Oggi torniamo a resistere. Non da sconfitti, ma da sopravvissuti. Da esseri umani che hanno scelto di non inginocchiarsi davanti alla macchina perfetta dell’oppressione. Da cittadini che non accettano l’indifferenza come destino, né la resa come alternativa. La lotta non è mai stata una moda o una nostalgica celebrazione del passato. È un respiro lungo, spesso silenzioso, ma sempre vivo. È ciò che ci tiene in piedi in tempi come questi, dove il diritto diventa privilegio e la dignità merce.
Il referendum non ha raggiunto il quorum, è vero. Ma chi si ferma alle cifre ignora la profondità di un moto che ha attraversato il Paese. Ha coinvolto milioni di coscienze. Ha aperto un varco nel silenzio mediatico, nel conformismo culturale, nella paura sistemica. Ci hanno detto che eravamo pochi. Ma siamo stati milioni. Milioni di persone che hanno deciso di non girarsi dall’altra parte, che hanno parlato di lavoro, di sicurezza, di cittadinanza, di giustizia.
Questo non è un fallimento. È l’inizio di una nuova fase.
È un’esortazione a trasformare quella spinta in organizzazione, quella rabbia in proposta, quella frustrazione in forza collettiva.
Viviamo in un’epoca in cui il neoliberismo, sotto mentite spoglie di competenza e progresso, ha smantellato i diritti conquistati in oltre un secolo di lotte.
Un’epoca in cui la guerra viene normalizzata, il dissenso represso, la povertà criminalizzata. In cui il padronato esulta, la stampa si fa megafono del potere e i governi approvano decreti che soffocano il dissenso e blindano le città con il manganello.
Tutto questo accade mentre, nel silenzio complice dell’Occidente, a Gaza e in Cisgiordania viene perpetrato un genocidio. Un massacro sistematico e documentato, frutto della convergenza tra potere sionista, suprematismo bianco, interessi militari e colonialismo economico.
Bambini, donne, anziani vengono annientati con la complicità tacita delle democrazie capitaliste. E chi osa parlare, viene accusato, censurato, isolato.
È questo il mondo che vogliamo lasciare ai nostri figli?
Un mondo dove si può morire sotto le bombe mentre l’Europa firma nuovi accordi commerciali con chi le sgancia?
Un mondo dove il profitto viene prima della vita e dove la democrazia è un fastidio da eliminare?
Dobbiamo avere il coraggio di rispondere: No.
Dobbiamo dire con forza che un altro mondo è necessario.
Un mondo che metta al centro le persone, non il capitale. La pace, non le armi. La giustizia sociale, non il privilegio di pochi.
E allora la battaglia non finisce qui.
Anzi, comincia adesso.
Dobbiamo darci uno strumento politico nuovo, ampio, democratico, radicale. Un fronte popolare per la giustizia e la pace, che raccolga l’eredità dei movimenti sociali, la dignità del lavoro, la rabbia dei giovani precari, la lucidità degli anziani resistenti.
Un fronte che non si limiti alla testimonianza, ma costruisca potere dal basso. Che dia voce ai senza voce. Che protegga la Costituzione dai suoi nemici, oggi seduti nei palazzi del potere.
I cinque quesiti referendari devono diventare parte viva di questa piattaforma. Ma non basta.
Dobbiamo affrontare la precarietà esistenziale, i salari da fame, la devastazione ambientale, il razzismo istituzionale, l’apartheid sociale che ci circonda.
Dobbiamo pretendere il diritto al voto per tutti, non il suo restringimento.
Perché stanno già preparando la prossima offensiva: impedire ai poveri di votare, rendere il suffragio un privilegio di classe, una funzione del censo.
I segnali sono chiari:
• attacchi continui al diritto di sciopero;
• censura nei media e nelle università;
• criminalizzazione delle ONG e delle reti solidali;
• trasformazione dei CPR in campi di detenzione etnica;
• campagne per il voto “intelligente”, cioè riservato a chi può dimostrare “merito” o “utilità economica”.
Tutto questo è già iniziato.
È il progetto della nuova reazione internazionale: un mondo blindato, selettivo, autoritario, dove la democrazia è solo di facciata.
Ma noi siamo ancora qui.
E non ci arrendiamo.
Siamo milioni.
Siamo consapevoli.
Siamo pronti a costruire.
Costruire una comunità politica che sappia sognare e agire. Che dica no alla guerra, no al neoliberismo, no al genocidio, e sì alla libertà, alla giustizia, alla solidarietà.
La storia non è finita.
Siamo noi a scriverla.
Con pazienza, con rabbia, con amore.
Per chi è caduto. Per chi lotta.
Per chi verrà dopo di noi.
Noi siamo la Resistenza.
E qui non si arrende nessuno.
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