Come il governo Meloni calpesta due referendum per consegnare il nucleare ai mercati
Ci sono date che la destra italiana non ha mai digerito. L’8 novembre 1987, quando ottanta italiani su cento dissero no al nucleare. Il 13 giugno 2011, quando ventisette milioni di elettori lo ripeterono, travolgendo il progetto di Silvio Berlusconi di riempire la penisola di centrali. E il 23 marzo 2026, quando il No popolare ha affondato la riforma costituzionale della giustizia, la rivincita sognata per trent’anni contro la magistratura. Tre sconfitte, una sola ossessione: piegare la volontà popolare quando la volontà popolare non coincide con gli interessi del blocco di potere. Il 4 giugno 2026 la Camera dei deputati ha approvato, con 155 voti favorevoli, 86 contrari e 8 astenuti, la legge delega che riporta il nucleare in Italia. Non è una legge sull’energia. È un atto di restaurazione, il tentativo di rovesciare per via parlamentare ciò che due tornate referendarie hanno stabilito in modo inequivocabile. Ed è per questo che la battaglia che si apre non riguarda soltanto l’atomo: riguarda la sovranità del voto popolare, cioè il fondamento stesso della democrazia repubblicana.
Una delega in bianco, approvata a tappe forzate
Il provvedimento approvato a Montecitorio, e ora in viaggio verso il Senato dove il governo conta di chiudere la partita prima della pausa estiva, è una legge delega: il Parlamento conferisce all’esecutivo il potere di disciplinare con propri decreti, da emanare secondo il ministro Gilberto Pichetto Fratin «oltre Natale non si va», l’intera materia nucleare. Costruzione ed esercizio degli impianti, gestione del combustibile esaurito, produzione di idrogeno con energia atomica, riorganizzazione della governance e degli enti di controllo: tutto finisce nelle mani del governo, con criteri direttivi talmente generici da configurare una delega in bianco. La stessa autorità di sicurezza nucleare, che dovrebbe essere il presidio indipendente di controllo, verrà definita da un decreto delegato di cui non si conosce il merito: composizione, poteri, garanzie di reale autonomia dalle aziende che dovrà vigilare. Il presidente della commissione Ambiente, il meloniano Mauro Rotelli, ha lavorato per comprimere i tempi della discussione parlamentare, riducendo gli spazi di dibattito e di emendamento. Hanno votato contro Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra; Italia Viva si è astenuta; Azione di Carlo Calenda ha votato con la maggioranza, certificando ancora una volta da che parte sta il centrismo liberale quando si tratta di scegliere tra interessi industriali e pronunciamenti popolari. Il quadro è chiaro: una maggioranza che gode di un premio elettorale che ne gonfia artificialmente i seggi usa quella rendita di posizione per scavalcare due referendum.
La merce che non esiste
Su cosa si fonda, nel merito, questa operazione? Su una merce che non esiste. I piccoli reattori modulari, gli SMR su cui il governo ha costruito l’intera narrazione del «nucleare sostenibile», non sono disponibili commercialmente in Occidente: non ci sono prototipi verificabili, controllabili, sperimentabili sul suolo europeo, ma proposte di aziende e consorzi che vendono progetti, rendering e promesse. Lo ammette lo stesso Pichetto Fratin quando dichiara che «quando le nuove tecnologie saranno mature e disponibili all’inizio del prossimo decennio, l’Italia sarà pronta»: una confessione, più che un programma. Si chiede al Paese di ipotecare il proprio futuro energetico su una tecnologia che il ministro stesso colloca in un domani indeterminato, secondo un modello che conosciamo bene dal capitalismo delle piattaforme: si quota in borsa un sogno, si capitalizzano aspettative, si socializzano i rischi e si privatizzano i profitti. E quale sarebbe il risultato finale di questa scommessa? Il governo lo ha messo nero su bianco: circa il 3,5 per cento dell’elettricità italiana entro il 2040, una decina di terawattora su oltre trecento consumati ogni anno. Quattordici anni di attesa, miliardi di risorse pubbliche dirottate, decine di territori militarizzati, per una frazione marginale del fabbisogno che il fotovoltaico e l’eolico potrebbero coprire in una frazione del tempo e del costo. Quanto ai principi di funzionamento, gli SMR restano reattori a fissione: la stessa fisica, le stesse scorie, gli stessi rischi delle centrali che l’Italia sta faticosamente smantellando da decenni. Il «nuovo nucleare» è un’operazione di marketing applicata a una tecnologia vecchia di settant’anni. Altra cosa sarebbe la fusione, che però rimane allo stato di ricerca e non entra in alcun modo nell’orizzonte di questa legge se non come foglia di fico retorica.
L’emergenza come grimaldello
La tempistica non è casuale. Il governo cavalca la crisi energetica innescata dall’avventurismo bellico di Trump contro l’Iran e dall’instabilità mediorientale, usando il rincaro dei prezzi come grimaldello emotivo per giustificare il ritorno all’atomo. È una truffa logica prima ancora che politica: la crisi dei prezzi colpisce le famiglie e le imprese ora, in questi mesi, mentre una centrale nucleare, anche nelle previsioni più ottimistiche, richiede non meno di dieci anni per entrare in funzione. Chi oggi non riesce a pagare la bolletta del gas non può scaldarsi con un decreto delegato. Ma c’è di più: proprio le guerre che vengono invocate come argomento a favore del nucleare ne dimostrano la follia strategica. L’occupazione militare della centrale di Zaporizhzhia in Ucraina e i bombardamenti sui siti nucleari iraniani hanno mostrato al mondo che gli impianti atomici sono bersagli, e che un Paese costellato di reattori è un Paese che consegna al primo conflitto venti potenziali catastrofi radiologiche. Costruire reattori nell’epoca del riarmo globale e della guerra permanente non è sicurezza energetica: è vulnerabilità strategica elevata a sistema. E mentre il governo insegue l’atomo, la stessa Commissione europea condiziona i propri ingenti prestiti energetici all’Italia allo sviluppo delle fonti rinnovabili, quelle di cui il nostro Paese è naturalmente ricco: il fotovoltaico, in Italia, rende più che in Germania per semplice geografia solare. Le rinnovabili distribuite riducono la dipendenza dall’estero; il nucleare la accentua, perché l’uranio non si estrae in Veneto e la tecnologia andrebbe comprata da consorzi stranieri. La «sovranità energetica» sbandierata dal nazionalismo di governo è, alla prova dei fatti, una subalternità con la bandiera tricolore.
La questione democratica: il voto popolare rovesciato per legge
Ma il cuore nero di questa vicenda è costituzionale. Nel 1987 e nel 2011 il corpo elettorale ha abrogato il nucleare con due pronunciamenti netti, partecipati, vincolanti. La Corte costituzionale, con la sentenza 199 del 2012, ha fissato un principio chiaro: il legislatore non può ripristinare la normativa abrogata dal voto popolare, perché ciò vanificherebbe l’istituto referendario stesso. Se il Parlamento può cancellare con una legge ordinaria l’esito di due referendum, allora il referendum non esiste più: è questa la posta in gioco. E il momento scelto rende l’operazione ancora più eversiva. Appena due mesi e mezzo prima del voto della Camera, il 22 e 23 marzo, quasi il sessanta per cento degli aventi diritto era andato alle urne per bocciare, con il 53,7 per cento dei voti, la riforma costituzionale della giustizia voluta dal governo. Una partecipazione straordinaria, un segnale di vitalità democratica che andava custodito. La risposta dell’esecutivo è stata la legge sul nucleare: un messaggio inequivocabile ai cittadini, e cioè che il loro voto vale finché conviene a chi governa. Non c’è modo più efficace per scoraggiare la partecipazione, per alimentare l’astensionismo che già corrode la Repubblica, per insegnare alle persone che la democrazia è un rito vuoto. C’è poi il capitolo dei territori. Il meccanismo autorizzativo delineato dalla delega concentra nel governo, attraverso il futuro decreto, l’intera filiera dei permessi, riducendo Comuni, Province e Regioni a spettatori muti, addolciti da «misure di compensazione» che sono il nome elegante del prezzo pagato per comprare il silenzio. E la possibilità di dichiarare i siti di interesse strategico nazionale prepara il terreno alla criminalizzazione del dissenso: chi protesterà contro un reattore sotto casa troverà davanti a sé non un’assemblea pubblica, ma un cordone di polizia. Lo abbiamo già visto in Val di Susa, lo rivedremo moltiplicato per venti.
Le scorie della menzogna
Se servisse una prova della malafede, basterebbe guardare alle scorie. Il governo che promette di gestire i rifiuti radioattivi delle future centrali è lo stesso che non riesce a gestire quelli delle centrali chiuse quarant’anni fa. I numeri sono impietosi: secondo l’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare, in Italia giacciono quasi 34 mila metri cubi di rifiuti radioattivi, sparsi in una trentina di depositi temporanei in otto regioni, in crescita anno dopo anno. Il deposito nazionale, di cui si parla da oltre vent’anni e che doveva essere operativo nel 2015, non vedrà la luce prima del 2039: la Carta delle aree idonee ha individuato decine di siti potenziali e non ha raccolto una sola autocandidatura, perché nessuna comunità, comprensibilmente, vuole farsi carico dell’eredità avvelenata di scelte altrui. E così, nell’aprile scorso, il governo ha rinnovato l’accordo con la Francia per lasciare a La Hague, fino al 2040, le scorie ad alta attività che avremmo dovuto riprenderci: quindici anni di proroga, pagati a caro prezzo dai contribuenti italiani, che già versano decine di milioni l’anno per lo stoccaggio all’estero e che dal 2001 hanno speso oltre un miliardo per questo servizio. La Sogin, società pubblica nata venticinque anni fa proprio per lo smantellamento e la gestione dei rifiuti, è stata lasciata in un limbo di commissariamenti e rinvii. Questo è il Paese a cui si chiede di fidarsi sulla gestione di scorie nuove: un Paese che ha appena confessato, rinviando tutto al 2040, di non sapere dove mettere quelle vecchie. Il governo non decide: scarica sul futuro, su altri governi, su altre generazioni. È il metodo dell’intera operazione.
Chi guadagna davvero
Resta la domanda decisiva: a chi conviene? Non ai cittadini, che pagherebbero per quattordici anni una tecnologia inesistente in cambio del tre e mezzo per cento dell’elettricità. Non ai territori, espropriati di ogni voce in capitolo. Conviene a un blocco industriale e finanziario preciso, che attorno al rilancio dell’atomo ha già costruito le proprie posizioni: i grandi gruppi energetici e della difesa riuniti nella nuova società pubblico-privata per lo sviluppo degli SMR, i consorzi internazionali in cerca di un mercato dove piazzare progetti che altrove faticano a trovare acquirenti, la galassia delle consulenze e dell’ingegneria che prospera sui grandi programmi pubblici a prescindere dal loro esito. Il nucleare civile, inoltre, non è mai del tutto separabile dalla filiera militare: competenze, materiali e infrastrutture dell’atomo sono il retroterra di ogni ambizione bellica, e non è un caso che il rilancio nucleare europeo proceda di pari passo con il più grande riarmo dal dopoguerra. Le rassicurazioni ministeriali sull’uso «solo civile» valgono quanto valgono: parole, in un continente che discute apertamente di deterrenza atomica europea. Dentro questa cornice, la legge delega italiana è un tassello di un disegno più ampio, in cui la transizione ecologica viene svuotata e riconvertita in transizione securitaria: meno pannelli sui tetti delle case popolari, più reattori, più commesse, più concentrazione di potere economico. Il neoliberismo in versione atomica non è meno neoliberismo: è la solita socializzazione dei costi, dei rischi e delle scorie, con i profitti che prendono la strada di sempre.
Organizzare la resistenza, ora
Che fare, dunque? La partita non è chiusa: il Senato deve ancora pronunciarsi e i decreti delegati non sono scritti. Il primo terreno è quello dell’informazione: contro una campagna mediatica che vende il nucleare come soluzione miracolosa dei problemi energetici, occorre una controinformazione capillare, casa per casa, territorio per territorio, che spieghi i numeri, i tempi, i costi e le menzogne. Il secondo terreno è giuridico: la palese contraddizione con la sentenza 199 del 2012 va sollevata in ogni sede, e Regioni e Comuni, espropriati delle proprie competenze, hanno gli strumenti per ricorrere alla Corte costituzionale in difesa del proprio ruolo. Il terzo terreno è quello della mobilitazione popolare: la campagna dei territori che si dichiarano liberi dal nucleare, già sperimentata con successo, può essere rilanciata coinvolgendo associazioni, sindacati, enti locali e tutte le forze politiche contrarie alla forzatura. E se tutto questo non bastasse, resta l’arma che ha già vinto due volte: il terzo referendum abrogativo sul nucleare. Nessuno si illuda che sia una passeggiata: un referendum si vince con un lavoro di massa, paziente e organizzato, dentro la contraddizione tra la propaganda astratta dell’atomo salvifico e la reazione concreta delle popolazioni che scopriranno di abitare accanto a uno dei siti candidati. Accanto alla via referendaria c’è quella propositiva: una legge di iniziativa popolare per un piano straordinario di rinnovabili distribuite e di proprietà pubblica e comunitaria dell’energia, che con cinquantamila firme può arrivare in Senato e imporre la discussione in aula, costruendo un fatto politico.
Il 23 marzo gli italiani hanno ricordato al governo che la Costituzione non è sua. Il 4 giugno il governo ha risposto che del voto popolare intende fare carta straccia. Tra queste due date corre la linea del conflitto che attraverserà i prossimi anni: da una parte chi crede che la democrazia sia la sovranità effettiva delle persone sulle scelte che riguardano la loro vita, la loro salute, la loro terra; dall’altra chi la considera un ostacolo da aggirare con i premi di maggioranza, le deleghe in bianco e i decreti natalizi. Il nucleare è oggi il nome di questo conflitto. Non lasceremo che lo vincano loro.
Fonti
Il Fatto Quotidiano, «Nucleare, la Camera approva la legge delega», 4 giugno 2026.
Quotidiano Nazionale, «Nucleare in Italia, via libera della Camera al ddl sui mini-reattori», 4 giugno 2026.
QuiFinanza, «Energia nucleare in Italia, nel 2040 coprirà il 3,5% dell’elettricità», giugno 2026.
Il Post, «L’Italia si è data altri 15 anni per far tornare le scorie radioattive dall’estero», 29 aprile 2026.
ISIN, Inventario nazionale dei rifiuti radioattivi, dati al 31 dicembre 2024.
Corte costituzionale, sentenza n. 199 del 2012.
YouTrend, «Referendum Giustizia 2026, vince il No», 23 marzo 2026.
QualEnergia, «Scorie nucleari e deposito: intervento del ministro e critiche dai territori».
«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»
Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0