L’atomo della restaurazione

Come il governo Meloni calpesta due referendum per consegnare il nucleare ai mercati

Ci sono date che la destra italiana non ha mai digerito. L’8 novembre 1987, quando ottanta italiani su cento dissero no al nucleare. Il 13 giugno 2011, quando ventisette milioni di elettori lo ripeterono, travolgendo il progetto di Silvio Berlusconi di riempire la penisola di centrali. E il 23 marzo 2026, quando il No popolare ha affondato la riforma costituzionale della giustizia, la rivincita sognata per trent’anni contro la magistratura. Tre sconfitte, una sola ossessione: piegare la volontà popolare quando la volontà popolare non coincide con gli interessi del blocco di potere. Il 4 giugno 2026 la Camera dei deputati ha approvato, con 155 voti favorevoli, 86 contrari e 8 astenuti, la legge delega che riporta il nucleare in Italia. Non è una legge sull’energia. È un atto di restaurazione, il tentativo di rovesciare per via parlamentare ciò che due tornate referendarie hanno stabilito in modo inequivocabile. Ed è per questo che la battaglia che si apre non riguarda soltanto l’atomo: riguarda la sovranità del voto popolare, cioè il fondamento stesso della democrazia repubblicana.

Una delega in bianco, approvata a tappe forzate

Il provvedimento approvato a Montecitorio, e ora in viaggio verso il Senato dove il governo conta di chiudere la partita prima della pausa estiva, è una legge delega: il Parlamento conferisce all’esecutivo il potere di disciplinare con propri decreti, da emanare secondo il ministro Gilberto Pichetto Fratin «oltre Natale non si va», l’intera materia nucleare. Costruzione ed esercizio degli impianti, gestione del combustibile esaurito, produzione di idrogeno con energia atomica, riorganizzazione della governance e degli enti di controllo: tutto finisce nelle mani del governo, con criteri direttivi talmente generici da configurare una delega in bianco. La stessa autorità di sicurezza nucleare, che dovrebbe essere il presidio indipendente di controllo, verrà definita da un decreto delegato di cui non si conosce il merito: composizione, poteri, garanzie di reale autonomia dalle aziende che dovrà vigilare. Il presidente della commissione Ambiente, il meloniano Mauro Rotelli, ha lavorato per comprimere i tempi della discussione parlamentare, riducendo gli spazi di dibattito e di emendamento. Hanno votato contro Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra; Italia Viva si è astenuta; Azione di Carlo Calenda ha votato con la maggioranza, certificando ancora una volta da che parte sta il centrismo liberale quando si tratta di scegliere tra interessi industriali e pronunciamenti popolari. Il quadro è chiaro: una maggioranza che gode di un premio elettorale che ne gonfia artificialmente i seggi usa quella rendita di posizione per scavalcare due referendum.

La merce che non esiste

Su cosa si fonda, nel merito, questa operazione? Su una merce che non esiste. I piccoli reattori modulari, gli SMR su cui il governo ha costruito l’intera narrazione del «nucleare sostenibile», non sono disponibili commercialmente in Occidente: non ci sono prototipi verificabili, controllabili, sperimentabili sul suolo europeo, ma proposte di aziende e consorzi che vendono progetti, rendering e promesse. Lo ammette lo stesso Pichetto Fratin quando dichiara che «quando le nuove tecnologie saranno mature e disponibili all’inizio del prossimo decennio, l’Italia sarà pronta»: una confessione, più che un programma. Si chiede al Paese di ipotecare il proprio futuro energetico su una tecnologia che il ministro stesso colloca in un domani indeterminato, secondo un modello che conosciamo bene dal capitalismo delle piattaforme: si quota in borsa un sogno, si capitalizzano aspettative, si socializzano i rischi e si privatizzano i profitti. E quale sarebbe il risultato finale di questa scommessa? Il governo lo ha messo nero su bianco: circa il 3,5 per cento dell’elettricità italiana entro il 2040, una decina di terawattora su oltre trecento consumati ogni anno. Quattordici anni di attesa, miliardi di risorse pubbliche dirottate, decine di territori militarizzati, per una frazione marginale del fabbisogno che il fotovoltaico e l’eolico potrebbero coprire in una frazione del tempo e del costo. Quanto ai principi di funzionamento, gli SMR restano reattori a fissione: la stessa fisica, le stesse scorie, gli stessi rischi delle centrali che l’Italia sta faticosamente smantellando da decenni. Il «nuovo nucleare» è un’operazione di marketing applicata a una tecnologia vecchia di settant’anni. Altra cosa sarebbe la fusione, che però rimane allo stato di ricerca e non entra in alcun modo nell’orizzonte di questa legge se non come foglia di fico retorica.

L’emergenza come grimaldello

La tempistica non è casuale. Il governo cavalca la crisi energetica innescata dall’avventurismo bellico di Trump contro l’Iran e dall’instabilità mediorientale, usando il rincaro dei prezzi come grimaldello emotivo per giustificare il ritorno all’atomo. È una truffa logica prima ancora che politica: la crisi dei prezzi colpisce le famiglie e le imprese ora, in questi mesi, mentre una centrale nucleare, anche nelle previsioni più ottimistiche, richiede non meno di dieci anni per entrare in funzione. Chi oggi non riesce a pagare la bolletta del gas non può scaldarsi con un decreto delegato. Ma c’è di più: proprio le guerre che vengono invocate come argomento a favore del nucleare ne dimostrano la follia strategica. L’occupazione militare della centrale di Zaporizhzhia in Ucraina e i bombardamenti sui siti nucleari iraniani hanno mostrato al mondo che gli impianti atomici sono bersagli, e che un Paese costellato di reattori è un Paese che consegna al primo conflitto venti potenziali catastrofi radiologiche. Costruire reattori nell’epoca del riarmo globale e della guerra permanente non è sicurezza energetica: è vulnerabilità strategica elevata a sistema. E mentre il governo insegue l’atomo, la stessa Commissione europea condiziona i propri ingenti prestiti energetici all’Italia allo sviluppo delle fonti rinnovabili, quelle di cui il nostro Paese è naturalmente ricco: il fotovoltaico, in Italia, rende più che in Germania per semplice geografia solare. Le rinnovabili distribuite riducono la dipendenza dall’estero; il nucleare la accentua, perché l’uranio non si estrae in Veneto e la tecnologia andrebbe comprata da consorzi stranieri. La «sovranità energetica» sbandierata dal nazionalismo di governo è, alla prova dei fatti, una subalternità con la bandiera tricolore.

La questione democratica: il voto popolare rovesciato per legge

Ma il cuore nero di questa vicenda è costituzionale. Nel 1987 e nel 2011 il corpo elettorale ha abrogato il nucleare con due pronunciamenti netti, partecipati, vincolanti. La Corte costituzionale, con la sentenza 199 del 2012, ha fissato un principio chiaro: il legislatore non può ripristinare la normativa abrogata dal voto popolare, perché ciò vanificherebbe l’istituto referendario stesso. Se il Parlamento può cancellare con una legge ordinaria l’esito di due referendum, allora il referendum non esiste più: è questa la posta in gioco. E il momento scelto rende l’operazione ancora più eversiva. Appena due mesi e mezzo prima del voto della Camera, il 22 e 23 marzo, quasi il sessanta per cento degli aventi diritto era andato alle urne per bocciare, con il 53,7 per cento dei voti, la riforma costituzionale della giustizia voluta dal governo. Una partecipazione straordinaria, un segnale di vitalità democratica che andava custodito. La risposta dell’esecutivo è stata la legge sul nucleare: un messaggio inequivocabile ai cittadini, e cioè che il loro voto vale finché conviene a chi governa. Non c’è modo più efficace per scoraggiare la partecipazione, per alimentare l’astensionismo che già corrode la Repubblica, per insegnare alle persone che la democrazia è un rito vuoto. C’è poi il capitolo dei territori. Il meccanismo autorizzativo delineato dalla delega concentra nel governo, attraverso il futuro decreto, l’intera filiera dei permessi, riducendo Comuni, Province e Regioni a spettatori muti, addolciti da «misure di compensazione» che sono il nome elegante del prezzo pagato per comprare il silenzio. E la possibilità di dichiarare i siti di interesse strategico nazionale prepara il terreno alla criminalizzazione del dissenso: chi protesterà contro un reattore sotto casa troverà davanti a sé non un’assemblea pubblica, ma un cordone di polizia. Lo abbiamo già visto in Val di Susa, lo rivedremo moltiplicato per venti.

Le scorie della menzogna

Se servisse una prova della malafede, basterebbe guardare alle scorie. Il governo che promette di gestire i rifiuti radioattivi delle future centrali è lo stesso che non riesce a gestire quelli delle centrali chiuse quarant’anni fa. I numeri sono impietosi: secondo l’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare, in Italia giacciono quasi 34 mila metri cubi di rifiuti radioattivi, sparsi in una trentina di depositi temporanei in otto regioni, in crescita anno dopo anno. Il deposito nazionale, di cui si parla da oltre vent’anni e che doveva essere operativo nel 2015, non vedrà la luce prima del 2039: la Carta delle aree idonee ha individuato decine di siti potenziali e non ha raccolto una sola autocandidatura, perché nessuna comunità, comprensibilmente, vuole farsi carico dell’eredità avvelenata di scelte altrui. E così, nell’aprile scorso, il governo ha rinnovato l’accordo con la Francia per lasciare a La Hague, fino al 2040, le scorie ad alta attività che avremmo dovuto riprenderci: quindici anni di proroga, pagati a caro prezzo dai contribuenti italiani, che già versano decine di milioni l’anno per lo stoccaggio all’estero e che dal 2001 hanno speso oltre un miliardo per questo servizio. La Sogin, società pubblica nata venticinque anni fa proprio per lo smantellamento e la gestione dei rifiuti, è stata lasciata in un limbo di commissariamenti e rinvii. Questo è il Paese a cui si chiede di fidarsi sulla gestione di scorie nuove: un Paese che ha appena confessato, rinviando tutto al 2040, di non sapere dove mettere quelle vecchie. Il governo non decide: scarica sul futuro, su altri governi, su altre generazioni. È il metodo dell’intera operazione.

Chi guadagna davvero

Resta la domanda decisiva: a chi conviene? Non ai cittadini, che pagherebbero per quattordici anni una tecnologia inesistente in cambio del tre e mezzo per cento dell’elettricità. Non ai territori, espropriati di ogni voce in capitolo. Conviene a un blocco industriale e finanziario preciso, che attorno al rilancio dell’atomo ha già costruito le proprie posizioni: i grandi gruppi energetici e della difesa riuniti nella nuova società pubblico-privata per lo sviluppo degli SMR, i consorzi internazionali in cerca di un mercato dove piazzare progetti che altrove faticano a trovare acquirenti, la galassia delle consulenze e dell’ingegneria che prospera sui grandi programmi pubblici a prescindere dal loro esito. Il nucleare civile, inoltre, non è mai del tutto separabile dalla filiera militare: competenze, materiali e infrastrutture dell’atomo sono il retroterra di ogni ambizione bellica, e non è un caso che il rilancio nucleare europeo proceda di pari passo con il più grande riarmo dal dopoguerra. Le rassicurazioni ministeriali sull’uso «solo civile» valgono quanto valgono: parole, in un continente che discute apertamente di deterrenza atomica europea. Dentro questa cornice, la legge delega italiana è un tassello di un disegno più ampio, in cui la transizione ecologica viene svuotata e riconvertita in transizione securitaria: meno pannelli sui tetti delle case popolari, più reattori, più commesse, più concentrazione di potere economico. Il neoliberismo in versione atomica non è meno neoliberismo: è la solita socializzazione dei costi, dei rischi e delle scorie, con i profitti che prendono la strada di sempre.

Organizzare la resistenza, ora

Che fare, dunque? La partita non è chiusa: il Senato deve ancora pronunciarsi e i decreti delegati non sono scritti. Il primo terreno è quello dell’informazione: contro una campagna mediatica che vende il nucleare come soluzione miracolosa dei problemi energetici, occorre una controinformazione capillare, casa per casa, territorio per territorio, che spieghi i numeri, i tempi, i costi e le menzogne. Il secondo terreno è giuridico: la palese contraddizione con la sentenza 199 del 2012 va sollevata in ogni sede, e Regioni e Comuni, espropriati delle proprie competenze, hanno gli strumenti per ricorrere alla Corte costituzionale in difesa del proprio ruolo. Il terzo terreno è quello della mobilitazione popolare: la campagna dei territori che si dichiarano liberi dal nucleare, già sperimentata con successo, può essere rilanciata coinvolgendo associazioni, sindacati, enti locali e tutte le forze politiche contrarie alla forzatura. E se tutto questo non bastasse, resta l’arma che ha già vinto due volte: il terzo referendum abrogativo sul nucleare. Nessuno si illuda che sia una passeggiata: un referendum si vince con un lavoro di massa, paziente e organizzato, dentro la contraddizione tra la propaganda astratta dell’atomo salvifico e la reazione concreta delle popolazioni che scopriranno di abitare accanto a uno dei siti candidati. Accanto alla via referendaria c’è quella propositiva: una legge di iniziativa popolare per un piano straordinario di rinnovabili distribuite e di proprietà pubblica e comunitaria dell’energia, che con cinquantamila firme può arrivare in Senato e imporre la discussione in aula, costruendo un fatto politico.

Il 23 marzo gli italiani hanno ricordato al governo che la Costituzione non è sua. Il 4 giugno il governo ha risposto che del voto popolare intende fare carta straccia. Tra queste due date corre la linea del conflitto che attraverserà i prossimi anni: da una parte chi crede che la democrazia sia la sovranità effettiva delle persone sulle scelte che riguardano la loro vita, la loro salute, la loro terra; dall’altra chi la considera un ostacolo da aggirare con i premi di maggioranza, le deleghe in bianco e i decreti natalizi. Il nucleare è oggi il nome di questo conflitto. Non lasceremo che lo vincano loro.

Fonti

Il Fatto Quotidiano, «Nucleare, la Camera approva la legge delega», 4 giugno 2026.

Quotidiano Nazionale, «Nucleare in Italia, via libera della Camera al ddl sui mini-reattori», 4 giugno 2026.

QuiFinanza, «Energia nucleare in Italia, nel 2040 coprirà il 3,5% dell’elettricità», giugno 2026.

Il Post, «L’Italia si è data altri 15 anni per far tornare le scorie radioattive dall’estero», 29 aprile 2026.

ISIN, Inventario nazionale dei rifiuti radioattivi, dati al 31 dicembre 2024.

Corte costituzionale, sentenza n. 199 del 2012.

YouTrend, «Referendum Giustizia 2026, vince il No», 23 marzo 2026.

QualEnergia, «Scorie nucleari e deposito: intervento del ministro e critiche dai territori».

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0

L’atomo e la diversione

La falsa ricetta energetica del governo Meloni e la crisi sociale che nessuno vuole nominare

1. Una crisi di classe travestita da emergenza tecnologica

C’è un momento preciso in cui un governo rivela ciò che davvero è: quando, di fronte a un problema concreto che colpisce i corpi e i conti correnti di milioni di persone, risponde con un simbolo. La crisi energetica che da mesi schiaccia le famiglie e le piccole imprese italiane — bollette che arrivano come sentenze, fabbriche che calcolano se convenga ancora tenere accesi i forni, pensionati costretti a scegliere tra il riscaldamento e i farmaci — è uno di quei momenti. E il governo di Giorgia Meloni ha scelto di rispondere con un simbolo: il ritorno al nucleare. Non una risposta che produca un solo kilowattora negli anni in cui la crisi morde, ma una promessa destinata a materializzarsi, nella migliore delle ipotesi, verso la metà del prossimo decennio. Tra l’urgenza del problema e i tempi della risposta si apre un abisso. Quell’abisso non è un errore tecnico. È il contenuto politico dell’operazione.

Vale la pena nominarlo subito, prima che la retorica della «sovranità energetica» lo seppellisca: la crisi delle bollette non è un fenomeno atmosferico, non è una sventura piovuta dal cielo. È il prodotto di scelte precise — la dipendenza strutturale dal gas, la subordinazione dei prezzi nazionali al mercato internazionale e alle tensioni geopolitiche, un sistema energetico costruito per garantire rendite a pochi grandi operatori. Chi governa quel sistema da decenni non può presentarsi oggi come il medico chiamato al capezzale del malato: è, in larga parte, tra le cause della malattia. La ricetta dell’atomo serve, prima di tutto, a far dimenticare questa diagnosi.

2. Cronaca di un annuncio: l’atomo come risposta al caro bollette

Il 13 maggio 2026, durante il question time al Senato, rispondendo a un’interrogazione del leader di Azione Carlo Calenda sul tema dell’energia, la presidente del Consiglio ha pronunciato la frase destinata a fare titolo: entro l’estate sarà approvata la legge delega e saranno adottati i decreti attuativi necessari, ha dichiarato, alla ripresa della produzione nucleare in Italia. Il veicolo legislativo esiste davvero e ha un nome burocratico: è il disegno di legge di delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile, approvato dal Consiglio dei ministri il 28 febbraio 2025 e da mesi in esame nelle commissioni Ambiente e Attività produttive della Camera, dove giacciono ancora centinaia di emendamenti. La premier ha presentato la mossa come la risposta strategica alla dipendenza italiana dalle fonti energetiche estere, una dipendenza definita — con parola scelta con cura — sempre più pericolosa.

Un framing è, per definizione, un modo di scegliere cosa mostrare e cosa lasciare nell’ombra. La luce, qui, viene puntata su tre parole seducenti: sovranità, indipendenza, futuro. Nell’ombra resta quasi tutto ciò che conta davvero: i tempi reali, i costi reali, le scorie reali, e soprattutto la domanda elementare che nessun cronista compiacente ha posto in quell’aula. Se il problema è oggi, perché la soluzione è per il 2035? La risposta a quella domanda è l’intera inchiesta che segue.

3. L’aritmetica che il governo preferisce tacere

Cominciamo dai numeri, perché i numeri hanno il pregio di non essere ideologici. Lo stesso ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, interrogato sui tempi del ritorno all’atomo, ha collocato l’orizzonte realistico verso la metà del prossimo decennio, concedendo che soltanto gli ottimisti possono immaginare qualcosa prima. È un’ammissione che da sola smonta la narrazione dell’emergenza: una tecnologia che, nella migliore delle ipotesi, entrerà in funzione tra dieci anni non è una risposta a una crisi che brucia adesso i bilanci familiari.

Vengono poi i piccoli reattori modulari, gli SMR, presentati dalla pubblicità governativa come la soluzione pulita e rapida. Qui la realtà è brutale nella sua semplicità: non esiste un solo impianto commerciale di questo tipo in funzione nel mondo occidentale. Si tratta di una tecnologia ancora in fase sperimentale, sulla quale un numero crescente di studiosi avverte che costi, tempi di costruzione e rischi tecnologici rendono inverosimile la promessa di reattori operativi entro la fine del decennio. Costruire una narrazione di policy su una macchina che ancora non esiste non è programmazione: è propaganda travestita da ingegneria.

C’è infine la questione del combustibile, quella che la parola sovranità dovrebbe rendere imbarazzante per chi la pronuncia. L’Italia non possiede giacimenti di uranio: dovrebbe procurarselo su un mercato internazionale, scambiando la dipendenza dal gas con la dipendenza dal combustibile arricchito, prodotto e controllato da un pugno di Stati e di multinazionali. La tanto invocata indipendenza energetica si traduce, alla prova dei fatti, in una semplice sostituzione di padrone. Non si esce dalla subordinazione: la si rinomina.

4. Il cimitero europeo delle promesse atomiche

La verifica più eloquente non è italiana, è europea, e ha la forma di una serie di cantieri trasformati in monumenti al fallimento. Il reattore di Flamanville, in Normandia: lavori avviati nel 2007, costo previsto 3,3 miliardi di euro, entrata in funzione programmata per il 2012. È stato collegato alla rete soltanto alla fine del 2024, con dodici anni di ritardo e un costo che la Corte dei conti francese, includendo gli oneri finanziari, ha quantificato attorno ai 23,7 miliardi di euro: circa sette volte la stima iniziale. Sorte analoga per il reattore finlandese di Olkiluoto, entrato in esercizio dopo circa diciotto anni dalla posa della prima pietra, con costi più che triplicati. E il cantiere britannico di Hinkley Point, la cui entrata in funzione è stata rinviata fino a un orizzonte che potrebbe collocarsi nel 2031, con un costo lievitato verso i trentacinque miliardi di sterline e oltre.

Non sono incidenti isolati, sfortune di percorso da addebitare a maestranze distratte. Sono la fisiologia strutturale del nuovo nucleare: una tecnologia talmente complessa che lo sforamento sistematico di tempi e costi è diventato la regola, non l’eccezione. Lo conferma la stessa parabola del programma di reattori di nuova generazione voluto in Francia, il cui costo di costruzione per tre coppie di impianti è passato, in pochi anni, da circa cinquantadue a quasi ottanta miliardi di euro. Presentare tutto questo come la risposta rapida ed economica a una crisi sociale è, nell’interpretazione più generosa, un atto di fede. In quella meno generosa, è un inganno consapevole.

5. Le scorie che non spariscono per decreto

Poi ci sono le scorie, il capitolo che la retorica dell’atomo pulito rimuove con cura chirurgica. L’Italia conserva già, secondo i dati dell’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare aggiornati alla fine del 2024, circa trentatremila settecento metri cubi di rifiuti radioattivi, in aumento di circa il tre per cento in un solo anno, distribuiti in decine di depositi temporanei sparsi sul territorio. Sono l’eredità delle centrali dismesse negli anni Novanta: scorie prodotte quasi quarant’anni fa, per le quali il Paese non ha ancora una sistemazione definitiva. Vale la pena ricordare, contro ogni semplificazione, che circa il quaranta per cento di quei rifiuti non proviene dagli impianti elettronucleari, ma da attività industriali, di ricerca e sanitarie: la gestione delle scorie è un problema corrente del Paese, non un’astrazione del passato.

Il Deposito Nazionale, di cui si discute da oltre vent’anni, non è stato costruito e non lo sarà, secondo le stime più recenti, prima del 2039, forse del 2041. Nessun ente locale ha presentato un’autocandidatura. Il governo ha dovuto rinnovare l’accordo con la Francia per tenere all’estero, fino al 2040, le scorie italiane già esportate. Lo stesso ministro dell’Ambiente è arrivato a ipotizzare pubblicamente di rinunciare al deposito unico. E l’Autorità di regolazione, in una memoria depositata nel febbraio 2026, ha fotografato lo smantellamento delle vecchie centrali come un processo fermo a circa un terzo di avanzamento dopo oltre vent’anni di lavori, con un costo complessivo salito attorno agli undici miliardi di euro. Un governo che in quarant’anni non è riuscito a chiudere il ciclo nucleare precedente chiede fiducia per aprirne uno nuovo. È l’equivalente politico di chiedere un mutuo a chi non ha ancora finito di pagare il precedente.

6. Chi paga la bolletta e chi incassa la rendita

A questo punto la domanda diventa ineludibile. Se i tempi non tornano, se i costi esplodono, se le scorie non hanno dove andare, perché un intero blocco di potere insiste? La risposta sta nella natura profonda di questa tecnologia. Il nucleare, prima di essere un modo di produrre energia, è una macchina per distribuire denaro pubblico. Un reattore è un investimento di decine di miliardi che, dato lo sforamento sistematico dei costi, nessun operatore privato finanzia davvero a proprio rischio: è lo Stato a garantire, a coprire, a socializzare l’onere attraverso le bollette e la fiscalità. I profitti, quando ci sono, vengono privatizzati; le perdite, che sono certe, vengono collettivizzate.

È la stessa grammatica del neoliberismo che abbiamo già visto all’opera nelle autostrade, nelle telecomunicazioni, nella gestione dell’acqua: il bene comune trasformato in rendita perpetua per pochi grandi gruppi, società di ingegneria, imprese di consulenza, l’intera filiera dell’atomo. La sovranità energetica invocata dalla premier è il velo retorico steso su un’operazione di redistribuzione verso l’alto: dalle tasche di chi paga la bolletta — lavoratrici e lavoratori salariati, pensionati, piccole imprese — ai bilanci di chi costruirà, certificherà, finanzierà e gestirà. Nel frattempo le misure reali e immediate restano di tutt’altra scala: il Decreto Bollette del 2026 muove cifre modeste, e in più di un punto scarica sui consumatori costi prima collocati altrove, dallo spostamento sulle bollette degli oneri legati al sistema europeo delle emissioni fino al ridimensionamento di alcuni incentivi alle rinnovabili. La crisi resta un problema sociale; la risposta resta un affare.

7. Il sole sabotato: la via che si potrebbe percorrere subito

Ed è qui che la vicenda diventa amara, perché una risposta esiste, ed è disponibile adesso. Il sole, il vento e l’acqua non dipendono da alcun fornitore estero per il combustibile: la fonte è gratuita e domestica. Un impianto fotovoltaico o eolico si costruisce in pochi mesi, non in decenni. L’ostacolo non è mai stato tecnologico: è sempre stato — e resta — burocratico e politico. Procedure autorizzative lente, connessioni alla rete bloccate, la resistenza di un sistema energetico costruito attorno al gas e alle sue rendite.

Lo ammette, implicitamente, lo stesso Decreto Bollette del 2026, quando interviene per sbloccare la presentazione delle richieste di nuovi impianti rinnovabili e per ripulire la cosiddetta saturazione virtuale della rete, cioè quel groviglio di domande che teneva ingessata la capacità di connessione. È una confessione: lo Stato riconosce di avere esso stesso sbarrato la strada più rapida, più economica e più davvero sovrana. E mentre la sblocca timidamente con una mano, con l’altra ridimensiona gli incentivi al fotovoltaico esistente e annuncia in pompa magna un futuro atomico che nessuno vedrà funzionare prima della metà del prossimo decennio. La scelta tra sabotare il sole e celebrare l’atomo non è una scelta tra due tecnologie. È una scelta tra due distribuzioni del potere.

8. Una scelta di classe mascherata da scelta neutra

La ricetta di Giorgia Meloni contro la crisi energetica non è una ricetta. È un dispositivo narrativo. Serve a occupare la scena pubblica con un simbolo potente — l’atomo, il futuro, la sovranità — mentre il problema concreto, la bolletta che colpisce, l’impresa che chiude, il pensionato che rinuncia, resta senza risposta reale proprio negli anni in cui produce i suoi danni. Serve a presentare come scelta tecnica e neutra ciò che è, invece, una scelta di classe e una scelta di campo. Di classe, perché decide chi paga e chi incassa. Di campo, perché iscrive l’Italia in un modello energetico e geopolitico che confonde la sovranità con un cambio di padrone.

Una via d’uscita c’è, e non è né misteriosa né lontana: si chiama programmazione pubblica delle rinnovabili, controllo pubblico delle reti, redistribuzione dei costi dell’energia che protegga chi ha meno e faccia pagare le rendite. Ma richiede di nominare la crisi per ciò che è — la crisi di un modello capitalistico e neoliberale di gestione dell’energia — e richiede il coraggio di toccare gli interessi costituiti. L’atomo, qui, serve esattamente a non avere quel coraggio. È il modo più costoso, più lento e più radioattivo per non cambiare nulla. E un Paese che accetta di chiamare futuro ciò che è soltanto rinvio ha già deciso, senza ammetterlo, di lasciare il presente nelle mani di chi quel presente lo ha costruito sulle disuguaglianze.

Fonti

Camera dei deputati, disegno di legge di delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile, atto in esame presso le commissioni Ambiente e Attività produttive.

Resoconto del question time al Senato del 13 maggio 2026 e cronache parlamentari relative alle dichiarazioni della presidente del Consiglio sull’energia (Euronles, Il Sole 24 Ore, Fanpage, Energia Oltre).

ARERA, memoria depositata il 17 febbraio 2026 sul disegno di legge in materia di nucleare sostenibile, in merito ai costi e ai ritardi del decommissioning.

Sogin e Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (ISIN), dati sui volumi di rifiuti radioattivi e sullo stato del Deposito Nazionale; Il Post, ricostruzione sul rinnovo dell’accordo con la Francia per lo stoccaggio all’estero.

Corte dei conti francese, relazione sui costi e i tempi del reattore di Flamanville e del programma EPR2; QualEnergia, Il Sole 24 Ore e Greenreport per i dati comparativi su Olkiluoto e Hinkley Point.

Greenplanner, analisi sullo stato della tecnologia dei piccoli reattori modulari (SMR) e sulle criticità specifiche del contesto italiano.

Testo del decreto-legge 20 febbraio 2026, n. 21 (Decreto Bollette), coordinato con la legge di conversione 10 aprile 2026, n. 49, relativamente alle misure su rinnovabili, oneri di sistema e sistema ETS.

Sotto il sole della sovranità: come la rivoluzione solare cinese sta smontando l’ultimo bloqueo imperiale

Mentre Trump trasforma Cuba in «minaccia inusuale e straordinaria» e ne strangola l’energia, Pechino installa novanta parchi fotovoltaici sull’isola. È la più rapida transizione verde mai vista in un Paese del Sud globale, ed è anche la dimostrazione concreta che l’egemonia statunitense, oggi, non è più una condanna inevitabile.

Il 29 gennaio 2026 Donald Trump firma l’ordine esecutivo 14380. Sul foglio della Casa Bianca Cuba diventa, per la diciassettesima volta in sessantacinque anni di assedio, una «minaccia inusuale e straordinaria» alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Undici milioni di abitanti, un’isola caraibica priva di armi nucleari, di flotte oceaniche, di basi militari fuori dal proprio territorio. La minaccia, secondo Washington, è un’altra: l’esistenza stessa di un sistema sanitario universale, di un sistema educativo gratuito, di un modello sociale che — pur tra contraddizioni feroci — continua a sopravvivere a ogni embargo, a ogni sabotaggio, a ogni tentativo di liquidazione.

L’assedio come metodo di governo

L’ordine esecutivo non si limita a inasprire le sanzioni dirette. Introduce un meccanismo del tutto inedito nel diritto internazionale: dazi punitivi su qualunque Paese, fornitore o terzo, che venda petrolio a Cuba. È un’arma extraterritoriale che colpisce la sovranità altrui per piegare quella cubana. Gli esperti delle Nazioni Unite non hanno usato giri di parole: «grave violazione del diritto internazionale», «forma estrema di coercizione economica unilaterale», misure che potrebbero configurare la «punizione collettiva di civili». Il segretario generale dell’ONU, António Guterres, si è dichiarato «estremamente preoccupato» per una situazione umanitaria che, ha avvertito, rischia il collasso totale.

L’innesco è chirurgico. A dicembre 2025, l’amministrazione Trump aveva già lanciato l’operazione Absolute Resolve, conclusasi con la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro e l’interruzione delle forniture petrolifere venezuelane all’isola. Un mese dopo, l’ordine esecutivo chiude ogni alternativa: Pemex messicana, raffinerie russe, fornitori algerini — tutti potenziali bersagli di tariffe ad valorem. A febbraio, le navi cisterna iniziano a essere intercettate nei Caraibi. Secondo il New York Times, è il primo blocco navale effettivo contro Cuba dai tempi della crisi dei missili del 1962. Gli importi di petrolio crollano del 90 per cento.

Quando l’embargo diventa genocidio lento

Le conseguenze materiali di una decisione presa a duemila chilometri di distanza si abbattono sui corpi della popolazione cubana con la prevedibilità di un esperimento da laboratorio. A metà marzo 2026 il sistema elettrico nazionale collassa. I blackout diventano la norma quotidiana: in molte zone superano le venti ore consecutive, in alcune raggiungono picchi di venticinque. Una popolazione intera viene costretta a vivere al ritmo arbitrario delle interruzioni di corrente, a programmare ogni atto della propria esistenza — la cottura del cibo, la conservazione dei medicinali, il sonno dei figli — sull’agenda imprevedibile di un razionamento elettrico imposto dall’esterno.

Il primo a cedere è il sistema sanitario, che era stato per decenni il fiore all’occhiello del socialismo cubano. Migliaia di interventi chirurgici rinviati nel giro di tre mesi, decine di migliaia di vaccinazioni pediatriche posticipate proprio mentre le condizioni igieniche dell’isola si avvicinano al collasso. Oltre un milione di abitanti dipende totalmente dalle autocisterne per l’approvvigionamento idrico, ma le autocisterne sono ferme nei depositi per mancanza di gasolio. I camion della raccolta rifiuti sono fermi anche loro. La spazzatura si accumula sotto il sole tropicale dei trentacinque gradi, mentre le autorità sanitarie segnalano l’incubazione di una nuova epidemia di dengue. Il 13 febbraio, un incendio devasta un magazzino della raffineria Nico López nella baia dell’Avana. Il fumo sale sopra la capitale come la firma visiva di una guerra a bassa intensità che ha smesso di mascherarsi.

Una boccata d’ossigeno arriva il 30 marzo, sotto forma di una petroliera russa carica di centomila tonnellate di greggio attraccata al porto dell’Avana. Equivalgono a circa duecentocinquantamila barili di diesel: dodici giorni e mezzo di consumi cubani. Quando si parla di rispetto delle regole democratiche internazionali, evidentemente, Mosca non sempre ha tutti i torti. Ma una nave non fa primavera. E i conti, soprattutto, non tornano: il Fondo Monetario Internazionale stima per il 2026 un crollo del prodotto interno lordo cubano del 7,2 per cento. È in questo punto preciso che il copione di Washington si inceppa.

La velocità del sole: cosa sta accadendo davvero a Cuba

Nei dodici mesi compresi tra l’inizio del 2025 e l’inizio del 2026, l’isola ha collegato alla rete elettrica nazionale quarantanove nuovi parchi fotovoltaici. Equipaggiamenti e finanziamenti arrivano integralmente dalla Cina. La quota del solare nel mix energetico cubano è passata dal 5,8 per cento di un anno fa a oltre il 20 per cento di oggi. L’11 febbraio 2026, per la prima volta nella storia del Paese, il fotovoltaico ha superato i novecento megawatt di potenza erogata in un solo pomeriggio, frantumando un record stabilito appena ventiquattro ore prima. Gli analisti dell’energia parlano senza enfasi: si tratta della più rapida transizione rinnovabile mai realizzata da una nazione in via di sviluppo.

L’ambizione del piano è di dimensione continentale. Entro il 2028 dovranno essere costruiti novantadue parchi solari, per una capacità complessiva di duemila megawatt. Una cifra equivalente all’intera potenza fossile attualmente installata sull’isola. Significa, in chiaro, che Cuba si sta preparando a rendere economicamente irrilevante l’arma del bloqueo petrolifero. Ogni megawatt di solare installato corrisponde a circa diciottomila tonnellate di combustibile importato che diventano superflue. Se il traguardo del 2028 verrà raggiunto, l’arsenale economico statunitense costruito in sessantacinque anni potrà essere riposto nel cassetto come una reliquia novecentesca. È esattamente questo, e non altro, ciò che terrorizza Washington.

I numeri della cooperazione sino-cubana sono impressionanti soprattutto quando vengono confrontati con la loro stessa storia recente. Le esportazioni di tecnologia solare dalla Cina a Cuba erano cinque milioni di dollari nel 2023; sono diventate centodiciassette milioni nel 2025: un incremento del duemiladuecentoquaranta per cento in due anni. Solo nel mese di gennaio 2026, l’isola ha importato batterie per oltre quindici milioni di dollari: più del doppio di quanto importato in tutto il 2024. Alcuni impianti sono entrati in funzione in trentacinque giorni dall’arrivo delle apparecchiature: una velocità impressionante perfino per i leggendari standard cinesi.

La solidarietà che non si vede dai grandi giornali

C’è poi il livello capillare, quello che non finisce mai sui titoli dei principali quotidiani occidentali. Pechino ha donato a Cuba diecimila kit fotovoltaici autonomi destinati a case isolate, ambulatori rurali, sale parto, cliniche di emergenza, centrali radiofoniche municipali. Altri cinquemila kit, ciascuno composto da pannelli, inverter e batterie di accumulo, sono stati installati nei centri sanitari di centosessantotto comuni. A questo si aggiungono settanta tonnellate di componenti per generatori elettrici donate gratuitamente, una flotta di autobus elettrici che cresce dal 2005, l’assemblaggio di scooter e biciclette elettriche tramite la joint venture VEDCA, diciannove parchi eolici in costruzione per quattrocentoquindici megawatt complessivi. Nel gennaio 2026, di fronte all’aggravarsi della crisi, il presidente Xi Jinping ha personalmente approvato ottanta milioni di dollari di aiuti finanziari di emergenza per attrezzature elettriche, accompagnati da sessantamila tonnellate di riso.

Una donna che dirige il progetto di installazione presso l’Unione Elettrica cubana lo ha riassunto con la concretezza di chi vede le cose accadere ogni giorno: un sistema da due chilowatt installato in una casa rurale isolata permette a una famiglia di avere un frigorifero, un ventilatore, una televisione. Sembra poco. È, in realtà, la differenza tra restare e migrare, tra dignità e abbandono. È la traduzione minuta, capillare, di che cosa significhi la parola sovranità quando smette di essere un’astrazione retorica e ridiventa un atto pratico.

L’imperialismo del petrolio contro l’imperialismo del sole

Per cogliere la portata di quanto sta accadendo a Cuba bisogna alzare lo sguardo dall’isola e ricomporre il quadro mondiale. L’aggressione anglo-americana e israeliana contro l’Iran nell’estate del 2025 ha innescato quella che l’Agenzia Internazionale per l’Energia ha definito senza eufemismi la peggiore crisi energetica della storia. L’amministrazione Trump ha tentato di sfruttare quella crisi per ridisegnare l’architettura energetica globale a proprio vantaggio, riproponendo un’egemonia imperiale fondata sul controllo del mercato delle fonti fossili. Ha calcolato male. Ha sottovalutato la capacità del Sud globale di leggere il proprio interesse e di attrezzarsi per perseguirlo.

Il ministro turco per il clima Murat Kurum, che presiederà la COP31 delle Nazioni Unite, ha capovolto la narrazione dominante con una frase tagliente: il modo migliore per proteggere i cittadini dalle convulsioni violente dei mercati energetici è accelerare la transizione verso l’energia pulita. Simon Stiell, segretario esecutivo dell’agenzia ONU per il clima, è stato persino più diretto: chi ha lottato per mantenere il mondo dipendente dai combustibili fossili sta inavvertitamente accelerando il boom globale delle rinnovabili. La svolta cubana, da questo punto di vista, non è un’eccezione esotica. È un caso di scuola. È il prototipo di una possibilità.

Il cuore della questione è politico, non tecnologico. La Cina è il leader mondiale indiscusso delle filiere che permettono la transizione ecologica: pannelli fotovoltaici, batterie agli ioni di litio, turbine eoliche, veicoli elettrici. Mentre l’Unione Europea — Italia in testa — alza dazi commerciali sui prodotti cinesi puliti per proteggere industrie automobilistiche moribonde e oligarchie fossili in declino, Pechino mette le sue tecnologie a disposizione del Sud globale a condizioni che nessun creditore occidentale ha mai concesso negli ultimi quarant’anni. Senza condizionalità neoliberali, senza piani di aggiustamento strutturale del Fondo Monetario, senza richieste di liberalizzazione dei servizi pubblici, senza esproprio delle risorse strategiche, senza l’imposizione di basi militari come pegno politico. Tutto ciò che l’Occidente ha sempre preteso, viene qui sostituito da un principio diverso: cooperazione Sud-Sud, mutuo beneficio, rispetto della sovranità.

Il silenzio assordante della stampa occidentale

Vale la pena chiedersi perché tutto ciò non occupi le prime pagine dei nostri giornali. Perché il maggiore esperimento di transizione ecologica di un Paese del Sud globale, condotto per giunta sotto un blocco economico da sessantacinque anni, sia trattato dai media italiani come una notizia di terza fascia, quando viene trattato. La risposta richiede onestà. La macchina informativa occidentale è strutturalmente incapace di raccontare un mondo in cui il vincitore della corsa alla decarbonizzazione non è la solita combinazione di democrazie liberali e mercati finanziari, ma un Paese socialista capace di pianificare a lungo termine e di investire dove i tassi di rendimento di Wall Street giudicherebbero «non profittevole». Ammetterlo significherebbe ammettere il fallimento di un’intera architettura ideologica costruita pazientemente dagli anni Ottanta in poi.

Così, mentre il Washington Post fa qualche timida concessione e il Financial Times pubblica numeri che parlano da soli, sui telegiornali italiani Cuba continua a essere descritta esclusivamente attraverso il filtro umanitario delle sue sofferenze — sofferenze che, va notato, non hanno mai un autore identificabile. Il bloqueo statunitense scompare, l’embargo diventa semplicemente «la crisi cubana», e l’eroica resistenza popolare di un’isola che si reinventa con i pannelli solari cinesi viene trasformata, nel migliore dei casi, in una notizia di curiosità. È un esempio da manuale di ciò che Noam Chomsky chiamava la fabbricazione del consenso. Non si tratta di censura: si tratta di cornice. Cambia la cornice e il mondo cambia di significato.

Quale lezione per noi

Ciò che sta prendendo forma a Cuba non è soltanto un caso di studio per ingegneri energetici. È una dimostrazione politica. È la prova vivente che l’idea di una transizione ecologica governata dalla cooperazione internazionale, sganciata dai diktat dei mercati finanziari occidentali e finanziata sulla base di accordi non coloniali, è realmente possibile. Ed è possibile anche — soprattutto — nelle condizioni più drammatiche, sotto l’assedio della prima potenza militare del pianeta. Hugo Chávez aveva chiamato i legami crescenti tra l’America Latina progressista e la Cina una grande muraglia contro l’egemonismo statunitense. La rivoluzione solare cubana è quella muraglia all’opera, mattone dopo mattone, pannello dopo pannello, megawatt dopo megawatt.

Per noi, che viviamo nell’Europa di un’Italia inchiodata a una NATO sempre più aggressiva, dipendente dal gas liquefatto americano e dai capricci tariffari della Casa Bianca, la lezione cubana dovrebbe essere materia di urgente riflessione. Non si tratta di idealizzare modelli altrui né di ignorare le contraddizioni del processo cubano, che esistono e sono note. Si tratta di riconoscere un fatto scomodo: il futuro dell’autonomia energetica, della sicurezza dei popoli, della giustizia climatica non passa più dai centri di comando dell’Occidente atlantico. Passa altrove. Passa, in larga misura, dalla capacità della Cina di tradurre la propria potenza tecnologica e produttiva in solidarietà concreta verso il Sud globale. E passa dalla capacità dei popoli del Sud — e perché no, anche di un certo Sud d’Europa — di leggere lucidamente questa contraddizione e di sfruttarla per i propri interessi reali, non per quelli che Washington ci ricorda ogni mattina di dover avere.

Il 1° maggio 2026, mentre la classe lavoratrice di mezzo mondo ricordava le proprie battaglie storiche, Donald Trump firmava un nuovo ordine esecutivo che congela i beni di chiunque cooperi con il governo cubano nei settori dell’energia, della difesa, della finanza. È la conferma definitiva che la traiettoria intrapresa è irreversibile. Non c’è negoziato possibile, non c’è ammorbidimento dietro l’angolo, non c’è soluzione diplomatica all’orizzonte. C’è soltanto un impero in declino che, come tutti gli imperi nella loro fase terminale, accelera la propria violenza nel tentativo di occultare la propria irrilevanza crescente. E c’è, dall’altra parte, un’isola di undici milioni di abitanti che continua, ostinatamente, a illuminarsi con la luce del sole. Quando la giustizia non scende dall’alto, è il sole stesso che diventa rivoluzionario.

Fonti

Carlos Martinez, «China and Cuba’s solar revolution: solidarity in practice», Morning Star — Friends of Socialist China, aprile 2026.

«With Chinese support, Cuba triples solar power in one year», Friends of Socialist China / Microgrid Media, 25 febbraio 2026.

Lyn Neeley, «China invests in a bright future for Cuba», International Action Center, 11 marzo 2026.

«Trump has choked off Cuba’s oil supply. China is stepping in with solar», The Washington Post, 28 febbraio 2026.

Haley Zaremba, «Cuba’s Fragile Power Grid Finds a Powerful New Partner», OilPrice.com, 19 marzo 2026.

«China to help Cuba with solar energy amid US oil blockade», South China Morning Post, 18 marzo 2026.

OHCHR — Nazioni Unite, «UN experts condemn US executive order imposing fuel blockade on Cuba», Ginevra, 12 febbraio 2026.

«2026 Cuban crisis», Wikipedia (consultato il 2 maggio 2026).

Greenberg Traurig LLP, «U.S. Declares National Emergency on Cuba and Announces Tariff Framework Targeting Oil Suppliers», 9 febbraio 2026.

Casa Bianca, Executive Order 14380 «Addressing Threats to the United States by the Government of Cuba», 29 gennaio 2026; Executive Order del 1° maggio 2026 sulle sanzioni individuali.

Ember Climate, dati sulle esportazioni cinesi di tecnologie solari e di accumulo, 2024–2026.

Financial Times, dati sulle importazioni cubane di pannelli e batterie, gennaio–aprile 2026.

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