Mancetta nera

Dal decreto anti-rave al bollo regalato: quattro anni di governo Meloni tra mance a scadenza, codice penale più severo per chi protesta e diritti sociali rinviati a data da destinarsi. Mentre si annuncia lo sconto, il conto arriva a sanità, lavoro e cura.

1. Due decreti con lo stesso numero

Ci sono coincidenze che raccontano un governo meglio di molti editoriali. Il primo provvedimento con cui l’esecutivo di Giorgia Meloni volle presentarsi al Paese, a pochi giorni dal giuramento, fu il decreto-legge 31 ottobre 2022, n. 162: la norma contro i raduni ritenuti pericolosi, scritta in fretta dopo un rave party di Halloween e trasformata subito in una bandiera dell’ordine ritrovato. Quasi quattro anni dopo, il 17 settembre 2026, un altro decreto-legge porta lo stesso numero, il 162. Questa volta non promette disciplina, ma un regalo: niente bollo auto nel 2027.

Tra quei due numeri identici sta la parabola di una destra di governo. All’inizio la faccia severa dello Stato, rivolta a chi balla in un capannone, a chi occupa, a chi si siede in mezzo a una strada. Alla fine la faccia generosa, una mancia distribuita a milioni di automobilisti a un anno circa dalla scadenza naturale della legislatura. Il manganello e la mancia non sono due politiche diverse. Sono le due mani dello stesso modello.

Mancetta nera è il nome che proponiamo per questo modello. Non perché ogni aiuto sia inutile: chi fatica a pagare una bolletta o a riempire il serbatoio ha diritto a essere sostenuto, e negarlo sarebbe disonesto. La mancetta è un’altra cosa. È la sostituzione sistematica dei diritti universali e dei servizi pubblici con benefici temporanei, individuali e ben visibili, che si annunciano in conferenza stampa e scadono con la legge di bilancio successiva. Ed è nera come la parte del conto che negli annunci non compare mai: chi paga, che cosa si rinuncia a finanziare, che cosa resta quando l’effetto svanisce.

Tra cinque giorni questo governo compie quattro anni. La domanda da porre non è quanti bonus abbia distribuito, ma quale problema strutturale abbia risolto. Per rispondere servono numeri, non slogan. Proviamo a metterli in fila.

2. Il bollo regalato e chi paga il conto

Il decreto-legge 17 settembre 2026, n. 162, pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo stesso giorno ed entrato in vigore il 18, esenta per il solo 2027 dal pagamento della tassa automobilistica un veicolo per ciascuna persona fisica: un’auto a benzina o gasolio, comprese ibride, Gpl e metano, con potenza fino a 80 kilowatt, cioè circa 109 cavalli, oppure in alternativa una moto. Non c’è alcun limite di reddito. Chi possiede più auto agevolabili ottiene l’esenzione su quella che costa meno. Le auto elettriche restano fuori.

Il Ministero delle Infrastrutture ha calcolato una platea potenziale di 24.608.867 persone, mentre il governo stima circa 14,5 milioni di veicoli interessati. Gli oneri del decreto per il 2027 sono quantificati in 2.362 milioni di euro, con un trasferimento compensativo a Regioni e Province autonome di 2.293,5 milioni, da ripartire con decreto del ministro dell’Economia entro il 31 marzo 2027. La copertura arriva in parte dalle cosiddette economie del Pnrr, cioè da risorse europee destinate a investimenti e rimaste inutilizzate. Il Parlamento deve convertire il decreto entro il 16 novembre e lo stesso Consiglio dei ministri lo ha presentato come un passo transitorio verso un’abolizione strutturale, mentre Forza Italia già chiede di estenderlo a tutte le prime auto.

Guardiamolo da vicino. La stessa esenzione spetta al pensionato che tiene in vita una vecchia utilitaria e al professionista benestante che possiede un secondo veicolo sotto la soglia. Chi un’auto non può permettersela, o non può guidarla, non riceve nulla. Una misura che si dichiara popolare finisce così per premiare il possesso e ignorare il bisogno. È universale nella platea e cieca nella distribuzione.

C’è poi la questione di chi paga. Il bollo è un tributo regionale che, secondo Federcarrozzieri su dati Siope, ha portato nelle casse delle Regioni 7,1 miliardi di euro nell’ultimo anno. Sostituire una parte di quel gettito con un trasferimento statale significa rendere le Regioni più dipendenti da Roma proprio mentre la voce principale dei loro bilanci, la sanità, è in affanno. E finanziare uno sconto annuale con economie del Pnrr significa convertire denaro pensato per opere e investimenti in un beneficio di consumo che si esaurisce in dodici mesi. Un investimento lascia qualcosa sul territorio. Una mancia lascia un ricordo e, al massimo, un voto.

Infine c’è la contraddizione ambientale: un Paese che dichiara di voler accompagnare la transizione energetica esenta le auto a combustione e lascia fuori le elettriche. Non è un dettaglio tecnico. È l’indizio che la misura è stata disegnata per raggiungere il maggior numero possibile di elettori, non per orientare il futuro.

3. La giungla che nessuno pota

Il bollo non è un episodio isolato. Nell’aprile 2024 l’Ufficio parlamentare di bilancio documentava che le spese fiscali, cioè l’insieme di sconti, esenzioni, detrazioni e regimi speciali, erano salite a 625 voci, un terzo in più rispetto al 2018, e che la perdita di gettito era quasi raddoppiata, da 54 a 105 miliardi di euro. I tentativi di razionalizzazione avevano prodotto risparmi per circa 250 milioni: briciole. Lo stesso Ufficio rilevava che questo sistema tende a favorire soprattutto i contribuenti con redditi più alti, perché chi guadagna poco ha poca imposta da cui detrarre.

Quel dato non nasce con l’attuale governo, ma l’attuale governo non lo ha invertito. In quattro anni la destra ha costruito una politica economica per strati successivi: il taglio del cuneo contributivo e poi la sua trasformazione, i moduli della riforma Irpef, la Carta dedicata a te, i contributi contro il caro bollette, le definizioni agevolate dei debiti fiscali, la sostituzione del Reddito di cittadinanza con l’Assegno di inclusione e il Supporto per la formazione e il lavoro. Alcune misure hanno messo qualche decina di euro in più in busta paga, ed è giusto riconoscerlo. Ma nessuna ha cambiato i rapporti di forza tra salari e profitti, tra rendita e lavoro.

La manovra per il 2027, delineata nel Documento programmatico di bilancio inviato a Bruxelles il 15 ottobre, prosegue sulla stessa strada. Vale circa 23,5 miliardi, di cui quasi 13 in deficit. Tra le ipotesi rilanciate dalla presidente del Consiglio c’è l’estensione dell’aliquota Irpef del 33 per cento fino a 60mila euro di reddito: una misura che, per costruzione, avvantaggia il ceto medio-alto e non chi sta sotto la soglia della povertà. Il settore finanziario dovrebbe contribuire per circa 5 miliardi: una cifra che il governo presenta come un sacrificio richiesto alle banche, ma che resta un contributo concordato, non una tassazione strutturale degli extraprofitti accumulati negli anni dei tassi alti.

Una politica fatta di centinaia di eccezioni ha un effetto politico preciso. Trasforma il cittadino titolare di diritti in un beneficiario che deve informarsi, presentare domanda, sperare nella proroga. Frammenta i bisogni collettivi in pratiche individuali. E rende ogni anno la legge di bilancio una lotteria in cui il governo può distribuire, revocare e riproporre, raccogliendo ogni volta il merito dell’annuncio.

4. Un Paese che cresce dello zero virgola

Intanto l’economia reale resta ferma. Secondo l’Istat il Pil italiano è cresciuto dello 0,5 per cento nel 2025. Le previsioni di primavera della Commissione europea, diffuse il 21 maggio 2026, indicano un +0,5 per cento anche nel 2026 e un +0,6 nel 2027, con un’inflazione risalita al 3,2 per cento per effetto dello shock energetico legato alla guerra tra Stati Uniti e Iran. Il debito pubblico è previsto al 138,5 per cento del Pil nel 2026 e al 139,2 nel 2027: l’Italia diventerebbe il Paese più indebitato dell’Unione, superando la Grecia. Secondo la Banca d’Italia, a marzo 2026 lo stock aveva raggiunto il massimo storico di 3.158,8 miliardi, e la spesa per interessi supera ormai i 100 miliardi l’anno.

Nessuno sostiene che la crescita debole e il debito siano un’invenzione di questo governo. Hanno radici lunghe, nelle privatizzazioni, nella deindustrializzazione, in trent’anni di salari fermi. Ma chi governa da quattro anni deve rispondere di una cosa: aver scelto di distribuire sconti invece di costruire capacità produttiva pubblica, ricerca, politica industriale, edilizia sociale.

Il prezzo di questa scelta ha un volto. Nel 2024, certifica l’Istat, vivevano in povertà assoluta oltre 5,7 milioni di persone, il 9,8 per cento dei residenti, in più di 2,2 milioni di famiglie. Tra loro oltre 1 milione e 283mila minori, il 13,8 per cento di tutti i bambini e i ragazzi, con punte del 16,4 per cento nel Mezzogiorno. In una classe di venticinque alunni, tre o quattro vengono da una casa in cui non si riesce a sostenere la spesa minima per vivere dignitosamente. Quel dato è rimasto sostanzialmente stabile rispetto all’anno prima. Dopo una stagione di bonus, la povertà non è scesa.

La stessa Commissione europea, nel pacchetto di primavera del semestre europeo, ha segnalato per l’Italia la scarsità di alloggi sociali, le lunghe liste d’attesa per ottenerli e un mercato degli affitti sotto pressione. È la conferma che la povertà italiana è anche una questione di casa, di salari e di servizi, cioè di tutto ciò che una mancetta non può toccare.

5. La sicurezza come manganello

Se la mancia è la mano aperta del governo, il codice penale è quella chiusa. Il decreto-legge 11 aprile 2025, n. 48, convertito con la legge 9 giugno 2025, n. 80, è nato in un modo che dice già molto: il governo ha preso un disegno di legge arenato al Senato, anche dopo i rilievi del Quirinale, e lo ha trasformato in decreto, approvandolo poi con il voto di fiducia. Il risultato sono undici nuovi reati e undici nuove aggravanti.

Il blocco stradale realizzato con il proprio corpo, che dal 1999 era un illecito amministrativo, torna a essere un delitto, con pene più alte quando a bloccare sono più persone insieme. Nelle carceri e nei centri per il rimpatrio diventa penalmente rilevante anche la resistenza passiva, tanto che le opposizioni hanno parlato di norma anti-Gandhi. L’occupazione arbitraria di un immobile destinato a domicilio altrui è punita con il carcere da due a sette anni. È il diritto penale usato come linguaggio politico: non per risolvere un problema, ma per dichiarare chi è il nemico.

Le conseguenze non sono teoriche. A Cagliari la Procura ha indagato 72 persone per le mobilitazioni a sostegno della Palestina tenute tra il 22 settembre e il 4 ottobre 2025, nei giorni successivi all’abbordaggio della missione civile Global Sumud Flotilla diretta verso Gaza. Le contestazioni comprendono il blocco stradale, l’interruzione di pubblico servizio e la resistenza aggravata. Si tratta di accuse, non di condanne, e saranno i giudici a valutarle. Ma il quadro è chiaro: studenti, lavoratori e attivisti che scendono in strada contro un massacro si ritrovano dentro un procedimento penale costruito con gli strumenti forniti da quella legge.

La Costituzione dice altro. L’articolo 17 riconosce il diritto di riunirsi pacificamente, l’articolo 21 la libertà di manifestare il proprio pensiero, l’articolo 40 il diritto di sciopero. Il conflitto sociale non è una patologia della democrazia: è il modo in cui chi non ha potere si fa ascoltare. Uno Stato che punisce chi si siede su una strada e premia con condoni e rottamazioni fiscali chi le tasse non le ha pagate ha scelto da che parte stare.

6. I morti che non fanno notizia

C’è un luogo dove la parola sicurezza dovrebbe pesare più che altrove, ed è il posto di lavoro. La Relazione annuale dell’Inail, presentata alla Camera il 22 settembre 2026, registra per il 2025 1.198 denunce di infortunio mortale, di cui 1.189 riguardano lavoratori e 9 studenti. Il calo è del 3,3 per cento rispetto ai 1.239 del 2024. Significa comunque più di tre morti al giorno, ogni giorno dell’anno, domeniche comprese.

Dietro le cifre ci sono mestieri e vite precise. Le costruzioni contano 175 morti, la manifattura 129, i trasporti e il magazzinaggio 126. Due vittime su tre hanno più di cinquant’anni: uomini e donne a cui l’innalzamento dell’età pensionabile chiede di salire ancora sulle impalcature. I lavoratori stranieri morti sono 204, quasi uno su quattro. Le denunce di malattia professionale sono salite a 98.312, l’11,3 per cento in più in un anno. Le denunce complessive di infortunio hanno toccato quota 600mila.

Sarebbe scorretto dire che il governo non abbia fatto nulla. L’Ispettorato nazionale del lavoro, nel rapporto pubblicato il 21 aprile 2026, ha definito nel 2025 oltre 40mila ispezioni in materia di salute e sicurezza, contestando quasi 90mila violazioni penali. Ma proprio quei numeri rivelano il problema: l’82,1 per cento delle ispezioni ha trovato irregolarità. Quando lo Stato guarda, quasi sempre trova qualcosa che non va. Il guaio è che guarda troppo poco. Alla fine del 2025 il personale ispettivo complessivo era di 4.366 unità, e i tecnici dell’Ispettorato specializzati in sicurezza erano 949, per milioni di imprese e una giungla di appalti e subappalti in cui le responsabilità si disperdono.

Qui il confronto con il decreto sicurezza diventa inevitabile. Per chi blocca una strada con il proprio corpo il legislatore ha trovato rapidamente il carcere. Per una filiera che manda a morire più di tre persone al giorno la risposta resta affidata a ispezioni insufficienti, a sconti sui premi assicurativi per le imprese virtuose e a un dibattito pubblico che dura il tempo di un telegiornale. La sicurezza, in questo Paese, ha due velocità. E la più lenta è quella di chi lavora.

7. La sanità dove si fa la fila

Se esiste un terreno in cui la distanza tra annunci e vita quotidiana si misura in mesi di attesa, è la sanità. Secondo l’Istat, nel 2024 il 9,9 per cento della popolazione, circa 5,8 milioni di persone, ha rinunciato a visite o esami di cui aveva bisogno. L’anno prima erano 4,5 milioni. La causa principale sono le liste d’attesa, indicate dal 6,8 per cento della popolazione: erano il 4,5 per cento nel 2023 e il 2,8 nel 2019. Le difficoltà economiche pesano per il 5,3 per cento. Le motivazioni possono sovrapporsi, perché l’indagine consente risposte multiple, ma il senso è inequivocabile: la rinuncia alle cure è cresciuta proprio negli anni di questo governo.

La risposta ufficiale è stata il decreto sulle liste d’attesa del giugno 2024, convertito con la legge n. 107. A un anno di distanza la Fondazione Gimbe contava solo tre dei sei decreti attuativi pubblicati e osservava che nessun dato pubblico dimostrava una riduzione dei tempi. Diciotto mesi dopo, le criticità segnalate erano ancora gravi. Anche qui il meccanismo è lo stesso: l’annuncio arriva subito, l’attuazione si perde nei corridoi.

Intanto i numeri della manovra raccontano le priorità. Il Documento programmatico di bilancio destina alla sanità circa 2,4 miliardi per il 2027 e alla difesa 4,6 miliardi, quasi il doppio. Il quadro programmatico prevede che la spesa sanitaria scenda dal 6,4 per cento del Pil nel 2026 al 6,3 negli anni dal 2027 al 2029. In termini concreti significa che, mentre la popolazione invecchia e le liste si allungano, la quota di ricchezza nazionale destinata alla salute pubblica è destinata a calare.

Quando il servizio pubblico non risponde, chi ha i soldi paga il privato e chi non li ha rinuncia. È così che una disfunzione organizzativa diventa una disuguaglianza di classe. L’articolo 32 della Costituzione parla della salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività, non come un servizio accessibile in proporzione al conto in banca.

8. Un miliardo e mezzo in tre anni

Il 2 ottobre 2026 il Comitato interministeriale per le politiche in favore della popolazione anziana ha approvato il primo Piano nazionale per la cura della fragilità e della non autosufficienza nella popolazione anziana, previsto dalla legge 33 del 2023. La presidente del Consiglio lo ha rivendicato con un video sui social. Il Piano riguarda le persone non autosufficienti con più di settant’anni e dispone di oltre 1,5 miliardi di euro per il triennio 2025-2027, a valere sul Fondo per la non autosufficienza.

Mettiamo i due numeri uno accanto all’altro. Per un anno di esenzione dal bollo il governo stanzia 2,36 miliardi. Per tre anni di assistenza agli anziani non autosufficienti, un miliardo e mezzo, attinto da un fondo che esisteva già. E quel triennio, al momento dell’approvazione, è trascorso per quasi due terzi. Le famiglie che da anni accudiscono un genitore con l’Alzheimer, che hanno ridotto l’orario di lavoro o lo hanno lasciato, che pagano di tasca propria un’assistente familiare, sanno bene che cosa significhi questa sproporzione. Lo sanno le donne, su cui ricade la gran parte del lavoro di cura non pagato.

Associazioni come Auser hanno definito i piani nazionali un passaggio importante ma ancora insufficiente, segnalando tra l’altro il mancato completamento delle Case della Comunità e dei Punti unici di accesso previsti dal Pnrr, cioè proprio di quelle strutture che dovrebbero garantire una presa in carico vicina alle persone. Quando le economie del Pnrr vengono usate per il bollo, la domanda sorge da sola: che cosa si poteva costruire con quelle risorse, se la priorità fosse stata la cura?

È da questa domanda che nasce la campagna nazionale «La cura non è un costo. È un diritto!», la raccolta di firme su Change.org aperta dal 1° settembre 2026 al 31 gennaio 2027 e rivolta a parlamentari ed eletti di ogni schieramento. Non chiede un bonus in più. Chiede sette impegni verificabili: un Servizio sanitario nazionale pubblico adeguatamente finanziato e rafforzato nel personale; un sistema nazionale universale per la non autosufficienza; livelli essenziali di assistenza omogenei ed effettivamente esigibili; il sostegno alle persone con disabilità grave e gravissima e ai caregiver familiari; il riconoscimento del lavoro di cura; il diritto alla vita indipendente e all’autodeterminazione; il superamento delle disuguaglianze territoriali. È esattamente il contrario della mancetta: non un aiuto che si concede, ma un diritto che si pretende, con risorse, scadenze e indicatori.

9. L’elmetto e la Casa Bianca

Le stesse scelte si ritrovano fuori dai confini. Meloni ha costruito buona parte della propria immagine internazionale sul rapporto privilegiato con Donald Trump, presentandosi come il ponte tra Washington e Bruxelles. Quel ponte ha mostrato le sue crepe nel giugno 2026, con lo scontro pubblico sulla posizione italiana riguardo all’Iran, prima di un riavvicinamento costruito tra il vertice Nato di luglio e le dichiarazioni distensive di ottobre. Un ricercatore dell’Istituto Affari Internazionali, scrivendo per Carnegie Europe, ha osservato che la frattura era politica e personale assai più che ideologica, e che la presa di distanza serviva soprattutto a una ricalibratura elettorale. La destra italiana, insomma, non ha abbandonato la visione del mondo trumpiana: ha solo dovuto difendersi dai suoi eccessi.

Il prezzo di quella fedeltà atlantica si legge nei bilanci. Secondo i dati Nato, la spesa militare italiana è passata da 33,4 miliardi nel 2024 a circa 45 miliardi nel 2025, raggiungendo il 2 per cento del Pil. L’Osservatorio Milex ha documentato che quel salto deriva in gran parte da riclassificazioni contabili, e l’Osservatorio sui conti pubblici italiani ha rilevato che il personale assorbe il 54 per cento della spesa. L’impegno sottoscritto all’Aja nel 2025 porta l’obiettivo al 5 per cento del Pil entro il 2035, cioè intorno ai 145 miliardi annui. Per finanziare difesa e sicurezza energetica il governo ha chiesto a Bruxelles una flessibilità straordinaria di circa 14,4 miliardi. Per la cura non c’è stata alcuna richiesta analoga.

Ecco il punto politico. Il vincolo di bilancio, che per anni è stato invocato per negare assunzioni negli ospedali e fondi per la non autosufficienza, diventa improvvisamente flessibile quando si tratta di armi. Il riarmo trasferisce risorse pubbliche verso l’industria militare e lega il Paese a una logica di blocchi che non ha portato pace né in Ucraina né in Medio Oriente. Un’Italia fedele all’articolo 11 della Costituzione, che ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali, dovrebbe misurare la propria sicurezza anche dalla capacità di curare i propri anziani, non solo dal numero di sistemi d’arma acquistati.

10. Quando la mancia finisce

Proviamo a immaginare il 2028. Il bollo sarà forse tornato, o forse sarà stato abolito del tutto con altro debito. I 24 milioni di beneficiari avranno risparmiato in media qualche centinaio di euro in un anno. E tutto il resto sarà dove lo abbiamo lasciato: la lista d’attesa per la risonanza, il genitore da accudire senza aiuti, il cantiere senza controlli, il salario che non basta, la classe in cui tre bambini su venticinque sono poveri.

La mancetta funziona perché parla a una fatica vera. Nessuno rifiuta uno sconto quando i conti non tornano. Ma il suo effetto più profondo non è economico, è politico: abitua le persone a ringraziare per ciò che dovrebbero esigere. Trasforma lo Stato in un dispensatore di favori e il cittadino in un cliente in attesa della prossima offerta. E mentre la mano aperta distribuisce, quella chiusa si prepara a colpire chi protesta perché l’offerta non basta.

L’alternativa non è uno Stato più avaro. È uno Stato che smette di comprare consenso e comincia a garantire diritti: salari dignitosi e contratti rinnovati, una sanità pubblica che risponde in tempi umani, un sistema universale per la non autosufficienza, ispettori nei cantieri, case popolari, una politica estera di pace. Sono scelte costose, certo. Ma sono le uniche che, se funzionano, rendono superflue le mance.

Quattro anni dopo il primo decreto 162, la domanda resta la stessa che dovrebbe guidare ogni giudizio su chi governa. Non quanto ci è stato concesso, ma quanto è stato costruito. Perché la dignità non si rinnova con una legge di bilancio, e un diritto che scade a dicembre non è un diritto. È soltanto una mancia.

Fonti

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Motorbox, «Bollo auto e moto 2027, ecco chi non lo pagherà: tutti i requisiti», settembre 2026 (dati MIT sulla platea). https://www.motorbox.com/auto/magazine/stop-bollo-auto-2027-chi-non-paghera

Circolazione-stradale.it, «Decreto-legge n. 162/2026», focus del 18 settembre 2026. https://www.circolazione-stradale.it/Focus/Focus-2026/20260918-Decreto-Legge-n-162-2026

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Sky TG24, «Governo abolisce bollo per le auto medio-piccole e per le moto», 16 settembre 2026 (dati Federcarrozzieri su Siope). https://tg24.sky.it/economia/2026/09/16/abolizione-bollo-auto-moto-cosa-prevede

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BusinessOnline, «Il 62% delle ispezioni del lavoro trova irregolarità», 2026 (dati Rapporto annuale INL 2025). https://www.businessonline.it/news/il-62-delle-ispezioni-del-lavoro-trova-irregolarit-quasi-due-aziende-su-tre-violano-la-legge-quando-qualcuno-le-controlla_n86371.html

Pagella Politica, «Sempre più persone in Italia rinunciano alle visite mediche», 2025 (Rapporto annuale Istat 2025). https://pagellapolitica.it/articoli/aumento-rinuncia-visite-mediche

Agenzia Dire, «Aumentano gli italiani che rinunciano alle cure, Istat: sono quasi 6 milioni», 6 novembre 2025. https://www.dire.it/06-11-2025/1193696-aumentano-italiani-che-rifiutano-curarsi-istat-sono-quasi-6-milioni-primo-motivo-lunghe-attese/

Il Sole 24 Ore, «Waiting lists: the decree does not take off and 4 million people forego treatment», giugno 2025 (analisi Fondazione Gimbe). https://en.ilsole24ore.com/art/waiting-lists-decree-does-not-take-off-and-4-million-people-forego-treatment-51-per-cent-AH1hXxCB

Geopop, «Liste d’attesa nella sanità italiana, come funziona la nuova piattaforma», 18 febbraio 2026. https://www.geopop.it/liste-dattesa-nella-sanita-italiana-come-funziona-la-nuova-piattaforma-dati-criticita-e-riforme/

Italia Oggi, «Terza età, via libera al piano nazionale per la cura della fragilità e della non autosufficienza», 2 ottobre 2026. https://www.italiaoggi.it/diritto-e-fisco/lavoro-e-previdenza/terza-eta-via-libera-al-piano-nazionale-per-la-cura-della-fragilita-e-della-non-autosufficienza-tvb3btol

Disabili.com, «Non autosufficienza, Auser: piani nazionali insufficienti», 2026. https://www.disabili.com/legge-e-fisco/non-autosufficienza-auser-piani-nazionali-insufficienti-causa-di-criticita-per-persone-disabili-o-non-autosufficienti/

Campagna «La cura non è un costo. È un diritto!», petizione su Change.org. https://c.org/N8rPmcjshB

Campagna «La cura non è un costo. È un diritto!», documento dei sette impegni. https://mariosommella.com/wp-content/uploads/2026/10/la_cura_non_e_un_costo_sette_impegni.pdf

Carnegie Endowment, Strategic Europe, «Taking the Pulse: Has Meloni Broken MAGA’s Civilizational Axis?», luglio 2026. https://carnegieendowment.org/europe/strategic-europe/2026/07/taking-the-pulse-has-meloni-broken-magas-civilizational-axis

Sbircia la Notizia, «Trump su Meloni, parole distensive dopo la crisi di giugno», 3 ottobre 2026. https://www.sbircialanotizia.it/articoli/2026/10/03/trump-meloni-jek0b/

Avvenire, «L’Italia ha speso 45 miliardi per la difesa nel 2025», 28 marzo 2026. https://www.avvenire.it/attualita/litalia-ha-speso-45-miliardi-per-la-difesa-nel-2025-ma-rischia-di-essere-solo-linizio_106429

Milex, «Il 2% dell’Italia certificato dalla Nato: operazione contabile», 27 marzo 2026. https://www.milex.org/2026/03/27/il-2-dellitalia-certificato-dalla-nato-operazione-contabile-non-per-ora-aumento-reale-di-spesa-militare/

Osservatorio sui conti pubblici italiani, «Maggiori spese Nato dell’Italia e riclassificazioni: un aggiornamento», 10 aprile 2026. https://osservatoriocpi.unicatt.it/ocpi-Maggiori%20spese%20NATO%20dell%20Italia%20e%20riclassificazioni%20un%20aggiornamento.pdf

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