Quando l’economista della crescita entra nella fabbrica della macchina: note critiche su Charles I. Jones, sull’Anthropic Institute e sull’ideologia del rischio esistenziale.
1. Un trasloco che vale più di mille dichiarazioni
Il 30 giugno 2026 uno degli economisti più citati al mondo nello studio della crescita lascia, in aspettativa, la cattedra di Stanford per entrare nell’azienda che costruisce la tecnologia di cui da anni misura i pericoli. Charles I. Jones — Chad Jones, titolare della cattedra STANCO 25 alla Graduate School of Business di Stanford — va a lavorare dentro l’Anthropic Institute, il centro studi fondato dall’impresa che sviluppa i modelli «Claude» e che nel maggio 2026 era valutata circa novecentosessantacinque miliardi di dollari, la più ricca società di intelligenza artificiale «pura» del pianeta. L’uomo che ha costruito un modello matematico per stabilire quanta probabilità di estinzione dell’umanità sia «razionale» accettare in cambio di una crescita straordinaria entra, da consulente interno, nel laboratorio di chi quella variabile la produce.
Non è un dettaglio biografico. È un piccolo apologo sul nostro tempo, perché racconta meglio di qualsiasi dichiarazione come funziona oggi il potere tecnologico: non si limita a fabbricare le macchine, ma chiama al proprio servizio anche gli studiosi incaricati di spiegarci che cosa quelle macchine significano. Chi disegna lo strumento finanzia anche chi ne scrive il libretto di istruzioni morale. E quando il giudice viene assunto dall’imputato, il processo è già deciso prima di cominciare.
2. Quando l’estinzione diventa una variabile
Il saggio che ha reso Jones un riferimento in questo dibattito si intitola «The A.I. Dilemma: Growth versus Existential Risk», uscito come working paper del National Bureau of Economic Research nel 2023 e poi pubblicato sulla rivista dell’American Economic Association. La domanda da cui muove ha l’apparenza della più fredda neutralità scientifica: se l’intelligenza artificiale promette un’accelerazione senza precedenti della crescita, quanto rischio di catastrofe — fino all’estinzione della specie — è ragionevole tollerare per ottenerla?
La risposta, nel modello, dipende da tre fattori: il beneficio di crescita atteso, l’entità della minaccia e, soprattutto, la forma matematica con cui si decide di misurare l’utilità del benessere umano. È qui che il ragionamento mostra il suo volto. Quando si adotta una funzione di utilità illimitata e si immagina uno scenario di crescita esplosiva, una «singolarità» economica, il calcolo approda a una conclusione gelida: quasi qualunque probabilità di estinzione, purché inferiore alla certezza, può risultare «razionale», perché i guadagni di benessere tendono all’infinito. Lo stesso Jones registra il disagio del passaggio: il pianificatore che somma le «unità di utilità» tratta una probabilità del dieci per cento di estinzione dell’intera umanità come una qualsiasi probabilità del dieci per cento di morte individuale, mentre l’istinto di molti dice che le due cose non sono affatto equivalenti.
È esattamente in questo scarto che si annida il problema. Non perché il modello sia sbagliato nei suoi passaggi formali, ma perché rivela la natura del paradigma culturale che lo genera. L’estinzione dell’umanità diventa una variabile. La sopravvivenza della specie entra in una funzione di utilità. La vita si traduce in una probabilità, l’essere umano in un parametro. È il punto d’arrivo di quella ragione strumentale che la Scuola di Francoforte aveva già diagnosticato nel Novecento: una razionalità che riduce ogni cosa a quantità misurabile e perde per strada la capacità di distinguere tra i mezzi e i fini. Il vero rischio antropologico, allora, non è la macchina. È il modo in cui una certa cultura economica ha imparato a pensare il mondo.
3. L’ideologia del rischio esistenziale
C’è una ragione politica precisa per cui il «rischio esistenziale» occupa tanto spazio nel discorso pubblico. Spostare l’attenzione su scenari remoti — la superintelligenza che fra qualche decennio sfugge al controllo e cancella la specie — consente di lasciare nell’ombra i conflitti materiali del presente. Mentre si discute, con apparato di equazioni, della fine del mondo nel 2060, si guarda molto meno a ciò che le piattaforme digitali stanno già facendo oggi: ristrutturano il lavoro, comprimono i salari, concentrano la ricchezza, riscrivono i sistemi informativi, ridefiniscono gli equilibri di forza tra chi possiede e chi lavora.
Il problema non è ciò che l’intelligenza artificiale potrebbe fare domani. È ciò che fa adesso. Non esiste alcuna prova che una macchina cosciente stia per impadronirsi del pianeta. Esistono invece prove abbondanti che un pugno ristretto di imprese stia conquistando infrastrutture, dati, capacità di calcolo e capacità di orientare la vita collettiva. La narrazione apocalittica, paradossalmente, è rassicurante per chi quel potere lo detiene: trasforma una questione di proprietà e di democrazia in una questione di destino tecnologico, e sposta il giudizio dal tribunale della politica a quello della futurologia.
4. L’intelligenza artificiale è industria pesante
Nel dibattito dominante la domanda viene quasi sempre posta così: «l’intelligenza artificiale sarà pericolosa?». È la domanda sbagliata. Quella giusta è un’altra: «chi controllerà l’intelligenza artificiale?». La differenza non è di sfumatura. Nel primo caso il problema appare tecnico, quasi naturale; nel secondo diventa immediatamente politico.
I modelli di intelligenza artificiale non nascono dal nulla, non spuntano dalla natura come funghi dopo la pioggia. Richiedono investimenti colossali, data center grandi come quartieri, quantità enormi di energia elettrica, filiere di microchip avanzatissimi, infrastrutture cloud e una concentrazione di capitale senza precedenti nella storia recente. Bastano i numeri che circondano la sola Anthropic: un accordo con Google per l’accesso fino a un milione di processori dedicati e oltre un gigawatt di potenza di calcolo; investimenti attesi fino a quindici miliardi di dollari da Nvidia e Microsoft; trenta miliardi di dollari di capacità di calcolo acquistati su Azure; un’offerta pubblica iniziale annunciata per l’autunno del 2026. L’intelligenza artificiale non è una creatura immateriale: è industria pesante, è potenza energetica, è proprietà privata, è capitale concentrato, ed è ormai saldata agli apparati statali e militari, come ha mostrato perfino il braccio di ferro tra Anthropic e il Pentagono sull’uso dei suoi sistemi per la sorveglianza interna e le armi autonome.
L’errore teorico di fondo, allora, è trattare l’intelligenza artificiale come un soggetto autonomo, quasi una nuova specie destinata a competere con l’uomo. È la stessa operazione che altrove ho chiamato feticismo tecnologico: si attribuisce capacità d’azione alla macchina per nascondere la capacità d’azione dei proprietari della macchina. Non è l’algoritmo a governare. Qualcuno governa attraverso l’algoritmo. E quel qualcuno ha un nome, una sede legale, un consiglio di amministrazione e una valutazione di borsa.
5. La fabbrica della legittimità
È qui che l’Anthropic Institute diventa un caso di scuola. Annunciato l’11 marzo 2026 e affidato al cofondatore Jack Clark — promosso, con un titolo che è già un programma, a «responsabile del beneficio pubblico» —, il centro nasce dalla fusione di tre squadre interne: quella che mette sotto stress i modelli, quella che ne studia gli impatti sociali e quella che ne misura gli effetti economici e occupazionali. Vi sono confluiti studiosi di rango — l’economista Anton Korinek, in aspettativa dall’Università della Virginia, Zoë Hitzig proveniente da OpenAI, e Matt Botvinick, chiamato a guidare il lavoro sul rapporto tra intelligenza artificiale e diritto — e a essi si aggiunge ora Jones. L’Istituto rivendica apertamente un privilegio: l’accesso a «informazioni che soltanto i costruttori dei sistemi di frontiera possiedono».
Tradotto: la stessa impresa che produce la tecnologia produce anche i dati che ne misurano gli effetti e, attraverso i propri studiosi, le categorie con cui quegli effetti verranno interpretati, discussi e, un domani, regolati. Si finanziano economisti, si pubblicano indici, si costruiscono narrazioni, si stringono alleanze accademiche — come quella con il Becker Friedman Institute dell’Università di Chicago, che ha messo i modelli «Claude» nelle mani di oltre duecento economisti. Tutto questo può essere presentato, in perfetta buona fede, come ricerca responsabile. Ma esiste una seconda lettura, e non è meno legittima: le imprese che controllano l’infrastruttura stanno diventando anche le principali interpreti della trasformazione che esse stesse producono.
Non è una novità nella storia del capitalismo. I grandi centri di potere economico non hanno mai prodotto soltanto merci: hanno prodotto consenso, sapere, legittimità. È la lezione di Gramsci sull’egemonia: il dominio non si regge soltanto sulla forza, ma sulla capacità di far apparire naturale, ragionevole, perfino virtuoso l’ordine esistente. La domanda decisiva, dunque, non è se Anthropic agisca in buona o cattiva fede; è una domanda strutturale, non morale. Può una società privata essere allo stesso tempo produttrice della tecnologia, produttrice dei dati che ne misurano gli effetti e produttrice delle teorie con cui la si giudicherà? Chi controlla insieme la fabbrica, il laboratorio e l’aula del tribunale non ha bisogno di mentire: gli basta scrivere le regole del processo.
6. La crescita di chi?
Uno degli aspetti più rivelatori del lavoro di Jones riguarda proprio la crescita. La domanda implicita è sempre la stessa: se l’intelligenza artificiale aumenterà la produttività, chi raccoglierà i frutti di quell’aumento? Qui affiora il limite dell’approccio dominante, che tratta la crescita come una grandezza aggregata, una marea che solleverebbe tutte le barche. La storia insegna il contrario. La crescita non è mai neutrale: conta chi la controlla, conta chi ne beneficia, conta come viene distribuita.
Negli ultimi quarant’anni abbiamo assistito a straordinari incrementi di produttività accompagnati da una concentrazione crescente della ricchezza e da salari reali rimasti al palo. Non esiste alcuna legge naturale che trasformi il progresso tecnologico in benessere collettivo; in assenza di correttivi politici, anzi, il progresso tende ad amplificare le disuguaglianze esistenti. L’intelligenza artificiale non farà eccezione. Se le infrastrutture resteranno nelle mani di pochi soggetti privati, la crescita prodotta dall’IA si tradurrà soprattutto in rendite monopolistiche, in ulteriore concentrazione del capitale, in un nuovo squilibrio di forze tra il lavoro e chi possiede le macchine. La questione, allora, non è quanto crescerà l’economia. È chi comanderà su quella crescita.
7. La falsa alternativa
Il discorso pubblico ci propone un’alternativa truccata. Da una parte l’entusiasmo tecnologico, che promette abbondanza e redenzione; dall’altra la paura della superintelligenza, che evoca l’apocalisse. Sembrano opposti, ma condividono lo stesso presupposto: considerano la tecnologia il soggetto della storia, l’attore che decide il proprio e il nostro destino. È un inganno prospettico. Il soggetto resta la politica. Non è l’intelligenza artificiale a scegliere come sarà usata: lo scelgono gli esseri umani, le istituzioni, i rapporti di forza, i rapporti di proprietà.
Per questo la domanda decisiva non è se l’IA diventerà abbastanza intelligente da sostituirci. È se le società democratiche saranno abbastanza intelligenti — e abbastanza coraggiose — da governarla, invece di consegnarla già impacchettata a una manciata di imprese private e ai loro azionisti. La posta in gioco non è la coscienza delle macchine. È la sovranità degli esseri umani.
8. Dal rischio esistenziale al conflitto sociale
Charles Jones pone, a suo modo, una domanda importante. Ma la pone nel modo sbagliato. La vera questione non è quale probabilità di estinzione siamo disposti ad accettare in cambio di una crescita prodigiosa. La vera questione è perché una tecnologia costruita su saperi collettivi, denaro pubblico, decenni di ricerca finanziata dagli Stati e dati estratti dalla vita di miliardi di persone debba finire sotto il controllo di un numero sempre più ristretto di proprietari privati.
L’intelligenza artificiale non è un destino. Non è una divinità. Non è una forza della natura. È un prodotto storico, e come ogni prodotto storico porta impressi i rapporti di potere che l’hanno generata. Per questo il dibattito non dovrebbe partire dalla domanda «quanto è intelligente la macchina?», ma da una domanda molto più antica e molto più politica: chi possiede la macchina? La risposta a quella domanda decide chi guadagna e chi perde, chi comanda e chi obbedisce, quale futuro è possibile e quale viene cancellato in partenza.
L’alternativa esiste, e ha un nome: sovranità tecnologica pubblica. Significa infrastrutture di calcolo, dati e modelli sottratti al monopolio privato e restituiti a un controllo democratico, trasparente, collettivo. Significa decidere insieme — non nei consigli di amministrazione della Silicon Valley né nelle funzioni di utilità degli economisti — a che cosa serve questa potenza e a chi deve giovare. Il futuro dell’intelligenza artificiale non si gioca nei laboratori di San Francisco. Si gioca nel conflitto antico e sempre nuovo tra chi concentra il potere e chi lotta per democratizzarlo. È lì, e non altrove, che si decide se questa tecnologia sarà l’ennesimo strumento di dominio o, finalmente, un bene comune.
Fonti
Charles I. Jones, The A.I. Dilemma: Growth versus Existential Risk, NBER Working Paper n. 31837, 2023; American Economic Review: Insights, vol. 6, n. 4, dicembre 2024.
Anthropic, Introducing The Anthropic Institute, comunicato ufficiale, 11 marzo 2026.
Anthropic announces think tank to examine AI’s effect on economy and society, CIO, marzo 2026.
Anthropic Launches Institute to Examine AI’s Impact on Jobs, Security, and Society, eWeek, marzo 2026.
Anthropic hires Stanford economist Chad Jones to assess AI risks, CryptoBriefing, giugno 2026.
Becker Friedman Institute for Economics, Università di Chicago, comunicato sulla partnership con Anthropic, 2025.
American Enterprise Institute, How an Economist Thinks about the AI Dilemma: Growth vs. Existential Risk, 2023.
Voce Anthropic, Wikipedia (dati su valutazione, accordi infrastrutturali e contenzioso con il Dipartimento della Difesa, 2025–2026).
«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere».
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