Votate pure, gli eletti li abbiamo già scelti noi

Preferenze che non eleggono quasi nessuno, capilista decisi dalle segreterie, un premio che consegna la maggioranza assoluta a una minoranza di elettori e un muro di centinaia di migliaia di firme per chi non siede già in Parlamento. Anatomia del Melonellum, ultimo capitolo di una lunga storia italiana: quella dei governi che riscrivono le regole del voto alla vigilia delle elezioni, per vincere senza avere la maggioranza o per impedire all’avversario di governare.

Proviamo a immaginare una scena che, se la legge sarà approvata così com’è, diventerà concreta in centinaia di piazze italiane. Un tavolino pieghevole, un gazebo, qualche volontario con i moduli cartacei, un autenticatore da convincere a restare fino a sera. Dall’altra parte del tavolo, cittadini da fermare uno per uno, in un mercato del sabato mattina, per chiedere nome, cognome, documento, firma. In Molise, secondo il calcolo fatto in questi giorni da Alessandro Onorato, servirebbe la sottoscrizione di circa un votante su venti solo per avere il diritto di comparire sulla scheda. Non per vincere. Per esistere.

Nello stesso momento, a Palazzo Chigi, si festeggia il ritorno delle preferenze, presentato come la restituzione ai cittadini del potere di scegliere i propri rappresentanti. È in questa distanza, tra il racconto e il meccanismo, che si gioca il senso della riforma approvata dal Senato il 15 settembre. Una legge che la maggioranza chiama Stabilicum e che le opposizioni hanno ribattezzato Melonellum, e che dietro la promessa della governabilità nasconde una domanda che riguarda tutti: chi decide davvero chi entra in Parlamento, e chi resta fuori dalla porta prima ancora che si voti?

1. Una legge nata nel segreto dell’urna e riscritta a Palazzo Madama

Per capire che cosa è stato approvato bisogna tornare a luglio. Il 14 luglio 2026, alla Camera, l’emendamento sulle preferenze firmato da Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc viene bocciato a scrutinio segreto per un solo voto, 188 contro 187. Sulla carta la maggioranza aveva i numeri per approvarlo con ampio margine, dopo il via libera di Lega e Forza Italia. Mancano invece tra i trenta e i quaranta voti del centrodestra, a seconda di chi fa i conti. Giorgia Meloni, che aveva sfidato i deputati a votare in modo palese, reagisce sui social accusando la «palude». Due giorni dopo, il 16 luglio, Montecitorio approva comunque in prima lettura l’impianto della riforma, senza preferenze.

A settembre la partita si sposta al Senato, dove il regolamento non consente il voto segreto su questa materia e dove quindi ogni senatore deve metterci il nome. È lì che la maggioranza reinserisce le preferenze nella versione con capilista bloccati, approvata con 91 voti favorevoli, 67 contrari e 2 astenuti, e che passa l’emendamento della senatrice di Fratelli d’Italia Antonella Zedda sulle firme e sulla cosiddetta norma anti cespugli. Il 15 settembre arriva il voto finale: 113 sì, 71 no, 2 astenuti, con le opposizioni che protestano in aula parlando di legge truffa.

Ora il testo torna alla Camera per la terza lettura, calendarizzata in aula dal 28 settembre. E il governo, secondo le ricostruzioni di stampa, valuta di porre la questione di fiducia su un maxiemendamento. Il significato politico di questa ipotesi è limpido: la stessa maggioranza che a luglio non si è fidata di se stessa nel segreto dell’urna potrebbe blindare la legge che regola il voto di tutti gli italiani con lo strumento pensato per garantire la sopravvivenza di un governo. Come vedremo, non sarebbe la prima volta. Ed è proprio questo il problema.

2. Le preferenze che non eleggono

Il meccanismo introdotto al Senato funziona così. In ogni collegio plurinominale la lista presenta un capolista bloccato, scelto dalla segreteria del partito, e un elenco di sei candidati. L’elettore può esprimere fino a tre preferenze, ma soltanto tra i sei nomi che seguono il capolista. Il primo seggio conquistato dalla lista va sempre a lui, o a lei. Le preferenze entrano in gioco solo dal secondo seggio in poi.

Qui sta il punto che la propaganda evita. Nella grande maggioranza dei collegi, i partiti medi e piccoli conquistano un solo seggio. E quel seggio andrà al capolista, cioè a chi è stato scelto prima del voto. Le simulazioni di YouTrend lo mostrano con chiarezza. Già sulla versione discussa a luglio, per una lista al 5 per cento gli eletti determinati davvero dalle preferenze sarebbero stati lo 0,8 per cento alla Camera e l’1,7 al Senato; per una lista al 10 per cento, meno del 6 per cento alla Camera. Sul testo del Senato, secondo il Sole 24 Ore, una lista intorno al 10 per cento vedrebbe eletta con le preferenze una quota marginale, attorno al 5 per cento dei suoi parlamentari.

L’ultima stima complessiva di YouTrend, che tiene conto delle pluricandidature e dello scorrimento prodotto dal premio di maggioranza, indica che i parlamentari scelti con le preferenze sarebbero circa il 43 per cento: il 44 alla Camera, il 42 al Senato. Ma quella media nasconde una divaricazione profonda: circa la metà degli eletti nelle liste della coalizione vincente, circa il 30 per cento in tutte le altre. Tradotto: poco meno di sei parlamentari su dieci sarebbero comunque nominati dalle segreterie. Il deputato del Pd Federico Fornaro, applicando il modello ai voti del 2022, arriva a una conclusione ancora più netta per il Senato: 37 eletti con preferenze in tutto, distribuiti tra Fratelli d’Italia, Movimento 5 Stelle e Pd, e nessuno per tutti gli altri partiti, Lega e Forza Italia comprese. Fornaro parla di «un’autentica presa in giro degli italiani».

C’è poi la questione della parità di genere. Per i capilista non è prevista alcuna alternanza: un partito può presentare soltanto uomini in testa a tutte le liste. L’obbligo scatta dal secondo posto, e nessun genere può superare il 60 per cento dei candidati. Ma poiché dal secondo seggio in poi si viene eletti in ordine di preferenze, l’equilibrio nelle liste non garantisce nulla sull’equilibrio tra gli eletti. Resta infine da chiedersi perché una destra che a parole invoca il ritorno della scelta ai cittadini abbia respinto la proposta del Pd di preferenze senza capilista bloccati. La risposta più semplice è anche la più probabile: il capolista bloccato è lo strumento con cui i leader controllano chi entra in Parlamento, e quindi chi resta fedele. Non a caso questa soluzione ha finito per soddisfare anche Lega e Forza Italia, da sempre ostili alle preferenze.

3. Governare con quattro elettori su dieci

Il cuore della legge non sono le preferenze, ma il premio. Il sistema è proporzionale, senza più collegi uninominali, con uno sbarramento del 3 per cento per le liste e del 10 per cento per le coalizioni, e senza voto disgiunto. La coalizione che supera il 42 per cento dei voti, sia alla Camera sia al Senato, ottiene un premio fisso di 70 deputati e 35 senatori, fino a un tetto di 220 seggi a Montecitorio e 113 a Palazzo Madama, esclusa la circoscrizione Estero. Il ballottaggio, proposto da Fratelli d’Italia, non è stato introdotto. Se nessuno arriva al 42 per cento, o se le due Camere danno esiti diversi, i seggi vengono distribuiti con il proporzionale.

Facciamo un conto semplice, che è una stima e non una simulazione ufficiale. Con il 42 per cento dei voti validi una coalizione può raggiungere il tetto di 220 deputati su 392 eletti in Italia: circa il 56 per cento dei seggi. Il restante 58 per cento degli elettori, che ha votato altro, dovrà dividersi poco più del 44 per cento dell’aula. E se si tiene conto dell’astensione, il quadro diventa ancora più eloquente. Alle politiche del 2022 ha votato il 63,9 per cento degli aventi diritto: con un’affluenza simile, il 42 per cento dei voti validi corrisponde a circa un italiano con diritto di voto su quattro. Un quarto del corpo elettorale potrebbe così ottenere la maggioranza assoluta in entrambe le Camere.

Su questo terreno la Corte costituzionale si è già pronunciata due volte. Con la sentenza n. 1 del 2014 ha dichiarato illegittimo il Porcellum proprio perché il premio di maggioranza non era subordinato a una soglia minima di voti e perché le lunghe liste bloccate impedivano all’elettore di scegliere i propri rappresentanti. Con la sentenza n. 35 del 2017 ha bocciato il ballottaggio dell’Italicum e la libertà del capolista eletto in più collegi di scegliere a propria discrezione dove essere proclamato. La soglia del 42 per cento risponde formalmente alla prima obiezione. Se risponda davvero al principio dell’eguaglianza del voto, sancito dall’articolo 48 della Costituzione, sarà probabilmente di nuovo la Consulta a dirlo: le opposizioni hanno già annunciato ricorsi.

4. Il muro delle firme

La norma che ha suscitato più indignazione, anche fuori dal Parlamento, è quella sulle firme. Con il Rosatellum una forza politica senza rappresentanza parlamentare doveva raccogliere almeno 1.500 sottoscrizioni per ciascun collegio. Il Senato ha quadruplicato la soglia, portandola a 6.000 firme per collegio, con un massimo di 7.000 secondo il Sole 24 Ore. La proposta iniziale di Fratelli d’Italia, riferisce Quotidiano Nazionale, arrivava addirittura a 9.000 o 10.000, e la cifra finale è frutto di una mediazione del presidente del Senato Ignazio La Russa con i capigruppo. La maggioranza difende la misura come un argine contro le cosiddette liste civetta; le forze escluse la vivono come una barriera d’ingresso.

Quante firme servono in totale? Le stime divergono, perché dipendono dal numero di collegi in cui si sceglie di presentarsi, dall’obbligo di coprire almeno la metà delle circoscrizioni e dal fatto di correre per una o per entrambe le Camere. Il Fatto Quotidiano parla di circa 450mila firme; Quotidiano Nazionale calcola quasi 300mila solo per i 49 collegi della Camera; i dirigenti di Progetto Civico Italia indicano tra 370 e 378mila firme contro le circa 90mila della legge precedente. L’ordine di grandezza, in ogni caso, è quello di centinaia di migliaia di sottoscrizioni. Le soglie si dimezzano in caso di fine anticipata della legislatura, il che significa meno firme ma molto meno tempo per raccoglierle.

E le firme devono essere raccolte su carta: la maggioranza ha respinto la firma digitale. È una scelta che merita attenzione, perché dal 2021 in Italia si possono sottoscrivere online, con identità digitale, le richieste di referendum, e oggi esiste una piattaforma pubblica anche per le leggi di iniziativa popolare. Lo Stato riconosce dunque che un cittadino può chiedere di abrogare una legge con lo Spid, ma pretende che per consentire a una nuova forza politica di candidarsi si torni ai banchetti, ai moduli e agli autenticatori.

Poi ci sono le esenzioni. Non devono raccogliere alcuna firma i partiti che avevano un gruppo parlamentare in almeno una delle due Camere al 31 dicembre 2025, come Azione, Alleanza Verdi e Sinistra e Noi Moderati. Chi al momento della convocazione dei comizi ha un gruppo o una componente in almeno un ramo del Parlamento, come Più Europa o Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, resta alla soglia di 1.500 firme per collegio. Tutti gli altri affrontano il muro. Tra le formazioni più esposte le cronache citano Progetto Civico Italia, Italia Domani di Marco Rizzo, il Patto per il Nord e Rifondazione Comunista. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, non certo sospettabile di estremismo, ha giudicato «irragionevole» il divario tra chi non deve raccogliere nemmeno una firma e chi ne deve trovare centinaia di migliaia. Giuseppe Conte ha chiesto al presidente della Repubblica di bloccare una norma che, a suo dire, è costruita «per tutelare la casta che è già lì». Elly Schlein ha annunciato che il Pd farà muro.

5. Il caso Progetto Civico Italia: perché fa paura chi nasce fuori dai palazzi

Tra tutte le forze colpite, quella che ha trasformato la norma sulle firme in un caso politico nazionale è Progetto Civico Italia. La sua storia aiuta a capire che cosa c’è in gioco. La formazione nasce dall’esperienza della lista civica che nel 2021 sostenne Roberto Gualtieri a Roma, e che Alessandro Onorato, assessore capitolino ai Grandi eventi, Sport, Turismo e Moda, ha progressivamente trasformato in una rete nazionale, presentata a Roma nell’ottobre del 2025 e lanciata come partito nel 2026. Secondo i dati diffusi dallo stesso Onorato, oggi conta presenze in oltre mille comuni, circa ottocento amministratori tra sindaci, assessori e consiglieri, e più di cinquecento comitati civici. Il Sole 24 Ore la descrive come una formazione civica e centrista collocata nel campo del centrosinistra e vicina a Giuseppe Conte.

Il 30 luglio 2026, in una conferenza stampa alla Camera, Onorato ha annunciato l’adesione di Controcorrente, il movimento fondato da Ismaele La Vardera, deputato all’Assemblea regionale siciliana, ex inviato delle Iene, sotto scorta per il suo impegno contro la mafia. La Vardera è diventato presidente di Progetto Civico Italia, mentre in Sicilia è nata una confederazione tra le due realtà guidata da Carmelo Miceli. Controcorrente porta con sé, secondo quanto dichiarato dai suoi dirigenti, quattro deputati regionali, un’ottantina di amministratori e il primo sindaco eletto, ad Agrigento, città a lungo governata dalla destra. La Vardera ha citato un sondaggio Bidimedia che attribuiva al suo movimento l’1 per cento su scala nazionale e ha rivendicato l’ambizione di diventare il primo partito in Sicilia. Onorato, dal canto suo, ha annunciato l’intenzione di presentare un candidato alle primarie del centrosinistra, cosa che, secondo Open, ha creato più di un nervosismo anche nel Pd.

È su questa realtà che si abbatte l’emendamento Zedda. La Vardera l’ha definito «un attacco alla democrazia in piena regola», sostenendo che la norma sia stata scritta guarda caso proprio per il loro progetto, e ha rovesciato la narrazione della maggioranza: se siamo così piccoli, ha detto in sostanza, lasciate che siano gli elettori a giudicarci. Onorato ha parlato di un salva casta, in cui chi è in Parlamento ci resta e chi è fuori non può nemmeno partecipare, e ha ricordato che nel 2013 Fratelli d’Italia, quando prese meno del 2 per cento, dovette raccogliere circa 40mila firme, dieci volte meno di quante oggi ne verrebbero chieste a lui. È un confronto che ha il merito della concretezza: il partito della presidente del Consiglio è entrato in Parlamento grazie a regole che oggi la sua maggioranza nega a chi viene dopo.

Il 14 settembre, alla vigilia del voto finale, Progetto Civico Italia ha portato la protesta in piazza Vidoni, a pochi passi da Palazzo Madama. Con Onorato e La Vardera c’erano Giuseppe Conte e Angelo Bonelli, e dalla piazza si sono levati cori rivolti a Sergio Mattarella. Onorato ha scelto parole che vanno oltre il suo caso: «Oggi tocca a noi, domani potrebbe toccare a voi». Ed è significativo quanto La Vardera ha precisato in un’intervista al Quotidiano di Sicilia: «Progetto civico non chiede alcuna esenzione». Non una scorciatoia, dunque, ma regole uguali per tutti.

Perché proprio loro? Qui bisogna distinguere i fatti dalle interpretazioni. Il fatto è che la norma colpisce in modo particolare una forza civica in crescita, radicata negli enti locali, collocata nel campo avversario al governo e capace di intercettare voti in territori come la Sicilia e Roma, dove il consenso personale e la rete amministrativa contano. L’interpretazione, avanzata dai diretti interessati e da buona parte delle opposizioni, è che si sia voluto alzare il costo d’ingresso proprio per chi avrebbe potuto aggiungere voti a una coalizione alternativa alla destra, in una legge in cui ogni punto percentuale può decidere se si supera o no la soglia del 42 per cento. Che la motivazione sia questa non è dimostrabile; che l’effetto vada in questa direzione è difficile negarlo.

C’è infine un paradosso che le cronache hanno già registrato. Secondo Quotidiano Nazionale, il Movimento 5 Stelle sarebbe pronto a prestare alcuni parlamentari a Progetto Civico Italia per costituire una componente nel gruppo Misto e ridurre l’obbligo delle firme. Se questa strada venisse percorsa, la sopravvivenza elettorale di una forza nuova dipenderebbe dalla benevolenza di un partito già presente in Parlamento. È l’esatto contrario dell’autonomia politica: una legge che costringe a chiedere ospitalità per poter esistere trasforma il pluralismo in una concessione.

6. Due norme, un solo disegno

C’è un dettaglio che rivela la logica dell’intera operazione, e sta nello stesso emendamento Zedda. Alla Camera era stata approvata una norma anti frammentazione: i voti delle liste coalizzate rimaste sotto il 3 per cento, salvo quella del miglior perdente, non avrebbero contribuito a far scattare il premio di maggioranza. Il Senato l’ha cancellata. Adesso ai fini del premio contano tutti i voti della coalizione, compresi quelli delle liste che ottengono lo zero virgola.

Messe una accanto all’altra, le due modifiche disegnano un sistema coerente. Da un lato, ogni piccola lista alleata già presente nel sistema diventa preziosa per raggiungere il 42 per cento, anche se non elegge nessuno; dall’altro, chi prova a presentarsi senza una presenza parlamentare pregressa deve superare una barriera durissima. Il risultato è che le forze minori sono utili come serbatoio di voti per il premio, ma non come soggetti liberi di nascere e competere. Il pluralismo viene tollerato solo se è già dentro, o se si mette in coda dietro a qualcuno.

7. Cambiare le regole prima di ogni partita: una storia italiana

Chi pensa che il Melonellum sia un’anomalia commette un errore di prospettiva. È l’ultimo capitolo di una consuetudine che attraversa un secolo di storia italiana: le maggioranze in carica riscrivono le regole del voto a ridosso delle elezioni, con due obiettivi ricorrenti. Il primo è trasformare una minoranza di consensi in una maggioranza di seggi. Il secondo, speculare, è fare in modo che, se a vincere fosse l’avversario, non abbia i numeri per governare. Il Messaggero conta sei cambi di sistema elettorale dal 1993 a oggi: un Paese che modifica la legge fondamentale della rappresentanza quasi a ogni legislatura non sta cercando la stabilità, la sta usando come alibi.

Il precedente più cupo è la legge Acerbo, la legge n. 2444 del 18 novembre 1923. Assegnava i due terzi dei seggi della Camera alla lista che avesse ottenuto la maggioranza relativa superando il 25 per cento dei voti. Con quella legge si votò nell’aprile del 1924, in un clima di violenze squadriste, e la lista fascista ottenne una maggioranza schiacciante. Il 30 maggio Giacomo Matteotti denunciò in aula le intimidazioni e i brogli; il 10 giugno fu rapito e ucciso. Da lì alla dittatura il passo fu breve. Nessuno sostiene che l’Italia di oggi sia quella del 1924. Ma quella legge ci ha insegnato una cosa che non dovremmo dimenticare: il potere che si garantisce la vittoria per via di legge prepara il terreno a non doverla più cercare nelle urne.

Trent’anni dopo, nella Repubblica nata dalla Resistenza, la tentazione tornò. La legge n. 148 del 31 marzo 1953, voluta dal governo di Alcide De Gasperi e presentata dal ministro dell’Interno Mario Scelba, assegnava 380 seggi su 590 alla Camera, circa il 64 per cento, alla lista o al gruppo di liste apparentate che avesse superato la metà dei voti validi. Fu approvata con la fiducia, dopo una battaglia parlamentare durissima, e l’espressione legge truffa, attribuita da alcuni a Piero Calamandrei e da altri a Giancarlo Pajetta, divenne il nome con cui la ricordiamo. Contro quella legge non si mossero soltanto comunisti e socialisti. Dal mondo laico e democratico nacquero liste apposite: Unità Popolare, fondata tra gli altri da Ferruccio Parri, Piero Calamandrei e Tristano Codignola, e Alleanza Democratica Nazionale, nata da una scissione liberale. Presero insieme circa l’1 per cento e non elessero nessuno. Ma il 7 giugno 1953 la coalizione centrista si fermò al 49,8 per cento: il premio non scattò per circa 54mila voti. La Democrazia Cristiana perse oltre otto punti rispetto al 1948, De Gasperi uscì di scena poco dopo e la legge fu abrogata nel luglio 1954.

Quella vicenda contiene una lezione che oggi suona quasi beffarda. Furono proprio le piccole liste nate per difendere la Costituzione, le formazioni che una legge come l’attuale avrebbe potuto tenere fuori con una soglia di firme proibitiva, a impedire che il premio scattasse. E va notato un altro elemento: nel 1953 il premio andava a chi superava la metà dei voti. Era un premio di maggioranza. Quello del Melonellum scatta al 42 per cento: è, a tutti gli effetti, un premio a una minoranza.

Il ritorno alla logica del premio avviene dopo la stagione del maggioritario. Il Mattarellum del 1993 nacque sull’onda di un referendum popolare. Ma nel dicembre 2005, a pochi mesi dal voto, il centrodestra di Silvio Berlusconi approvò con i soli voti della maggioranza la legge Calderoli, che il suo stesso autore definì una porcata e che il politologo Giovanni Sartori ribattezzò Porcellum. Liste bloccate, nessuna preferenza, premio alla Camera su base nazionale e al Senato su base regionale. Proprio quel meccanismo regionale fu indicato allora da molti osservatori come un congegno pensato per rendere fragile un’eventuale vittoria del centrosinistra al Senato. Nel 2006 l’Unione di Romano Prodi vinse, ma a Palazzo Madama con un margine talmente esiguo che il governo cadde nel 2008. Nel 2013 la stessa legge produsse un Senato senza maggioranza. L’obiettivo di impedire all’avversario di governare, se questo era l’obiettivo, fu raggiunto due volte.

Poi venne l’Italicum, approvato nel 2015 dal governo Renzi con il ricorso alla fiducia, pensato per la sola Camera nell’attesa di una riforma costituzionale che gli elettori bocciarono nel dicembre 2016, e dichiarato in parte incostituzionale prima ancora di essere applicato. E infine il Rosatellum, approvato definitivamente il 26 ottobre 2017, pochi mesi prima delle elezioni del marzo 2018, con otto voti di fiducia tra Camera e Senato. Il Movimento 5 Stelle, allora in forte crescita, lo denunciò come una legge costruita per ostacolarlo, perché premiava le coalizioni che il Movimento rifiutava e i collegi uninominali in cui contavano candidati forti e radicati. Come ha osservato l’Espresso, c’è un’ironia ricorrente in questa storia: chi cambia le regole alla vigilia del voto spesso finisce per perdere le elezioni. Ma la lezione, evidentemente, non è mai stata imparata.

Il Melonellum si inserisce in questa sequenza con entrambe le logiche. Da un lato consente a una coalizione compatta, come oggi appare il centrodestra, di trasformare il 42 per cento dei voti in una maggioranza assoluta. Dall’altro contiene una clausola che merita attenzione: se Camera e Senato danno esiti diversi, il premio non scatta per nessuno e si torna al proporzionale. Come ha rilevato il Sole 24 Ore, resta concreto il rischio che nessuno vinca. Per un’opposizione frammentata e ancora alla ricerca di un’alleanza, questo significa dover superare la soglia contemporaneamente in entrambe le Camere, con alcune delle sue possibili componenti costrette a spendere mesi nella raccolta delle firme. Si può discutere se sia questo l’intento. Ma chi scrive una legge elettorale conosce i sondaggi, e nessuna maggioranza, in questa lunga storia, ha mai scritto regole che la danneggiassero.

8. Il nome del capo e la Costituzione sullo sfondo

Liste e coalizioni devono indicare, al momento del deposito del contrassegno, il nome della persona che proporranno al capo dello Stato come presidente del Consiglio. Le ricostruzioni giornalistiche non concordano del tutto su come quel nome comparirà agli occhi degli elettori, ma il senso politico è chiaro: il voto per il Parlamento viene trasformato, di fatto, in un voto sul capo del governo. È la stessa logica del premierato, la riforma costituzionale che il governo Meloni ha presentato nel 2023, introdotta però per via di legge ordinaria.

L’articolo 92 della Costituzione affida al presidente della Repubblica la nomina del presidente del Consiglio, e la nostra resta una Repubblica parlamentare in cui il governo nasce dalla fiducia delle Camere. Una legge elettorale che lega il premio e l’indicazione del premier comprime nei fatti questo spazio, anche senza modificare una virgola della Carta. Non è un’illegittimità dichiarata, è uno slittamento. Ed è attraverso gli slittamenti che le democrazie cambiano natura senza che nessuno possa indicare il giorno preciso in cui è successo.

C’è infine la questione del tempo. Il Codice di buona condotta in materia elettorale della Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa raccomanda che gli elementi fondamentali del sistema elettorale non vengano modificati nell’anno che precede il voto. Le prossime elezioni politiche sono attese nella primavera del 2027. Cambiare le regole della partita quando si conoscono già i sondaggi è la definizione stessa di una legge scritta su misura.

9. L’astensione conveniente

A ogni tornata elettorale, la sera dei risultati, si ripete lo stesso rito. Leader di ogni colore si dicono preoccupati per l’astensione, promettono riflessioni, parlano di distanza tra politica e cittadini. Poi, il giorno dopo, tornano a scrivere leggi che quella distanza la allargano.

I numeri sono impietosi. Alle politiche del 2022 ha votato il 63,9 per cento degli aventi diritto, il dato più basso nella storia della Repubblica, con un crollo di nove punti rispetto al 2018 e i risultati peggiori in Calabria, Campania e Sardegna. Alle europee del 2024, per la prima volta, ha votato meno di un italiano su due: il 49,7 per cento. Alle comunali del maggio 2026 l’affluenza si è fermata al 60,1 per cento, quasi cinque punti in meno della tornata precedente, con il Molise sotto il 48. Eppure, tra il 1948 e il 1976, alle politiche non si era mai scesi sotto il 92 per cento.

Come si arriva a questo punto? Le cause sono molte e vanno dalla crisi dei partiti di massa alla precarietà che sottrae tempo e fiducia, fino all’esperienza ripetuta di governi che cambiano colore senza cambiare le politiche. Ma una causa la conosciamo con certezza, ed è scritta nelle leggi elettorali degli ultimi vent’anni. Se l’elettore non sceglie chi lo rappresenta, perché lo hanno già scelto le segreterie; se il suo voto per una lista minore rischia di non contare nulla; se la forza politica che sentirebbe vicina non riesce nemmeno a presentarsi; se il governo nasce da un premio che trasforma una minoranza in maggioranza; allora il messaggio che arriva è uno solo: il tuo voto conta poco. E chi si sente inutile, prima o poi, smette di andare.

Non serve immaginare un complotto per capire a chi conviene. L’astensione non colpisce tutti allo stesso modo: si concentra nel Mezzogiorno, nelle periferie, tra i redditi più bassi, tra i giovani precari. Cioè proprio tra coloro che avrebbero più ragioni per chiedere un cambiamento radicale delle politiche economiche e sociali. Un Parlamento eletto da una parte sempre più ristretta e più garantita della popolazione è un Parlamento che può continuare a tagliare la sanità pubblica, a comprimere i salari, a finanziare il riarmo, senza temere di pagarne il prezzo. Chi governa da anni contro gli interessi della maggioranza dei cittadini non ha bisogno di vietare il voto: gli basta renderlo inutile. Questa è una lettura politica, non un fatto giudiziario. Ma è una lettura che i dati rendono difficile liquidare.

E c’è un dato che smentisce la favola dell’elettore apatico. Al referendum costituzionale sulla riforma della giustizia del 22 e 23 marzo 2026, già la sera del primo giorno aveva votato oltre il 46 per cento degli aventi diritto, molto più dei precedenti referendum costituzionali. Quando i cittadini percepiscono che il loro voto decide davvero qualcosa, tornano alle urne. Non è la partecipazione a essere morta. È la fiducia che il voto conti a essere stata sistematicamente erosa, anche da leggi come questa.

10. Chi paga il conto

Sarebbe un errore considerare tutto questo una disputa tra addetti ai lavori. Le regole elettorali decidono quali interessi entrano nelle istituzioni e quali ne restano esclusi. Decidono se un bracciante, una lavoratrice precaria, una famiglia che assiste un figlio con disabilità, un pensionato con la minima o un giovane costretto a emigrare troveranno qualcuno che porti la loro voce in aula, o se dovranno affidarsi alla benevolenza di chi compila le liste a Roma.

C’è, va detto con onestà, una piccola norma giusta in questa legge. Il Senato ha esteso il voto fuori sede, oltre a chi studia, lavora o si cura lontano da casa, anche ai caregiver familiari e ai familiari conviventi di un minore in cura lontano dalla residenza. Chi conosce la fatica di chi assiste una persona non autosufficiente sa quanto conti. Ma proprio questo dettaglio rende più stridente il resto: si facilita il voto di chi assiste, e nello stesso tempo si svuota il valore di quel voto, consegnandolo a un Parlamento in cui la maggior parte degli eletti sarà scelta prima delle urne.

E poi ci sono gli esclusi a monte. Le forze nate dal basso, dai territori, dalle vertenze, dalle battaglie per la sanità pubblica, per la pace, per i diritti, sono proprio quelle che non hanno gruppi parlamentari, apparati, finanziamenti. Sono loro a dover mettere in piedi migliaia di banchetti, con volontari che sottraggono tempo al lavoro e alla famiglia. Il costo della democrazia viene scaricato su chi ha meno risorse. Chi è già dentro resta dentro; chi è fuori deve dimostrare di meritarsi il diritto di chiedere il voto.

11. Una democrazia con il biglietto d’ingresso

L’articolo 49 della Costituzione dice che tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Concorrere, non essere ammessi dopo aver superato un esame imposto da chi già governa. L’articolo 48 dice che il voto è personale, eguale, libero e segreto. Eguale, non pesato in modo tale che quattro elettori su dieci valgano più della metà dell’aula.

La destra ha costruito il racconto della stabilità e della scelta restituita ai cittadini. Ma i numeri raccontano altro: una maggioranza artificiale per chi arriva primo, un Parlamento in larga parte nominato, un ingresso sbarrato per chi prova a nascere fuori dai palazzi. Non è la stabilità delle istituzioni, è la stabilità del potere di chi le occupa. E la tentazione di blindare tutto con la fiducia, dopo che a luglio sono stati i propri deputati a tradire nel segreto dell’urna, dice molto della fragilità di un progetto che ha bisogno di proteggersi prima di tutto dalla propria maggioranza.

Nel 1953 bastarono 54mila voti e un pugno di cittadini ostinati, riuniti in liste che non elessero nessuno, per fermare una legge che voleva blindare il potere. Quei cittadini non avevano apparati né seggi da difendere. Avevano soltanto la convinzione che le regole della democrazia non appartengono a chi governa, ma a tutti. È la stessa convinzione che oggi serve ritrovare. La risposta a questa legge non potrà venire solo dalla Consulta, dal Quirinale o dai ricorsi. Dovrà venire da una società che torni a considerare il voto e la rappresentanza come beni comuni, che rifiuti l’astensione come forma di resa, e che non accetti una democrazia in cui, per poter essere scelti, bisogna prima essere stati scelti da qualcun altro.

Fonti

Il Fatto Quotidiano, «Legge elettorale: preferenze finte, capilista bloccati senza alternanza di genere e scoglio firme: tutte le (contestate) novità introdotte in Senato», 15 settembre 2026. https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/09/15/legge-elettorale-melonellum-senato-tutte-novita-contestate-notizie/8507266/

Il Fatto Quotidiano, «Legge elettorale, Senato approva con 113 voti: M5s e Pd all’attacco», diretta del 15 settembre 2026. https://www.ilfattoquotidiano.it/politica-palazzo/live-post/2026/09/15/legge-elettorale-dichiarazioni-voto-senato-camera-live/8506866/

Adnkronos, «Legge elettorale, preferenze e firme: cosa prevede la riforma, le novità introdotte al Senato», 15 settembre 2026. https://www.adnkronos.com/politica/legge-elettorale-preferenze-firme-cosa-prevede-riforma_7kp1jn8pB1AOrFZWzWM9rC

Il Sole 24 Ore, «Legge elettorale, via libera del Senato con 113 sì. Le opposizioni protestano in Aula: legge truffa», 15 settembre 2026. https://www.ilsole24ore.com/art/legge-elettorale-via-libera-senato-113-si-opposizioni-protestano-aula-legge-truffa-AJIDymDB

Il Sole 24 Ore, «Come funzionano le preferenze targate Meloni. Resta il rischio nessun vincitore», settembre 2026. https://www.ilsole24ore.com/art/come-funzionano-preferenze-targate-meloni-resta-rischio-nessun-vincitore-AJD89m9

Il Sole 24 Ore, «Legge elettorale e raccolta firme: dai centristi di Onorato agli ex leghisti, ecco chi rischia di restare fuori», settembre 2026. https://www.ilsole24ore.com/art/legge-elettorale-e-raccolta-firme-centristi-onorato-ex-leghisti-ecco-chi-rischia-restare-fuori-AJzKJbBB

Il Messaggero, «Legge elettorale, cosa cambia con lo Stabilicum? Dal premio alle preferenze fino agli sbarramenti», 16 settembre 2026. https://www.ilmessaggero.it/schede/legge_elettorale_cosa_cambia_stabilicum_premio_preferenze_premier-9765252.html

Il Sussidiario, «Legge elettorale, Senato approva Stabilicum con 113 Sì», 15 settembre 2026. https://www.ilsussidiario.net/news/legge-elettorale-senato-approva-stabilicum-con-113-si-iter-testo-come-funziona-premio-firme-preferenze/2999144/

Quotidiano Nazionale, «Legge elettorale, stangata sulle liste civetta: da 1.500 a 6mila firme per collegio. L’opposizione: norma liberticida», 12 settembre 2026. https://www.quotidiano.net/politica/legge-elettorale-stangata-sulle-liste-civetta-da-1500-a-6mila-firme-per-collegio-lopposizione-norma-liberticida-i3gn8o0t

Fanpage.it, «Legge elettorale, 6mila firme da raccogliere per presentarsi alle Politiche: chi rischia di restare fuori», settembre 2026. https://www.fanpage.it/politica/legge-elettorale-6mila-firme-da-raccogliere-per-presentarsi-alle-politiche-chi-rischia-di-restare-fuori/

Today.it, «Legge elettorale, scoppia il caso firme: passano da 1.500 a 6mila per chi non è in Parlamento», settembre 2026. https://www.today.it/politica/legge-elettorale-polemiche-firme.html

La Notizia, «La farsa delle preferenze meloniane: meno di un eletto su cinque scelto dagli elettori», 11 settembre 2026. https://www.lanotiziagiornale.it/la-farsa-delle-preferenze-meloniane-meno-di-un-eletto-su-cinque-scelto-dagli-elettori/

LaPresse, «Legge elettorale, bocciate le preferenze per un voto: caccia ai franchi tiratori», 14 luglio 2026. https://www.lapresse.it/politica/2026/07/14/legge-elettorale-lega-fi-ok-a-emendamento-su-preferenze-schlein-irricevibile-faremo-muro/

Pagella Politica, «La Camera ha approvato la riforma della legge elettorale», 16 luglio 2026. https://pagellapolitica.it/articoli/camera-approvazione-riforma-legge-elettorale

Fabio Salamida, «Giorgia Meloni bocciata sulle preferenze: caccia ai franchi tiratori», con i dati della simulazione YouTrend, 15 luglio 2026. https://www.fabiosalamida.it/giorgia-meloni-bocciata-preferenze-le-caccia-franchi-tiratori/

Giornale di Sicilia, «Controcorrente aderisce a Progetto Civico Italia, La Vardera ne diventa presidente», 30 luglio 2026. https://gds.it/articoli/politica/2026/07/30/controcorrente-aderisce-a-progetto-civico-italia-la-vardera-ne-diventa-presidente-d1e60919-3b32-468a-beb4-7d878bb4424f/

Open, «Onorato arruola La Vardera (con la sponda dei Cinque Stelle) e sfida il Campo largo», 30 luglio 2026. https://www.open.online/2026/07/30/alessandro-onorato-alleanza-ismaele-la-vardera-primarie-regione-sicilia/

PalermoToday, «Controcorrente aderisce a Progetto Civico Italia: La Vardera presidente, a Miceli la guida della confederazione in Sicilia», 30 luglio 2026. https://www.palermotoday.it/politica/adesione-controcorrente-progetto-civico-italia.html

LiveSicilia, «Controcorrente entra in Progetto Civico Italia, La Vardera presidente», 30 luglio 2026. https://livesicilia.it/controcorrente-entra-in-progetto-civico-italia-la-vardera-presidente/

Italy Flash, «Controcorrente entra in Progetto Civico Italia: La Vardera presidente», 31 luglio 2026. https://www.italyflash.it/2026/07/31/controcorrente-entra-in-progetto-civico-italia-la-vardera-presidente/

Taormina News 24, «La Vardera: nuova legge elettorale è un attacco alla democrazia. Hanno paura di noi», 13 settembre 2026. https://taorminanews24.com/la-vardera-nuova-legge-elettorale-e-un-attacco-alla-democrazia-hanno-paura-di-noi/

Valerio Valeri, RomaToday, «Legge elettorale, l’incubo delle firme taglia fuori il Progetto Civico di Onorato. E l’assessore scende in piazza», 14 settembre 2026. https://www.romatoday.it/politica/progetto-civico-italia-firme-legge-elettorale.html

Open, «Legge elettorale, la protesta sotto Palazzo Madama contro la stretta sulle firme», 14 settembre 2026. https://www.open.online/2026/09/14/legge-elettorale-protesta-firme-nuovi-partiti-progetto-civico/

ANSA, «Legge elettorale: il Senato chiude l’esame della riforma, domani il voto finale. Protesta sulle firme», 14 settembre 2026. https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2026/09/14/legge-elettorale-il-senato-chiude-lesame-della-riforma-domani-il-voto-finale._f50c49b9-ea6e-4f07-a59f-666557e1e4ee.html

Quotidiano di Sicilia, «Dal Melonellum alla Sicilia, la nuova legge elettorale agita i partiti: cosa può cambiare», settembre 2026. https://qds.it/nuova-legge-elettorale-meloni-manifestazione-partiti/

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Corte costituzionale, sentenza n. 1 del 2014 (legge elettorale n. 270 del 2005). Sito ufficiale della Corte: https://www.cortecostituzionale.it

Corte costituzionale, sentenza n. 35 del 2017 (legge elettorale n. 52 del 2015). Sito ufficiale della Corte: https://www.cortecostituzionale.it

Commissione europea per la democrazia attraverso il diritto (Commissione di Venezia), Codice di buona condotta in materia elettorale, 2002. Sito ufficiale: https://www.venice.coe.int

Costituzione della Repubblica Italiana, articoli 48, 49 e 92. Testo ufficiale: https://www.senato.it

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