Se guardiamo i numeri senza ideologia, l’Italia di oggi ha deciso chi aiutare e chi no. E la scelta ricade sempre meno sui poveri. Il Rapporto 2025 di Caritas Italiana è chiarissimo: la riforma Meloni–Calderone ha sostituito un’impostazione universalistica (aiutare chi è povero in quanto tale) con una logica categoriale che premia solo alcuni nuclei (quelli con minori, anziani o disabili) e lascia fuori gli altri. È un unicum in Europa e, soprattutto, è un arretramento culturale: “assicurare a tutti i poveri una vita decente” smette di essere compito dello Stato. Non è un giudizio politico: è ciò che mostrano i dati e che la stessa Caritas definisce come “limitato interesse del governo per la lotta alla povertà”.
Il cuore della riforma: meno platea, meno efficacia
La differenza tra Reddito di cittadinanza (RdC) e Assegno di inclusione (ADI) non è solo nominale. Stando alle stime della Banca d’Italia riportate da Caritas, il RdC riduceva l’incidenza della povertà assoluta dall’8,9% al 7,5%. L’ADI, con la platea più stretta, arriva appena all’8,3%. Tradotto: con l’ADI più persone restano sotto la soglia di povertà. E non per caso, ma per design istituzionale.
Nord povero invisibile, Sud iper-rappresentato
La riforma riproduce e aggrava il disallineamento territoriale già noto con il RdC. Dati alla mano: al Sud risiede il 45% dei nuclei in povertà assoluta ma arriva il 68% dei benefici dell’ADI; nel Nord, dove si concentra il 41% delle famiglie povere, il sostegno si ferma al 15%. Il risultato è doppiamente distorsivo: crea “falsi negativi” (poveri esclusi) nelle aree a costo della vita più alto e “falsi positivi” altrove. Questo non è un inciampo tecnico: è il prodotto di soglie uniformi che ignorano differenze reali di prezzi e bisogni.
Gli stranieri pagano il conto più alto
Nel 2023 l’incidenza di povertà assoluta tra le famiglie con almeno uno straniero è stata del 30,4%, quasi cinque volte quella delle famiglie composte solo da italiani. Eppure l’accesso all’ADI continua a essere ostacolato da requisiti anagrafici e patrimoniali severi, con un effetto di esclusione strutturale che il passaggio da 10 a 5 anni di residenza non ha risolto. È un cortocircuito: più povertà, meno accesso allo strumento.
SFL, la “politica attiva” che non attiva
Il Supporto per la formazione e il lavoro (SFL) doveva essere la grande novità. In pratica, gli operatori lo definiscono “una scatola vuota”: pochi presi in carico, percorsi formativi scollegati dal mercato, inserimenti occupazionali quasi nulli. I numeri confermano la modestia della scala: al 30 giugno 2025 risultano circa 182 mila persone che hanno ricevuto almeno una mensilità SFL, a fronte di un fabbisogno ben più ampio e senza evidenze robuste di impatto occupazionale.
La coperta troppo corta (per scelta)
Nel 2025 le soglie dell’ADI sono state rialzate solo dell’8,3%, un adeguamento che non ha recuperato l’inflazione accumulata dal 2019. Significa che, in termini reali, il beneficio “compra” meno beni essenziali oggi rispetto a ieri. Quando si stringe la spesa sociale in questo modo, non si risparmia: si scarica il costo della povertà sulle famiglie, sui comuni e sul volontariato, come testimonia l’aumento di richieste alle Caritas diocesane.
Il confronto europeo: perché noi andiamo contromano
Nel 2023 l’UE ha raccomandato agli Stati membri di garantire redditi minimi adeguati e davvero accessibili, con standard comuni e strumenti integrati (dal sostegno al reddito ai servizi per casa, salute, lavoro). Italia ha scelto la strada opposta, restringendo l’accesso. Intanto la Spagna ha rivalutato l’Ingreso Mínimo Vital fino al 2025 con incrementi cumulati nell’ordine del 40% e oltre, e la Germania ha introdotto il Bürgergeld nel 2023 rendendo più generose e meno stigmatizzanti le regole di base, con meccanismi di aggiornamento che tengono conto dell’inflazione. Non stiamo parlando di regali: stiamo parlando di assicurare lo standard minimo di vita in un continente che si dice civile.
Il punto politico: la povertà non è un vizio privato
Dietro questa riforma c’è una narrazione: i poveri “giusti” sono quelli con figli, gli altri devono arrangiarsi. Chi lavora ma prende salari da fame viene rimandato a corsi e “politiche attive” che non portano lavoro. E intanto la forbice si apre: prezzi alti, affitti ingestibili, bollette che tornano a correre. Se lo Stato restringe le tutele proprio quando servono, la povertà diventa una condanna, non una condizione da cui uscire.
Cosa fare, subito
Primo: ripristinare l’universalismo selettivo, cioè una misura di reddito minimo accessibile a tutte le persone in povertà economica, con soglie e importi adeguati al costo della vita per area, come chiede la Caritas. Secondo: rivedere radicalmente l’SFL, legando i percorsi a domanda reale e filiere locali, e premiando non le ore di aula ma gli esiti occupazionali. Terzo: consentire la cumulabilità intelligente tra lavoro e beneficio per accompagnare l’uscita graduale dalla povertà senza “trappole della povertà”. Quarto: allineare l’Italia alla Raccomandazione UE con standard vincolanti su adeguatezza e accesso, e istituire équipe multidisciplinari che tengano insieme reddito, casa, salute e servizi sociali. Non è beneficenza: è politica economica di base, è coesione sociale, è Costituzione.
Non c’è nulla di inevitabile nell’aumento della povertà. È il risultato di scelte. Oggi l’Italia ha scelto di restringere. Domani può scegliere di allargare lo spazio dei diritti, restituendo ai poveri il minimo che spetta in un Paese che vuole chiamarsi civile.
Fonti essenziali e dati citati
– Caritas Italiana, Rapporto 2025 “Assegno di Inclusione: un primo bilancio” (analisi su riduzione platea, minore efficacia ADI, squilibri territoriali e criticità SFL).
– Banca d’Italia (stime riportate da Caritas): RdC 8,9→7,5% vs ADI 8,3% sull’incidenza di povertà assoluta.
– INPS, Osservatorio ADI/SFL (giugno–luglio 2025): 868 mila nuclei con almeno una mensilità ADI; 68% dei nuclei al Sud; 181.942 beneficiari SFL.
– ISTAT, povertà 2023: 8,4% famiglie e 9,7% individui in povertà assoluta; incidenza 30,4% tra le famiglie con almeno uno straniero.
– Consiglio dell’UE, Raccomandazione 2023 su reddito minimo adeguato.
– Confronto europeo: Spagna (IMV rivalutato), Germania (Bürgergeld 2023 con regole più generose e aggiornamento ai prezzi).