Un grado e mezzo non è evaporato: è stato speso

Il rapporto delle Nazioni Unite sull’overshoot certifica il superamento della soglia di Parigi. Quella soglia non si è consumata da sola: è stata bruciata da decenni di sussidi pubblici alle fonti fossili, di rendite protette e di rinvii spacciati per prudenza

1. Nairobi, 2 settembre

Ci sono date che finiscono nei libri di storia con il rumore delle guerre e dei crolli finanziari, e date che ci passano accanto in silenzio pur pesando molto di più. Il 2 settembre 2026 appartiene alla seconda categoria. Quel giorno, da Nairobi, il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente ha pubblicato un rapporto intitolato Limiting Overshoot. Non è l’ennesimo allarme. È qualcosa di diverso e, per chi ha seguito trent’anni di negoziati climatici, di più grave: è un atto notarile.

Per la prima volta un’agenzia delle Nazioni Unite smette di chiedersi se la soglia di 1,5 gradi verrà superata e comincia a chiedersi quanto salirà il picco, quanto durerà il superamento e se esistano condizioni realistiche per tornare indietro. Il linguaggio ufficiale è overshoot, peak and decline: sfondare, toccare il massimo, rientrare. È la grammatica di una sconfitta trasformata in piano di lavoro.

António Guterres ha commentato chiedendo che il superamento sia il più contenuto e il più breve possibile, e che l’unica cosa a superare ogni misura sia semmai l’ambizione politica. La direttrice esecutiva dell’UNEP, Inger Andersen, è stata più asciutta: se restiamo sopra 1,5 gradi nel lungo periodo, non esistono esiti buoni. Nessuno. Non è una frase da conferenza stampa, è una constatazione tecnica travestita da avvertimento morale.

2. Che cosa dice davvero il documento

Vale la pena leggere le cifre, perché è lì che il rapporto smette di essere un testo diplomatico e diventa un atto d’accusa. Anche nello scenario più favorevole costruito sugli impegni oggi presentati dai governi, il picco atteso di riscaldamento si colloca intorno a 1,8 gradi. Con le politiche effettivamente in vigore, non con quelle annunciate, la stima mediana per fine secolo si attesta intorno ai 2,6 gradi, in una forbice che va da 1,9 a 3,6. Dalla firma dell’Accordo di Parigi il mondo ha immesso in atmosfera oltre 400 miliardi di tonnellate di anidride carbonica.

Il rapporto richiama l’Emissions Gap Report del 2025, che fissava l’asticella: per restare su una traiettoria compatibile con 1,5 gradi e un superamento limitato, le emissioni globali di gas serra dovrebbero scendere del 55 per cento rispetto ai livelli del 2019 entro il 2035. Nel 2024 sono invece cresciute del 2,3 per cento, arrivando a 57,7 miliardi di tonnellate equivalenti. Non è un rallentamento insufficiente. È una direzione sbagliata.

Una precisazione tecnica serve a evitare confusioni che la propaganda sfrutta volentieri. Il 2024 ha già chiuso con una media annua intorno a 1,53 gradi sopra i livelli preindustriali, ma un singolo anno caldo non equivale al superamento della soglia: quella si misura sul riscaldamento di fondo, oggi stimato intorno a 1,4 gradi. È proprio questa distinzione che rende la notizia più seria, non meno: significa che il superamento strutturale è ormai atteso entro pochi anni, con stime che indicano il 2029 o il 2030.

3. Il tempo è l’unica variabile non negoziabile

Fra tutte le cifre del rapporto, la più politica è quella indicata da Joeri Rogelj, uno degli autori: ogni cinque anni di ritardo nella riduzione delle emissioni aggiunge almeno un decimo di grado al picco del riscaldamento. Tradotto: ogni legislatura sprecata ha un prezzo fisico, misurabile, che qualcuno pagherà.

Questo rovescia il modo in cui in Italia e in Europa si discute di clima. Da anni ci viene raccontata una contrapposizione tra chi vorrebbe fare troppo in fretta e chi predica gradualità, tra transizione ideologica e realismo industriale. Il rapporto dell’UNEP dimostra che quella contrapposizione è falsa. La gradualità non è una posizione prudente: è una posizione costosa, e il costo non lo paga chi la sostiene. Lo pagano, in ordine, le popolazioni delle isole del Pacifico, i contadini dell’Asia meridionale, i braccianti che lavorano sotto il sole a quaranta gradi nelle campagne del Mezzogiorno, gli anziani soli nelle case senza climatizzazione durante le ondate di calore urbane.

Il ritardo, insomma, non è un incidente della politica. È una redistribuzione. Sposta risorse e sicurezza dal futuro al presente e dai molti ai pochi, e lo fa con la lentezza rassicurante delle procedure amministrative.

4. Il conto arriva a Trishuli Bazar

Il 26 agosto 2026, sul confine tra Tibet e Nepal, una massa di ghiaccio, roccia e detriti si è staccata a oltre cinquemila metri di quota e ha generato una piena improvvisa lungo il sistema del Bhote Koshi e del Trishuli. In mezz’ora il livello del fiume si è alzato di nove metri. Un pilota di elicottero ha raccontato di onde alte cinque o sei metri. A Devighat, nel distretto di Nuwakot, secondo le ricostruzioni locali si sono salvate pochissime case. Ponti, mercati, scuole, quindici impianti idroelettrici: cancellati.

I bilanci restano provvisori e discordanti, come sempre accade quando la tragedia colpisce aree remote e Stati diversi. Ai primi di settembre l’autorità nepalese per la gestione dei disastri parlava di oltre milleduecento morti fra i due Paesi e di migliaia di dispersi. Alcune organizzazioni hanno accusato le autorità cinesi di sottostimare le vittime, un’accusa che va registrata come tale e non trasformata in fatto accertato. Una rete internazionale di oltre ottantacinque scienziati ha ricostruito in meno di ventiquattro ore la dinamica dell’evento, escludendo che il solo distacco glaciale potesse spiegare la violenza della colata e indicando il ruolo dell’indebolimento della roccia dovuto allo scioglimento del permafrost e all’acqua di fusione.

Non è possibile attribuire un singolo disastro al riscaldamento globale con la stessa certezza con cui si attribuisce una tendenza. Ma è possibile dire che quel tipo di evento appartiene alla famiglia di fenomeni che il riscaldamento rende più probabili e più violenti, e che gli abitanti di Rasuwa non hanno contribuito quasi in nulla alle emissioni che stanno destabilizzando le loro montagne. È questa l’asimmetria che tiene insieme la questione climatica e la questione della giustizia: chi decide non paga, chi paga non decide.

Il presidente di Palau, Surangel Whipps Jr, ha reagito al rapporto ricordando quanto le nazioni del Pacifico avessero lottato per far entrare la soglia di 1,5 gradi nell’Accordo di Parigi, e osservando che chiedere più ambizione non basta più. Chi vive su un atollo non discute di scenari: guarda il mare che sale sul proprio orto.

5. Il diritto c’è già. Manca chi lo applichi

Chi sostiene che manchino gli strumenti giuridici mente, o non ha letto le carte. Il 23 luglio 2025 la Corte internazionale di giustizia ha emesso all’unanimità un parere consultivo che riconosce nella soglia di 1,5 gradi l’obiettivo primario di temperatura dell’Accordo di Parigi e afferma che gli Stati hanno l’obbligo di prevenire il danno climatico, compreso un dovere di diligenza nel regolare gli attori privati. Il parere non è vincolante nel senso stretto del termine, ma stabilisce un criterio di responsabilità che i tribunali nazionali possono usare, e stanno già usando.

Il 20 maggio 2026 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato, su iniziativa di Vanuatu, una risoluzione che accoglie quel parere e chiede agli Stati di darvi attuazione: centoquarantuno voti a favore, otto contrari, ventotto astensioni. Vale la pena ricordare che l’intera vicenda nasce dalla campagna di ventisette studenti dell’Università del Pacifico Meridionale alle Figi. Non da un governo, non da una multinazionale: da un gruppo di ragazzi.

Due mesi prima, nel marzo 2026, gli esperti indipendenti delle Nazioni Unite avevano denunciato pubblicamente qualcosa di più scomodo: un modello di ostruzione crescente, dentro le sedi multilaterali, contro qualsiasi riferimento esplicito ai combustibili fossili e contro il parere della Corte. Non è complottismo, è una denuncia formale dell’Alto commissariato per i diritti umani. Significa che una parte degli Stati non si limita a non agire: lavora attivamente perché non si possa nemmeno nominare la causa del problema.

6. Il conto italiano: quarantotto miliardi in un anno

Chi vuole capire perché il mondo ha superato la soglia non deve guardare alle dichiarazioni, ma ai bilanci pubblici. In Italia il quadro è documentato con precisione da Legambiente, che monitora la materia dal 2011. Secondo il rapporto Stop sussidi ambientalmente dannosi presentato nel marzo 2026, nel 2024 lo Stato italiano ha destinato 48,3 miliardi di euro a sussidi ambientalmente dannosi, distribuiti su settantasei voci fra attività, opere e progetti legati direttamente o indirettamente alle fonti fossili e alle attività inquinanti. In quindici anni la somma complessiva supera i 436 miliardi.

La composizione conta più del totale. Il settore energetico assorbe oltre 14 miliardi. Ci sono 3,6 miliardi di agevolazioni IVA, 2,9 miliardi di quote di carbonio assegnate gratuitamente nel sistema ETS e circa 2 miliardi in prestiti e garanzie pubbliche messe a disposizione da SACE e Cassa depositi e prestiti a favore di impianti e infrastrutture fossili. I contributi agli impianti alimentati da fonti fossili sono passati da 1.019 milioni nel 2023 a 1.176 milioni nel 2024. Solo nel 2024, secondo la stessa fonte, l’inadeguatezza di canoni e royalties nel settore oil and gas, aggravata da esenzioni e tetti massimi, è costata allo Stato 547,4 milioni di mancati introiti rispetto ad altri Paesi.

Il dato ufficiale, pubblicato dal Ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica il 16 luglio 2026 nell’ottava edizione del Catalogo dei sussidi, adotta un perimetro contabile più stretto e per il 2025 indica 22,4 miliardi di sussidi dannosi, di cui 20,6 miliardi destinati specificamente ai combustibili fossili attraverso quarantaquattro misure. Nel 2020 erano 13 miliardi. Le due contabilità non coincidono, e la differenza dei criteri va detta con onestà. Ma la direzione che segnalano è la stessa, e la denuncia di Legambiente sulle diciotto voci non quantificate nel Catalogo resta senza risposta.

Qui la discussione smette di essere ambientale e diventa costituzionale. La legge costituzionale numero 1 del 2022 ha inserito nell’articolo 9 la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi anche nell’interesse delle future generazioni, e ha aggiunto all’articolo 41 che l’iniziativa economica privata non può svolgersi in modo da recare danno alla salute e all’ambiente. Ogni miliardo di denaro pubblico che consolida la rendita fossile va misurato su quel testo. Non è una metafora: è una norma di rango costituzionale.

7. La rimozione del carbonio e la tentazione dell’alibi

Il rapporto dell’UNEP indica come unica via di rientro un percorso che vada oltre la neutralità carbonica, fino a emissioni nette negative: sottrarre all’atmosfera più anidride carbonica di quanta se ne immetta. Sul piano fisico è ineccepibile. Sul piano politico è il punto più pericoloso dell’intero documento, e va detto proprio perché il documento stesso lo mette in guardia: la rimozione del carbonio deve aggiungersi agli sforzi di azzeramento, non sostituirli.

La tentazione è evidente. Una tecnologia futura che promette di riparare i danni è lo strumento retorico perfetto per rinviare le decisioni presenti. Piantare alberi, ripristinare ecosistemi, accelerare l’alterazione delle rocce, aumentare l’alcalinità degli oceani: sono approcci diversissimi per maturità, costo e rischio, e nessuno di essi è oggi dimostrato alla scala di gigatonnellate che gli scenari presuppongono. Nel frattempo intorno alla rimozione del carbonio si sta costruendo un mercato, con crediti, certificazioni e attori finanziari. Un mercato ha bisogno di scarsità e di domanda, non necessariamente di risultati climatici verificabili.

Il rischio è che si ripeta lo schema già visto con le compensazioni: un’industria del rinvio finanziata da chi continua a estrarre, che vende all’opinione pubblica la promessa di una riparazione futura in cambio del permesso di non cambiare nulla adesso. Rob Jackson, climatologo di Stanford estraneo al rapporto, ha usato un’immagine efficace: non siamo riusciti a fermare il treno delle emissioni, e ora gli scenari ci chiedono di fermarlo e poi di farlo tornare indietro. È la nostra migliore speranza. È anche, ha aggiunto, tutt’altro che probabile.

8. Antalya, novembre: chi ospita, chi presiede, chi vende

Dal 9 al 20 novembre 2026 la COP31 si terrà ad Antalya, in Turchia, con una divisione di ruoli senza precedenti nella storia dei negoziati climatici: la Turchia mantiene la presidenza formale, l’ospitalità e l’Action Agenda, mentre l’Australia esercita la presidenza dei negoziati, con l’autorità di gestire il processo, nominare i facilitatori, preparare i testi e formulare la decisione finale. Il ministro australiano Chris Bowen sarà presidente dei negoziati. Una pre-COP si terrà alle Figi e un incontro di leader a Tuvalu fra il 5 e l’8 ottobre.

Questa geometria è stata presentata come una vittoria del multilateralismo e come un riconoscimento del Pacifico. In parte lo è. Ma va guardata anche per quello che è: l’Australia, che guiderà le trattative sull’uscita dalle fonti fossili, è uno dei maggiori esportatori mondiali di carbone e di gas naturale liquefatto. La Turchia, che ospita e presiede formalmente, è un Paese la cui espansione economica poggia largamente sul carbone e sul gas. Non è un’accusa di malafede: è la descrizione di un conflitto di interessi strutturale che attraversa l’intero processo negoziale e che nessuna procedura, finora, ha saputo neutralizzare.

Chi difende il sistema delle COP osserva che senza Parigi saremmo su una traiettoria da 3,6 gradi e che oggi siamo intorno a 2,6: circa un grado di riscaldamento evitato, secondo il Climate Action Tracker. È un argomento serio e va riconosciuto. Il solare e i veicoli elettrici hanno conosciuto una crescita che nessuno prevedeva; il mondo ha impiegato quasi settant’anni per installare il primo terawatt di fotovoltaico e poi due anni per il secondo e due per il terzo. Il punto non è che l’Accordo di Parigi non funzioni. Il punto è che funziona a una velocità decisa da chi ha interesse a rallentarlo.

9. Non è il clima ad aver tradito

La parola overshoot ha una qualità sedativa. Suona tecnica, quasi contabile, e permette di dire che abbiamo sforato un obiettivo come si sfora un budget trimestrale. Ma dietro quella parola non ci sono scostamenti di bilancio: ci sono villaggi cancellati in una valle dell’Himalaya, isole che perdono acqua potabile, raccolti bruciati, città che d’estate diventano invivibili per chi non può permettersi di andarsene.

La cosa più importante che il rapporto dell’UNEP dice, senza dirla, è che il superamento della soglia non è stato un fallimento della scienza né un limite della tecnologia. La scienza aveva indicato la traiettoria con decenni di anticipo. Le tecnologie esistevano e sono diventate progressivamente più economiche. Ciò che è mancato è stata la volontà di sottrarre potere a chi guadagna dall’estrazione, e quella volontà è mancata perché il potere di quegli interessi si è tradotto in sussidi, esenzioni, garanzie pubbliche, quote gratuite e ostruzione diplomatica documentata.

Un grado e mezzo non è evaporato. È stato speso, voce per voce, e le voci hanno un nome e un importo. Il rapporto delle Nazioni Unite ci dice che si può ancora limitare l’altezza del picco e accorciarne la durata, e che ogni decimo di grado risparmiato è vita risparmiata. Ma per farlo occorre smettere di trattare la crisi climatica come una questione di comportamenti individuali e cominciare a trattarla per quello che è: una questione di proprietà, di rendita e di democrazia.

La domanda da portare ad Antalya, e prima ancora nelle nostre assemblee elettive, non è se crediamo alla scienza del clima. È molto più semplice e molto più scomoda: chi paga i quarantotto miliardi, e chi li incassa.

Fonti

Nota sulla provenienza del materiale di partenza. Lo spunto iniziale di questo articolo è un testo circolato in italiano attraverso la newsletter Other News (Roma), traduzione dell’articolo di Jacqueline Peel e Wesley Morgan pubblicato da The Conversation nel settembre 2026. I dati citati in quel testo sono stati qui verificati sulle fonti primarie e integrati con documentazione successiva.

UNEP, Limiting Overshoot. Navigating exceedance of 1.5°C and pathways towards return, comunicato ufficiale, Nairobi, 2 settembre 2026. https://www.unep.org/news-and-stories/press-release/unep-world-set-cross-15degc-global-warming-can-still-limit-adapt-and

Jacqueline Peel, Wesley Morgan, A landmark UN report says the world will overshoot the 1.5°C climate target. What happens now?, The Conversation, settembre 2026. https://theconversation.com/a-landmark-un-report-says-the-world-will-overshoot-the-1-5-c-climate-target-what-happens-now-290818

Associated Press, Global warming will exceed 1.5-degree limit, UN says in report that maps path back below danger zone, PBS News, 2 settembre 2026. https://www.pbs.org/newshour/science/global-warming-will-exceed-1-5-degree-limit-un-says-in-report-that-maps-path-back-below-danger-zone

World Resources Institute, Statement. UNEP Report Warns World is Soon to Exceed 1.5°C but Return is Possible, Washington, 2 settembre 2026. https://www.wri.org/news/statement-unep-report-warns-world-soon-exceed-1-5-degrees-c

Truthout, UN Report Says Earth Will Overshoot 1.5C Warming, Emission Cuts Can Limit Damage, settembre 2026. https://truthout.org/articles/un-report-says-earth-will-overshoot-1-5c-warming-emission-cuts-can-limit-damage/

UNEP, Emissions Gap Report 2025. Off Target, novembre 2025, sintesi. https://allafrica.com/stories/202511050117.html

Corte internazionale di giustizia, parere consultivo sugli obblighi degli Stati in materia di cambiamento climatico, 23 luglio 2025. Analisi di Carbon Brief. https://www.carbonbrief.org/icj-what-the-world-courts-landmark-opinion-means-for-climate-change

UN News, General Assembly backs historic World Court climate crisis ruling, 20 maggio 2026. https://news.un.org/en/story/2026/05/1167561

OHCHR, UN experts urge states to support General Assembly resolution operationalising ICJ Advisory Opinion on climate obligations, Ginevra, marzo 2026. https://www.ohchr.org/en/press-releases/2026/03/un-experts-urge-states-support-general-assembly-resolution-operationalising

Legambiente, rapporto Stop sussidi ambientalmente dannosi 2026, 17 marzo 2026. Sintesi in La Nuova Ecologia. https://www.lanuovaecologia.it/litalia-spende-48-miliardi-in-sussidi-ambientalmente-dannosi/

Il Fatto Quotidiano, Sussidi ambientalmente dannosi, 436 miliardi in 15 anni per chi inquina, 17 marzo 2026. https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/03/17/sussidi-ambientalmente-dannosi-italia-436miliardi-notizie/8326982/

Ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Catalogo dei sussidi ambientalmente dannosi e favorevoli, ottava edizione, 16 luglio 2026. Sintesi in Rinnovabili.it. https://www.rinnovabili.it/mercato/economia-e-finanza/sussidi-ambientalmente-dannosi-fossili-2/

Ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica, COP31. La Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2026, scheda ufficiale. https://www.mase.gov.it/portale/cop31-la-conferenza-delle-nazioni-unite-sui-cambiamenti-climatici-del-2026

Department of Climate Change, Energy, the Environment and Water (Australia), COP31 Australia-Pacific. https://www.dcceew.gov.au/climate-change/international-climate-action/unfccc-cop/cop31

Sky TG24, Alluvione in Nepal e Tibet, superati i 1.200 morti e i 4.700 dispersi, 3 settembre 2026. https://tg24.sky.it/mondo/2026/09/03/nepal-tibet-morti-alluvione

Focus, Alluvione Nepal e Tibet: la scienza svela la causa della frana, settembre 2026. https://www.focus.it/scienza/scienze/alluvione-tibet-nepal-causa-frana-scienza

Legge costituzionale 11 febbraio 2022 numero 1, modifiche agli articoli 9 e 41 della Costituzione in materia di tutela dell’ambiente. https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2022/02/22/22G00019/sg

Questo testo è distribuito con licenza Creative Commons BY-NC-SA 4.0

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