Il testo integrale dell’intervento del 28 novembre 2024, censurato dalla Oxford Union e restituito dopo due anni di battaglia legale
1. Una voce che hanno provato a tagliare
Il 28 novembre 2024 la Oxford Union, la più antica e celebre società di dibattito del mondo anglosassone, mise ai voti una mozione che fino a pochi anni prima sarebbe stata impensabile in quell’aula: «Questa Camera ritiene che Israele sia uno Stato di apartheid responsabile di genocidio». A sostenerla c’erano il poeta palestinese Mohammed El-Kurd, lo scrittore israelo-americano Miko Peled, il presidente della Union Ebrahim Osman-Mowafy e la scrittrice palestinese-americana Susan Abulhawa, autrice di «Ogni mattina a Jenin», il romanzo palestinese più letto al mondo. La mozione passò con 278 voti favorevoli e 59 contrari.
L’intervento di Abulhawa fu pubblicato sul canale YouTube della Union il 5 dicembre e raccolse circa 250.000 visualizzazioni in una settimana. Il 12 dicembre fu oscurato; il giorno dopo ne comparve una versione mutilata di quasi due minuti, senza il consenso dell’autrice, che aveva accettato l’invito alla condizione scritta che il suo discorso non venisse tagliato. Furono rimossi cinque passaggi: i giocattoli esplosivi lasciati dai soldati israeliani nel sud del Libano, le torture inflitte ai medici palestinesi, l’apostrofe diretta ai sionisti. La Union invocò «preoccupazioni legali» e il rischio di incitamento all’odio razziale.
Abulhawa, assistita dallo European Legal Support Center, ha fatto causa per discriminazione. Dopo quasi due anni, il 5 ottobre 2026 è stato annunciato un accordo: la versione censurata è stata rimossa e l’originale è tornato integralmente sui canali ufficiali della Oxford Union. Pubblichiamo qui la traduzione italiana completa di quelle parole, senza tagli.
2. Il discorso di Susan Abulhawa, testo integrale
Non risponderò a domande finché non avrò finito di parlare, quindi vi prego di non interrompermi.
Affrontando il problema di cosa fare con gli abitanti indigeni della terra, Chaim Weizmann, un ebreo russo, disse al Congresso Sionista Mondiale nel 1921 che i palestinesi erano simili alle “rocce della Giudea, ostacoli da rimuovere su un sentiero difficile”. David Gruen, un ebreo polacco che cambiò il proprio nome in David Ben Gurion per suonare più in linea con la regione, disse: “Dobbiamo espellere gli arabi e prenderne il posto”.
Esistono migliaia di conversazioni simili tra i primi sionisti che pianificarono e attuarono la violenta colonizzazione della Palestina e l’annientamento del suo popolo nativo. Ma ebbero solo un successo parziale, assassinando o epurando etnicamente l’80% dei palestinesi, il che significava che il 20% di noi è rimasto: un ostacolo duraturo alle loro fantasie coloniali, divenuto oggetto della loro ossessione nei decenni successivi, specialmente dopo la conquista di ciò che restava della Palestina nel 1967.
I sionisti si lamentavano della nostra presenza e discutevano pubblicamente in ogni ambito, politico, accademico, sociale, culturale, su cosa fare di noi; su cosa fare con il tasso di natalità palestinese, con i nostri bambini, definiti una “minaccia demografica”. Benny Morris, che inizialmente doveva essere qui, una volta espresse rammarico perché Ben Gurion “non portò a termine il lavoro” di sbarazzarsi di tutti noi, il che avrebbe eliminato quella che chiamano la “questione araba”. Benjamin Netanyahu, ebreo polacco il cui vero nome è Benjamin Mileikowsky, un giorno si rammaricò per un’occasione mancata durante la rivolta di Piazza Tienanmen nel 1989, per espellere grandi masse della popolazione palestinese “mentre l’attenzione mondiale era concentrata sulla Cina”.
Alcune delle soluzioni da loro proposte al “fastidio” della nostra esistenza includevano una politica del “rompere loro le ossa” negli anni ’80 e ’90, ordinata da Yitzhak Rubitzov, ebreo ucraino che cambiò nome in Yitzhak Rabin (per le stesse ragioni). Quella politica orrenda, che ha segnato intere generazioni di palestinesi, non è riuscita a farci andare via. E frustrati dalla resilienza palestinese, è sorto un nuovo discorso, specialmente dopo la scoperta di un enorme giacimento di gas naturale al largo della costa di Gaza del Nord, dal valore di trilioni di dollari. Questo nuovo discorso è riecheggiato nelle parole del colonnello Efraim Eitan, che disse nel 2004: “dobbiamo ucciderli tutti”. Aaron Sofer, presunto intellettuale e consigliere politico israeliano, insistette nel 2018 che “dobbiamo uccidere e uccidere e uccidere. Tutto il giorno, ogni giorno”.
Quando ero a Gaza, vidi un bambino di non più di 9 anni a cui erano state strappate via le mani e parte del volto da una scatola di cibo trappolata lasciata dai soldati per i bambini affamati. In seguito seppi che avevano anche lasciato cibo avvelenato per le persone a Shujaiyya, e che negli anni ’80 e ’90 i soldati israeliani avevano lasciato giocattoli esplosivi nel sud del Libano che esplodevano quando i bambini eccitati li raccoglievano. Il male che fanno è diabolico, eppure si aspettano che voi crediate che siano loro le vittime.
Invocando l’Olocausto europeo e urlando all’antisemitismo, si aspettano che sospendiate ogni ragione umana fondamentale per credere che i cecchini quotidiani sui bambini, con colpi detti “kill shots”, e i bombardamenti di interi quartieri che seppelliscono famiglie vive, siano autodifesa. Vogliono che crediate che un uomo che non aveva mangiato da oltre 72 ore, che continuava a combattere anche con un solo braccio funzionante, fosse mosso da una barbarie innata e da un odio irrazionale verso gli ebrei, invece che da un indomito desiderio di vedere il proprio popolo libero nella propria terra.
Mi è chiaro che non siamo qui a discutere se Israele sia uno stato di apartheid o genocida. Questo dibattito riguarda, in ultima analisi, il valore della vita palestinese; il valore delle nostre scuole, dei centri di ricerca, dei libri, dell’arte, dei sogni; delle case che abbiamo costruito in una vita intera e che custodiscono le memorie di generazioni; il valore della nostra umanità, della nostra libertà, dei nostri corpi e delle nostre aspirazioni.
Perché se i ruoli fossero invertiti, se i palestinesi avessero passato gli ultimi ottant’anni a rubare case ebraiche, espellendo, opprimendo, imprigionando, avvelenando, torturando, stuprando e uccidendo ebrei; se i palestinesi avessero ucciso 300.000 ebrei in un solo anno, preso di mira giornalisti, intellettuali, medici, atleti, artisti; se avessero bombardato tutti gli ospedali, università, sinagoghe e musei israeliani, creando piattaforme da cui osservare lo sterminio come un’attrazione turistica; se avessero rinchiuso centinaia di migliaia di ebrei in tende di fortuna, bombardandoli anche nelle “zone sicure”, bruciandoli vivi, privandoli di cibo, acqua e medicine; se avessero costretto bambini ebrei a vagare scalzi con pentole vuote, raccogliere i resti dei genitori in sacchetti di plastica, dormire sulle loro tombe, pregare per la morte; se li avessero terrorizzati tanto da far perdere loro i capelli, la memoria, la mente; se avessero fatto morire d’infarto bambini di 4 o 5 anni; se avessero lasciato morire da soli neonati nelle incubatrici, decomporsi nei letti d’ospedale; se avessero attirato ebrei affamati con camion di aiuti per poi aprire il fuoco; se un cecchino palestinese si fosse vantato di aver fatto esplodere 42 ginocchia ebree in un giorno, o avesse detto alla CNN di aver travolto centinaia di ebrei con un carro armato; se avessero sistematicamente stuprato medici ebrei con bastoni roventi, ferri elettrificati o estintori, fino a ucciderli come è accaduto al dottor Adnan al-Bursh; se avessero obbligato donne ebree a partorire nel fango o a subire amputazioni senza anestesia; se avessero decorato i carri armati con i giocattoli dei loro figli assassinati…
Se tutto questo stesse accadendo oggi agli ebrei, non ci sarebbe dibattito su cosa sia terrorismo o genocidio. Eppure, due palestinesi, io e Mohammad El-Kurd, siamo venuti qui a fare esattamente questo: a subire l’umiliazione di dover dibattere con chi pensa che le nostre uniche opzioni di vita siano lasciare la nostra terra, sottometterci, o morire in silenzio.
Ma vi sbagliereste a pensare che io sia qui per convincere qualcuno. La risoluzione di questa assemblea, seppur benintenzionata e apprezzata, ha scarso peso nel mezzo di quello che per noi è l’Olocausto del nostro tempo. Sono qui nello spirito di Malcolm X e James Baldwin, che affrontarono mostri ben vestiti e ben parlati, proprio come questi, portatori delle stesse ideologie suprematiste del sionismo: idee di privilegio, favore divino, popolo eletto.
Sono qui per la storia. Per parlare alle generazioni future. Per i cronisti di quest’epoca straordinaria, dove il bombardamento a tappeto di popolazioni indigene indifese è giustificato. Sono qui per le mie nonne, entrambe morte come rifugiate senza un soldo, mentre ebrei stranieri vivevano nelle loro case rubate.
E sono qui anche per parlare direttamente ai sionisti, ovunque essi siano. Vi abbiamo accolto nelle nostre case quando i vostri paesi cercavano di sterminarvi e il mondo vi chiudeva le porte. Vi abbiamo dato da mangiare, da vestire, vi abbiamo offerto rifugio. E quando fu il momento, ci avete cacciato, derubato, bruciato, assassinato. Avete strappato i nostri cuori, perché evidentemente non sapete vivere senza dominare gli altri. Avete superato ogni limite e coltivato gli impulsi più vili dell’umanità.
Ma ora il mondo sta finalmente intravedendo l’orrore che abbiamo sopportato per decenni. Vi osservano con stupore, vedono il sadismo, l’euforia, la gioia con cui perseguitate ogni giorno i nostri corpi, le nostre menti, il nostro futuro, il nostro passato.
Ma qualunque cosa accada, non apparterrete mai veramente a quella terra. Non comprenderete mai la sacralità degli ulivi che da decenni tagliate e bruciate per dispetto. Nessun nativo farebbe una cosa simile. Nessuno che appartenga davvero a quella regione distruggerebbe Baalbek, Bittir o antichi cimiteri, come fate voi. I nostri antenati sono letteralmente nel nostro DNA, nei fiumi, nelle rocce, negli uccelli, nei nostri abiti tradizionali ricamati a mano, nella lingua dei nostri thobes, nei motivi tramandati da secoli. Le case che i vostri agenti immobiliari vendono come “antiche case arabe” custodiranno sempre i nostri ricordi. Le antiche foto e dipinti non vi conterranno mai. Non conoscerete mai il significato di essere amati da chi non ha nulla da guadagnare da voi.
Non riuscirete a cancellarci, per quanto ci uccidiate, tutto il giorno, ogni giorno. Non siamo le rocce che Chaim Weizmann pensava di poter rimuovere. Siamo il suolo stesso. Siamo i suoi fiumi, i suoi alberi, le sue storie.
Un giorno, la vostra impunità e arroganza finiranno. La Palestina sarà libera. Verrà restaurata alla sua gloria pluralista, multietnica e multireligiosa. Ricostruiremo i treni da Il Cairo a Gaza, da Gerusalemme a Haifa, da Tripoli a Beirut, da Damasco a Amman, fino a Sanaa. Metteremo fine alla macchina da guerra americana-sionista, basata su dominio, estrazione, inquinamento e saccheggio. E voi, o ve ne andrete, o imparerete a convivere da uguali con gli altri.
3. Le parole restituite
Le parole di Susan Abulhawa non hanno bisogno di commento, ma la loro vicenda sì. Per quasi due anni un’istituzione che si proclama baluardo della libertà di parola ha ritenuto pubblicabile il dibattito sul genocidio, ma non le parti del discorso che nominavano i giocattoli esplosivi in Libano, le torture nelle carceri israeliane, il rapporto di dominio che il sionismo politico ha costruito sulla terra e sui corpi palestinesi. È la stessa logica che in tutto l’Occidente trasforma la denuncia di un crimine coloniale in sospetto di reato, e che ritroviamo anche in Italia nei tentativi di equiparare per legge l’antisionismo all’antisemitismo.
Che quei cinque passaggi siano tornati al loro posto non è una concessione: è il risultato di una lotta legale e politica, condotta da una scrittrice palestinese con il sostegno di giuristi e di una rete internazionale di solidarietà. Ricorda che il diritto alla memoria e alla parola dei popoli oppressi non viene mai regalato dalle istituzioni del potere, ma strappato. E ricorda soprattutto ciò che Abulhawa ha detto in quell’aula: non si trattava di convincere qualcuno, ma di lasciare agli archivi della storia una testimonianza intera. Da oggi lo è di nuovo.
Fonti
- Oxford Union Society, comunicato sull’accordo con susan abulhawa, ottobre 2026: https://oxford-union.org/News
- Ali Abunimah, «susan abulhawa wins fight against Oxford Union censorship», The Electronic Intifada, ottobre 2026: https://electronicintifada.net/blogs/ali-abunimah/susan-abulhawa-wins-fight-against-oxford-union-censorship
- European Legal Support Center, «Oxford Union restores susan abulhawa’s uncensored speech»: https://elsc.support/this-house-believes-israel-is-an-apartheid-state-engaged-in-genocide/
- The New Arab, «Oxford Union restores uncensored susan abulhawa Gaza speech», ottobre 2026: https://www.newarab.com/news/oxford-union-restores-uncensored-susan-abulhawa-gaza-speech
- Middle East Monitor, «Susan Abulhawa wins fight to restore censored Oxford Union speech», 7 ottobre 2026: https://www.middleeastmonitor.com/20261007-susan-abulhawa-wins-fight-to-restore-censored-oxford-union-speech-on-israel-apartheid/
- Arab News, «Palestinian-American author sues Oxford Union over censored speech on YouTube», 6 novembre 2025: https://www.arabnews.com/node/2621581/world
- Versione video dell’intervento realizzata con intelligenza artificiale, YouTube: https://youtu.be/c2Y-aycEqs0
- Cherwell, «Oxford Union believes Israel is an apartheid state responsible for genocide», 29 novembre 2024: https://cherwell.org/2024/11/29/oxford-union-believes-israel-is-an-apartheid-state-responsible-for-genocide
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