Dalle Spider ai Siluri: declino e retorica del “Made in Italy” nell’industria automobilistica

Non si può amare ciò che si abbandona. Eppure, questo amore per l’Italia tanto decantato da John Elkann e dalla dinastia Agnelli – il mito della grande borghesia torinese che per decenni ha tenuto in pugno l’industria nazionale – suona sempre più come una favola stanca, ripetuta per sedare le coscienze mentre il presente mostra ben altri scenari: desertificazione industriale, perdita di know-how, delocalizzazioni produttive e un’idea inquietante che si fa largo tra le pieghe del capitalismo bellico.

Il cuore della questione è tutto qui: la crisi dell’automotive italiano non è solo congiunturale. È una crisi strutturale, di visione, di volontà politica e industriale. È il riflesso di una parabola discendente iniziata da tempo, accelerata dalle scelte delle grandi famiglie del potere economico e oggi legittimata dalla complicità di governi deboli, quando non apertamente subordinati.

L’illusione della riconversione verde

In un mondo che corre verso la transizione ecologica, il settore dell’auto – specialmente quello delle vetture elettriche – dovrebbe essere il motore di una rinascita. Ma in Italia questa transizione è rimasta impigliata in promesse mancate e piani industriali evanescenti. Elkann, nell’ultima audizione parlamentare, ha ribadito che «vedrete cosa faremo dal 2026 con i due miliardi di investimenti». Promesse, appunto. Ma intanto la gigafactory di Termoli, fiore all’occhiello annunciato per l’era elettrica, è evaporata: costi troppo alti, poca competitività rispetto a Spagna e Francia, dove lo Stato ha messo mano al portafogli. In Italia no. Qui si celebrano gli “annunci”, ma si finanziano le armi.

L’ombra lunga del riarmo

Il sospetto – fondato – che aleggia nei palazzi e nei sindacati è quello di una riconversione bellica dell’industria automobilistica. Lo scenario non è più fantascientifico: la partnership tra Iveco (gruppo Exor, quindi Agnelli) e Leonardo per la produzione di carri armati è realtà. Mentre l’Europa imbocca la strada del riarmo, con Ursula von der Leyen pronta a destinare 800 miliardi al comparto militare, l’industria dell’auto cerca rifugio sotto l’ala protettiva della difesa. E poco importa se questo tradisce completamente le premesse ecologiche o le promesse occupazionali.

Lo stesso Elkann si affretta a dire che «il futuro dell’auto non è nell’industria bellica», ma aggiunge subito dopo che «dipende da dove l’Europa deciderà di investire». Un messaggio chiaro, anzi chiarissimo: la direzione la danno i soldi pubblici, e la moralità industriale è una variabile secondaria.

Il ruolo ambiguo del governo Meloni

Davanti a tutto questo, il governo italiano si dichiara “soddisfatto”. Il ministro Urso fa spallucce. Palazzo Chigi preferisce non disturbare il manovratore. Si lascia fare. Anzi, si elogia il garbo e la discrezione di Elkann, «mica come quel portoghese Tavares», CEO di Stellantis, che almeno ha avuto il coraggio di dire le cose come stanno: l’Italia non è un Paese competitivo per fare industria. E se anche lo fosse, nessuno si preoccupa più di mantenere qui la produzione.

L’unica voce nella maggioranza che si solleva è quella della Lega, per calcolo elettorale. Le opposizioni denunciano ma non incidono. I sindacati dei metalmeccanici – tutti, dalla Fiom alla Fim – manifestano insofferenza. Ma la realtà è che senza una visione condivisa e senza strumenti reali, anche il conflitto rischia di restare solo verbale.

Dalla grande fabbrica alla grande illusione

Il punto più drammatico della crisi non è neppure economico, ma culturale. L’Italia era il Paese delle utilitarie per tutti, delle linee disegnate da Pininfarina, dei marchi iconici, dei collaudatori e dei progettisti di Mirafiori. Oggi è un laboratorio di smantellamento in cui si parla di “orgoglio italiano” mentre si delocalizza in silenzio e si preparano linee di montaggio per mezzi blindati, anziché per city car.

L’amore per l’Italia non si misura a parole, ma nei fatti. E i fatti dicono che Stellantis è una multinazionale che risponde alle logiche della Borsa, non a quelle della coesione nazionale. Che Termoli è un progetto fallito e che l’occupazione nel settore auto sta crollando. Che ci stiamo attrezzando per costruire siluri invece di spider.

La fine di un ciclo e la sfida della reindustrializzazione

Siamo alla fine di un ciclo. Se non si interviene ora, l’Italia uscirà definitivamente dal novero dei Paesi con una filiera automobilistica rilevante. L’alternativa è chiara: o si costruisce una politica industriale seria, capace di scommettere sulla transizione ecologica, sull’innovazione, sul lavoro, o si accetta di essere retrovia logistica del riarmo europeo.

Serve una visione pubblica forte, un’alleanza tra Stato, imprese e lavoro che punti su sostenibilità, competenze, redistribuzione e autonomia strategica. Non basta più inseguire i colossi. Serve immaginare il futuro e avere il coraggio di difenderlo dalle tentazioni belliche e dagli interessi privati che parlano italiano ma pensano in dollari.

Il governo delle disuguaglianze: il prezzo della propaganda sulla pelle dei più poveri

C’è una costante nel governo Meloni: ogni sua scelta economica finisce per aumentare le disuguaglianze. L’ultimo report dell’Istat sul 2024 è la certificazione numerica di quello che era evidente già da tempo: le politiche dell’esecutivo non solo non hanno ridotto la povertà, ma l’hanno aggravata, facendo crescere il divario tra ricchi e poveri. Il mantra della destra, il “taglio delle tasse”, si è rivelato un trucco ben congegnato per premiare chi sta meglio e penalizzare chi già faticava a sopravvivere.

La distruzione del Reddito di cittadinanza: un massacro sociale

Il provvedimento più devastante è stato senza dubbio la cancellazione del Reddito di cittadinanza, sostituito dall’Assegno di inclusione (Adi), misura molto più ristretta e meno generosa. Il risultato? 850 mila famiglie sono rimaste senza alcun sostegno economico. Di queste, tre quarti hanno perso tutto per colpa dei criteri più rigidi dell’Adi, mentre il restante quarto ha visto il proprio assegno decurtato. Il danno medio? 2.600 euro in meno all’anno per chi ha perso il Reddito.

Il Reddito di cittadinanza, nel suo momento di picco, sosteneva 1,4 milioni di famiglie. Con l’Assegno di inclusione, questa platea si è ridotta a meno della metà. Non solo: chi è stato classificato come “occupabile” è stato del tutto abbandonato, con la vaga promessa di corsi di formazione finanziati da un “supporto” di 350 euro al mese (che solo nel 2025 diventeranno 500). Ma anche qui i numeri parlano chiaro: solo il 10% degli esclusi dal Reddito ha recuperato parte della perdita grazie a questi corsi. Il resto è stato condannato a un’esistenza di precarietà e miseria.

Un’Italia più diseguale: lo dicono i numeri

La politica economica del governo ha inciso pesantemente sul livello di disuguaglianza. L’indice di Gini, che misura la disparità di reddito, è peggiorato: dal 30,25% al 30,40%. Può sembrare un dato piccolo, ma in un Paese già segnato da livelli di povertà record, ogni aumento è una condanna. L’Italia conta 5,7 milioni di poveri assoluti, un numero che nel 2024 è cresciuto soprattutto tra chi lavora, segno che avere un impiego non significa più essere al riparo dalla povertà.

Se analizziamo nel dettaglio le scelte del governo, l’effetto netto è devastante:

• Il passaggio dal Reddito di cittadinanza all’Assegno di inclusione ha peggiorato l’indice Gini di 0,22 punti.

• La riforma dell’Irpef e la decontribuzione per i redditi sotto i 35 mila euro hanno migliorato le disuguaglianze di appena 0,05 punti.

• Il bonus una tantum per i lavoratori dipendenti ha avuto un impatto ridicolo: appena 0,02 punti.

Risultato complessivo? Un peggioramento netto di 0,15 punti. Un’operazione chirurgica al contrario: tolto ai poveri, regalato ai ricchi.

Chi guadagna e chi perde: la verità dietro il fumo

Se sommiamo gli effetti combinati delle misure economiche del 2024 – abolizione del Reddito, introduzione dell’Adi, riforma Irpef, decontribuzione e bonus una tantum – emerge un quadro chiarissimo:

• Chi è povero e ha tratto beneficio dalle misure ha guadagnato in media 339 euro l’anno (+1,6%), mentre chi è ricco ne ha guadagnati 560 (+0,7%).

• Chi è povero e ha subito un danno ha perso in media 2.500 euro (-23,2%), mentre i ricchi hanno perso appena 339 euro (-0,5%).

In termini percentuali, la forbice è esplosa. E il dato più inquietante è che il 93,4% delle famiglie più ricche ha avuto un vantaggio, mentre appena il 46,7% delle famiglie più povere ha ottenuto un beneficio, con il 17,4% che è stato pesantemente penalizzato. Il risultato non è casuale, ma il frutto di precise scelte politiche.

Il bluff del taglio delle tasse: un favore ai più ricchi

Il governo Meloni ha spinto molto sulla narrazione del taglio delle tasse sul lavoro. Ma chi ha realmente beneficiato?

• Per il quinto più ricco della popolazione, il beneficio medio è stato di 866 euro (+0,9%).

• Per il quinto più povero, il vantaggio è stato di appena 284 euro (+1,4%).

E non è finita qui: 300 mila famiglie si sono trovate con una perdita netta di reddito nonostante gli sconti fiscali. Questo perché, a causa dell’aumento del reddito imponibile derivante dalla decontribuzione, molti lavoratori hanno perso il bonus 100 euro in busta paga. Per alcune fasce di reddito, la perdita è stata superiore al guadagno, causando un effetto paradossale: con il taglio delle tasse, alcuni ci hanno rimesso!

A tutto questo si aggiunge il Bonus mamme, pensato per incentivare la natalità, che in realtà ha favorito solo le lavoratrici con redditi più alti. Lo sconto contributivo medio è stato di 1.000 euro all’anno per 750 mila donne, ma chi guadagna più di 35 mila euro ha ricevuto un beneficio medio di 1.800 euro, mentre chi guadagna meno ha ottenuto molto meno.

La solita propaganda, il solito scaricabarile

Di fronte a questi dati schiaccianti, il governo ha offerto una sola reazione: il negazionismo. La viceministra al Lavoro Teresa Bellucci (FdI) si è limitata a dire che potrebbe esserci stata una “errata valutazione del dato stesso” da parte dell’Istat. In altre parole, quando la realtà smentisce la propaganda, si cerca di screditare i numeri.

Ma i numeri non mentono. A mentire, invece, sono quelli che per due anni hanno raccontato agli italiani di voler “aiutare chi lavora”, per poi punire proprio chi ha meno. Il governo Meloni ha fatto scelte di classe: ha smantellato le tutele per i più poveri, ha regalato soldi a chi già ne aveva, ha fatto crollare il potere d’acquisto di chi vive di stipendio.

L’Italia del 2024 è più ingiusta, più diseguale e più povera. E la colpa ha un nome e un cognome.

Favole e Propaganda: Il Gol Fantasma della Destra sulla Pelle dei Lavoratori

La narrativa della destra: un’illusione ben confezionata

C’è una favola che la destra italiana ama raccontare: l’abolizione del Reddito di cittadinanza (RdC) avrebbe miracolosamente rimesso in moto il mercato del lavoro, spingendo oltre un milione di persone a trovare un’occupazione. È una storia semplice, di quelle che fanno presa su un certo tipo di opinione pubblica: c’era una volta un esercito di fannulloni adagiati sui divani, parassiti di uno Stato troppo generoso. Poi arrivò il governo Meloni, che con un atto di coraggio li costrinse a rimettersi in gioco, portandoli finalmente a lavorare.

Peccato che questa favola sia smentita dai numeri. Il programma Garanzia occupabilità lavoratori (Gol), da cui provengono i dati sui nuovi occupati, non è farina del sacco del governo Meloni, ma nasce sotto l’esecutivo Conte 2 e viene perfezionato nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr). Inoltre, non ha nulla a che vedere con l’abolizione del Reddito di cittadinanza. Anzi, se il RdC fosse ancora in vigore, i numeri dell’occupazione sarebbero stati persino più alti, poiché più disoccupati avrebbero avuto l’obbligo di iscriversi al programma.

In sostanza, il governo attuale si è trovato tra le mani un meccanismo già funzionante e se ne è intestato i meriti. La realtà è ben diversa da come viene dipinta: il presunto successo è frutto di una distorsione narrativa, utile solo alla propaganda.

I numeri reali: il Gol della propaganda

Se analizziamo i dati diffusi da Fratelli d’Italia, emergono due verità inconfutabili.

1. Il programma Gol non è una creazione del governo Meloni, ma un progetto ereditato.

Il merito di aver ideato e finanziato questo strumento va all’esecutivo Conte 2, che lo ha concepito per favorire l’occupazione e l’inclusione lavorativa dei disoccupati. L’attuale governo non ha fatto altro che utilizzarlo e appropriarsene per fini propagandistici.

2. Il milione di persone che ha trovato lavoro non è il risultato della cancellazione del RdC.

Di questi nuovi occupati, il 66% aveva già competenze sufficienti per essere ricollocato e proveniva da una condizione di disoccupazione temporanea. Solo una piccola parte (14,4%) apparteneva alla fascia più vulnerabile, cioè persone con problemi di esclusione sociale e forti difficoltà a reinserirsi nel mondo del lavoro.

Insomma, il cosiddetto “successo” riguarda per lo più persone che sarebbero rientrate nel mercato del lavoro anche senza l’intervento del governo Meloni. E i numeri sul tipo di contratti firmati raccontano un’altra scomoda verità: solo il 37,9% ha ottenuto un contratto a tempo indeterminato, mentre il resto si è accontentato di forme di impiego precarie o temporanee.

Il vero impatto dell’abolizione del Reddito di cittadinanza

La cancellazione del Reddito di cittadinanza ha avuto un effetto diametralmente opposto a quello sbandierato dalla propaganda di governo. Il Gol avrebbe potuto avere risultati ancora più rilevanti se il RdC fosse rimasto, perché avrebbe obbligato una platea più ampia di disoccupati ad aderire al programma.

Invece, il nuovo sistema – con l’Assegno di inclusione (Adi) e il Supporto formazione lavoro (Sfl) – ha ridotto la platea degli iscritti, lasciando scoperti molti ex percettori del RdC, che si sono trovati senza alcun sostegno e senza possibilità di formazione. Questo ha portato a un aumento della povertà, come certificato da diverse analisi indipendenti. Ma di questo il governo evita di parlare, preferendo la narrazione trionfalistica.

Favole contro realtà: la strategia comunicativa della destra

La costruzione di una realtà alternativa è una strategia collaudata della politica conservatrice. Funziona su un meccanismo semplice: si prende un fenomeno complesso, lo si semplifica in una narrazione emotiva e si sposta l’attenzione su un colpevole designato (in questo caso, il Reddito di cittadinanza e i suoi beneficiari). Poi si sostituisce il problema reale (la precarietà del mercato del lavoro) con una soluzione apparente (l’abolizione di un sussidio).

Ma la realtà è testarda. I numeri ci dicono che la riforma del governo Meloni non ha creato nuovo lavoro, non ha migliorato le condizioni di chi è più fragile e ha, invece, peggiorato la situazione per migliaia di famiglie che oggi si trovano senza reddito e senza prospettive.

Conclusioni: chi vince e chi perde

Il vero Gol, se vogliamo usare la metafora calcistica, non è stato segnato dal governo Meloni, ma da chi ha costruito il programma Gol anni fa. E il governo attuale, con il suo racconto distorto, ha segnato un autogol, almeno per chi legge i numeri con attenzione.

Chi vince con questa operazione propagandistica? La destra, che può raccontare un successo inesistente e rafforzare la sua narrazione anti-assistenzialista.

Chi perde? Le persone più fragili, i lavoratori precari e i disoccupati che avrebbero potuto beneficiare di un sistema più inclusivo. E, alla fine, perde anche la verità. Ma questa, nel gioco della politica, sembra interessare sempre meno.

Morti sul lavoro: un’emergenza nazionale che il governo ignora

Andare a lavorare la mattina e non tornare più a casa la sera. Questo è il dramma che sempre più lavoratori e lavoratrici stanno vivendo in Italia, in un Paese in cui la sicurezza sul lavoro sembra essere diventata un optional e non una priorità politica. I dati diffusi dall’Inail su gennaio 2025 sono allarmanti: mentre il numero complessivo di infortuni è leggermente diminuito (-1,2%), i decessi sono aumentati del 36,4% rispetto allo stesso mese del 2024. Un dato che non può essere ignorato e che denuncia una crisi strutturale della sicurezza nei luoghi di lavoro.

La strage silenziosa: numeri e vittime

Le denunce di infortunio mortale sul posto di lavoro sono passate da 33 a 45 in un solo mese, mentre gli incidenti mortali in itinere (nel tragitto casa-lavoro) sono aumentati del 16,7%. Dietro questi numeri ci sono storie di persone che avevano sogni, famiglie, progetti di vita: come il giovane operaio di 27 anni folgorato in un’azienda agraria a Agna, in provincia di Padova, o l’imprenditore di 30 anni schiacciato da un muletto a Termini Imerese, in Sicilia. Ogni giorno le cronache riportano casi simili, eppure il dibattito politico resta concentrato su altro.

Perché si muore di lavoro nel 2025?

Le cause delle morti sul lavoro sono molteplici, ma riconducibili a tre fattori principali:

1. Mancanza di sicurezza – Molte aziende non rispettano le norme, riducono le spese per la formazione e trascurano l’aggiornamento delle attrezzature.

2. Precarietà e sfruttamento – Lavoratori e lavoratrici sottopagati, spesso senza contratto stabile, costretti ad accettare condizioni rischiose pur di non perdere il posto.

3. Controlli insufficienti – Gli ispettorati del lavoro hanno personale ridotto, sanzioni inadeguate e strumenti inefficaci per prevenire gli incidenti.

Il risultato è che si continua a morire. Non per fatalità, ma per precise responsabilità.

Salari bassi, contratti precari: lavorare (e morire) per pochi euro

La tragedia delle morti sul lavoro è strettamente legata alla questione salariale. In Italia, milioni di persone vivono con stipendi da fame, costrette a turni massacranti per sopravvivere. Il fenomeno dei working poor, i lavoratori poveri, è in costante crescita: persone che lavorano otto o più ore al giorno, ma non riescono a sostenere una vita dignitosa. Chi guadagna troppo poco non può permettersi di rifiutare straordinari non pagati, di pretendere dispositivi di sicurezza adeguati o di denunciare condizioni pericolose.

Un governo assente e un’emergenza ignorata

Di fronte a questa strage continua, il governo cosa sta facendo? Le risposte sono poche e insoddisfacenti. Si parla di sicurezza sul lavoro solo quando avvengono tragedie e poi tutto cade nel dimenticatoio. Il sistema di controlli è inadeguato, le sanzioni per le imprese irresponsabili sono ridicole, e la precarietà continua a essere incentivata da politiche che non tutelano i lavoratori.

Non è possibile che nel 2025 si debba ancora morire di lavoro. Servono più ispettori, più controlli, più investimenti nella sicurezza. Servono salari dignitosi e una cultura del lavoro che non metta il profitto davanti alla vita delle persone.

Un appello ai lavoratori e alle lavoratrici

Non possiamo accettare che questa situazione continui. Chi lavora ha diritto a tornare a casa sano e salvo, senza dover temere di diventare un numero in un bollettino di morte. La lotta per la sicurezza e la dignità del lavoro deve essere una battaglia di tutti, perché riguarda il presente e il futuro del Paese.

La politica ha il dovere di intervenire, ma è solo con la mobilitazione collettiva che possiamo imporre un vero cambiamento. Non restiamo in silenzio: pretendiamo sicurezza, salari giusti e rispetto per la vita di chi lavora.

L’Europa della Von der Leyen: meno welfare, più guerra, autodistruzione garantita

L’Unione Europea si prepara a un salto nel baratro. La proposta di Ursula von der Leyen di destinare 800 miliardi di euro al riarmo, sottraendoli al Next Generation EU, rappresenta un colpo durissimo per i cittadini europei. Questi fondi, inizialmente destinati alla ripresa economica post-pandemia, sarebbero dovuti servire per rafforzare sanità, istruzione, lavoro e transizione ecologica. Invece, Bruxelles ha deciso di deviarli verso l’industria bellica, accelerando la militarizzazione del continente. Il risultato? Meno welfare, più guerra, più instabilità.

Ma c’è una contraddizione enorme dietro questa scelta: mentre l’Europa si lancia in una corsa agli armamenti senza precedenti, gli Stati Uniti si stanno progressivamente ritirando dal teatro europeo. Washington, che fino a ieri non solo ha sostenuto l’Ucraina ma è stata artefice sin dall’inizio di questo disastro,, ora presenta il conto a Kiev e riduce il proprio coinvolgimento diretto nel conflitto, come ha sempre fatto. La priorità per gli USA non è più la Russia, ma la Cina, e l’Europa si ritrova da sola in una guerra che non può vincere, schiacciata dai costi economici e sociali di una strategia autodistruttiva.

L’Europa a guida NATO: senza una politica estera, senza un destino

L’Unione Europea è nata con l’idea di garantire pace e cooperazione tra i popoli. Oggi, invece, si sta trasformando in una macchina da guerra priva di una strategia autonoma, totalmente subordinata agli interessi atlantici. Ma c’è un punto fondamentale che l’UE sembra ignorare: la Russia è Europa.

Non possiamo parlare di un progetto europeo senza considerare la Russia come parte integrante del nostro stesso continente, pur condannandola “nell’operazione militare speciale”. La storia, la cultura, l’economia e l’energia che arrivano dalla Russia sono legate a doppio filo all’Europa occidentale. Alimentare il conflitto con Mosca significa combattere contro una parte di noi stessi, spaccare il continente e renderlo ancora più vulnerabile alle mire di potenze esterne.

Chi oggi spinge per una guerra con la Russia sta scegliendo la strada dell’autodistruzione, trasformando l’Europa in un campo di battaglia al servizio di interessi che non sono i nostri. Non esiste alcuna logica politica dietro questa escalation, solo la miopia di un’élite europea incapace di costruire una visione strategica autonoma.

Il tradimento del Next Generation EU: l’Europa contro i suoi cittadini

Quando venne lanciato il Next Generation EU, ci dissero che avrebbe permesso la ripresa dell’economia europea, la creazione di posti di lavoro e il rafforzamento del welfare. Oggi, scopriamo che era solo un’illusione: gli stessi fondi che dovevano costruire il futuro dei cittadini europei verranno usati per finanziare l’industria bellica.

Questa scelta è una condanna per milioni di europei. Vuol dire:
• Meno investimenti nella sanità pubblica, che già oggi è in crisi dopo anni di tagli e privatizzazioni.
• Meno risorse per il lavoro e i giovani, che in molti paesi europei sono ancora schiacciati dalla precarietà.
• Meno fondi per la transizione ecologica, che resta una promessa vuota mentre l’Europa si prepara alla guerra.

L’Europa sta abbandonando la sua gente per diventare un’enorme macchina da guerra, ma senza politiche sociali, senza coesione interna, senza una vera identità politica comune, questa UE non ha futuro.

Chi applaude la guerra e chi si oppone

Di fronte a questa deriva bellicista, c’è chi non solo la sostiene, ma la esalta come l’unica strada possibile. Tra questi, personaggi come Michele Serra, impegnato a promuovere una manifestazione a favore di questa Europa militarizzata e prona ai diktat di Washington.

Si tratta di un’operazione propagandistica che cerca di convincere l’opinione pubblica che la corsa agli armamenti e lo scontro con la Russia siano inevitabili, quando in realtà sono il risultato di precise scelte politiche delle élite europee.

Ma l’Europa non è solo quella delle banche, delle industrie belliche e dei burocrati senza volto. Esiste un’altra Europa, fatta di cittadini, lavoratori, studenti, forze sociali e politiche che rifiutano questa deriva. È necessario costruire un fronte di resistenza a questa follia, un’alternativa concreta a un’Unione Europea che sta tradendo la sua stessa promessa di pace e cooperazione.

Se vogliamo fermare questa corsa verso l’abisso, il 15 marzo dobbiamo organizzare una risposta politica e sociale forte, una vera contro-mobilitazione avverso chi ci vuole trascinare in una guerra senza senso. Il tempo di rimanere in silenzio è finito. L’Europa può avere un futuro solo se sceglie la pace, non se si consegna ai signori della guerra.

Sanità e Patrimoniale: L’Italia Affonda tra Tagli e Privilegi

L’Italia sta vivendo un paradosso spaventoso: mentre la sanità pubblica viene affossata da tagli e inefficienze, lo Stato continua a proteggere i grandi patrimoni e le rendite finanziarie. Il governo, che dovrebbe essere il garante del benessere collettivo, sembra invece impegnato in una perversa redistribuzione delle risorse, favorendo le élite economiche e sacrificando i cittadini comuni.

Da un lato, assistiamo al progressivo smantellamento del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), con fondi ridotti al minimo storico degli ultimi 17 anni e un sistema ormai incapace di rispondere alle esigenze di chi ne ha più bisogno. Dall’altro, si continua a negare con ostinazione l’introduzione di una patrimoniale sulle grandi ricchezze, preferendo far ricadere il peso della crisi economica sulle spalle di lavoratori e pensionati.

Questa è l’Italia di oggi: un paese che non trova risorse per garantire cure tempestive a chi sta male, ma che riesce a stanziare miliardi per aumentare la spesa militare. Un’Italia in cui un’insegnante siciliana deve attendere otto mesi per ricevere il referto del suo esame istologico, mentre il governo negozia nuove spese per la Difesa fino a 25 miliardi , volendo portare nei prossimi anni dagli attuali 32 miliardi di euro a 57 miliardi, €. Un’Italia in cui le liste d’attesa si allungano e i cittadini sono costretti a curarsi a pagamento, perché il pubblico non risponde più.

Ma il dramma sanitario è solo un tassello di un problema più grande: la volontà politica di mantenere inalterato un sistema fiscale profondamente ingiusto, in cui i più ricchi continuano a essere protetti e privilegiati. La patrimoniale, che potrebbe garantire le risorse necessarie per salvare il SSN e finanziare altri servizi essenziali, viene costantemente respinta con argomentazioni pretestuose e ideologiche. E mentre la ricchezza si concentra sempre di più nelle mani di pochi, il resto del paese sprofonda in una crisi senza via d’uscita.

Sanità Pubblica: Un Sistema al Collasso

La sanità italiana è in una crisi senza precedenti. Ogni giorno emergono storie drammatiche di pazienti costretti ad aspettare mesi per un esame diagnostico, di ospedali in condizioni fatiscenti, di personale medico e infermieristico allo stremo. Il caso dell’insegnante siciliana, che ha ricevuto il referto del suo tumore con un ritardo di otto mesi, non è un’eccezione, ma la regola. La carenza di personale, le attese interminabili e la mancanza di fondi stanno trasformando il diritto alla salute in un privilegio per chi può permettersi la sanità privata.

I numeri parlano chiaro. Il governo Meloni ha riportato gli investimenti sanitari in rapporto al PIL ai minimi dal 2007. I fondi previsti dal PNRR per la sanità sono stati tagliati o destinati a progetti che non affrontano i problemi strutturali del sistema. I decreti sulle liste d’attesa, annunciati in pompa magna a ridosso delle elezioni europee, sono rimasti lettera morta. E mentre i cittadini lottano per ottenere cure dignitose, il governo continua a non sbloccare i tetti alle assunzioni, lasciando gli ospedali in condizioni critiche.

Il messaggio è chiaro: la sanità pubblica non è più una priorità. E quando uno Stato smette di garantire il diritto alla salute, significa che ha smesso di occuparsi del benessere dei suoi cittadini.

Spese Militari: Un Banchetto Indecente

A fronte dei tagli alla sanità, il governo non mostra invece alcuna esitazione quando si tratta di aumentare le spese militari. Nel 2023, l’Italia ha già superato il 1,5% del PIL in investimenti per la Difesa, con una crescita esponenziale destinata a raggiungere i 32 miliardi nei prossimi anni, fino a raggiungere il 2,5%, ovvero i 57 miliardi di euro . La corsa al riarmo è diventata una priorità assoluta, mentre le vere emergenze del paese vengono ignorate.

Ma di quale sicurezza stiamo parlando? Che senso ha spendere miliardi in armamenti quando i cittadini non possono nemmeno ottenere un’ecografia in tempi ragionevoli? La sicurezza di una nazione non si misura solo in carri armati e missili, ma nella capacità di garantire ai suoi cittadini un’esistenza dignitosa. Eppure, il governo sembra aver completamente perso di vista questa realtà, preferendo inchinarsi alle pressioni delle lobby delle armi e degli interessi internazionali.

Siamo davanti a una follia politica ed economica. Da un lato, ci raccontano che non ci sono soldi per aumentare gli stipendi di medici e infermieri o per ridurre le liste d’attesa. Dall’altro, firmano assegni miliardari per acquistare nuovi caccia F-35 e navi da guerra. È un insulto ai milioni di italiani che ogni giorno si confrontano con un sistema sanitario al collasso. È un tradimento dei principi fondamentali su cui dovrebbe basarsi uno Stato moderno e democratico.

La Farsa della Lotta alle Disuguaglianze

Oltre alla sanità, c’è un altro tema che evidenzia l’ipocrisia di chi ci governa: il sistema fiscale. Mentre il paese affonda nelle disuguaglianze, i governi – soprattutto quello attuale – si rifiutano ostinatamente di toccare le grandi rendite finanziarie e i patrimoni milionari. L’idea di una patrimoniale viene liquidata come un’eresia, mentre si continua a spremere i lavoratori dipendenti e le piccole imprese con un carico fiscale insostenibile.

I numeri sono impietosi. Secondo Reuters, il 7% più ricco della popolazione italiana paga proporzionalmente meno tasse rispetto ai cittadini a basso e medio reddito. L’evasione fiscale sfiora i 90 miliardi di euro annui, eppure le misure per contrastarla restano blande e inefficaci. Nel frattempo, il governo ha introdotto nuovi regimi di favore per i super-ricchi stranieri, permettendo loro di pagare una flat tax ridicola rispetto ai loro reali guadagni.

L’idea di una patrimoniale progressiva, che colpirebbe solo i patrimoni superiori ai 500.000 euro con aliquote modeste e proporzionali, viene respinta con la solita retorica della “fuga dei capitali”. Eppure, in molti paesi europei, imposte simili sono già realtà e non hanno portato al collasso economico. Al contrario, hanno permesso di finanziare servizi pubblici essenziali e di ridurre le disuguaglianze.

Una Scelta Politica, Non Tecnica

La verità è che il rifiuto di una patrimoniale non è una questione tecnica, ma politica. Si è scelto consapevolmente di proteggere i grandi patrimoni, lasciando che la crisi venga pagata da chi ha meno. Si è deciso di non investire nella sanità pubblica, perché si vuole spingere i cittadini verso la sanità privata. Si è scelto di aumentare la spesa militare, perché si preferisce investire nelle guerre anziché nel benessere delle persone.

Queste non sono scelte inevitabili, ma precise decisioni politiche che rispecchiano un’ideologia ben definita: quella che premia i privilegiati e scarica il peso della crisi sui più deboli.

La Colpa di Essere Poveri: Il Darwinismo Sociale che Uccide la Dignità

C’è un veleno che scorre silenzioso nelle vene della nostra società: l’idea che chi è povero se lo meriti, che chi soffre per i tagli alla sanità, per l’impossibilità di far studiare i figli o per la difficoltà di arrivare a fine mese sia, in fondo, responsabile della propria condizione. È una mentalità radicata, alimentata da decenni di retorica neoliberista, che trasforma le disuguaglianze sociali in un presunto ordine naturale delle cose.

Si tratta di un vero e proprio darwinismo sociale, un principio non scritto ma diffusissimo, secondo cui la società sarebbe una giungla in cui sopravvive solo il più forte, il più ricco, il più competitivo. Gli altri? Sono destinati a soccombere. Non è un caso che i governi degli ultimi anni abbiano agito come se la sanità pubblica fosse un lusso anziché un diritto, come se la scuola pubblica fosse un costo anziché un investimento. La logica è chiara: se non puoi permetterti cure private, scuole private, una casa in una città dove gli affitti sono alle stelle, allora sei fuori dal gioco.

Questa visione crudele ha conseguenze devastanti. Significa accettare senza battere ciglio che un bambino nato in una famiglia povera avrà meno opportunità di un coetaneo più abbiente. Significa ritenere normale che una persona malata debba attendere mesi per una diagnosi, rischiando di morire nel frattempo. Significa giustificare lo smantellamento dello stato sociale con la scusa che “non ci sono soldi”, mentre si trovano miliardi per le spese militari o per le agevolazioni fiscali ai più ricchi.

Ma la verità è un’altra: non è chi è povero a essere colpevole, è il sistema a essere profondamente ingiusto. La povertà non è il risultato di scelte individuali sbagliate, ma di decisioni politiche precise, di una società che ha scelto di premiare la ricchezza e di punire la fragilità.

Eppure, la narrazione dominante continua a ripetere che la colpa è dell’individuo: se sei povero, è perché non hai studiato abbastanza, perché non hai lavorato abbastanza, perché non hai rischiato abbastanza. È una menzogna, utile solo a mantenere lo status quo. In un paese giusto, la sanità pubblica dovrebbe essere un diritto garantito per tutti, la scuola un ascensore sociale reale, il lavoro un mezzo per vivere dignitosamente, non una condanna alla precarietà.

Il problema, dunque, non è la mancanza di risorse. È la mancanza di volontà politica di redistribuirle equamente. Perché chi sta in cima alla piramide sociale ha tutto l’interesse a far credere che la sofferenza dei più deboli sia inevitabile. Ma non lo è. E spetta a noi smascherare questa menzogna e pretendere un sistema che metta la dignità umana al centro, non il profitto di pochi.

Conclusione: Serve un Risveglio Collettivo

L’Italia non può più permettersi di restare in silenzio davanti a questa deriva. Dobbiamo alzare la voce e pretendere un cambiamento radicale. La sanità pubblica deve essere salvata e finanziata adeguatamente. Le risorse devono essere recuperate tassando in modo equo i grandi patrimoni e le rendite finanziarie, non spremendo ulteriormente lavoratori e pensionati.

E soprattutto, dobbiamo dire basta a questa follia della corsa al riarmo. L’Italia non ha bisogno di più armi, ma di più ospedali. Non ha bisogno di carri armati, ma di medici e infermieri pagati dignitosamente.

È ora di ribaltare il tavolo e di pretendere giustizia sociale. Se non lo facciamo ora, domani potrebbe essere troppo tardi.

Tagliare il Welfare per le Armi: La Follia di uno Stato che Gioca con le Vite dei Più Deboli

La decisione di portare la spesa militare italiana al 2,5% del PIL rappresenta un’operazione sconsiderata, priva di una logica strategica e profondamente ingiusta. Si parla di un incremento di 25 miliardi di euro all’anno, che si aggiungeranno ai 32 miliardi di euro portando la spesa totale a 57 miliardi di euro, ,  una cifra mostruosa che non verrà trovata con una patrimoniale, ovvero facendo contribuire chi ha di più, ma tagliando il welfare, ossia colpendo chi ha di meno. È una scelta che non solo dimostra la totale insensibilità sociale del governo Meloni, ma anche la sua totale assenza di visione per il futuro del Paese.

Dalla guerra ai poveri alle armi per la guerra

Non è un caso che il governo abbia smantellato il Reddito di Cittadinanza, condannando centinaia di migliaia di persone alla miseria. Non si è dichiarata guerra alla povertà, ma ai poveri. Ora, per trovare i fondi necessari a riempire gli arsenali, si colpiranno ancora di più i cittadini più fragili, riducendo le risorse per disabili, disoccupati e famiglie in difficoltà. Siamo davanti a una follia pura, un vero e proprio scempio sociale che inverte completamente le priorità di uno Stato: invece di proteggere chi è in difficoltà, lo si abbandona per finanziare un riarmo insensato.

Basti pensare che 25 miliardi all’anno equivalgono quasi all’intero budget destinato al welfare familiare (27 miliardi nel 2023), una volta e mezza i fondi per la disoccupazione (19 miliardi) e poco meno della spesa per l’inclusione sociale (29 miliardi). Senza dimenticare che i soldi stanziati per i disabili nel 2023 ammontavano a 35 miliardi: ora, invece di aumentare questo budget per garantire maggiore dignità a chi ne ha bisogno, si decide di sottrarre fondi per acquistare armi.

Tagliare i servizi essenziali per comprare armi inutili

Le motivazioni di questa corsa al riarmo sono deboli e pretestuose. Si giustifica l’aumento delle spese militari con la necessità di “contenere la minaccia russa”, ma le cifre diffuse per supportare questa tesi sono false, come dimostrato da Carlo Cottarelli. La verità è che questi miliardi non serviranno a difendere il Paese, ma solo a ingrassare le multinazionali delle armi, in gran parte americane.

A peggiorare la situazione è il fatto che l’aumento della spesa militare non produrrà alcun beneficio economico per l’Italia. L’agenzia di rating Standard & Poor’s ha chiarito che per ogni euro investito nell’industria degli armamenti, il Fisco ne recupererà solo 40-50 centesimi. Significa che questa scelta non avrà nemmeno un ritorno economico significativo per il Paese. Anzi, peggiorerà la situazione finanziaria generale, aumentando il deficit pubblico dal 3,6% al 4,8% del PIL.

Una patrimoniale? Neanche a parlarne

Se davvero il governo ritenesse indispensabile aumentare la spesa militare, esisterebbero modi più equi per reperire i fondi. Una patrimoniale, ad esempio, sarebbe la soluzione più logica: chi possiede di più dovrebbe contribuire di più. Ma questo governo non osa nemmeno nominare l’idea, perché significherebbe toccare gli interessi dei più ricchi. Meglio tagliare i servizi essenziali per i cittadini, meglio sacrificare i più fragili piuttosto che chiedere un contributo a chi può permetterselo.

Riempire gli arsenali per svuotarli in guerra?

Il generale Carmine Masiello, capo di Stato maggiore dell’Esercito, ha dichiarato che serve una “decisa svolta nel procurement militare”, ovvero una corsa agli armamenti senza precedenti. Il piano prevede anche un aumento degli effettivi dell’Esercito di oltre 40.000 unità, portandolo a una dimensione senza precedenti. Ma per farne cosa? Nessuno lo dice chiaramente.

E qui sorge un altro interrogativo inquietante: una volta acquistate tutte queste armi, che ne sarà? La storia ci insegna che gli arsenali pieni prima o poi si svuotano. E come si svuotano? Con la guerra.

Conclusione: Un Paese in cui le persone contano meno dei fucili

In una nazione in cui milioni di persone faticano ad arrivare alla fine del mese, dove il welfare è già ridotto all’osso e i servizi essenziali arrancano, la decisione di investire miliardi in armamenti è un atto irresponsabile e criminale. Si sta scegliendo di affamare i cittadini per ingrassare le industrie belliche.

Il governo Meloni ha mostrato con chiarezza dove stanno le sue priorità: non nelle persone, non nella giustizia sociale, non in un futuro sostenibile, ma nella guerra e negli interessi di pochi. Un Paese che rinuncia a proteggere i suoi cittadini per finanziare la guerra è un Paese destinato a un futuro buio.

Istat: salari da fame, altro che 9 euro l’ora – La scelta politica di un’Italia a basso costo

L’ultima rilevazione dell’Istat conferma ciò che molti lavoratori sperimentano ogni giorno sulla propria pelle: in Italia, il salario minimo non solo non esiste, ma milioni di persone guadagnano cifre indegne. Altro che 9 euro l’ora: nel 2022, ben 1,3 milioni di lavoratori italiani percepivano meno di 7,83 euro l’ora. Un dato che, peraltro, è ampiamente sottostimato, poiché non include il settore agricolo, tra i più esposti alla piaga dei bassi salari.

L’inflazione ha fatto il resto, erodendo quel poco che gli stipendi avevano guadagnato nominalmente. La soglia di bassa retribuzione viene calcolata come i due terzi del salario orario mediano, che nel 2022 era di 11,47 euro l’ora. Se prendiamo questo parametro, il 6,2% dei lavoratori italiani è sotto la soglia di povertà salariale, ma il dato cresce ulteriormente se si analizzano le categorie più vulnerabili: le donne (6,7%), i giovani sotto i 30 anni (11,3%), gli apprendisti (25,6%), i lavoratori del Sud (10,3%) e chi ha contratti a tempo determinato (10,7%). Se poi si considerano i contratti brevi, ad esempio quelli di un solo mese, la percentuale di chi guadagna meno di 7,83 euro sale al 15,5%.

Ma il problema non è solo la bassa retribuzione. Il report Istat mette in luce un aspetto ancora più allarmante: la precarietà strutturale del mercato del lavoro italiano. Solo il 31,8% delle posizioni lavorative sono a tempo pieno e stabili per tutto l’anno. Tra le donne, questa percentuale scende al 22,6%, mentre in una regione come la Calabria la quota di donne con un impiego a tempo pieno e continuativo è appena del 12,6%. La conseguenza è che milioni di lavoratori non solo guadagnano poco, ma lavorano anche in modo intermittente, rendendo impossibile costruire una stabilità economica e sociale.

Una scelta politica, non un caso

Di fronte a questi numeri, parlare di “immobilismo” del governo sarebbe riduttivo, se non addirittura fuorviante. Il mancato intervento sul salario minimo non è frutto della disattenzione, ma di una precisa scelta politica. Non tutelare i lavoratori, non redistribuire equamente la ricchezza prodotta, significa mantenere alti i profitti delle imprese e garantire dividendi sempre più elevati agli azionisti delle grandi aziende. Inoltre, il rinnovo dei contratti nazionali è impantanato in trattative sterili che tendono sempre al ribasso.

Questa non è una teoria, ma una realtà confermata dai dati economici. Secondo Bankitalia, nel 2023 gli utili delle imprese italiane hanno continuato a crescere, raggiungendo livelli record. Il Centro Studi di Confindustria ha segnalato che, nonostante l’aumento dei prezzi e le difficoltà economiche per le famiglie, i margini di profitto delle imprese sono rimasti invariati o addirittura migliorati in molti settori. La stessa Istat ha certificato che la quota dei salari sul PIL in Italia è in costante calo dagli anni ’90, mentre la quota destinata ai profitti è in continua crescita.

Il governo Meloni ha deciso di bocciare la proposta di un salario minimo legale a 9 euro l’ora avanzata dalle opposizioni nel 2023, senza neppure cercare un’alternativa valida. Anche il governo Draghi, pur discutendo la possibilità di una soglia minima salariale sulla spinta dell’Unione Europea, alla fine ha preferito non procedere. Ma non si tratta di una questione tecnica o di equilibri di governo: la mancata approvazione di una misura di tutela salariale è la diretta conseguenza di una strategia economica che considera il costo del lavoro una variabile da comprimere per favorire la competitività delle imprese.

Quella della competitività è un falso alibi per contenere i salari dei lavoratori: nella realtà, è solo un artificio propagandistico per aumentare a dismisura i profitti e i dividendi azionari. Il modello economico perseguito dai governi italiani negli ultimi decenni è chiaro: ridurre il costo del lavoro per attirare investimenti e aumentare i margini aziendali, senza preoccuparsi delle conseguenze sociali.

Ma c’è un altro aspetto fondamentale che spesso viene sottovalutato: salari bassi significano automaticamente pensioni basse. Non solo, quindi, lavoratori poveri, ma anche pensionati ancora più poveri. E mentre il governo propone pensioni integrative private come soluzione, rimane senza risposta una domanda essenziale: come potrebbero lavoratori già sottopagati accantonare ulteriori risorse per garantirsi una pensione dignitosa?

Un modello economico insostenibile

L’Italia, di fatto, ha scelto un modello economico basato sul lavoro a basso costo. Questo modello non solo alimenta le disuguaglianze sociali, ma compromette anche la crescita del Paese nel lungo periodo. Se i lavoratori guadagnano poco, i consumi restano bassi, la domanda interna si indebolisce e l’economia si arena. È un circolo vizioso che favorisce solo le grandi imprese esportatrici, lasciando milioni di famiglie a lottare per arrivare a fine mese.

A livello europeo, l’Italia è uno dei pochi Paesi senza un salario minimo per legge. In Germania, la soglia è stata recentemente portata a 12,41 euro l’ora, in Francia è di 11,65 euro, mentre in Spagna si attesta intorno ai 9 euro. Solo in Italia si continua a difendere il sistema dei contratti collettivi come unica garanzia per i lavoratori, ignorando che milioni di persone, di fatto, restano esclusi da qualsiasi forma di tutela salariale.

Un Paese per pochi, non per tutti

Se si analizza la direzione della politica economica italiana, il quadro è chiaro: l’obiettivo non è garantire un’esistenza dignitosa a chi lavora, ma assicurare che una ristretta élite continui a beneficiare di un sistema costruito su ineguaglianze crescenti. Non è un caso che, mentre i salari restano bassi, la pressione fiscale sulle imprese venga ridotta e si continui a parlare di flat tax, una misura che favorisce chi già guadagna di più.

L’assenza di un salario minimo è solo un tassello di un disegno più ampio, in cui lo Stato abdica al suo ruolo di regolatore del mercato e lascia che siano le leggi della competizione selvaggia a decidere chi può permettersi una vita dignitosa e chi no. Ma la dignità non è una variabile di mercato. E il lavoro non può essere trattato come una merce qualsiasi, il cui prezzo può essere abbassato a piacimento per massimizzare i profitti di pochi.

Non si tratta di chiedere l’impossibile. Si tratta di pretendere che il lavoro torni ad essere sinonimo di diritti, sicurezza e possibilità di costruirsi un futuro. Perché un Paese che sfrutta il lavoro e condanna milioni di persone alla precarietà è un Paese senza futuro.

Come Lottare Contro l’Università Neoliberista? Una Critica e una Prospettiva di Lotta

Il dibattito sulla trasformazione dell’università italiana è tornato prepotentemente al centro della discussione pubblica. La riforma Bernini e i tagli al Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) hanno innescato una mobilitazione che sta coinvolgendo docenti, ricercatori e studenti. Tuttavia, come sottolineato da Gianni Del Panta nel suo articolo per Jacobin, limitarsi alla critica del sottofinanziamento e della precarizzazione rischia di rafforzare, piuttosto che scardinare, il modello neoliberista dell’università. Questo testo si propone di approfondire la questione, individuando le radici del problema e delineando una strategia di lotta che vada oltre la semplice richiesta di più risorse e stabilizzazioni.

L’Università come Apparato Ideologico dello Stato

Uno degli aspetti più interessanti della riflessione di Del Panta riguarda il ruolo dell’università all’interno dello Stato neoliberista. Seguendo la teoria dello Stato integrale di Antonio Gramsci, l’università non è un semplice luogo di formazione e ricerca, ma un apparato ideologico fondamentale per la riproduzione dell’egemonia della classe dominante. Se da un lato la società politica esercita la coercizione (tramite forze di polizia, esercito, magistratura), la società civile legittima il dominio attraverso istituzioni come scuola, università, media e partiti politici. In questo senso, l’università è uno strumento attraverso cui il sapere viene filtrato, selezionato e indirizzato per consolidare i rapporti di forza esistenti.

Questa chiave di lettura ci impone una domanda cruciale: può un’università più finanziata e con un minor tasso di precarizzazione essere radicalmente diversa da quella attuale? La risposta è no, se non si interviene sui meccanismi strutturali che regolano la produzione e la trasmissione del sapere. Più fondi e più stabilità contrattuale sono certamente richieste legittime, ma non intaccano il problema di fondo: la funzione dell’università come dispositivo di disciplinamento sociale ed economico.

L’Illusione del Rifinanziamento Senza Riforma Strutturale

Uno degli errori del dibattito sulla riforma dell’università è credere che il semplice aumento dei fondi possa risolvere il problema. Questo approccio ignora che il neoliberismo non si caratterizza solo per il sottofinanziamento delle istituzioni pubbliche, ma anche per la loro trasformazione in organismi funzionali alle logiche di mercato. L’università attuale è un’istituzione sempre più aziendalizzata, in cui il valore del sapere è subordinato alla sua spendibilità economica e alla capacità di attrarre investimenti privati.

I meccanismi di valutazione della ricerca, il precariato strutturale, la competizione tra atenei per ottenere finanziamenti e l’ingresso massiccio di capitali privati sono tutti elementi che modellano un’università sempre più distante da un luogo di formazione critica e sempre più simile a un’industria della conoscenza. In questo contesto, il rischio è che un rifinanziamento dell’università senza un ripensamento strutturale non faccia altro che consolidare il modello esistente, rendendolo più efficiente senza modificarne la natura.

Una Nuova Università è Possibile? Il Ruolo degli Studenti nella Lotta

Del Panta evidenzia come il vero potenziale di mobilitazione non risieda tanto negli accademici strutturati, quanto negli studenti e nei ricercatori precari. Gli strutturati, infatti, pur subendo le conseguenze del neoliberismo accademico, ne sono anche in parte beneficiari. Il loro ruolo all’interno del sistema li rende difficilmente mobilitabili su posizioni radicali. Diversamente, gli studenti e i precari sono i soggetti che più di tutti pagano il prezzo di questa trasformazione e che hanno un interesse diretto nel mettere in discussione il modello esistente.

Ma su quali basi può nascere un’alleanza tra il movimento studentesco e i precari della ricerca? Alcuni temi chiave emergono con forza nel dibattito attuale:

1. Diritto allo studio e diritto all’abitare – Il caro-affitti e la carenza di alloggi universitari sono problemi che colpiscono direttamente gli studenti e che si legano alle più ampie dinamiche di privatizzazione e mercificazione dell’istruzione superiore.

2. Precarizzazione del lavoro accademico – La lotta contro il precariato non può essere solo una battaglia per la stabilizzazione dei singoli lavoratori, ma deve diventare parte di una critica complessiva al modello neoliberista dell’università.

3. Militarizzazione dell’università e ricerca per fini bellici – In un contesto di crescente investimento nelle tecnologie dual use (civili e militari), è fondamentale interrogarsi sul ruolo dell’università nella produzione di sapere funzionale all’industria della guerra.

4. Modelli alternativi di governance accademica – La gestione universitaria deve essere ripensata in una logica di partecipazione democratica, sottraendo le decisioni strategiche alle sole logiche di mercato e alle dinamiche competitive tra atenei.

Quale Strategia per il Futuro?

Se il modello neoliberista dell’università non può essere scardinato con semplici richieste di rifinanziamento, allora è necessario costruire una strategia di lungo periodo che punti a un cambiamento radicale. Alcune linee d’azione possibili includono:

• Mobilitazioni su scala nazionale e internazionale – Le esperienze recenti in Argentina e Serbia dimostrano che movimenti studenteschi di massa possono effettivamente mettere sotto pressione i governi e imporre cambiamenti concreti.

• Creazione di spazi autonomi di formazione e ricerca – Laboratori autogestiti, università popolari e reti di ricerca indipendenti possono rappresentare un’alternativa concreta all’attuale modello accademico.

• Contestazione dei meccanismi di valutazione e finanziamento – Il sistema di premialità basato su parametri quantitativi deve essere sostituito da un modello che valorizzi la qualità della ricerca e la sua funzione sociale.

• Intersezione con altri movimenti sociali – Le lotte per il diritto alla casa, il reddito di base e la giustizia climatica sono strettamente legate alla trasformazione dell’università e possono creare alleanze strategiche per un cambiamento più ampio.

Conclusione: Ripensare l’Università per una Società Diversa

L’università neoliberista non è un’anomalia, ma un tassello di un modello di società basato sulla competizione, la precarietà e la subordinazione del sapere alle esigenze del mercato. Pensare di migliorarla senza metterne in discussione le fondamenta significa accettare passivamente il suo ruolo all’interno del sistema esistente. La sfida, quindi, è molto più ambiziosa: costruire un’università diversa per una società diversa. Questo richiede una lotta politica ampia, capace di superare le rivendicazioni settoriali e di immaginare un sapere libero, critico e accessibile a tutti.

La Complicità Tossica tra Meloni e CISL: La Resa Definitiva del Sindacato alla Logica Padronale

Il recente congresso della CISL ha offerto un’immagine inquietante della situazione attuale in Italia: un’ovazione dei delegati sindacali alle parole della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che invita a “superare la tossica visione conflittuale” tra lavoro e impresa. Questo episodio rappresenta la resa definitiva di una parte del sindacato alla logica padronale e neoliberista, cancellando di fatto il ruolo storico di difesa dei diritti di lavoratrici e lavoratori.

Un sindacato che tradisce la sua missione

Il sindacato dovrebbe esistere per tutelare chi lavora, non per compiacere il potere. Eppure, la CISL ha scelto di appiattirsi sulle posizioni di un governo di destra che, fin dall’inizio, si è dimostrato nemico delle classi lavoratrici e dei diritti conquistati con decenni di lotte. Invece di alzare la voce contro il dilagante precariato, contro i salari da fame, contro le condizioni di sfruttamento che portano a oltre 1500 morti sul lavoro ogni anno, la CISL preferisce fare da megafono alla retorica governativa sulla “collaborazione” tra impresa e lavoratori.

Ma questa collaborazione, nei fatti, è una farsa: non c’è un equilibrio tra le parti, bensì un rapporto di forza in cui le imprese dettano legge, mentre lavoratrici e lavoratori subiscono. Negli ultimi trent’anni, l’Italia è stato l’unico Paese dell’OCSE in cui i salari reali sono diminuiti, e oggi milioni di persone lavorano con stipendi che non permettono una vita dignitosa. In questo contesto, un sindacato che rinuncia al conflitto diventa complice dello sfruttamento.

I padroni non hanno bisogno di altri difensori

Storicamente, il mondo imprenditoriale ha sempre avuto le proprie organizzazioni di rappresentanza: Confindustria, le associazioni di categoria, i grandi gruppi finanziari. Non hanno certo bisogno che anche i sindacati dei lavoratori si inginocchino ai loro interessi. Eppure, è esattamente ciò che sta accadendo con la CISL.

L’atteggiamento di questo sindacato non è solo vile, ma anche estremamente pericoloso, perché legittima un modello in cui i diritti diventano una concessione padronale anziché una garanzia irrinunciabile. E non è un caso che, mentre la CISL riceve elogi dal governo, CGIL, UIL e i sindacati di base vengono dipinti come “ideologici” e “conflittuali” solo perché continuano a battersi per salari dignitosi, sicurezza sul lavoro e tutele reali.

Il ruolo ambiguo della CISL: più servizi, meno lotte

Un altro aspetto da evidenziare è come la CISL, negli anni, abbia trasformato la sua natura. Da sindacato di lotta si è progressivamente trasformata in un organismo che offre servizi ai lavoratori, spesso in ambiti che poco hanno a che fare con la difesa dei loro diritti: dichiarazioni dei redditi, operazioni bancarie, richieste di prestiti, assistenza fiscale. Certo, si tratta di attività utili, ma non possono sostituire la battaglia per salari più alti, contratti migliori, sicurezza sul lavoro. Un sindacato che si concentra su questi aspetti amministrativi, dimenticando la propria missione originaria, smette di essere tale e diventa un’agenzia di consulenza più che un organismo di difesa dei diritti, per questo vi sono i patronati, che di fatto sono emanazione dei sindacati stessi .

Il dramma delle lavoratrici: doppiamente sfruttate

In tutto questo, non possiamo dimenticare la condizione delle lavoratrici, che subiscono un doppio sfruttamento: da un lato, lavorano nelle stesse mansioni dei colleghi uomini, ma spesso con salari più bassi e minori opportunità di crescita professionale; dall’altro, devono affrontare discriminazioni strutturali che rendono ancora più precaria la loro condizione.

L’Italia è tra i Paesi europei con il più ampio divario retributivo di genere e uno dei peggiori in termini di conciliazione tra lavoro e vita privata. Troppe donne, ancora oggi, sono costrette a scegliere tra la carriera e la famiglia, perché le politiche di welfare sono inesistenti o inefficaci. Eppure, anche su questo tema, la CISL preferisce il silenzio: nessuna battaglia vera per la parità salariale, nessuna pressione per politiche che facilitino la vita delle lavoratrici.

Un ritorno al conflitto è necessario

Di fronte a questa situazione, è chiaro che l’unica via possibile è una ripresa della conflittualità. Il conflitto sociale non è una patologia da estirpare, come vorrebbe Meloni, ma l’unico strumento che lavoratrici e lavoratori hanno per difendersi da un sistema che, senza opposizione, li schiaccia.

Abbiamo bisogno di:

• Un salario minimo legale che impedisca lo sfruttamento di chi lavora per pochi euro l’ora.

• Norme più severe sulla sicurezza, per fermare la strage di chi muore mentre cerca di guadagnarsi da vivere.

• Maggiori tutele per le lavoratrici, per garantire stipendi equi e una vera parità di opportunità.

• Stop alla precarietà e alle delocalizzazioni selvagge, che impoveriscono il tessuto sociale del Paese.

Mentre la CISL si piega al potere e il governo rafforza la posizione delle imprese a scapito dei lavoratori, è necessario un fronte compatto che rilanci la lotta per i diritti. Il sindacato, quello vero, deve tornare a essere un punto di riferimento per chi lavora, non un’appendice delle politiche aziendali e governative.

L’unica strada è riprendere la lotta, perché i diritti non si chiedono: si conquistano.