entra con il nostro bisogno di rimanere umani.

L’arma della mistificazione: quando la verità fa paura

Da mesi, chiunque osi denunciare i crimini di guerra compiuti dal governo Netanyahu viene accusato di antisemitismo. È un gioco sporco, un cortocircuito morale costruito ad arte per disinnescare ogni critica. Ma chi confonde il popolo ebraico con un governo reazionario tradisce la memoria di chi, in quel popolo, ha subito la Shoah. Perché oggi, in Palestina, si sta replicando un meccanismo di annientamento che quei sopravvissuti conoscono bene: l’isolamento, la deumanizzazione, il bombardamento sistematico di scuole, ospedali, case.

L’antisemitismo è un’ideologia infame e va combattuta sempre, in ogni sua forma. Ma denunciare un genocidio non è antisemitismo. È dovere civile. È fedeltà ai valori universali della giustizia e della dignità umana. È la stessa indignazione che un tempo ci faceva scendere in piazza per il Vietnam, per il Cile, per il Sudafrica dell’apartheid.

Il terrorismo non giustifica lo sterminio

Combattere Hamas non autorizza a radere al suolo Gaza. Non esiste giustificazione possibile per il massacro di 55.000 civili. E se mai avessimo avuto dubbi, basterebbe fare un esercizio di memoria: l’ETA non ha portato alla cancellazione dei Paesi Baschi; l’IRA non ha giustificato il bombardamento dell’Irlanda; la mafia non ha mai reso legittimo un attacco alla Sicilia.

Chi confonde il terrorismo con un popolo intero, sta preparando il terreno a una pulizia etnica. Ed è proprio questo il disegno in corso in Palestina: deportazioni, bombardamenti, fame, isolamento. Il tutto con il silenzio complice di una parte dell’Europa e il sostegno esplicito degli Stati Uniti di Donald Trump. Una nuova barbarie, sotto l’insegna della “democrazia armata”.

La vergogna dell’ambiguità italiana

E l’Italia? L’Italia è rimasta in silenzio. Il governo Meloni, tanto pronto a condannare la resistenza palestinese, quanto incapace di pronunciare una sola parola contro i crimini documentati dall’ONU. Un governo che parla di pace con le parole e spedisce armi con le mani. Che si rifugia nell’ambiguità per non disturbare i potenti alleati: Israele, gli USA, l’industria bellica.

La manifestazione di ieri è stata anche un messaggio chiaro al governo: non in nostro nome. Non più. L’ambiguità non è più tollerabile. Non è questione di tattica diplomatica, ma di umanità. Quando la coscienza si sveglia, non ci sono calcoli geopolitici che tengano.

Il capitalismo come farsa tragica

E mentre le bombe piovono su Rafah, in Occidente va in scena l’ennesima parodia del potere. Un miliardario e un presidente si scambiano accuse come fossero in un reality show. Elon Musk e Donald Trump, simboli di un capitalismo che ha divorato la democrazia, trasformando i drammi del mondo in un pretesto per nuovi profitti.

Abbiamo consegnato la politica agli algoritmi, la pace agli eserciti privati, la verità alle fabbriche di consenso. È una sitcom grottesca, se non fosse una tragedia. Perché mentre loro litigano per l’egemonia globale, i corpi dei bambini vengono estratti dalle macerie. E non è fiction.

Da che parte stare

Oggi non basta più restare neutrali. Non esiste neutralità davanti a un crimine contro l’umanità. Non si può più fingere di non vedere, di non sapere. Il tempo dell’ignavia è finito.

Benvenuti tutti, anche gli ultimi arrivati. Non importa chi ha cominciato a lottare per primo. Conta chi c’è ora. Conta chi ci sarà. Perché la storia si scrive nei momenti in cui scegliamo da che parte stare.

E questa volta, la parte giusta è quella che rifiuta la guerra, che chiama il genocidio con il suo nome, che alza la voce per chi non può più gridare. Una piazza, finalmente, si è risvegliata. E da oggi, non sarà più sola.

L’ipocrisia armata: il doppio gioco di Italia e Francia nella guerra contro Gaza

Mentre le bombe continuano a cadere su Gaza e la conta dei morti civili cresce in modo esponenziale, una crepa si apre nel silenzio ipocrita dell’Europa. A Marsiglia, nel porto industriale di Fos-sur-Mer, i portuali francesi hanno detto no. No al genocidio, no alla complicità, no all’indifferenza. Con un gesto di resistenza civile e morale, hanno bloccato l’imbarco di 14 tonnellate di armi destinate a Israele: pezzi di ricambio per fucili mitragliatori e tubi per cannoni destinati all’industria bellica israeliana, pronti a essere caricati sulla nave Contship Era, diretta a Haifa.

“Non parteciperemo al genocidio. Siamo per la pace” – recita il comunicato del sindacato CGT. Una frase che pesa come piombo in un’Europa che continua a pronunciare parole vuote su pace e diritti umani, mentre consente — in silenzio o con cinismo — che il mercato delle armi continui a ingrassare sulla pelle dei civili palestinesi.

Ma la Francia non è sola. Anche in Italia si alzano voci e coscienze. I portuali di Genova annunciano scioperi e si preparano a rifiutare il carico della Contship Era quando attraccherà nel porto ligure. Una mobilitazione dal basso che denuncia ciò che il governo italiano continua a nascondere: la prosecuzione dell’export di armamenti verso Israele, nonostante la guerra e le promesse pubbliche di embargo.

Le bugie del governo Meloni: embargo solo a parole

A ottobre 2023, all’indomani dell’escalation a Gaza, il ministro della Difesa Guido Crosetto e il ministro degli Esteri Antonio Tajani dichiaravano solennemente che l’Italia aveva fermato ogni esportazione militare verso Israele. Era una menzogna. E oggi è possibile dimostrarlo con i numeri.

Secondo i dati incrociati di SIPRI, Istat e l’Istituto IRIAD – Archivio Disarmo, l’Italia ha continuato a esportare sistemi d’arma, tecnologie e componentistica bellica a Tel Aviv. Solo tra gennaio e febbraio 2025, sono partite forniture per un valore superiore ai 128.000 euro, cifra che sale vertiginosamente se si considera l’intero 2024: 5,8 milioni di euro in “armi, munizioni e loro accessori”, di cui l’89% non classificato, cioè coperto dal segreto di Stato.

E sotto quel velo di segretezza si cela molto più di quanto si possa immaginare.

Il cuore dell’inganno: droni, radar e IA per la guerra

Mentre i governi europei si arrampicano sugli specchi per giustificare l’ingiustificabile, i dati parlano chiaro: l’Italia è complice nella guerra a Gaza. In particolare, si segnala una voce sospetta nella categoria “navigazione aerea e spaziale”, che ha coinvolto l’esportazione di motori per droni, radar, componenti aeronautici e software militari per oltre 34 milioni di euro.

Tra questi, secondo IRIAD, si nasconde probabilmente la vendita del jet da addestramento M-346 Master, un prodotto della Leonardo S.p.A., utilizzato proprio dalle forze armate israeliane. A ciò si aggiunge il coinvolgimento italiano nella produzione dei caccia F-35, di cui componenti essenziali vengono realizzati in Italia per finire nei cieli mediorientali, a fianco dei bombardamenti contro i civili palestinesi.

E c’è di più: 2,7 milioni di euro in computer e dispositivi per l’elaborazione dati crittografati, fondamentali per l’Intelligenza Artificiale militare. Sistemi già usati, come rivelato da +972 Magazine e Local Call, per guidare il targeting automatizzato che colpisce Gaza con una spietata efficienza digitale: un civile ucciso ogni dieci obiettivi colpiti.

Dalla Francia all’Italia: la rivolta dei portuali e la dignità della disobbedienza

In questo scenario cupo, sono i lavoratori a dare una lezione di umanità e giustizia. I portuali francesi hanno indicato la strada: la disobbedienza morale può diventare azione politica. E i loro colleghi italiani, a Genova, si preparano a fare altrettanto, rilanciando una mobilitazione che parte dai porti ma può e deve contaminare l’intera società civile.

Le menzogne di Stato non possono più bastare. L’articolo 11 della nostra Costituzione parla chiaro: “L’Italia ripudia la guerra”. Ma a cosa serve il ripudio scritto se il denaro sporco dell’industria bellica italiana continua a fluire verso chi commette crimini di guerra?

La resistenza civile è un dovere

Oggi più che mai, il compito della politica, dell’informazione e dell’attivismo è smascherare il doppio gioco, quello che predica la pace e pratica la guerra, che piange i morti e vende le armi.

Questa guerra, che Israele continua a chiamare “difensiva”, è un massacro sistematico, una punizione collettiva, un genocidio che si consuma giorno dopo giorno con la complicità materiale di governi europei ipocriti, incapaci di rinunciare al business delle armi.

È ora di dire basta. Di inchiodare alla verità chi governa con la menzogna. Di far emergere la dignità delle coscienze che si oppongono. La pace non è un’utopia: è una scelta. Ma bisogna avere il coraggio di compierla.

Postilla per chi resiste:
Se la politica tace, parliamo noi. Se i governi armano, disarmiamo noi. Con la parola, con il gesto, con lo sciopero, con il voto. Per Gaza, per la verità, per la dignità umana.

“Non delegare, agisci: votare è Resistenza! Difendi la Costituzione, costruisci il futuro”

L’8 e il 9 giugno non sono semplici date sul calendario: sono una chiamata. Una di quelle che non puoi ignorare senza rinnegare qualcosa di profondo, radicato, che fa parte della tua storia, della tua dignità, della tua libertà. Non è il solito invito al voto. È molto di più. È l’occasione per rientrare nella storia dalla porta principale, dopo anni in cui ci hanno chiusi fuori con il pretesto dell’apatia, della sfiducia, del disincanto. Ma stavolta no. Stavolta non possiamo voltarci dall’altra parte.

Perché a essere in gioco non sono soltanto cinque quesiti tecnici: in gioco c’è la nostra coscienza democratica. Si vota per i diritti sul lavoro, per la sicurezza nei cantieri, per ridare speranza a chi è stato licenziato ingiustamente, per combattere la precarietà come condanna sociale. E si vota per dire sì a una cittadinanza che non sia privilegio di sangue, ma riconoscimento del vissuto, dell’identità, della partecipazione alla comunità.

Di fronte a tutto questo, chi invita all’astensione compie un atto di violenza simbolica. Chi suggerisce “non ritirate le schede” sta dicendo: non disturbate i manovratori, lasciate che decidano sempre gli stessi, nei palazzi, nei salotti, nei centri del potere dove la voce popolare è solo rumore di fondo. Ma noi non siamo rumore. Siamo popolo. Siamo Costituzione incarnata.

E allora sì, politicizziamo! Ma nel senso più alto del termine: come esercizio di cittadinanza attiva, come partecipazione reale alla cosa pubblica, come riscatto collettivo. Politicizzare non è piegare a una bandiera, ma rialzare la testa. È dire: “Io ci sono. Io conto. Io decido”.

Non lasciamoci paralizzare dai cinici del disincanto. Non permettiamo che il cinismo vinca sulla speranza. I referendum non sono solo uno strumento tecnico, sono un baluardo residuo di democrazia diretta in un’epoca di esecutivi autoritari e di Parlamento svuotato. Non andare a votare oggi è come aprire le porte al silenzio, alla rassegnazione, alla disumanizzazione della politica.

Nel mentre, a Gaza si consuma un genocidio sotto gli occhi del mondo. E l’Italia tace. Anzi, legittima, protegge, giustifica. Il governo italiano si rifiuta persino di pronunciare parole nette di condanna. Anche per questo dobbiamo essere in piazza, sabato 7 giugno, per gridare “Non in nostro nome!”, e poi alle urne, domenica e lunedì, per scrivere “Sì” cinque volte, per riaffermare che il potere appartiene al popolo, e non a chi lo tradisce ogni giorno dietro sorrisi istituzionali e vuote parole patriottiche.

Il lavoro, la cittadinanza, la dignità, la sicurezza, la giustizia sociale: non sono favori da chiedere, sono diritti da difendere. Ed è con il voto che possiamo ancora farlo, insieme, uniti, orgogliosi.

Perché votare Sì è un atto di resistenza. È un gesto d’amore per chi verrà. È il modo più diretto per applicare quella Costituzione che ci hanno lasciato in eredità partigiani, donne, operai, intellettuali, martiri di un’Italia che ha saputo risorgere.

Non c’è spazio per l’astensione, oggi. Non c’è tempo per la paura. Non c’è alibi per l’indifferenza. Il referendum è la tua voce. Usala.

Invito finale:
L’8 e il 9 giugno non restare a casa. Non lasciare che altri decidano per te. Esci, partecipa, scegli. Vota cinque volte Sì. Perché la libertà non si delega. Si esercita.

’O referendum ’e ll’ate

Addò finisce ogne cosa:
fama, potere, ricchezza e ventagli,
ce sta ’na croce, ’nu marmo, e due tagli:
chi ha campato a fatica… e chi a spese d’ ’e figli.

Era l’otto giugno, ‘ncopp’ a ‘na tomba
’nu viento leggero faceva penzà
e doje voci, tra ’e rose e ’na bomba,
accuminciaro a parlà.

— Scusate, Signoria, si ve disturbammo,
ma ’e votato sì, quanno stavate ncopp’a sta Terra?
Rispose ’o barone, cu’ tono d’allarme:
— Io no, io stavo a Capri, a guarda’ ’a guerra.

— E allura, chell’ che succede mo,
è pure colpa vostra, nun ce sta scusa!
Siete state zitto, quanno se poteva
dicere: “basta, sta legge è ’na musa!”

— Ma io so’ ’n barone! Che me ne importa
si ’o precario more, si ‘o migrante aspetta?
E l’ate, cu ’na faccia scura scura,
j’ arrispunne: — E mo dormimmo ‘ncopp’ a stessa stretta.

’O referendum, pe’ nun dicere ca staje zitto,
è ‘na chiamata, comm’ ’a campana a matina.
E chi nun vote — scusate ’o ditto —
aiuta a fa’ legge pure a ‘na gallina!

E che legge, figliò! Ce stanno cinque cose:
una pe’ ’a sicurezza, una pe’ ’o lavoro,
una pe’ nun fà sfruttà chi s’ ‘ncroce
quann’ ‘o padrone je dice: “Sta’ zitt’ e muore!”

E po’, chill’ d’ ’a cittadinanza,
ca pare ’na favola, ’na pazzia…
ce sta ’nu criaturo che parla italiano
e nun tene manco ‘na patria sua?

Rispose allora, cu ‘na voce fina,
’nu vecchietto ca stava ‘nfaccia a lloro:
— Stateme a sentì, ve prego, è cosa seria,
votate pure pe’ chi nun tene oro.

Chi sta zitt’, cu’ tutta ‘a libertà,
nun è né saggio, né furbo, né astuto…
è comme ’nu morto ca, vivo, se sta a murì
pecché nun dice “no”, nun dice “aiuto”!

E così, tra ’e tombe, se sentette ‘na risa,
’nu vento s’alzò e portò ’na divisa…
ma ‘sta vota, ‘o popolo, cu tutt’ ‘a passione,
ce mise ‘na croce… ma d’indignazione!

Chi dice: “Nun me ne fotte, nun voto!”,
è comme ’o pazzariello ca corre a vuoto.
Ma chi va e vota, e dice “Sì”,
je fa ‘na pernacchia a chi campa accussì.

“La Repubblica dei Sordi (ma a intermittenza)”

Son passati tanti giorni, tanti ne verranno,
ma se nun voti oggi… domani che t’aspetti?
Te stai a fa’ fregà co’ ‘na mano sui tetti,
mentre l’altra t’arrota le ossa pian piano.

C’è ‘n governo che dice: “Ma che ve frega?
Chi se ne importa dei vostri diritti!”
E poi ride, se vede che molti — distritti —
restano a casa: “Più facile la strega!”

“Nun vota’ è ‘na scelta,” te dicono forti,
ma è ‘na scelta che puzza, tipo porta chiusa.
Chi non vota, se proprio lo vuoi sapere,
sta a regala’ le chiavi al padrone e al carceriere.

“Lavoratore, gira l’altro lato!”

Ce stanno quelli che vanno a faticà
pe’ due spicci e ‘na pacca sulla spalla,
ma mo je levano pure quella — toh, falla! —
e nun je danno manco il tempo de sospirà.

“Precarietà?” dicono, “È flessibilità!”
“Sicurezza?” rispondeno: “Ma dai, sei vecchia!”
E tu te giri, mentre un altro cade a terra,
e i suoi sogni li spazzano via con la scopa a sghècchia.

Pe’ vota’ so’ cinque croci su ‘n foglio,
ma valgono più d’un mese de pianti.
Chi nun ce va, magari pe’ orgoglio,
aiuta ‘sti ladri co’ i loro guanti.

“Er quesito della vergogna”

Er quinto è ’n gioiello, ce dovemo pensà:
se un ragazzo nasce qua, cresce, studia e lavora,
ma nun je danno manco ‘na bandiera, allora
che paese è questo? Che libertà je va a dà?

Nun c’è razza, nun c’è sangue da misura’:
ce sta solo ‘n cuore che batte italiano.
Eppure je dicono: “Stai fori dal branco,”
mentre je stringono er futuro con la mano dura.

“E mo che famo?”

Se resti zitto, resti complice.
Se nun voti, poi nun te lamenta’.
La libertà s’annacqua come ‘n brodo tiepido
se nun ce metti dentro ‘na cucchiaiata de dignità.

So’ cinque sì pe’ riscatta’ ‘sta storia,
cinque scelte pe’ non annà indietro,
cinque occasioni pe’ cambia’ la memoria
prima che ce rifanno er ventennio con il metro.

Un bimbo in cortile ha scritto su un muro:
“Chi nun vota, è come er pesce muto.”
Ma poi ha aggiunto, svelto e sicuro:
“Er popolo svejo, però… fa rumore dappertutto!”

Referendum 8–9 giugno: Perché voto SÌ al quarto quesito sulla sicurezza nei subappalti e contro le morti sul lavoro

Il quarto quesito referendario è forse il più drammaticamente urgente. Riguarda la vita stessa. Riguarda chi, ogni giorno, esce di casa per andare a lavorare e non sempre fa ritorno. Riguarda le vittime invisibili della produttività a ogni costo. Per questo, io voterò SÌ. Perché non si può più tollerare che il profitto valga più della vita.

Cosa propone il quesito?

Oggi, secondo l’articolo 26, comma 4, del Testo Unico sulla Sicurezza (D.Lgs. 81/2008), un’impresa committente non è responsabile per gli infortuni o le malattie professionali che colpiscono i lavoratori delle ditte appaltatrici o subappaltatrici, quando gli incidenti derivano da “rischi specifici” della loro attività.

In parole semplici: chi affida un lavoro può chiamarsi fuori se qualcosa va storto. Anche se ha beneficiato direttamente di quel lavoro. Anche se avrebbe potuto controllare. Il quarto quesito propone di abrogare questa esclusione di responsabilità, rendendo finalmente corresponsabile il committente.

Perché voto SÌ?

  1. Perché le morti sul lavoro sono una strage quotidiana

Secondo i dati INAIL, solo nel 2024 si sono contati oltre 1.000 morti sul lavoro. Ogni giorno, almeno tre persone perdono la vita mentre lavorano. Nei cantieri, nei magazzini, sui ponteggi, nei campi, nelle fabbriche. Dietro ogni numero c’è un nome, una storia, una famiglia spezzata.

E troppe volte, a morire, sono lavoratori di ditte esterne, subappaltati, assunti con contratti fragili, impiegati in condizioni precarie. Con la normativa attuale, chi affida quei lavori può scrollarsi le spalle. Con il SÌ, dovrà assumersi le proprie responsabilità.

  1. Perché chi appalta deve rispondere di ciò che commissiona

Oggi la catena degli appalti e dei subappalti è una giungla. Ogni livello scarica sull’altro colpe e doveri. L’obbligo di vigilanza spesso resta sulla carta. Ma chi commissiona un lavoro ha il dovere morale e giuridico di verificare che quel lavoro venga svolto in condizioni di sicurezza.

Con il SÌ, il committente non potrà più nascondersi dietro una clausola. Dovrà scegliere imprese serie, pretendere il rispetto delle norme, tutelare ogni vita umana coinvolta nei lavori appaltati.

  1. Perché la sicurezza è un dovere collettivo, non un optional

Negare la responsabilità del committente vuol dire alimentare una cultura dell’impunità. E un Paese dove la sicurezza è una voce di bilancio da tagliare non è un Paese civile. Votare SÌ significa rimettere al centro il valore della vita e della dignità di chi lavora.

  1. Perché la sicurezza non si subappalta

Chi oggi si oppone al referendum o invita all’astensione difende, consapevolmente o meno, uno status quo inaccettabile. Difende una zona grigia dove muoiono gli ultimi, gli appaltati, i precari. Io non voglio più leggere necrologi al posto delle buste paga.

E se vincesse il NO?

Resterebbe in vigore una norma ingiusta e ipocrita. Una norma che solleva chi commissiona da ogni dovere reale. Continueremo a contare i morti, a piangere i caduti sul lavoro senza mai chiederci davvero perché. E soprattutto, senza correggere la radice del problema.

Conclusione

Questo referendum è un grido che viene dal basso. Dai cantieri, dai magazzini, dai silos, dalle impalcature. Viene da chi lavora nel silenzio e nel rischio. Il quarto quesito non è una questione tecnica, è una questione di umanità.

Io voterò SÌ, perché nessuno dovrebbe morire per lavorare.
Perché la vita non è un rischio d’impresa.
Perché la sicurezza non è un lusso.
Perché questo voto non è per altri: è per chi non c’è più.

Referendum 8–9 giugno: Perché voto SÌ al terzo quesito contro l’abuso del lavoro precario

Il lavoro dovrebbe essere il fondamento della Repubblica, come recita l’articolo 1 della nostra Costituzione. Ma da troppo tempo, dietro la parola “flessibilità” si nasconde una realtà brutale: milioni di persone costrette a vivere sospese, senza certezze, in attesa di un rinnovo, di una proroga, di un altro mese. Il terzo quesito del referendum dell’8 e 9 giugno parla proprio a loro, ai precari invisibili. Per questo, io voto SÌ. E invito tutti a fare altrettanto.

Cosa propone il terzo quesito?

Il quesito chiede l’abrogazione di una parte del Decreto Legislativo 81/2015, che consente oggi di stipulare contratti a tempo determinato senza indicare alcuna causale per un periodo fino a 12 mesi. In pratica, il datore di lavoro può assumere una persona con un contratto a termine senza dover spiegare perché non sia a tempo indeterminato.

Questa norma ha aperto la porta all’abuso sistematico del lavoro precario. Oggi il 16,5% dei lavoratori dipendenti ha un contratto a termine, spesso usato come strumento di ricatto: prendi quel che passa il convento, oppure avanti il prossimo.

Votare SÌ significa eliminare questa possibilità, ripristinando l’obbligo di giustificare le assunzioni a termine con esigenze specifiche e temporanee. In altre parole: rendere il precariato di nuovo l’eccezione, non la regola.

Perché voto SÌ?
1. Perché il lavoro non è un favore, ma un diritto

Assumere senza causale, senza un motivo legato all’organizzazione aziendale, significa trasformare il contratto a termine in uno strumento ordinario. Così facendo, si svuota di senso ogni logica di stabilità, si nega il futuro. Io voto SÌ per riportare coerenza tra le parole e i fatti.
2. Perché il precariato uccide la vita sociale

Essere precari significa non poter pianificare nulla: una casa, un figlio, un mutuo, una formazione. Significa vivere a rate, non solo nel portafoglio, ma anche nell’anima. Con il SÌ possiamo arginare questa spirale. Non si cancella il lavoro a termine, ma si costringe chi lo usa ad avere almeno una motivazione seria.
3. Perché la dignità non ha scadenza

Non si può vivere appesi a un foglio che scade ogni due o tre mesi. Non si può essere trattati come tappi da sostituire. Il contratto senza causale è uno strumento che disumanizza. Io voto SÌ perché ogni lavoratore merita rispetto, continuità, valore.
4. Perché si può fare impresa anche rispettando le persone

Non è vero che senza precariato l’impresa muore. L’Italia ha un tessuto produttivo fatto di aziende capaci, che innovano e competono anche senza sfruttare. Votare SÌ è un atto di fiducia in un’economia diversa, più giusta, dove il profitto non si costruisce sulla pelle dei più deboli.

Cosa succede se prevale il NO o non si raggiunge il quorum?

Se il quorum non viene raggiunto o se vincesse il NO, continuerà ad essere possibile assumere senza causale, con contratti a termine “mordi e fuggi”, che non costruiscono nulla. Si rafforzerà ancora di più un modello di mercato del lavoro basato sulla temporaneità e sulla debolezza contrattuale. In sintesi: si conferma la precarietà come norma.

Conclusione

Questo referendum è una chiamata al coraggio. È l’occasione per dire che non vogliamo più vivere in una società in cui il futuro è un lusso e la stabilità un’eccezione.
Io scelgo di votare SÌ al terzo quesito, perché credo che un Paese civile debba garantire certezze, non insicurezza, debba valorizzare il lavoro, non svilirlo.

L’8 e il 9 giugno, non votiamo per altri.
Votiamo per noi. Votiamo per chi lavora e non può più aspettare.

Referendum 8–9 giugno: Perché votare SÌ al secondo quesito sui licenziamenti nelle piccole imprese

L’8 e il 9 giugno siamo chiamati a decidere su cinque referendum che toccano temi fondamentali: il lavoro, la sicurezza, la cittadinanza. Il secondo quesito interviene su una norma che penalizza ingiustamente i lavoratori delle piccole imprese in caso di licenziamento illegittimo. Per questo io sostengo con convinzione il SÌ, perché si tratta di una battaglia di giustizia, equità e dignità.

Cosa prevede il secondo quesito?

Nelle aziende con meno di 16 dipendenti, oggi la legge prevede che, se un lavoratore viene licenziato senza giusta causa, abbia diritto a un’indennità fissa compresa tra 2,5 e 6 mensilità dell’ultima retribuzione. Questo significa che, anche se il licenziamento è riconosciuto come illegittimo, il datore di lavoro se la cava con una cifra bassa e predeterminata.

Il secondo quesito referendario propone di abrogare il limite massimo di questa indennità, lasciando al giudice il potere di decidere – caso per caso – un risarcimento più equo, tenendo conto dell’età, dell’anzianità, della condizione economica e della gravità dell’ingiustizia subita.

Perché votare SÌ?
1. Per affermare l’eguaglianza tra lavoratori
Oggi esistono due categorie di lavoratori: quelli delle grandi imprese, che possono ottenere una tutela più ampia, e quelli delle piccole, che vengono risarciti con il minimo. È una disparità inaccettabile. Votare SÌ significa affermare che tutti i lavoratori, indipendentemente dalle dimensioni dell’impresa, meritano le stesse tutele.
2. Per rafforzare la giustizia del lavoro
L’indennità fissa, oggi prevista, non tiene conto delle reali conseguenze che un licenziamento può avere su una persona. Con il SÌ, sarà un giudice a valutare la situazione e a determinare un risarcimento adeguato. Si passa da una “giustizia automatica” a una “giustizia personalizzata”.
3. Per tutelare i più vulnerabili
I lavoratori delle piccole imprese, spesso meno sindacalizzati e più esposti agli abusi, hanno oggi meno strumenti per difendersi. Votare SÌ è un atto di protezione verso chi è più debole e ha meno voce.
4. Per scoraggiare gli abusi
Un indennizzo proporzionato, deciso dal giudice, ha un effetto deterrente: riduce la tentazione di licenziare senza motivazione. Oggi, al contrario, le imprese sanno di poter “pagare poco” per licenziare anche senza giusta causa.

Cosa succede se prevale il NO o non si raggiunge il quorum?

Resterà in vigore l’attuale sistema, che consente alle imprese di licenziare anche senza ragione, pagando somme basse e predeterminate. I lavoratori delle piccole imprese continueranno a essere considerati lavoratori di serie B. Non ci sarà alcuna valutazione caso per caso, nessuna attenzione alla persona, nessuna giustizia concreta.

Conclusione

Il lavoro non è una concessione, è un diritto. E i diritti non si possono quantificare con due o tre mensilità standard, indipendentemente dalle storie personali. Questo referendum dà finalmente voce a chi oggi non ne ha.

Io voterò SÌ. Per restituire dignità, uguaglianza e giustizia a chi lavora.
Perché questo voto non è per altri: è per noi.
Per chi ha sempre dato tutto, anche in silenzio.
Per chi non ha più paura di chiedere giustizia.