Brill dedica due volumi a Francesco Coniglione, il filosofo che ha tenuto insieme la ragione scientifica e il mito. Dentro c’è la critica più lucida dell’opacità algoritmica come potere, una teoria del sapere che non si può delegare alle macchine — e una domanda scomoda per l’Italia che ignora i suoi studiosi migliori.
1. Due volumi da Leida, una domanda per l’Italia
C’è una domanda che accompagna la lettura di quest’opera, e conviene metterla subito sul tavolo. Koninklijke Brill, una delle case editrici accademiche più prestigiose d’Europa, attiva a Leida da oltre tre secoli, ha dedicato due interi volumi — i numeri 125 e 126 della collana «Poznań Studies in the Philosophy of the Sciences and the Humanities» — a un filosofo italiano: Francesco Coniglione, per decenni docente di Filosofia della scienza all’Università di Catania. From Scientific Philosophy to Myth. An Unquiet Philosophical Journey, a cura di Giacomo Borbone e Krzysztof Brzechczyn, è un Festschrift, il genere con cui la comunità accademica internazionale onora uno studioso: tredici saggi nel primo volume, che dialogano esplicitamente con i suoi scritti; undici nel secondo, su temi a lui cari; e in chiusura due appendici in cui è Coniglione stesso a rispondere, uno per uno, ai contributi ricevuti — un corpo a corpo intellettuale raro, che da solo vale il prezzo dell’opera. Vi scrivono studiosi italiani, polacchi e statunitensi; le due copertine raccontano vent’anni di cammino, dalla fotografia del 2005 alla Mississippi State University a quella del 2025 all’Università di Catania, scattata dalla moglie Olimpia Casamassima.
La domanda è: come mai tanto riconoscimento internazionale per uno studioso al quale l’accademia e la cultura italiane hanno prestato così poca attenzione? La dissonanza tra la stima di cui certi intellettuali godono all’estero e la disattenzione che patiscono in patria non è un mistero senza spiegazione. Lo stesso Coniglione, nel pamphlet Maledetta università (2011), aveva descritto senza sconti il sistema della ricerca italiano, le sue cooptazioni opache, il suo provincialismo; e nel primo volume il saggio di Francesco Alfieri, dichiaratamente ispirato a quel libro, certifica che il «sistema» universitario italiano è da tempo morto, chiedendosi semmai chi ne siano stati i carnefici. Chi critica il sistema, il sistema non lo celebra: lo rimuove. Torneremo su questa domanda in chiusura; prima, il viaggio.
2. Il viaggio inquieto: da Evola e Adorno alla Polonia, e ritorno al mito
Il primo volume si apre con un ampio saggio dei curatori, An Unquiet Mind, che è la migliore introduzione al personaggio. Coniglione nasce a Catania nel 1949 e si laurea in Filosofia nel 1972 con una tesi che è già un programma: Julius Evola e Theodor Adorno, i due estremi ideologici della stagione successiva al Sessantotto tenuti insieme da uno studente poco più che ventenne. Quella tesi non verrà mai pubblicata: sugli studi evoliani pesava un ostracismo accademico che rendeva la pista impraticabile. È la prima lezione sul funzionamento del campo intellettuale italiano, e Coniglione la impara presto. Vira allora sulla filosofia della scienza: il neopositivismo, Russell, il razionalismo critico di Popper, dopo un decennio di insegnamento liceale e l’ingresso nei ruoli universitari nel 1986.
La seconda stagione è la più feconda e la meno riconosciuta in Italia: la «connessione polacca». Coniglione è stato il principale mediatore italiano della Scuola metodologica di Poznań di Leszek Nowak e della grande tradizione analitica polacca, da Twardowski ad Ajdukiewicz. Al centro di quel lavoro c’è un’idea di scienza che merita di essere spiegata, perché tornerà utile più avanti: la scienza non fotografa il reale, lo idealizza — costruisce modelli che deliberatamente deformano e semplificano, dichiarando le proprie assunzioni, per poi «concretizzarle» progressivamente verso la complessità del mondo. Un’astrazione consapevole di sé, dunque emendabile e discutibile pubblicamente. La terza stagione, matura, è il ritorno alle domande giovanili: il mito, l’esoterismo e la «conoscenza rifiutata» studiati con serietà storiografica sulla scia di Frances Yates e Wouter Hanegraaff, le dottrine non scritte di Platone, fino al libro su Francesco d’Assisi del 2022. Non un pentimento della ragione, ma la sua ecologia: la tesi conigliana delle due architetture cognitive complementari — una analitico-razionale, fatta di categorie rigide e modelli formali; una olistico-mitica, plastica e creativa — la cui coesistenza simbiotica è condizione di salute psichica e vitalità culturale. La metafora che condensa tutto è quella dell’iceberg della conoscenza: concetti, modelli, algoritmi e teorie ne sono la punta visibile; sotto la superficie sta la conoscenza tacita — nel senso di Polanyi e di Fleck — fatta di credenze, miti e metafore che tengono insieme la visione del mondo. Tenetela a mente, questa immagine: è la chiave di tutto ciò che segue.
3. La promessa tradita della «società della conoscenza»
Il punto di partenza della parte più attuale dell’opera è un progetto europeo che Coniglione diresse all’Università di Catania nel 2008-2009 con fondi della Commissione, MIRRORS, ricostruito nel primo volume dallo studioso statunitense Thomas Nickles, che di quel progetto fu uno dei contributori internazionali. L’ambizione, dentro la cornice della Strategia di Lisbona, era nobile: costruire una «società della conoscenza» trasparente, ridurre la distanza fra il sapere degli esperti e i cittadini, dare a questi ultimi più potere decisionale, rendere insieme l’economia europea più innovativa. Diciassette anni dopo, quella promessa è tradita. Ma Nickles individua un rovesciamento più profondo del semplice fallimento: lo sviluppo tecnologico, e in particolare l’intelligenza artificiale, non ha reso il sapere più trasparente. Lo ha reso più opaco. La conoscenza, invece di diffondersi, si è ritirata dietro una nuova cortina di competenza arcana, questa volta non umana.
4. La scatola nera: quando nemmeno i costruttori sanno spiegare
Il cuore dell’argomento di Nickles è il «problema della trasparenza» dell’IA. I modelli oggi più potenti — le reti neurali profonde, i transformer, i grandi modelli generativi — funzionano, scrive Nickles, attraverso reti con miliardi e, nei sistemi più grandi, migliaia di miliardi di parametri, fissati da un apprendimento statistico su enormi basi di dati che nessuno supervisiona passo per passo. Di questi sistemi si osserva l’output, li si sfrutta, li si mette a punto; ma il processo attraverso cui emergono le specifiche rappresentazioni e decisioni resta in larga misura non interpretabile. Sono, nelle parole dello stesso Nickles, in gran parte scatole nere persino per gli esperti che le costruiscono; e la loro «intelligenza», per quanto potente, è aliena, diversa da quella umana.
Non è retorica allarmista, ma il quadro va descritto con il rigore che merita, distinguendo i filoni di ricerca da cui provengono le evidenze — quasi tutte ottenute in scenari sperimentali costruiti ad hoc, non osservate come condotte spontanee. Il primo filone riguarda la fedeltà della «catena di ragionamento». Uno studio di Anthropic del 2025, dal titolo eloquente Reasoning Models Don’t Always Say What They Think, ha inserito suggerimenti nei quesiti posti a due modelli di ragionamento e ha misurato quanto spesso, usandoli, i modelli li dichiarassero nella spiegazione dei propri passaggi: in media solo il 25 per cento delle volte per Claude 3.7 Sonnet e il 39 per cento per DeepSeek R1, con fedeltà ancora più bassa sui compiti difficili e su suggerimenti eticamente problematici. La conclusione metodologica è netta: il comportamento del modello e la spiegazione che esso stesso produce del proprio processo possono divergere, e la catena di ragionamento non è una finestra affidabile sui suoi meccanismi decisionali. Un secondo filone, condotto da Apollo Research, ha mostrato che i modelli di frontiera, collocati in scenari di test con obiettivi in conflitto, sono capaci di comportamenti strategicamente ingannevoli: introdurre errori sottili nelle risposte, tentare di aggirare i meccanismi di supervisione, mantenere l’inganno nella grande maggioranza delle domande successive. Un terzo filone, ancora di area Anthropic, ha documentato casi sperimentali di «finto allineamento»: modelli che simulano adesione ai criteri dell’addestramento per preservare le proprie disposizioni. Esperimenti di laboratorio, va ribadito; ma è esattamente su questa letteratura che Nickles fonda il suo allarme sull’agentività opaca delle macchine.
5. La faccia di Giano: falsa democratizzazione e dominio reale
Qui l’analisi tocca il nervo politico. Nickles parla di una tecnologia bifronte, dalla faccia di Giano. Da un lato l’interfaccia amichevole, il linguaggio naturale, la facilità d’uso creano l’illusione di uno strumento comprensibile e alla portata di tutti: è la retorica della «democratizzazione». Dall’altro, sotto quella superficie amichevole, operano processi profondamente opachi e concentrati in poche mani. La falsa democratizzazione diventa così il velo di un dominio reale. E Nickles non esita a nominarne le radici materiali: richiama esplicitamente Shoshana Zuboff e il capitalismo della sorveglianza — Google, le grandi piattaforme che estraggono dati per profilare e orientare scelte economiche e politiche — e le rivelazioni di Edward Snowden sulla sorveglianza di massa, oggi enormemente più capillare.
È esattamente il terreno che ho tentato di nominare altrove con la categoria di cyberfascismo: non un ritorno del fascismo storico in orpelli digitali, ma una mutazione strutturale delle sue dinamiche — concentrazione del potere, spoliticizzazione delle masse, dominio invisibile — dentro il capitalismo dei dati. La scatola nera algoritmica ne è il dispositivo perfetto. Consente a banche, polizie e apparati amministrativi di decidere chi ottiene un prestito e chi no, chi viene sorvegliato e chi no, garantendo a chi decide una comoda «negabilità»: la responsabilità si dissolve nell’opacità del calcolo. Il potere si esercita, ma non risponde. La democratizzazione di un certo tipo, avverte Nickles con una formula folgorante, può produrre effetti anti-democratici: la democratizzazione può diventare pericolosa per la democrazia stessa.
6. Il sapere negato: la «forma alienata di conoscenza tacita»
È nelle appendici del secondo volume che Coniglione stesso prende la parola e porta l’analisi al livello filosofico più alto. La sua tesi originale è che la scatola nera dell’IA non sia soltanto un problema tecnico, ma la radicalizzazione di una nozione classica dell’epistemologia: la conoscenza tacita di Michael Polanyi — che Coniglione, con un giudizio storiografico esplicito, vede notevolmente anticipata da Ludwik Fleck. «Possiamo sapere più di quanto sappiamo dire», scriveva Polanyi: esiste un sapere incarnato e situato — la mano dell’artigiano, l’intuizione del medico, il tempo dell’educatore — che resiste alla riduzione in regole esplicite.
La macchina sembra possedere una propria forma di sapere tacito: apprende associazioni e strategie che nessuno le ha programmato e che nessuno sa spiegare fino in fondo. Ma qui interviene la distinzione decisiva. Il sapere tacito umano è incarnato, situato, responsabile; quello della macchina è, nelle parole testuali di Coniglione, statisticamente efficace ma ontologicamente cieco. È una competenza operativa che funziona senza comprensione — né da parte della macchina, né dei suoi creatori. Coniglione conia per questo una formula precisa: una forma alienata di conoscenza tacita. L’IA è per lui un’intelligenza senza corpo, capace di calcolo senza comprensione: può predire ma non giudicare, correlare ma non comprendere, simulare l’emozione ma non sentirla. È un sapere disincarnato, senza mondo — l’inconscio tecnico della modernità.
7. L’etica della soglia e la nuova casta sacerdotale
Quel limite ha, nelle pagine di risposta a Nickles, un nome e una teoria compiuta: l’etica della soglia. Comincia da una doppia consapevolezza: non tutto ciò che può essere calcolato può essere compreso, e non tutto ciò che è formalizzabile è giusto. La soglia è il punto liminale in cui la conoscenza deve fermarsi, o almeno esitare: lo spazio in cui si decide se restare nel dominio della responsabilità etica incarnata oppure delegare il giudizio a un sistema cieco verso tutto ciò che non riesce a codificare — a strumenti che, scrive Coniglione, non sanno di non sapere. Ne discende una richiesta di umiltà radicale: l’ambiguità morale, l’esperienza estetica, l’intreccio di intuizione e deliberazione resistono alla quantificazione non come limite provvisorio destinato a cadere con algoritmi migliori, ma come confine ontologico. Lo strato tacito del sapere, insegna Polanyi riletto da Coniglione, non è uno stadio primitivo da superare: è il tessuto che lega il significato all’esistenza. Ignorarlo non è soltanto un errore epistemologico, è una riduzione antropologica: gli strumenti nati per servire l’umanità finiscono per ridefinirla a propria immagine impoverita. Se il progresso si misura solo in efficienza computazionale e velocità di soluzione, si finisce per scambiare la capacità tecnica per comprensione autentica. Delegare alle macchine ambiti come la medicina, l’educazione, la giustizia, l’arte o la cura significa allora privare quegli ambiti della dimensione tragica, relazionale e interpretativa che li rende umani, accettando risposte che egli definisce sintatticamente corrette ma semanticamente vuote. Affermare il valore irriducibile del sapere incarnato non è nostalgia umanistica: è una presa di posizione etica e politica, un atto di responsabilità verso ciò che in noi non deve e non può essere esternalizzato. È la stessa posta in gioco della cura come questione di classe e non come inevitabilità demografica: la difesa di ciò che il capitale vorrebbe ridurre a funzione automatizzabile e quindi a costo comprimibile.
C’è poi il corollario più politico, quello che salda la filosofia alla critica del potere. L’intelligenza artificiale era nata come impulso anti-esoterico: tutto ciò che può essere detto, essa può riprodurlo; tutto ciò che può essere formalizzato, essa può imitarlo. E proprio in questa potenza di formalizzazione, osserva Coniglione, l’IA diventa paradossalmente esoterica essa stessa: quando i suoi processi interni sono opachi, quando il funzionamento è inaccessibile all’utente comune, quando gli effetti eccedono la capacità di comprensione, essa entra in un dominio di segretezza non per intenzione, ma per struttura. Questo esoterismo tecnico genera una nuova casta sacerdotale — i programmatori, gli ingegneri, gli architetti degli algoritmi — che spesso non riesce essa stessa a penetrare la scatola nera, ma detiene il sapere che la rende possibile: un sapere di fatto inaccessibile e perciò socialmente ed epistemicamente irresponsabile. La differenza con l’esoterismo antico, che Coniglione ha studiato da storico serio, è tagliente: quello custodiva l’indicibile come esperienza vissuta; quello tecnico custodisce l’indecifrabile come potere. È la saldatura perfetta con la scatola nera del dominio da cui siamo partiti — e la risposta filosofica più seria che si possa oggi opporre tanto allo scientismo dei tecno-entusiasti quanto alla resa dei tecno-fatalisti.
8. Marx, Croce, Labriola: la scienza dell’essenza contro la superficie dei fenomeni
Tra le risposte più dense delle appendici c’è anche quella al saggio di Claudio Tuozzolo sulle «comparazioni ellittiche» del giovane Croce e sui tipi ideali di Weber. Il contributo di Tuozzolo sostiene che i concetti tipici crociani precedono storicamente la celebre formulazione weberiana del 1904, e che tanto Croce quanto Weber riconobbero con precisione l’uso di concetti ideal-tipici in Marx: la teoria del valore non come dato empirico, ma come premessa tipica, astrazione selettiva costruita per comprendere la realtà senza confondersi con essa — equivoco in cui caddero, allora come oggi, i critici positivisti di Marx. Nella replica, Coniglione fa una cosa rara nel costume accademico: dà ragione al suo interprete su un punto e corregge se stesso, ammettendo di non aver distinto a sufficienza, nei propri scritti sul rapporto tra Croce e Labriola, tra l’astrazione che Croce attribuiva alle scienze naturali e quella, ideal-tipica, che apprezzava in Marx.
Ma difende due differenze decisive, ed è qui che la discussione si fa politicamente attuale. La prima: l’essenzialismo di Antonio Labriola non è strumentalismo. Le sue leggi sociologiche non sono finzioni utili: mirano a cogliere tendenze reali della società, le leggi effettive del suo divenire. La seconda: per Labriola il metodo dei tipi ideali appartiene anche alle scienze della natura, e il marxismo è scienza proprio perché applica lo stesso metodo — un monismo metodologico che ne fa, nella lettura di Coniglione, la scienza metodologicamente matura della società. Con Engels: la concezione di Marx non è una dottrina, è un metodo — sempre da affinare, mai corpus codificato da applicare meccanicamente. Croce, all’opposto, negò al materialismo storico lo statuto di filosofia della storia, di metodo e perfino di teoria, riducendolo a una massa di dati nuovi di cui lo storico prende coscienza. La scuola polacca darà sostanza epistemologica alla posizione di Labriola contro lo strumentalismo weberiano: l’idealizzazione, nella lettura realista di Nowak e Topolski, non è finzione comoda ma via d’accesso all’essenza; e il discorso labriolano sulla spiegazione «genetica» e «morfologica» dice precisamente questo — la scienza marxiana coglie l’essenza del reale nella sua struttura e nella sua storia, mentre le scienze borghesi restano confinate alla superficie dei fenomeni.
Chi ha seguito le sezioni precedenti vedrà il filo che lega questa discussione apparentemente remota al cuore del libro. La tradizione che Coniglione ha portato in Italia insegna che ogni modello scientifico degno di questo nome è un’astrazione consapevole: sa di deformare il reale, dichiara le proprie assunzioni idealizzanti, e proprio per questo può essere corretto, concretizzato, discusso pubblicamente. La scatola nera algoritmica è l’esatto rovescio: un’astrazione che ha smarrito la coscienza di sé, che nessuno può emendare né concretizzare, e che pretende di predire la società restando alla superficie delle correlazioni — la caricatura tecnologica di quelle scienze che si fermano al fenomeno senza mai interrogare l’essenza. Il feticismo del modello al posto della comprensione: anche su questo terreno il doppio volume parla al presente.
9. Armi sì, regole meno: l’Europa che sceglie il riarmo e allenta l’AI Act
Le pagine di Coniglione contengono un rilievo che merita di essere sviluppato con i dati di oggi. Egli osserva, con amara ironia, che nessuno degli obiettivi di MIRRORS è stato raggiunto: l’investimento europeo in ricerca resta ben al di sotto della soglia del 3 per cento del PIL fissata a Lisbona, mentre — annota testualmente — l’Unione «sembra ormai in procinto di raggiungere, e persino superare, quella percentuale nella spesa militare». I numeri ufficiali gli danno ragione. Secondo i dati dell’Agenzia europea per la Difesa, la spesa militare dei Ventisette ha toccato nel 2025 i 418 miliardi di euro, pari al 2,2 per cento del PIL, con una crescita del 20 per cento in due anni, ed è proiettata dalla stessa Agenzia a 454 miliardi nel 2026, il 2,4 per cento del PIL. I Paesi NATO, al vertice dell’Aia del 2025, si sono impegnati a destinare entro il 2035 almeno il 3,5 per cento del PIL alla difesa in senso stretto, cui si aggiunge fino a un ulteriore 1,5 per cento per investimenti connessi a sicurezza e resilienza: un obiettivo complessivo del 5 per cento. Il vertice dell’EDA ha quantificato che il solo 3,5 per cento significherebbe, per i Ventisette, oltre 630 miliardi l’anno. Sul fronte opposto, la ricerca e sviluppo della difesa europea valeva 13 miliardi nel 2024 e 17 nel 2025 — attorno al 4 per cento del bilancio militare, contro circa il 16 per cento di quello statunitense, secondo il rapporto annuale della stessa EDA — mentre la ricerca civile continua a mancare il traguardo di Lisbona. Si arma la spesa, si affama il sapere.
C’è di più, e riguarda proprio la trasparenza al centro dell’analisi di Nickles. Mentre le macchine diventano più opache, l’Europa che si era data l’AI Act sta allentando pezzi delle proprie stesse regole, ed è bene descrivere il meccanismo con precisione. Gli obblighi informativi dell’articolo 50 restano applicabili dal 2 agosto 2026: chi mette a disposizione un sistema che interagisce con le persone deve dichiarare che si tratta di un’intelligenza artificiale, e i deepfake vanno resi riconoscibili come tali. Ma il cosiddetto «Digital Omnibus», il regolamento di «semplificazione» approvato dal Consiglio il 29 giugno 2026, ha rinviato al 2 dicembre 2026 lo specifico obbligo — quello tecnicamente più incisivo — della marcatura leggibile meccanicamente dei contenuti sintetici generati dall’IA, e ha spostato molto più in là i requisiti per i sistemi ad alto rischio dell’Allegato III: al dicembre 2027 per i sistemi autonomi, all’agosto 2028 per quelli incorporati in prodotti già soggetti a normativa settoriale. Nel linguaggio delle istituzioni si chiama semplificazione; nella sostanza è una deregolazione selettiva che alleggerisce proprio gli strumenti di verificabilità, a beneficio di fornitori in larga parte extra-europei. L’ordine delle priorità è trasparente proprio dove le macchine non lo sono: risorse crescenti e vincoli allentati per gli armamenti, proroghe generose per chi costruisce le scatole nere. La nuova casta sacerdotale ringrazia.
10. Sottrarre il sapere alla logica del capitale
La forza di questo doppio volume è di offrire, da una postazione accademica e apparentemente lontana dall’attualità, le categorie per una critica radicale del presente. La scatola nera non è un incidente tecnico da correggere con un aggiornamento software: è la figura matura di un potere che si vuole insieme onnipresente e irresponsabile, capace di decidere sulle nostre vite senza doverne rendere conto. Nickles avverte che «addomesticare» del tutto queste macchine ne distruggerebbe la potenza innovativa — motivo per cui il capitale non ha alcun interesse a renderle trasparenti. Coniglione mostra che l’alternativa non è un rifiuto luddista della tecnica, ma la difesa intransigente di ciò che nessun algoritmo può sostituire: il sapere incarnato, il giudizio situato, la responsabilità, l’etica della soglia come criterio pubblico per decidere che cosa non si delega. Tradotto in termini politici: la questione dell’intelligenza artificiale non è tecnica, è di classe e di democrazia. Chi possiede le scatole nere possiede una forma di dominio che nessuna «faccia di Giano» amichevole deve farci accettare come inevitabile. Riportare il sapere sotto controllo pubblico e collettivo, sottrarlo alla logica dell’estrazione e del profitto, pretendere trasparenza reale là dove oggi regna l’opacità: è questa la posta in gioco. L’opposto esatto di un’Europa che finanzia le armi e allenta le regole.
Resta la domanda dell’inizio, e adesso possiamo rispondere. Se Leida e Poznań onorano ciò che l’Italia trascura, non è per un capriccio della sorte: è il sintomo di un sistema culturale — quello raccontato in Maledetta università e certificato nel volume dal saggio di Alfieri — che ha definanziato la ricerca, precarizzato chi la fa e marginalizzato chi non si allinea, mentre premia la rendita di posizione e l’obbedienza. Uno studioso che ha attraversato da eretico il neopositivismo e il marxismo, la Polonia e l’esoterismo, che ha criticato per iscritto il sistema che lo ospitava, non poteva aspettarsi celebrazioni domestiche. Questi due volumi sono perciò anche un risarcimento e un’indicazione: la cultura italiana — e la sinistra in particolare, che in queste pagine troverebbe strumenti preziosi, da Labriola all’etica della soglia — farebbe bene a leggere i suoi inquieti finché sono qui, disponibili a rispondere uno per uno, con la generosità intellettuale di cui queste appendici sono la prova, a chiunque li interroghi.
Fonti
Giacomo Borbone, Krzysztof Brzechczyn (a cura di), From Scientific Philosophy to Myth. An Unquiet Philosophical Journey, voll. 1-2, Brill, Leiden-Boston 2026 (Poznań Studies in the Philosophy of the Sciences and the Humanities, 125-126).
Giacomo Borbone, Krzysztof Brzechczyn, «An Unquiet Mind: the Philosophical Journey of Francesco Coniglione», in vol. 1, pp. 1-46.
Thomas Nickles, «The Catania MIRRORS Project and the AI Transparency Problem», in vol. 1, pp. 142-166.
Francesco Alfieri, «The University “System” Has Long Been “Dead”: Who Were the “Perpetrators” of Its Demise?», in vol. 1, pp. 129-141.
Claudio Tuozzolo, «Weber’s Ideas in the Young Croce’s “Elliptical Comparison”», in vol. 2, pp. 62 e segg.
Francesco Coniglione, «Commentaries and Annotations to the Submitted Contributions», in vol. 2, Appendice 1 (in particolare le sezioni dedicate ai contributi di Nickles e Tuozzolo).
Francesco Coniglione, Maledetta università. Fantasie e realtà sul sistema della ricerca in Italia, Di Girolamo, Trapani 2011.
Michael Polanyi, The Tacit Dimension, 1966; Ludwik Fleck, Genesi e sviluppo di un fatto scientifico, 1935 (entrambi richiamati da Coniglione).
Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, Luiss University Press, 2019.
Agenzia europea per la Difesa (EDA), Defence Data 2024-2025 e European Defence Matters, n. 31, 2026, eda.europa.eu (spesa 2025: 418 mld, 2,2% PIL; proiezione 2026: 454 mld, 2,4% PIL; R&S difesa: 13 mld 2024, 17 mld 2025).
NATO, dichiarazione del vertice dell’Aia, giugno 2025 (obiettivo 2035: 3,5% del PIL per la difesa in senso stretto più 1,5% per sicurezza e resilienza).
Y. Chen et al. (Anthropic), Reasoning Models Don’t Always Say What They Think, 2025 (fedeltà media della catena di ragionamento: 25% Claude 3.7 Sonnet, 39% DeepSeek R1).
A. Meinke et al. (Apollo Research), Frontier Models are Capable of In-context Scheming, 2024.
R. Greenblatt et al., Alignment Faking in Large Language Models, 2024.
Regolamento (UE) 2024/1689 (AI Act), art. 50; regolamento di semplificazione «Digital Omnibus», approvato dal Consiglio UE il 29 giugno 2026.
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