Ingroia aderisce a Controcorrente in Sicilia senza chiedere nulla in cambio, La Vardera costruisce un movimento comune per comune, Ranucci viene tolto da Report mentre chi lo voleva in politica finisce in carcere, Albanese viene sanzionata da Washington per aver fatto i nomi delle aziende. E nello stesso giorno il Senato vota una legge che quadruplica le firme per chi non è già dentro. Il problema non sono loro. Il problema è chi ha paura di loro.
Roma, martedì 15 settembre 2026. Due scene, poche centinaia di metri di distanza, una sola storia politica.
Alla Protomoteca del Campidoglio si celebrano le esequie di Stato di Emma Bonino, morta l’11 settembre all’età di settantotto anni. Si può essere stati lontanissimi dalle sue scelte politiche — e chi scrive lo è stato su quasi tutto, dall’Europa dei mercati alla guerra — e riconoscere lo stesso una cosa: quella donna la politica non l’ha mai ricevuta in dono. L’ha conquistata con i tavolini per strada, con le firme raccolte una a una, con il proprio corpo messo in mezzo. Nessun apparato l’aveva scelta. Si era candidata da sé, contro tutti.
Nello stesso momento, a Palazzo Madama, l’Aula del Senato arriva al voto finale sulla nuova legge elettorale. Dentro quel testo c’è una norma approvata pochi giorni prima che porta da 1.500 a 6.000 il numero di firme per collegio necessarie a chi non ha un gruppo parlamentare. Tradotto: per presentarsi alla Camera in tutti i collegi servono circa trecentomila sottoscrizioni, raccolte a mano, nei quindici giorni previsti dalla legge. Chi un gruppo ce l’aveva al 31 dicembre 2025 è esentato.
Cioè: chi è già dentro non firma niente. Chi è fuori deve portare trecentomila firme.
Nel giorno in cui lo Stato celebra una donna che aveva fatto della raccolta firme il proprio metodo democratico, il Parlamento rende la raccolta firme un muro.
Ed è con questo sfondo che bisogna leggere il titolo uscito questa mattina in edicola sul Corriere della Sera, dove Roberto Gressi raccontava che i partiti, in vista del 2027, starebbero «setacciando le liste degli svincolati»: Antonio Ingroia, Sigfrido Ranucci, Francesca Albanese. E sullo sfondo Ismaele La Vardera, con il suo movimento e con quello che nell’articolo viene descritto come un possibile pacchetto di voti.
Svincolati. Come i calciatori a fine contratto.
La parola sbagliata
Il linguaggio non è mai innocente, e questo è un caso da manuale.
Chiamare «svincolati» quattro persone che hanno costruito ciascuna, fuori dai partiti, una credibilità pubblica pagandola di persona significa fare due operazioni in una.
La prima è trasformare la loro storia in un attributo commerciale: non più che cosa hanno fatto, ma quanto valgono al mercato delle liste. La seconda, più sottile, è insinuare che chi non ha una tessera sia per ciò stesso disponibile, cioè acquistabile.
È esattamente il contrario della realtà.
Ingroia una scelta politica l’ha fatta, e l’ha fatta pubblicamente. La Vardera un movimento lo ha costruito, comune per comune, e lo ha già fatto vincere. Ranucci ripete da settimane che non si candida e spiega perché. Albanese fa un lavoro che le è costato il congelamento dei beni negli Stati Uniti e il divieto di usare una carta di credito.
Nessuno di questi quattro è «svincolato». Sono persone che non devono niente a nessun apparato. È un’altra cosa. Ed è precisamente la ragione per cui danno fastidio.
Ingroia, o di una scelta dichiarata alla luce del sole
Antonio Ingroia, nato a Palermo il 31 marzo 1959, vince il concorso in magistratura nel 1987 e svolge il tirocinio al Tribunale di Palermo, dove incontra Giovanni Falcone. Nel 1989 viene nominato sostituto procuratore a Marsala, la procura allora guidata da Paolo Borsellino: è lì, raccogliendo le dichiarazioni dei primi collaboratori di giustizia del Trapanese, che si forma davvero. Dal 1992 lavora alla Procura di Palermo con Gian Carlo Caselli e segue i procedimenti sui rapporti fra mafia, politica ed economia, da Bruno Contrada a Marcello Dell’Utri. Nel 2009 diventa procuratore aggiunto e coordinatore della Direzione distrettuale antimafia. È uno dei magistrati che portano in aula il processo sulla trattativa fra pezzi dello Stato e Cosa nostra: l’inchiesta più scomoda della storia repubblicana, quella che non chiedeva chi avesse messo il tritolo ma chi avesse trattato mentre il tritolo esplodeva. Nel luglio 2013 lascia la magistratura.
Chi oggi lo liquida come un professionista della candidatura dovrebbe spiegare perché, da allora, gli sia stato reso impossibile qualunque percorso senza pagarne il conto.
Il 5 e 6 settembre, a margine degli Stati Generali di Controcorrente ad Agrigento, Ingroia ha aderito al movimento di Ismaele La Vardera, mantenendo la presidenza di Azione Civile e della Fondazione Spazio Legalità. Ha motivato la scelta con la centralità della legalità, definita un elemento «non negoziabile», e con la volontà di mettere a disposizione la propria esperienza.
Il dettaglio che il racconto degli «svincolati» non registra è la natura esatta di quella scelta.
Ingroia non è stato reclutato: ha aderito. Non ha annunciato una discesa in campo, non ha rivendicato un posto, non ha chiesto garanzie di alcun tipo. È entrato nella struttura regionale siciliana di un movimento e ha continuato a guidare le realtà nazionali che aveva già costruito. Una scelta dichiarata pubblicamente, con nome e cognome, spiegata con le proprie ragioni.
Fermiamoci un secondo, perché qui c’è tutto.
Chi si mette a disposizione di un progetto politico senza chiedere nulla in cambio non è un giocatore a fine contratto in attesa di un’offerta. È semplicemente un militante. E il militante è esattamente la figura che il linguaggio del mercato elettorale non riesce più a nominare, perché non rientra in nessuna delle sue categorie: non è un leader, non è un consulente, non è un testimonial.
Non è un «pacchetto». È il contrario di un pacchetto.
E la reazione del ceto politico lo conferma. Matteo Renzi, pochi giorni fa, ha archiviato l’intera operazione con una battuta sul «simbolo del giustizialismo». È un riflesso condizionato che dice molto: nell’Italia del 2026 chi ha passato la vita a perseguire il rapporto fra mafia, denaro e istituzioni viene classificato come un imbarazzo, mentre chi quel rapporto lo ha lasciato prosperare viene classificato come un moderato.
Perché diciamocelo francamente: la legalità di cui parla Ingroia non è quella delle manette in prima serata. È la legalità degli appalti truccati che diventano case che crollano, della sanità privatizzata che diventa liste d’attesa di quattordici mesi, dei fondi pubblici che si perdono per strada e che tornano indietro sotto forma di servizi che non ci sono. La mafia, in Sicilia come in Lombardia, è una forma di accumulazione capitalistica armata. Combatterla è una questione sociale prima che giudiziaria.
Chi trova «giustizialista» tutto questo, probabilmente ha semplicemente scelto l’altra parte.
La Vardera, o di un movimento che si costruisce dal basso
Il secondo bersaglio dell’articolo del Corriere è Ismaele La Vardera, descritto sostanzialmente come il titolare di un pacchetto di voti da piazzare.
I fatti raccontano un’altra cosa.
Controcorrente nasce come gruppo di un solo deputato all’Assemblea regionale siciliana ed è oggi un gruppo di quattro. Ad Agrigento, alle ultime comunali, il candidato espresso dal movimento, Michele Sodano, ha vinto con una percentuale che nessun sondaggio aveva previsto, restituendo al centrosinistra il primo capoluogo siciliano dopo una lunghissima stagione di dominio della destra. Il 30 luglio Controcorrente ha aderito a Progetto Civico Italia, la rete nazionale di cui La Vardera è diventato presidente e Alessandro Onorato segretario nazionale: alla presentazione alla Camera sono stati indicati oltre mille comuni coinvolti, circa ottocento amministratori, più di cinquecento comitati civici.
Nel frattempo La Vardera gira la Sicilia in roulotte, con uno slogan che dice più di mille congressi: il parlamento che viene da voi.
Si può discutere tutto di questa esperienza: la collocazione, il profilo programmatico, il rapporto con il Partito democratico, l’ambiguità di una parte del mondo civico italiano. Io stesso credo che un’area che si definisce «di centro» dentro il campo progressista rischi di smussare esattamente ciò che andrebbe affilato, a partire dalla critica sociale ed economica.
Ma chiamarlo «pacchetto di voti» è una falsificazione.
Un pacchetto di voti non fa gli stati generali con duemila persone. Non conquista un capoluogo. Non manda amministratori in mille comuni. Non si mette in roulotte.
Quella è, tecnicamente, organizzazione politica: la cosa che i grandi partiti hanno smesso di fare e che oggi, vedendola fare ad altri, riescono a descrivere soltanto come merce.
E c’è un passaggio che nessuno ha voluto leggere fino in fondo. La Vardera ha spiegato ad Agrigento che il suo movimento non ruba voti agli alleati, ma prova a raggiungere chi ha smesso di votare. È la sola frase seria pronunciata quest’anno sul campo largo. In Italia il primo partito è l’astensione, e non è composta da qualunquisti: è composta da lavoratori poveri, precari, giovani senza contratto, donne che hanno lasciato il lavoro per assistere un familiare, pensionati che scelgono fra la visita e la spesa. Sono le persone che la sinistra ha smesso di andare a cercare.
Chi prova a tornare lì non va deriso. Va, semmai, sfidato sul programma.
Ranucci: non è lui che vuole entrare in politica
Il caso di Sigfrido Ranucci è, tra i quattro, quello in cui la narrazione degli «svincolati» crolla più rumorosamente.
Perché Ranucci non sta cercando un posto in lista. Sta cercando di riavere il proprio lavoro.
Il giornalista è stato rimosso dalla conduzione di Report. La Rai ha consegnato ai suoi legali la documentazione il 2 settembre, ma secondo l’avvocato Roberto De Vita l’azienda non ha esplicitato le ragioni di fatto poste alla base del provvedimento. I legali hanno definito la rimozione illegittima e discriminatoria e hanno chiesto il reintegro, con ricorso d’urgenza ex articolo 700 del codice di procedura civile davanti al giudice del lavoro. La trasmissione tornerà in onda l’8 novembre con un’altra conduzione.
Un servizio pubblico può cambiare un conduttore. Nessun giornalista è proprietario di un programma. Ma un servizio pubblico che rimuove il volto del più longevo programma d’inchiesta italiano e si rifiuta di scrivere nero su bianco perché lo ha fatto, non sta esercitando una prerogativa aziendale: sta mandando un messaggio a tutta la categoria.
Su questo sfondo si innesta la vicenda giudiziaria. Ranucci vive sotto scorta ininterrottamente dal 2021. Nel 2024 trovò due proiettili davanti a casa. Il 16 ottobre 2025 una bomba è esplosa davanti alla sua abitazione, distruggendo le automobili parcheggiate. Nel luglio 2026 la Direzione distrettuale antimafia di Roma ha iscritto come presunto mandante Valter Lavitola, ex editore e faccendiere di lunghissimo corso; il 12 agosto, davanti al gip, Lavitola ha ammesso di essere il mandante, sostenendo però di aver voluto ottenere per Ranucci un innalzamento del livello di scorta. Per la Procura il movente sarebbe stato invece quello di favorirne una futura candidatura politica accrescendone la popolarità. Il 10 settembre il Tribunale del Riesame ha confermato il carcere e l’aggravante del metodo mafioso. Le responsabilità penali saranno accertate nelle sedi competenti; Ranucci, che in questa storia è la persona offesa, sarà sentito come persona informata sui fatti.
Teniamo ferma la sequenza, perché è enorme.
C’è un uomo che secondo l’accusa ha fatto esplodere un ordigno davanti alla casa di un giornalista per spingerlo verso la politica. E c’è il giornalista che risponde, pubblicamente e ripetutamente, che in politica non ci va: perché — sono parole sue — dà più fastidio da conduttore di Report.
Ranucci ha anche raccontato, con una punta di ironia, i sondaggi che lo accreditano di un gradimento a due cifre nella fiducia degli italiani e che lo indicano come credibile perfino per guidare il Paese. Un altro, con quei numeri, avrebbe già fondato un partito. Lui dice che vuole tornare a fare inchieste.
Questo non è un uomo in cerca di un seggio. Questo è un uomo che difende un mestiere.
Se qualcuno, dentro il campo largo, sta pensando di usarne il nome come richiamo elettorale, sappia che sta facendo esattamente ciò che altri hanno tentato con mezzi ben peggiori: convertire la credibilità di un giornalista in consenso per qualcun altro.
La sinistra, invece di corteggiarlo, dovrebbe fare una cosa più semplice e più urgente: difenderlo. Pretendere che la Rai spieghi. Pretendere che il contratto di servizio, che impegna il servizio pubblico a tutelare il giornalismo d’inchiesta, venga rispettato. Fare di Report una questione di libertà di informazione e non di toto-candidature.
Albanese: sanzionata perché ha fatto i nomi
Su Francesca Albanese la narrazione del «volto forte da mettere in lista» è, se possibile, ancora più offensiva.
Albanese è Relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati dal 1° maggio 2022, prima donna a ricoprire l’incarico, confermata nel 2025 per un secondo mandato. Non è una commentatrice televisiva: è titolare di un mandato internazionale indipendente.
E ha fatto la cosa che il potere non perdona mai: ha fatto i nomi.
Nel rapporto sull’economia dell’occupazione diventata economia del genocidio ha ricostruito come contratti, investimenti e forniture — militari, tecnologiche, logistiche, finanziarie — rendano l’occupazione un affare, elencando le aziende che ne traggono profitto. Nel marzo 2026, a Ginevra, ha presentato al Consiglio per i diritti umani il rapporto sulla tortura, documentando ciò che accade nelle carceri israeliane dall’ottobre 2023 e chiedendo mandati d’arresto per membri del governo israeliano. In Italia quel testo è disponibile da questo mese anche in italiano.
La risposta degli Stati Uniti è stata una sanzione personale, decisa nel luglio 2025 dall’amministrazione Trump con le parole del segretario di Stato Marco Rubio: antisemitismo, sostegno al terrorismo, disprezzo per l’Occidente. Il congelamento dei beni, il divieto di operazioni bancarie, l’impossibilità di usare una carta di credito. A una funzionaria delle Nazioni Unite. Per un rapporto.
E qui la vicenda dice qualcosa che va molto oltre il caso personale. Le sanzioni non hanno colpito soltanto le carte di credito: hanno significato il blocco dei conti e la trasformazione di una cittadina italiana in un soggetto di fatto intoccabile per l’intero sistema bancario europeo. Quando Albanese ha chiesto di aprire un conto a Banca Etica — l’istituto italiano della finanza critica, che non investe in armi e ha fra i propri soci e clienti buona parte del terzo settore — la banca è stata costretta a rifiutare. Non perché una legge italiana o europea lo vietasse: nessuna norma del nostro ordinamento lo impedisce. Ma per il rischio concreto di incorrere in quelle che si chiamano «sanzioni secondarie»: l’esclusione dai circuiti internazionali di pagamento, l’impossibilità di operare in dollari, multe che ad altri istituti europei sono costate miliardi. Banca Etica lo ha dichiarato pubblicamente, con parole di aperto rammarico, e ha scritto ai capigruppo di Camera e Senato chiedendo che le istituzioni italiane ed europee si attivassero per far rimuovere le sanzioni. Insieme a lei si è mossa la Febea, la federazione europea delle banche etiche e alternative.
Fermiamoci su questo, perché è il cuore della questione. Una banca italiana, che opera in Italia secondo la legge italiana, non ha potuto aprire un conto corrente a una cittadina italiana, perché il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti aveva messo il suo nome su una lista. Questa si chiama extraterritorialità: il potere di uno Stato di imporre le proprie decisioni dentro l’ordinamento di un altro, senza un trattato, senza un processo, senza una sentenza. La sovranità nazionale di cui certa destra si riempie la bocca ogni giorno è finita esattamente lì, e nessuno ha fiatato.
Nel maggio 2026 il giudice federale Richard Leon ha accolto l’istanza presentata dai familiari, stabilendo che l’amministrazione aveva con ogni probabilità violato il Primo Emendamento, cioè che Albanese era stata punita per avere espresso un’opinione. Il 20 maggio il Dipartimento del Tesoro ha rimosso il suo nome dalla lista. Una settimana dopo, ottenuta la sospensione in appello, l’amministrazione ha ripristinato le sanzioni.
Ecco il punto che riguarda tutti noi, e che nessun retroscena sulle liste elettorali toccherà mai: una giurista italiana è stata colpita economicamente da una potenza straniera per aver applicato il diritto internazionale a uno Stato alleato di quella potenza. E il governo italiano non ha speso una parola in sua difesa.
Questo è imperialismo nella sua forma più nuda: non il carro armato, ma la lista nera. Non la censura, ma il conto corrente. Non serve occupare un Paese, quando il dollaro è la lingua in cui tutti sono obbligati a parlare.
Che i gruppi parlamentari se la contendano non è uno scandalo, è la conseguenza ovvia del fatto che in questi tre anni lei ha detto ciò che nessun partito italiano ha avuto il coraggio di dire su Gaza. Se un giorno deciderà di portare quella competenza dentro le istituzioni elettive, sarà una scelta sua, legittima e preziosa. Se deciderà di restare dove è, avrà fatto la scelta più utile alla causa palestinese.
Ma nel frattempo c’è una domanda che i corteggiatori dovrebbero porsi allo specchio: siete disposti a sottoscrivere quello che lei scrive? L’embargo sulle armi, la sospensione dell’accordo di associazione fra Unione europea e Israele, le sanzioni ai responsabili, il disinvestimento dalle aziende coinvolte? Perché candidarla senza assumerne il programma sarebbe soltanto un modo elegante di neutralizzarla.
Il vero casting si chiama legge elettorale
E arriviamo al punto che, non per caso, nel racconto degli «svincolati» resta sullo sfondo.
Il sistema che viene approvato in queste ore è un proporzionale con premio di governabilità: 70 deputati e 35 senatori alla coalizione che superi il 42 per cento in entrambe le Camere, con un tetto di 220 deputati e 113 senatori. Al deposito del simbolo i partiti devono indicare il candidato presidente del Consiglio. Tornano le preferenze, assenti dal 1993: liste da sette candidati, fino a tre preferenze, ma con il capolista bloccato. Il deputato Federico Fornaro ha calcolato, sui dati del 2022, che con questo meccanismo verrebbe eletto davvero con le preferenze meno di un parlamentare su cinque.
E poi l’emendamento sulle firme: da 1.500 a 6.000 per collegio per chi non siede in Parlamento, con l’esenzione per chi aveva un gruppo entro il 31 dicembre 2025. Nella stessa seduta è stato bocciato l’emendamento che avrebbe consentito la raccolta digitale delle sottoscrizioni. Alessandro Onorato l’ha definita una norma liberticida; Giuseppe Conte ha chiesto l’intervento del Presidente della Repubblica. La maggioranza la difende come argine alle liste civetta.
Mettiamo le due cose una accanto all’altra.
Da un lato i partiti che, secondo il Corriere, andrebbero a caccia di volti nuovi. Dall’altro un Parlamento che alza di quattro volte il muro d’ingresso per chiunque voglia presentarsi senza essere già dentro, rifiuta la firma digitale e si riserva i capilista bloccati.
Non è una contraddizione. È una divisione del lavoro.
Il messaggio, per chiunque abbia una storia costruita fuori dai palazzi, è chiarissimo: puoi entrare, ma solo attraverso di noi. Non con la tua lista, non con il tuo simbolo, non con il tuo programma. Da capolista bloccato di qualcun altro, oppure niente.
Ecco dove sta il vero casting. Non nella disponibilità di Ingroia, di La Vardera, di Ranucci o di Albanese. Nella costruzione giuridica di un sistema in cui chi possiede i seggi scrive le regole per conservarli, e poi lamenta la crisi della rappresentanza.
L’articolo 49 della Costituzione dice che i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Liberamente. Trecentomila firme a mano in quindici giorni, con la firma digitale vietata, non è libertà: è un censo travestito da procedura. È il ritorno, in forma amministrativa, del voto per censo — perché quelle firme costano gazebo, autenticatori, strutture, denaro.
Svincolati da che cosa
Torniamo alla parola.
Svincolati dai partiti e dai loro apparati? Sì, e per fortuna.
Svincolati dalle clientele? È l’unica precondizione per fare politica onestamente in questo Paese.
Svincolati dai poteri economici che finanziano, orientano e ricattano? È esattamente ciò che rende Ingroia, Ranucci e Albanese tre figure scomode: nessuno dei tre ha un padrone da ringraziare.
Ma svincolati da una comunità politica? No. E infatti non lo sono.
Ingroia ha un movimento, Azione Civile, e una fondazione; ha scelto di aderire a un progetto politico organizzato e di dirlo pubblicamente, senza chiedere contropartite. La Vardera ha costruito una rete di amministratori e comitati e la porta in giro in roulotte. Ranucci ha una redazione e un pubblico, e sta combattendo per tornarci. Albanese ha un mandato delle Nazioni Unite e ha dietro di sé un movimento per la Palestina che in Italia ha riempito le piazze quando i partiti tacevano.
Non sono corpi liberi in cerca di ingaggio. Sono persone con un vincolo — quello con ciò in cui credono — che non coincide con il vincolo di partito. È questo che il ceto politico non riesce più a concepire, perché ha smarrito l’idea stessa che si possa essere fedeli a qualcosa che non sia una carriera.
Allora sì, c’è una questione vera dentro il dibattito di questi giorni, e non è quella posta dal Corriere. Non è se il campo largo stia cercando volti al posto della politica. È se avrà il coraggio di accettare che quei volti si portino dietro anche il loro contenuto: l’antimafia come questione sociale, il giornalismo d’inchiesta come contropotere, il diritto internazionale applicato anche agli alleati, la Palestina come discriminante e non come imbarazzo.
Perché prendere le persone e lasciare fuori le loro idee è il vecchio trucco con cui si sono bruciate, in questo Paese, decine di esperienze civiche.
Io non chiedo alla sinistra italiana di candidare Antonio Ingroia, Sigfrido Ranucci o Francesca Albanese.
Le chiedo una cosa più impegnativa: di meritarseli.
Di dire, prima delle liste, che cosa pensa della sanità pubblica smantellata e della non autosufficienza lasciata sulle spalle delle famiglie. Che cosa pensa delle armi e del riarmo europeo pagato con i tagli al welfare. Che cosa pensa di un’azienda pubblica che rimuove un conduttore senza spiegare perché. Che cosa pensa di un alleato che sanziona una funzionaria dell’Onu italiana.
E di dirlo adesso, mentre il Senato vota la legge che stabilisce chi potrà anche solo presentarsi.
Perché la vera domanda del 2027 non è quali nomi entreranno nelle liste.
È se, nel 2027, ci sarà ancora qualcuno capace di entrare da fuori.
Mario Sommella
Fonti
Roberto Gressi, «Ingroia, Ranucci o Albanese. E i partiti ora setacciano anche le liste degli “svincolati”», Corriere della Sera, 15 settembre 2026. Testo fornito all’autore come base di lavoro: non è stato possibile verificarne online la versione integrale, per cui il riferimento è limitato ai passaggi contenuti nel materiale disponibile.
«Controcorrente: l’ex pm Ingroia aderisce al movimento La Vardera», Gazzetta del Sud, 7 settembre 2026 — Gazzetta del Sud
«Antonio Ingroia entra in Controcorrente: l’annuncio dopo gli Stati Generali del movimento», LiveSicilia, 7 settembre 2026 — LiveSicilia
«Ingroia entra in Controcorrente mentre La Vardera stringe l’abbraccio con Conte ad Agrigento», Antimafia Duemila, settembre 2026 — Antimafia Duemila
«Stati generali ad Agrigento, La Vardera: “Alle primarie Onorato, altrimenti Conte”», AgrigentoOggi, settembre 2026 — AgrigentoOggi
«Stati Generali Controcorrente, Agrigento laboratorio di La Vardera», AgrigentoOggi, settembre 2026 — AgrigentoOggi
«Renzi fa tre passi indietro per entrare nel campo largo», Juorno, 12 settembre 2026 — Juorno
«Ranucci non si arrende e contesta la rimozione da Report: “Illegittima e discriminatoria”», il Giornale, settembre 2026 — il Giornale
«Sigfrido Ranucci fa ricorso per tornare a Report», Fanpage, settembre 2026 — Fanpage
«Ranucci: “Non mi candido, do più fastidio come conduttore di Report”», ANSA, 9 settembre 2026 — ANSA
«Ranucci: “Per il 63% degli italiani potrei guidare il Paese, ma non mi candido”», Adnkronos / Il Foglio, 8-9 settembre 2026 — Il Foglio
«Attentato a Ranucci, indagato Lavitola, è il presunto mandante», ANSA, 6 luglio 2026 — ANSA
«Attentato a Ranucci, Lavitola ammette: “Sono il mandante”», Il Fatto Quotidiano, 12 agosto 2026 — Il Fatto Quotidiano
«Lavitola resta in carcere, confermata l’aggravante del metodo mafioso», ANSA, 10 settembre 2026 — ANSA
«Il Dipartimento del Tesoro Usa rimuove le sanzioni contro Francesca Albanese», ANSA, 21 maggio 2026 — ANSA
«Francesca Albanese è stata nuovamente inserita nella lista delle persone sanzionate negli Stati Uniti», Il Post, 28 maggio 2026 — Il Post
«Il rapporto di Francesca Albanese su tortura e genocidio in italiano», Il Fatto Quotidiano, 5 settembre 2026 — Il Fatto Quotidiano
Francesca Albanese, «From economy of occupation to economy of genocide», rapporto A/HRC/59/23, Consiglio ONU per i diritti umani, 2025.
«Banca Etica, la società civile e FEBEA scrivono al Governo italiano e agli europarlamentari: siano rimosse le sanzioni USA a Francesca Albanese», Banca Etica, 26 settembre 2025 — Banca Etica
«Francesca Albanese sotto sanzioni Usa. Banca Etica non può aprire il conto, ma chiede alla politica un impegno», lavialibera, settembre 2025 — lavialibera
«Francesca Albanese sotto sanzioni USA: “Neanche Banca Etica mi ha aperto un conto”», Il Fatto Quotidiano, 13 marzo 2026 — Il Fatto Quotidiano
Studio Legale Ingroia, biografia professionale di Antonio Ingroia — studiolegaleingroia.com
«Ingroia, dall’antimafia alla politica sempre sotto i riflettori», Il Sole 24 Ore — Il Sole 24 Ore
«Legge elettorale, dal proporzionale al premio e alle preferenze: oggi il voto al Senato», Adnkronos, 15 settembre 2026 — Adnkronos
«Legge elettorale: centrodestra quadruplica firme per nuove liste», Il Sole 24 Ore, 11 settembre 2026 — Il Sole 24 Ore
«Legge elettorale, stangata sulle liste civetta: da 1.500 a 6mila firme per collegio», QN – Quotidiano Nazionale, 12 settembre 2026 — QN
«Legge elettorale e raccolta firme: dai centristi di Onorato agli ex leghisti, ecco chi rischia di restare fuori», Il Sole 24 Ore, 12 settembre 2026 — Il Sole 24 Ore
«Legge elettorale allo sprint finale, il Senato approva l’articolo 1 della riforma», ANSA, 14 settembre 2026 — ANSA
«È morta Emma Bonino», Il Post, 11 settembre 2026 — Il Post
Costituzione della Repubblica italiana, articolo 49 — Senato della Repubblica