Lavorare per perdere: il nuovo paradigma del salario impoverito nell’Italia dell’illusione occupazionale

Nel cuore della presunta ripartenza economica italiana, la verità si nasconde tra le pieghe delle statistiche: si lavora di più, si guadagna di meno. Una contraddizione solo apparente, che si chiarisce alla luce di un modello economico e politico che da decenni si nutre della debolezza strutturale del lavoro, trasformando il mito dell’occupazione in uno strumento di dominio e impoverimento.

Il recente rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro non lascia spazio a interpretazioni edulcorate. L’Italia, tra tutte le economie del G20, è l’unico Paese in cui i salari reali — ovvero il potere d’acquisto effettivo — sono crollati in modo sistematico e profondo dal 2008 a oggi: una perdita dell’8,7% in sedici anni. Nonostante un modesto recupero del 2,3% nel 2024, il livello medio dei salari resta al di sotto persino del 2019, l’ultimo anno prima della pandemia. Un dato che, anziché segnare una ripresa, sancisce il fallimento di una strategia economica di lungo corso.

Ma non è solo la media salariale a tracciare la geografia del disagio. I dati dell’INPS relativi al periodo 2019–2024 rivelano che, a fronte di un’inflazione cumulata del 17%, i salari nel settore privato a tempo indeterminato sono aumentati dell’8,3%. Nel pubblico si è fatto appena meglio: +9,2%. Significa che in entrambi i casi i lavoratori hanno perso potere d’acquisto in modo netto e trasversale. La parola chiave, in questo contesto, non è “occupazione”, ma “impoverimento”.

Eppure, il governo italiano, sostenuto da una narrazione mediatica compiacente, celebra un’espansione dell’occupazione che sembrerebbe storica. I dati ISTAT di febbraio 2025 registrano un tasso di occupazione al 63% e una disoccupazione al 5,9%, con un incremento dei contratti a tempo indeterminato. Sulla carta, sembra un’epoca d’oro. Ma è sufficiente grattare la superficie per scoprire l’amara verità: la crescita occupazionale si accompagna a un impoverimento crescente, e dietro la parvenza della “stabilità” si nasconde una nuova servitù del lavoro.

Il meccanismo è sottile e potente. Oggi le imprese riescono a estrarre profitti anche in assenza di disoccupazione di massa, poiché il potere contrattuale dei lavoratori è stato sistematicamente smantellato. Non è più necessario mantenere alto il numero dei disoccupati per controllare i salari: è sufficiente che chi lavora sia reso strutturalmente incapace di esigere. E questa condizione è il prodotto di trent’anni di controriforme, tagli, flessibilizzazione, deregulation e riduzione dei diritti.

Dall’abolizione dell’articolo 18 all’introduzione del contratto a tutele crescenti, dai decreti Poletti agli attacchi al reddito di cittadinanza, fino all’addomesticamento della rappresentanza sindacale, ogni passaggio ha avuto un unico effetto: ridurre la forza negoziale di chi lavora, per aumentare quella di chi comanda. La lotta per l’aumento dei salari è diventata un’impresa titanica, ostacolata da un intero impianto istituzionale e culturale che considera la dignità del lavoro una variabile d’aggiustamento.

Nel frattempo, si è affermata una logica perversa: quella che scambia la quantità di occupati con la qualità del lavoro. Ma un posto di lavoro senza potere contrattuale è un posto di lavoro senza futuro. Il paradigma dell’“occupazione a qualunque costo” si traduce in una corsa al ribasso sui diritti, sulle tutele, sulla sicurezza, sulla vita stessa. È una competizione al massacro, dove la guerra tra poveri diventa il terreno su cui si stabilizzano i profitti.

Il vero obiettivo, mai dichiarato ma sempre perseguito, è stato neutralizzare ogni possibilità di conflitto sociale. E quando anche la paura padronale della piena occupazione — un tempo considerata pericolosa perché potenziava la forza dei lavoratori — viene superata, vuol dire che l’egemonia del capitale ha raggiunto un livello qualitativamente nuovo. In questo senso, il lavoro non è più il motore dello sviluppo, ma lo strumento del controllo.

Per spezzare questo meccanismo servono risposte che non possono essere né timide né isolate. Non si tratta solo di chiedere aumenti salariali — necessari ma insufficienti. Occorre un rovesciamento dell’architettura istituzionale che ha generato la crisi del lavoro: dalla reintroduzione di tutele contro i licenziamenti, alla lotta contro le delocalizzazioni, fino alla messa in discussione dei vincoli europei di bilancio che strangolano la spesa sociale e deprimono la domanda interna.

Ma soprattutto, serve una nuova unità politica e sindacale che sappia ridefinire il conflitto. Non con i linguaggi sterilizzati della concertazione, ma con la consapevolezza che i rapporti di forza si costruiscono nelle lotte quotidiane, nelle vertenze, nella ricostruzione di un immaginario collettivo che rimetta il lavoro al centro della democrazia. Perché senza lavoro libero e dignitoso, la democrazia resta una promessa tradita.

In questo contesto, l’appuntamento referendario dell’8 e 9 giugno 2025 rappresenta un crocevia storico. I cinque quesiti proposti dalla CGIL — e sostenuti da una rete di movimenti, associazioni e forze sociali — non sono una battaglia settoriale, ma una chiamata generale alla mobilitazione per rovesciare l’impianto neoliberista del diritto del lavoro in Italia.

I quesiti referendari riguardano:
1. L’abrogazione del contratto a tutele crescenti introdotto dal Jobs Act, per ripristinare la piena reintegrazione in caso di licenziamento illegittimo.
2. L’eliminazione del tetto massimo di indennizzo per i lavoratori delle piccole imprese licenziati senza giusta causa.
3. La limitazione dell’abuso dei contratti a termine, vera piaga del precariato strutturale.
4. Il ripristino della piena responsabilità solidale negli appalti, per impedire lo scaricabarile che oggi rende invisibili i diritti.
5. L’estensione delle tutele contro i licenziamenti anche ai lavoratori delle piccole imprese, che oggi ne sono esclusi.

Cinque referendum che puntano a restituire dignità, sicurezza, stabilità e voce a chi lavora. Un’occasione concreta per rimettere al centro della scena politica il conflitto capitale-lavoro, dopo anni di passività e concertazione a ribasso.

Il tempo dell’attesa è finito. Non ci si libera lavorando di più per guadagnare di meno. Ci si libera quando si spezza il ricatto, quando si ridà voce e potere a chi ogni giorno produce la ricchezza che altri accumulano. Il salario impoverito non è una necessità storica, è una scelta politica. E come ogni scelta, può — e deve — essere cambiata. Anche con una scheda elettorale. Anche con un referendum. Anche — e soprattutto — con una nuova stagione di lotta e consapevolezza collettiva.(

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