Egemonia culturale, potere algoritmico e la posta in gioco del presente
Da qualche tempo la destra italiana ha riscoperto Gramsci. Lo cita, lo rivendica, lo brandisce come una parola d’ordine: egemonia culturale. In un recente intervento, «Gli apprendisti stregoni dell’egemonia culturale», Francesco Coniglione ha smontato con precisione questa pretesa, mostrando come essa scambi la cultura per un palazzo da espugnare, le nomine per il prestigio, gli organigrammi per il pensiero. La sua tesi è netta e, a mio avviso, incontrovertibile: l’egemonia non è il bottino del potere, ne è la condizione. Voglio partire da lì. Non per ripeterla, ma per spingerla un passo più avanti, là dove mi pare oggi più urgente.
1. Una parola riscoperta
Il punto che Coniglione coglie con esattezza è la differenza, tutta gramsciana, tra dominio e direzione. Una classe è dominante quando esercita la forza, la coercizione, il controllo degli apparati; è dirigente quando riesce a orientare, persuadere, attrarre, rendere il proprio linguaggio spontaneamente condiviso. L’egemonia non si proclama: accade. Non si decreta: si sedimenta. Per questo la si conquista prima di conquistare il potere, non dopo, e per questo il potere resta legittimo solo finché sa mantenere quella funzione dirigente, invece di ridursi a pura forza.
La cosiddetta egemonia culturale della sinistra, nel dopoguerra, fu forte non perché controllasse lo Stato, ma nonostante l’esclusione del Partito comunista dal governo. Era un mondo: case editrici, riviste, sezioni, cooperative, scuole, festival, intellettuali organici e indipendenti, un racconto capace di tenere insieme Resistenza, Costituzione, lavoro ed emancipazione popolare. La destra di governo, oggi, interpreta l’egemonia come una rivalsa: poiché per decenni quei luoghi sono appartenuti ad altri, ora ritiene che spetti a lei occuparli. Ma occupare non è dirigere. Si possono avere le poltrone senza avere l’autorità, il comando senza il consenso, gli apparati senza un’idea di Paese. Fin qui l’analisi di Coniglione. È da questa soglia che vorrei muovermi.
2. Dove si produce l’aria
Se l’egemonia è ciò che finisce per essere respirato, allora la domanda decisiva diventa una sola: dove, oggi, viene prodotta l’aria?
Per tutto il Novecento il senso comune si formava nei luoghi che ho appena elencato. Era lì che una visione del mondo diventava lingua condivisa, che le categorie con cui pensiamo si depositavano lentamente nel parlato quotidiano. Ma quella geografia si è in larga parte svuotata. Le sezioni hanno chiuso, le riviste si sono assottigliate, i festival sopravvivono come eventi più che come mondi. Il senso comune contemporaneo non si sedimenta più principalmente in quei luoghi: si forma dentro le infrastrutture digitali che organizzano, ogni giorno e per ciascuno di noi, l’attenzione, le emozioni, le notizie, le relazioni. È lì che oggi si respira. È lì che si decide cosa diventa visibile e cosa scivola nell’irrilevanza.
3. La stanza vuota
È qui che gli apprendisti stregoni risultano persino più anacronistici di quanto la critica già denunci. Mentre si affannano a occupare la televisione pubblica, i musei, le fondazioni, gli enti culturali, un apparato che credono ancora centrale, la vera macchina di produzione del consenso è già passata altrove: negli algoritmi, nei dati, nelle piattaforme globali che selezionano la visibilità e modulano l’attenzione collettiva. Combattono per le poltrone di una casa di cui non possiedono più l’impianto elettrico. Conquistano la stanza, ma la stanza è vuota: la corrente passa da un’altra parte.
Nel suo intervento Coniglione richiama un’immagine illuminante, il principio taoista del wu wei, l’agire senza agire: una forza che opera tanto più profondamente quanto meno appare come imposizione. Trovo che descriva, quasi alla lettera, il funzionamento del potere algoritmico. Anche l’algoritmo non si proclama: accade. Non marcia sulle istituzioni: penetra nel senso comune. Ti fa pensare nella sua lingua senza alcuna coercizione visibile. Con una differenza radicale, però. Il wu wei dell’egemonia orientava verso una visione del mondo, una pedagogia civile, un’idea condivisa di giustizia. Il wu wei dell’algoritmo non orienta verso nulla di tutto questo: orienta verso l’attenzione, la rabbia, la polarizzazione. Non perché persegua un progetto, ma perché è questo che produce profitto.
4. Il caso Vannacci
Si prenda la costruzione del nuovo spazio politico attorno a Roberto Vannacci e alla sua Futuro Nazionale, che in questi giorni di giugno 2026 ha tenuto la propria assemblea costituente a colpi di dichiarazioni studiate per indignare. Al di là del giudizio che ciascuno può dare sulle sue idee, ciò che colpisce è il meccanismo che ne amplifica la presenza. Ogni dichiarazione controversa genera indignazione; ogni indignazione produce articoli, repliche, smentite, controrepliche; ogni reazione alimenta nuova visibilità. Il personaggio cresce all’interno del conflitto che egli stesso alimenta e perfino chi lo combatte finisce per rafforzarne la centralità.
Vannacci non costruisce alcuna egemonia, nel senso che Coniglione e Gramsci intendono. Non genera una nuova idea di nazione, non attrae intelligenze per forza intellettuale, non produce alcuna sintesi tra popolo e istituzioni. Non è un egemone: è un fenomeno algoritmico. La destra non ha conquistato la cultura, ha preso in affitto la macchina dell’attenzione e crede che sia la stessa cosa.
Lo stesso vale per la rissa di queste settimane intorno al fascismo e all’antifascismo, la richiesta di una dichiarazione antifascista agli editori, bollata come «censura» dalla presidente del Consiglio. È un copione che conosciamo a memoria e che proprio per questo funziona benissimo: tiene il dibattito inchiodato a nemici simbolici e identitari mentre i rapporti reali di potere restano intatti. È la dinamica che ho cercato di analizzare in «Il cane da guardia del capitale»: quando la rabbia sociale viene orientata verso il basso anziché verso l’alto, quando il disagio economico viene tradotto in conflitto culturale, il sistema continua a funzionare perfettamente. E le classi popolari restano divise.
5. Cyberfascismo e ipnocrazia
Tutto questo ha un nome, o almeno ho provato a darglielo nel mio ultimo libro, «Cyberfascismo. Anatomia di un dominio invisibile». Non il ritorno del fascismo storico, sarebbe un errore leggerlo così, ma una forma nuova di organizzazione del consenso e del dominio che utilizza dati, profilazione e algoritmi per orientare comportamenti, percezioni e conflitti. Non sostituisce la democrazia: la può svuotare dall’interno. Non vieta il dissenso: lo può rendere irrilevante. Non censura apertamente: può sommergere ogni voce critica in un oceano di rumore.
Sul piano cognitivo, questa dinamica ha trovato di recente una formula efficace: ipnocrazia. Tengo a precisare che la parola non è mia. Entra nel dibattito italiano nel gennaio 2025 con il volume «Ipnocrazia. Trump, Musk e la nuova architettura della realtà», pubblicato da Edizioni Tlon e attribuito a un sedicente filosofo, Jianwei Xun, poi rivelatosi un’entità costruita dall’editore Andrea Colamedici in un esperimento meta-narrativo condotto anche con sistemi di intelligenza artificiale; il caso fu svelato da Sabina Minardi su L’Espresso nell’aprile dello stesso anno. La vicenda è paradossale e istruttiva al tempo stesso, e la ricostruisco diffusamente nel libro: descrive un dominio che non nega la realtà, ma la seleziona, determinando ciò che diventa visibile e modulando le emozioni attraverso cui interpretiamo il mondo. Ed è esattamente il terreno su cui si gioca, oggi, la formazione del consenso.
6. La biblioteca della specie
Per questo la lacuna che Coniglione attribuisce alla destra è ancora più profonda di quanto sembri, e temo riguardi anche noi. Mentre si litiga su chi debba occupare i vecchi luoghi del prestigio, qualcosa di assai più grande sta cambiando proprietario. La memoria collettiva, la comunicazione pubblica, la produzione culturale, la formazione stessa del pensiero: ciò che in Cyberfascismo ho chiamato la biblioteca della specie. Per la prima volta nella storia umana, una parte enorme di questo patrimonio comune è concentrata nelle mani di un numero ristretto di soggetti privati che operano su scala globale. La biblioteca della specie è stata privatizzata e, con essa, la possibilità stessa di pensare in comune.
È un’immagine mia, ma non nasce dal nulla: si innesta su una tradizione che va dal general intellect di Marx al capitalismo cognitivo, dalla recinzione dei beni comuni del sapere al capitalismo della sorveglianza. Ciò che aggiunge è una consapevolezza politica: il problema non è la tecnologia in sé. Internet, le piattaforme, perfino l’intelligenza artificiale sono strumenti capaci di ampliare conoscenza e libertà. Il problema sono i rapporti di proprietà e di controllo che governano le infrastrutture cognitive dell’umanità. È lì, e non nelle stanze ormai vuote del prestigio novecentesco, che si costruisce o si dissolve l’egemonia del nostro tempo.
7. Costruire, almeno in due, un linguaggio
L’apprendista stregone non ha soltanto sbagliato la formula. Sta cercando di evocare un potere in una stanza che è già stata abbandonata, mentre il dominio reale si esercita altrove, in un linguaggio che né lui né noi abbiamo ancora imparato a parlare fino in fondo. Riconoscere questo spostamento non è un esercizio di pessimismo: è la condizione preliminare di qualsiasi resistenza. Perché ciò che viene nominato può essere discusso, e ciò che resta invisibile finisce quasi sempre per governarci.
La vera egemonia, oggi come ieri, non si conquista occupando: si costruisce generando domande, simboli, luoghi, parole condivise. E si costruisce in molti. Questo scritto nasce dal confronto con l’analisi di Francesco Coniglione e ne è la prosecuzione: la prova che la strada non è l’occupazione di una stanza, ma la costruzione, almeno in due, di un linguaggio comune. È un lavoro collettivo e paziente. Un lavoro per chiunque non abbia intenzione di rassegnarsi.
Mario Sommella
Fonti e riferimenti
Francesco Coniglione, «Gli apprendisti stregoni dell’egemonia culturale», Volere la Luna, 2026.
Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi, Torino (per la distinzione tra classe dominante e classe dirigente, cfr. Q1, § 44).
Jianwei Xun (pseudonimo, progetto editoriale di Andrea Colamedici), Ipnocrazia. Trump, Musk e la nuova architettura della realtà, Edizioni Tlon, 2025; sulla natura dell’operazione, l’inchiesta di Sabina Minardi su L’Espresso, 3 aprile 2025.
Mario Sommella, Cyberfascismo. Anatomia di un dominio invisibile, edizione dell’autore, 2026 (ebook Amazon Kindle e Apple Books; edizione cartacea).
Mario Sommella, «Il cane da guardia del capitale», mariosommella.com, 16 giugno 2026, https://mariosommella.com/2026/06/16/il-cane-da-guardia-del-capitale/.
Sullo sfondo teorico: Karl Marx, il general intellect nei Grundrisse; il dibattito sul capitalismo cognitivo (Carlo Vercellone, Yann Moulier-Boutang); James Boyle sulla recinzione dei beni comuni del sapere; Shoshana Zuboff sul capitalismo della sorveglianza.
«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.»
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