Domenica davanti alle telecamere, Giorgia Meloni si abbandona ai ricordi d’infanzia e alle “pastarelle” con Mara Venier, mentre fuori scorrono le immagini insostenibili dei bombardamenti su Gaza. Sembra un set, uno di quei mondi artificiali dove la vita scorre ovattata e la realtà resta fuori, come nel film “La zona d’interesse”: dentro, la normalità rassicurante dei pranzi di famiglia; fuori, l’orrore che nessuno nomina davvero. Ma il lunedì arriva puntuale la doppia morale: sulle piazze d’Italia che manifestano per Gaza cala la mannaia della criminalizzazione, mentre il governo resta inchiodato ai diktat di Washington e Tel Aviv. Un Paese spaccato tra chi si ostina a restare umano e chi preferisce la retorica da commedia nera.
Tra set televisivi e carne viva: la rimozione come cifra del potere
Non c’è niente di più surreale – e allo stesso tempo emblematico – di quanto avvenuto lo scorso weekend. Giorgia Meloni, a poche ore dalla partenza per New York e l’Assemblea generale dell’ONU, si presenta a “Domenica In”, ospite di Mara Venier. Nessun confronto sulle stragi di Gaza, nessun accenno alle responsabilità internazionali dell’Italia, nessuna domanda sulle armi che partono dai porti italiani o sulla mancata presa di posizione per il riconoscimento della Palestina.
Al centro del racconto ci sono i pranzi della domenica, la “pasticceria di famiglia”, la nostalgia rassicurante della nonna.
Mentre fuori la carne viva di un popolo brucia sotto le bombe, la politica istituzionale inscena il suo teatro più squallido, preferendo il folklore privato al dovere pubblico.
Sembra davvero la retorica di “La zona d’interesse”, dove la casa borghese e il giardino in fiore diventano la zona cuscinetto per non vedere l’orrore che si consuma appena oltre il muro.
Lunedì, come sciacalli: la criminalizzazione delle piazze
E poi arriva il lunedì. Mentre centinaia di migliaia di persone hanno manifestato pacificamente in più di 80 città italiane per chiedere giustizia, fine del genocidio e riconoscimento della Palestina, il governo Meloni si butta sul primo pretesto per cambiare scena.
A Milano, una minoranza si rende protagonista di scontri – subito montati ad arte da media e politici di governo come prova della “barbarie” delle piazze solidali.
Così, la narrazione vira: via le immagini di Gaza, largo alle “scene indegne”, ai “sedicenti antifa”, ai “teppisti”, alle “azioni deliberate contro le forze dell’ordine”.
Meloni e i suoi ministri, da Salvini a Piantedosi, fanno a gara per chiedere nuove misure repressive, cauzioni preventive e condanne a reti unificate. Tutto per occultare il vero senso di quella mobilitazione: la richiesta di fermare la complicità italiana e rompere il muro di silenzio e rimozione.
Una regia da bassa lega, sotto dettatura atlantista
Il governo parafascista che oggi occupa Palazzo Chigi si conferma incapace di una visione autonoma: si allinea ai voleri degli alleati americani e israeliani, fa affari e si guarda bene dal prendere una posizione netta sui crimini di guerra di Netanyahu.
Mentre altri governi europei – dalla Spagna alla Norvegia, dalla Francia al Regno Unito – compiono passi (almeno simbolici) verso il riconoscimento della Palestina, l’Italia resta ferma, prigioniera di una linea che preferisce la rimozione e la commedia all’impegno e alla verità.
Il massimo che si riesce a produrre sono dichiarazioni indignate sulle piazze e una retorica stanca da “ordine pubblico”, come se il vero problema fosse il dissenso e non la tragedia storica che si consuma in Medio Oriente.
L’Italia migliore si ferma, il governo s’inventa nemici interni
Eppure, il 22 settembre, l’Italia vera – quella che non ha perso la propria coscienza civile – ha fermato fabbriche, scuole, porti e strade per uno sciopero generale lanciato dai portuali di Genova e sostenuto da movimenti come “Volere la luna”.
Decine di migliaia di persone in più di 80 città hanno chiesto lo stop immediato al genocidio, il riconoscimento della Palestina e la fine della complicità italiana nell’orrore.
Dal mondo politico, almeno dalle opposizioni, è arrivato il tentativo di non confondere la violenza di pochi con la protesta pacifica di molti.
Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni, hanno provato a riportare la discussione sui binari giusti: la vera indecenza non è la piazza, ma il silenzio del governo sui crimini di Netanyahu.
Dalla retorica domestica alla responsabilità internazionale: una narrazione da rovesciare
Il senso profondo di questo sciopero generale, e delle manifestazioni che l’hanno preceduto e seguito, sta nella rottura simbolica di una narrazione che preferisce la rassicurante retorica dei pranzi della nonna all’orrore che si consuma nel presente.
Meloni e la sua corte parlano di pasticcini e infanzie felici, ma fuori dai salotti TV la storia brucia, la carne viva di un popolo urla e chiede giustizia.
Come nel film “La zona d’interesse”, la distanza tra il teatro della rimozione e la realtà dello sterminio è la misura di un’intera stagione politica.
Questa Italia parafascista – che ignora la Costituzione, piega la sovranità agli interessi stranieri e svende la dignità nazionale – verrà ricordata per il suo silenzio, la sua complicità e la sua squallida messa in scena.
Le piazze italiane, invece, segnano ancora la strada della dignità e della resistenza civile.
Ed è da qui che, prima o poi, la storia presenterà il conto.
Fonti e approfondimenti:
• Volere la luna, “22 settembre: sciopero generale per Gaza”
• Reportage e dati sulle manifestazioni in Italia, settembre 2025
• Dichiarazioni pubbliche di Meloni, Piantedosi, Salvini, Schlein, Conte, Fratoianni, Bonelli, Sala, Renzi
• Approfondimenti e cronache dal mondo sui riconoscimenti internazionali della Palestina
• Analisi e commenti sulla retorica della rimozione (“La zona d’interesse”, Jonathan Glazer)