Negli ultimi anni, soprattutto con la destra al governo, assistiamo a una mutazione inquietante del linguaggio e della pratica politica. Da una parte, una sistematica criminalizzazione del dissenso; dall’altra, una strumentalizzazione della Costituzione a seconda della convenienza del momento. A legare questi due fenomeni è una strategia ormai collaudata: il vittimismo aggressivo.
Chi detiene il potere si presenta come vittima. Chi dissente viene descritto come un seminatore d’odio. Così, i ruoli si invertono: chi esercita diritti costituzionali viene trattato come un nemico, mentre chi governa si autoassolve da ogni responsabilità, accusando l’opposizione di creare “climi pericolosi”.
Il paradosso: dalla difesa della libertà alla repressione del dissenso
Quando era all’opposizione, la destra italiana si ergeva a paladina dei diritti civili, della libertà d’espressione, della sovranità popolare. Brandiva la Costituzione come una clava, rivendicava l’articolo 21 sul diritto di parola e l’articolo 1 sulla sovranità popolare. Oggi, quegli stessi diritti, se esercitati da attivisti, artisti o giuristi indipendenti HO dell’opposizione, vengono trattati come minacce alla sicurezza nazionale.
Il paradosso si fa grottesco quando chi un tempo invocava la libertà di opinione come valore assoluto, oggi nega la legittimità della critica politica. I diritti diventano selettivi: applicabili solo a chi li usa per difendere lo status quo, mai a chi li rivendica per denunciare le ingiustizie.
Dalla retorica al manganello giudiziario e mediatico
Oggi basta una denuncia contro l’invio di armi a Israele, un richiamo alla legalità internazionale, una manifestazione pacifica, perché si venga bollati come “cattivi maestri”, “istigatori d’odio”, “nemici dello Stato”. È l’ennesima conferma di un modello comunicativo tipico dei regimi: diffamare chi dissente, screditare chi informa, isolare chi denuncia.
La narrazione dominante non distingue più tra critica e sovversione. La parola “odio” viene usata come etichetta per delegittimare qualsiasi voce fuori dal coro. E chi osa contestare, viene accusato di alimentare tensioni sociali, come se fosse il responsabile dei mali che cerca di denunciare.
Fatti che smentiscono la propaganda
A fronte di questa retorica rovesciata, i dati raccontano una realtà ben diversa. Il 14 giugno 2025, in Minnesota, la deputata democratica Melissa Hortman e suo marito sono stati assassinati nella loro abitazione. Poche ore dopo, anche il senatore John Hoffman e sua moglie sono stati gravemente feriti. L’attentatore, Vance Luther Boelter, 57 anni, è stato trovato in possesso di un manifesto con i nomi di quasi settanta politici democratici, sostenitori del diritto all’aborto e attivisti progressisti.
Solo pochi mesi dopo, il 10 settembre 2025, Charlie Kirk — noto esponente del movimento MAGA e fondatore di Turning Point USA — è stato ucciso durante un intervento pubblico in Utah. L’assassino, Tyler James Robinson, è stato arrestato e accusato di omicidio aggravato. È un caso tragico, speculare a quello di Hortman, che dimostra quanto la violenza politica possa colpire anche a destra.
Ma attenzione: proprio questo episodio offre una chiave di lettura preziosa. Se la sinistra ha condannato apertamente l’omicidio di Kirk, senza ambiguità, la destra ha spesso fatto l’opposto in casi simili, sfruttando la violenza subita per alimentare odio e repressione. La differenza sta nella coerenza. E nella responsabilità.
Lezione dalla storia: dalla propaganda fascista al maccartismo
Questo meccanismo non è nuovo. Nel fascismo italiano degli anni Venti e Trenta, le “squadracce fasciste” terrorizzavano, picchiavano, uccidevano, sindacalisti e socialisti, mentre il regime si proclamava “difensore dell’ordine”. Negli Stati Uniti, negli anni Cinquanta, il maccartismo perseguitò intellettuali e artisti con il pretesto della “lotta al comunismo”. In entrambi i casi, lo schema era lo stesso: costruire il nemico interno, alimentare la paura, accusare chi critica di minare la stabilità nazionale.
Oggi, in forma aggiornata, quel modello si ripete. I governi, anche democratici, si autodefiniscono come baluardi della libertà, ma poi agiscono da autorità illiberali. E l’uso selettivo della Costituzione è parte integrante di questa torsione: diventa una bandiera da sventolare quando serve, e da nascondere quando intralcia.
Il volto dell’autoritarismo contemporaneo
Non si tratta di mere contraddizioni. È una torsione autoritaria che si sta normalizzando. La Costituzione viene invocata solo a difesa dei “nostri”. Il diritto internazionale viene trattato come un fastidio. Le critiche a Israele diventano “antisemitismo”. Le inchieste sulle complicità italiane nel genocidio palestinese diventano “attacchi alla patria”.
Nel frattempo, si moltiplicano le misure contro la libertà d’espressione, il potere giudiziario viene attaccato, le manifestazioni pacifiche vengono represse, e l’informazione indipendente messa sotto tiro. Tutto in nome di una presunta sicurezza, che in realtà serve a difendere solo il potere costituito.
Una nuova resistenza civile è possibile
Oggi più che mai, serve una resistenza democratica che rifiuti questa ipocrisia. Difendere la Costituzione non significa citarla quando fa comodo, ma applicarla sempre. Denunciare i crimini di guerra, rifiutare l’invio di armi, firmare appelli contro l’apartheid o partecipare a manifestazioni non è “odio”, ma cittadinanza attiva.
Chi governa e si finge vittima, mentre reprime diritti, insulta chi dissente e costruisce un nemico interno, sta minando la democrazia. Difendere il diritto alla parola, alla critica, alla giustizia non è solo un dovere politico. È un obbligo morale.
E non esistono cattivi maestri quando si insegnano libertà e dignità.