Ogni giorno, all’alba, milioni di lavoratori si svegliano, si preparano, e con la dignità silenziosa di chi conosce il valore del sacrificio, si avviano verso i luoghi di lavoro. Lo fanno per vivere, per mantenere le proprie famiglie, per tornare la sera a casa, tra gli affetti, nel tepore di un pasto caldo, in una normalità che dovrebbe essere garantita. Ma troppo spesso, per alcuni, quel ritorno non avviene. Perché si può ancora morire di lavoro in Italia. E non per fatalità, ma per precise responsabilità. Per negligenze, per leggi deboli, per controlli assenti, per una politica che ha deciso, consapevolmente, che il profitto vale più della vita.
Nelle ultime 24 ore, tre operai hanno perso la vita. Tre famiglie spezzate. Tre storie interrotte. E nel silenzio assordante delle istituzioni, la strage continua, giorno dopo giorno, senza che si muova foglia nei palazzi del potere. È il volto più sporco dell’Italia reale, quello che non trova spazio nei salotti televisivi o nei comizi trionfali, ma che grida dalle pagine di cronaca nera, ogni volta che un uomo o una donna muore perché “non c’era sicurezza”.
E mentre si continua a morire tra impalcature precarie, macchinari malfunzionanti, ritmi insostenibili e cantieri senza controlli, il governo si dedica ad altro. Reprime con leggi feroci le feste studentesche e i rave, introduce norme repressive con pene esemplari per ogni forma di dissenso, ma si guarda bene dall’intervenire dove servirebbe davvero: nei luoghi di lavoro. Dove ogni morte dovrebbe pesare come piombo sulla coscienza collettiva.
Serve un cambio di rotta radicale, non l’ennesimo cordoglio istituzionale, non i soliti tweet di circostanza. Serve introdurre subito il reato di omicidio sul lavoro, perché è inaccettabile che anche di fronte a responsabilità chiare, le condanne siano irrisorie, che la vita venga liquidata con qualche mese di reclusione, spesso sospesa. Serve una rete capillare di controlli sul territorio, fatta da ispettori veri, assunti e formati, non da slogan elettorali o finte task force. Serve repressione delle irregolarità, certo, ma anche prevenzione, perché la sicurezza si costruisce prima, non dopo il disastro.
Ma il governo Meloni non vuole vedere, non vuole sapere. E lo dimostra ogni giorno destinando miliardi alle armi, ai carri armati, agli interessi dell’industria bellica, mentre i lavoratori continuano a morire tra l’indifferenza generale. Perché in questa visione del mondo, chi produce ricchezza con le proprie mani vale meno di chi la moltiplica con il capitale.
Chi lavora ha diritto alla vita. Alla tutela piena e concreta. Non può esistere civiltà laddove si muore perché si è costretti ad accettare un subappalto in catena, un contratto capestro, un cantiere senza norme. Ecco perché è sacrosanto sostenere il referendum promosso dalla CGIL, che tra i quesiti propone di cancellare l’attuale norma sui subappalti, uno dei principali canali attraverso cui la sicurezza viene aggirata.
Non dobbiamo rassegnarci alla strage. Ogni morte sul lavoro è una sconfitta dello Stato, della politica, della società. E non possiamo più permettere che tutto questo passi sotto silenzio. Servono leggi giuste, pene certe, investimenti seri. Ma soprattutto, serve un risveglio collettivo. Perché nessuno, mai, dovrebbe uscire di casa per lavorare e non farvi più ritorno.