C’è un tratto che emerge con sempre maggiore nitidezza nell’azione del governo Meloni: l’allergia congenita verso ogni forma di dissenso democratico. Un rigetto quasi viscerale di tutto ciò che non si allinea, che non acclama, che non rientra nel recinto del consenso. È come se per questo esecutivo la libertà di espressione fosse tollerabile solo quando inneggia al potere, mai quando lo mette in discussione.
Chi manifesta per i diritti, chi denuncia la guerra, chi si schiera con i popoli oppressi viene puntualmente criminalizzato, deriso o ignorato. È accaduto di nuovo, in modo plateale e vergognoso, con la Global Sumud Flotilla: un gruppo di attivisti pacifisti internazionali, tra cui anche italiani, salpato per portare aiuto e solidarietà alla popolazione assediata di Gaza. Navi civili, bandiere della pace, nessuna arma, nessuna minaccia. Eppure, sono stati bloccati in acque internazionali dalla marina israeliana in un’azione di pirateria di Stato, con sequestro e arresto illegittimo dei partecipanti, in violazione del diritto marittimo internazionale.
Di fronte a un simile atto, che avrebbe dovuto suscitare un’immediata reazione diplomatica, il governo italiano ha scelto il silenzio. Nessuna condanna, nessuna richiesta formale di chiarimenti, nessuna delegazione ad accogliere chi tornava dopo giorni di detenzione illegale. Solo un imbarazzato mutismo, rotto dalle parole fuori luogo del ministro degli Esteri Antonio Tajani, secondo cui “le regole si possono infrangere fino a un certo punto” – una frase che, detta di fronte a una violazione della legalità internazionale, suona come una beffa. A completare il quadro, le invettive della premier Giorgia Meloni, che con il consueto fervore ideologico ha bollato gli attivisti come provocatori. Come se la solidarietà, la pace, la dignità umana fossero diventate un reato politico.
La verità è che questo governo non sopporta le piazze, se non quelle che lo esaltano. Ama solo le manifestazioni dove sventolano bandiere tricolori con le braccia tese nel saluto romano, non quelle dove si difende la Palestina o si chiede giustizia sociale. Non sopporta chi rompe la narrazione tossica della “civiltà occidentale” che bombarda in nome della democrazia, chi denuncia lo sfruttamento, la miseria, la fame prodotta dalle guerre dei potenti.
Ma se la repressione del dissenso è ormai la cifra di Palazzo Chigi, l’ipocrisia ne è la maschera. Da un lato, i pacifisti vengono bollati come eversivi; dall’altro, il governo non esita a spalancare le porte e stendere tappeti rossi a personaggi ben più discutibili. È il caso del generale libico Al Masri, coinvolto in crimini di guerra e in episodi di violenza e stupro, accolto in Italia con onori di Stato, come fosse un capo legittimo e rispettabile. O quello di Chico Forti, condannato per omicidio negli Stati Uniti, trasferito nelle carceri italiane e salutato all’arrivo come un eroe nazionale, con tanto di accoglienza istituzionale e retorica patriottica.
Due pesi e due misure: il perdono e la gloria per chi serve la narrazione governativa, il disprezzo e la criminalizzazione per chi osa sfidarla.
Eppure, il vuoto morale della politica non genera solo disillusione. Talvolta, produce resistenza. È ciò che sta accadendo oggi con il movimento globale per Gaza, che sta assumendo contorni sempre più ampi e potenzialmente dirompenti. Un movimento apartitico, trasversale, intergenerazionale, che nasce dal basso e che, paradossalmente, si alimenta proprio del cinismo e della crudeltà con cui l’Occidente sta gestendo il genocidio palestinese.
Dai cortei in Europa alle piazze del Maghreb, dai campus americani fino all’Asia meridionale, si alza una voce comune: quella di una generazione che non accetta più la menzogna sistemica del potere. In Italia, come altrove, a trainare la protesta sono soprattutto i giovani, gli stessi che dopo i Fridays for Future e Ultima Generazione hanno trovato un nuovo terreno di lotta: la denuncia dell’ingiustizia globale, dell’ipocrisia dei governi, della violenza istituzionalizzata.
È un’onda che ricorda i movimenti altermondialisti di Seattle e Genova, le Primavere arabe, Occupy Wall Street. Ma con una differenza decisiva: oggi la consapevolezza è più profonda, la sfiducia verso i partiti più radicata, e la rabbia più lucida.
La bandiera palestinese, in questo contesto, è diventata qualcosa di più di un simbolo politico: è il vessillo di una dignità universale, di una rivolta morale contro un sistema economico e mediatico che arricchisce pochi e calpesta molti. È l’emblema di un risveglio che non riguarda solo il Medio Oriente, ma l’intera umanità: la rivolta dei senza voce contro la complicità istituzionale e l’indifferenza dell’opinione pubblica.
Intorno a questa lotta, si stanno coagolando energie nuove: studenti, lavoratori precari, migranti, attivisti ecologisti, artisti, ricercatori. Tutti uniti dal rifiuto del cinismo dominante, di quella miseria materiale e spirituale che viene spacciata per progresso. E mentre le élite politiche si mostrano sempre più incapaci di comprendere la portata di ciò che accade, questo movimento, cresciuto silenziosamente negli ultimi due anni, sta gettando le basi per una nuova forma di coscienza collettiva.
Non ha leader né partiti, ma ha una visione: la volontà di costruire dal basso un linguaggio politico nuovo, fondato su giustizia, equità, redistribuzione e cura del pianeta. Non è un’utopia, ma una necessità storica. Perché ogni sistema repressivo genera, prima o poi, la sua controspinta vitale.
Siamo di fronte a un bivio cruciale: da un lato, un governo che mostra ogni giorno di più la sua natura repressiva, selettiva, inumana; dall’altro, una nuova coscienza che, pur ancora fragile, inizia a farsi strada con la forza della solidarietà e della verità.
La storia insegna che i poteri che negano la libertà finiscono per essere travolti da essa. E che i semi della resistenza, anche se calpestati, prima o poi germogliano.
Questa è la sfida che ci attende. E che merita di essere raccolta.