Nel cuore della tempesta economica che si avvicina, il governo Meloni si aggrappa al PNRR come a un salvagente, ma intanto rema verso una direzione che rischia di affondare definitivamente l’economia reale italiana: quella dell’austerità rivisitata in salsa sovranista. Un paradosso che si traduce in una redistribuzione al contrario: tagli alla spesa pubblica per la sanità, l’istruzione, il lavoro e i servizi essenziali, mentre si spalancano le casse dello Stato per finanziare riarmo, rendita finanziaria e grandi gruppi industriali.
Senza PNRR: recessione garantita
Il recente Documento Programmatico di Finanza Pubblica (DPFP), approvato dal governo, fotografa con lucidità il futuro prossimo: senza la spinta degli investimenti europei del PNRR, l’Italia sarebbe già destinata alla recessione nel 2026. I 194 miliardi stanziati dall’Europa, da spendere teoricamente entro giugno 2026, rappresentano oltre 5 punti di PIL entro il 2031. Di questi, ben 1,3 punti percentuali di crescita sarebbero imputabili agli investimenti previsti solo per il 2026, a fronte di una stima complessiva di crescita del PIL pari allo 0,7%. In altre parole: senza il PNRR, il Paese non solo non crescerà, ma rischia un crollo.
Un dettaglio sfuggito ai più, ma ben presente nei documenti ufficiali, è che la quasi totalità degli investimenti non potrà essere spesa entro i termini fissati, e il governo lo sa. Per questo motivo, sono già in preparazione “veicoli” finanziari che permetteranno di vincolare le somme ora e spenderle solo dopo il 2026, ammesso che Bruxelles sia d’accordo. Un’operazione di maquillage contabile, che consente alla maggioranza di salvare la faccia e ai tecnocrati di Bruxelles di mantenere formalmente l’illusione della “disciplina fiscale”.
Ma se la spesa pubblica per investimenti è oggi l’unica leva che evita il collasso, perché il governo ha scelto, contemporaneamente, la via della stretta fiscale più dura dal 2011?
Austerità 2.0: il ritorno del peggio
Dal 2025 al 2028, il governo Meloni prevede un consolidamento fiscale da 130 miliardi di euro. Tradotto: lo Stato intende raccogliere tramite tasse e tagli circa 130 miliardi in più di quanto spenderà (interessi esclusi), sottraendo così linfa vitale all’economia reale. Non è un errore tecnico: è una precisa scelta ideologica, fatta nel nome dell’obbedienza al nuovo Patto di Stabilità europeo.
Il saldo primario – cioè la differenza tra entrate e uscite al netto degli interessi sul debito – è tornato positivo dallo 0,9% del PIL nel 2025 all’1,9% nel 2028. Ma questo non servirà a ridurre significativamente il debito pubblico. Storicamente, infatti, sottrarre risorse all’economia porta a un PIL stagnante o decrescente, facendo aumentare in proporzione il peso del debito. L’effetto è noto: crescita rallentata, meno occupazione, tagli lineari ai servizi e incremento delle disuguaglianze.
A guadagnarci sono le rendite, non i cittadini. Le politiche di avanzi primari drenano risorse dai lavoratori e dalle classi medie e popolari – attraverso tagli alla spesa sanitaria, scolastica, sociale – per riversarle nei portafogli degli investitori istituzionali, banche e fondi, molti dei quali nemmeno italiani. È una redistribuzione al contrario, camuffata da “responsabilità di bilancio”.
La sanità al palo, la scuola dimenticata, ma le armi volano
Nell’impianto del DPFP, le voci di spesa più sensibili socialmente – sanità, scuola, welfare – sono destinate a stagnare o a crescere meno del PIL. In particolare, la spesa sanitaria resta inchiodata sotto la media UE e OCSE, nonostante la pandemia abbia dimostrato con violenza la necessità di un servizio pubblico robusto. Gli stipendi pubblici vengono compressi, mentre le prestazioni sociali vengono tenute sotto controllo.
Ma c’è una voce che vola alta: la spesa militare.
Nel silenzio generale, il governo ha annunciato di voler portare le spese per la difesa dal 2 al 2,5% del PIL entro il 2028: un aumento di oltre 22 miliardi in tre anni, che diventeranno 12 miliardi strutturali. E non è finita: l’obiettivo NATO è il 3,5% del PIL entro il 2035, a cui si somma un altro 1,5% destinato alla “sicurezza”. In totale, si prospetta un futuro in cui un euro su cinque della spesa pubblica sarà assorbito da eserciti, armi e apparati di controllo.
Non si tratta solo di numeri: è un progetto di società. Una società in cui lo Stato si disimpegna dalla cura delle persone e investe invece nel controllo, nella repressione, nel riarmo. L’iniziativa pubblica viene così piegata a interessi geopolitici decisi altrove, mentre il cittadino italiano paga le tasse e riceve in cambio liste d’attesa in ospedale, classi sovraffollate e salari da fame.
L’élite incassa, il popolo paga
L’Italia ha già ridotto il rapporto debito/PIL di 20 punti in tre anni grazie alla crescita post-Covid e ai vincoli europei sospesi. Nonostante ciò, invece di consolidare quel risultato attraverso investimenti strutturali in coesione sociale e produttività, il governo ha scelto di assecondare i dogmi dell’austerità, con l’aggiunta tossica del riarmo.
È una scelta profondamente politica. E mentre i grandi gruppi finanziari e industriali – da Leonardo a Fincantieri, passando per le banche che finanziano il debito – vedono i loro profitti garantiti, i cittadini si trovano soli, impoveriti e sempre più insicuri. In nome della “stabilità”, si sta costruendo un Paese ingovernabile: senza prospettive per i giovani, senza tutele per i fragili, senza diritti effettivi per chi lavora e contribuisce.
Eppure, Giorgia Meloni nel 2019 gridava: “Basta austerità!”. Oggi, al governo, ha abbracciato con entusiasmo proprio quel modello fallimentare che diceva di combattere. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: meno scuola, meno sanità, meno welfare. Ma più F-35, più navi da guerra, più spese segrete per la “sicurezza”.
Non c’è bisogno di inventare complotti per descrivere ciò che sta accadendo. Basta leggere i documenti ufficiali del governo. E unirli, finalmente, a una lettura politica e sociale degna di questo nome.