FRANCIA IN TENSIONE: DAL “BLOQUONS TOUT!” ALLE PROMESSE DI ROTTURA

Il 10 settembre 2025 segna un punto di svolta nella protesta sociale francese: il movimento “Bloquons tout!” – nato sui social – chiama alla paralisi del Paese e accende focolai di rabbia in tutte le regioni. Le cifre ufficiali raggiungono quasi 200 000 manifestanti, decine di blocchi, centinaia di arresti. Il nuovo governo Lecornu si insedia sotto l’ombra di un malcontento che non accenna a calare.

La marea umana e i blocchi che attraversano la Francia
• Secondo il Ministero dell’Interno, 197 000 persone hanno partecipato alla mobilitazione “Bloquons tout!” in 596 raduni e 253 blocchi in tutto il territorio.
• Alcune fonti parlano di fino a 200 000 manifestanti coinvolti nelle proteste.
• La partecipazione è stata capillare: grandi città (Parigi, Lione, Marsiglia, Nantes, Rennes, Grenoble) e aree più periferiche.

Arresti, fermi e tensioni: il bilancio
• 540 persone interpellate, di cui 211 solo a Parigi.
• 415 messe in garanzie a vista (garde à vue), 110 a Parigi.
• Incidenti e tensioni: circa 267 incendi di spazio pubblico (cassonetti, veicoli) registrati alla sera.
• Feriti tra le forze dell’ordine: 23 agenti lievemente feriti in tutta la giornata.

Un movimento senza volto, con mille volti
• “Bloquons tout!” non nasce da un soggetto politico né sindacale centralizzato, ma da un appello civico diffuso via social media — in particolare Telegram — da gruppi come “Les Essentiels”.
• La proposta di tagli per il 2026 (circa 43,8 miliardi €) presentata da François Bayrou – includenti tagli al sociale, giorni festivi soppressi, blocco degli aumenti pensionistici — ha catalizzato il malcontento.
• Il movimento è plurale: studentesse e studenti, lavoratori precari, sans-papiers, ambientalisti, collettivi artisticici, giovani in cerca di futuro. Rally di “disobbedienza civile” miscelati con richieste di giustizia fiscale (“Tassate i ricchi”), rifiuto dell’inasprimento delle pensioni, lotta per diritti fondamentali.
• Il sostegno politico arriva da sinistra: partiti come La France Insoumise (LFI), i Verdi, il Partito Comunista (PCF) aumentano la propria vicinanza al movimento. Alcuni sindacati (CGT, Solidaires) si dicono pronti a sostenere azioni come lo sciopero generale del 18 settembre.

Dal voto di sfiducia a Lecornu: il governo che non placa la crisi
• Bayrou, primo ministro fino all’8 settembre, cade su una mozione di sfiducia dopo le reazioni violente al suo piano. Macron nomina Sébastien Lecornu, già ministro della Difesa, nuovo premier il 10 settembre, nel mezzo delle mobilitazioni.
• Lecornu promette “una rottura di metodo”, dialogo con l’opposizione, ma il movimento considera questa mossa insufficiente: “non basta cambiare facce”.

Temi centrali e richieste emergenti
• Austerità vs. servizi pubblici: scuole, ospedali e diritti sociali al centro della protesta.
• Giustizia fiscale: si torna a parlare anche della “tassa Zucman” sui super ricchi.
• Rappresentanza democratica: il malessere punta contro Macron, l’élite politica e le decisioni prese a tavolino. “Macron il tuo mondo è finito”, si legge in molti striscioni.

Punti chiave di questa giornata

Elemento Dato / Dettaglio
Manifestanti totali Tra 175 000 e 200 000
Raduni e blocchi Circa 596 e 253
Arresti & fermi 540 interpellazioni, 415 garde à vue
Incidenti pubblici Circa 267 incendi e tensioni
Feriti tra polizia 23 agenti leggermente feriti
Si teme ripresa Appello a sciopero generale il 18 settembre.

una crisi che rischia di non spegnersi

La giornata del 10 settembre non ha paralizzato la Francia, ma ha disegnato una mappa netta del malessere. Il movimento “Bloquons tout!” ha mostrato che la rabbia non è soltanto una reazione all’austerità, ma a un modello politico che si ritiene escludente. Macron prova a cambiare volto della governance con Lecornu, ma la mobilitazione continua e promette di essere lunga: sciopero generale, blocchi diffusi, assemblee di quartiere, intersezioni dei conflitti sociali. Questo non è solo un tempo di rottura, ma la possibilità di un nuovo “patto” tra cittadini e Stato.

Israele colpisce il tavolo della pace: i negoziatori assassinati, il diritto internazionale umiliato

C’è un momento in cui l’orrore oltrepassa la soglia dell’assuefazione. Un punto di non ritorno in cui il crimine smette di essere solo un fatto e diventa metodo di governo, forma di dominio e dichiarazione di impunità.

L’attacco sferrato da Israele contro un’abitazione a Doha, capitale del Qatar, uccidendo due mediatori di Hamas coinvolti nel negoziato per la liberazione degli ostaggi e per il cessate il fuoco a Gaza, rappresenta esattamente questo: un atto di terrorismo di Stato, come denunciato dallo stesso governo qatariota, ma anche qualcosa di più profondo e spaventoso. Una sfida cinica e arrogante all’intero diritto internazionale, ai governi del mondo, alle organizzazioni multilaterali e alle coscienze collettive.

L’attacco a Doha: l’assassinio della diplomazia

Secondo Al Jazeera, l’attacco ha avuto luogo nella notte tra il 6 e il 7 settembre. Un drone israeliano ha colpito un’abitazione nel distretto diplomatico della capitale qatariota, dove si trovavano due membri dell’ala politica di Hamas, impegnati in colloqui riservati con mediatori internazionali per riaprire il canale negoziale. L’edificio era noto ai servizi di intelligence occidentali, e l’incontro era stato autorizzato e garantito dal governo del Qatar.

La reazione del Ministero degli Esteri di Doha è stata durissima: “Atto di terrorismo in violazione diretta della nostra sovranità”, si legge nel comunicato ufficiale.
Fonti interne, citate da Middle East Eye, riferiscono che il Qatar sta valutando la chiusura degli uffici diplomatici israeliani e la sospensione della cooperazione con Washington sul dossier palestinese.

Eppure la reazione degli Stati Uniti è stata debole, per non dire complice. Donald Trump ha definito l’attacco “non utile alla causa comune” e ha fatto sapere di aver chiesto al consigliere Witkoff di informare il Qatar, ma “troppo tardi”. Un goffo tentativo di lavarsene le mani, che alimenta il sospetto che la Casa Bianca fosse al corrente, se non addirittura complice dell’attacco.

Il doppio standard dell’Occidente

Nel frattempo, l’Europa balbetta. Mentre si valuta il 19° pacchetto di sanzioni contro la Russia, per la violazione del diritto internazionale in Ucraina, non si trova il coraggio neppure di pronunciare la parola “sanzioni” nei confronti di Israele, nonostante un crescendo di crimini documentati: bombardamenti su ospedali, uso di armi al fosforo, blocchi umanitari, e ora anche l’eliminazione fisica dei negoziatori.

Giorgia Meloni, da parte sua, ha affermato che l’Italia “rimane contraria a ogni forma di escalation”, troppo poco!
Ma chi è che aggrava la tensione? Chi viola la sovranità del Qatar, dopo aver già violato quella di Libano, Siria, Iraq e persino Iran?

In questo gioco delle retoriche malate, anche la parola “proporzionalità” viene svuotata di senso. Come si può parlare di risposta sproporzionata, quando Israele colpisce ospedali, giornalisti, bambini, e persino minaccia volontari umanitari diretti a Gaza?

Il caso della Flottiglia Global Sumud: coraggio sotto minaccia

In contemporanea all’attacco in Qatar, un drone israeliano ha sorvolato una barca civile ancorata al largo della Tunisia, nella rada di Sfax, sganciando un razzo incendiario che ha provocato un incendio all’imbarcazione. A bordo si trovava il comitato direttivo della Global Sumud Flotilla, composto da parlamentari europei, volontari, operatori sanitari e membri della missione umanitaria diretta a Gaza.

Non si registrano vittime, ma il sorvolo con il lancio del razzo incendiario, è stato denunciato da Greta Thunberg stessa, presente sulla nave, come un atto intimidatorio mirato a scoraggiare la partenza della missione.
Tra le prime a correre al porto, Francesca Albanese, relatrice speciale ONU, che da Tunisi ha seguito tutta la preparazione della Flottiglia:

“Mi hanno chiamata nel cuore della notte, ho passato ore d’insonnia. Ma su quella nave ci sono esperti, non sprovveduti”.

La sua testimonianza aggiunge un tassello inquietante:

“L’organizzazione è molto più complessa del solito, ci sono tante imbarcazioni e il rischio che qualcosa sfugga di mano è reale. Ci sono anche barche che non fanno parte della rete ufficiale della Flottilla e il pericolo di infiltrazioni è concreto”.

Un sospetto confermato anche da un episodio recente:

“Ieri a Tunisi ho incontrato un personaggio ambiguo, che ostentava appartenenze politiche e faceva interviste. Nessuno nella Flottilla lo conosceva”.

La missione umanitaria, dunque, non è solo sotto attacco militare, ma anche sotto pressione psicologica e destabilizzante. E la responsabilità, secondo Albanese, è tutta dell’Occidente:

“Sono gli Stati europei che dovrebbero rompere l’assedio e portare aiuti con flotte di Stato. Invece lasciano tutto sulle spalle di cittadini comuni che non accettano il genocidio in corso”.

L’impunità che uccide: esecuzioni extragiudiziali e punizioni collettive

Ma c’è di più. L’attacco a Doha è avvenuto a poche ore dalla presunta accettazione, da parte di Hamas, del cosiddetto “piano Trump” per il cessate il fuoco. Una trappola, secondo Albanese, funzionale a colpire i negoziatori nel momento di massima apertura diplomatica.

“Israele e Stati Uniti basano le loro azioni sull’uso della forza non regolato dal diritto. Questo è il progetto del Grande Israele: controllo, dominio, sottomissione e sostituzione della popolazione”.

Albanese chiarisce anche un punto cruciale di diritto internazionale:

“Non è mai lecito uccidere persone non coinvolte direttamente in combattimenti. Neanche se fanno parte di un’organizzazione considerata nemica”.

E pone una domanda provocatoria e rivelatrice:

“Sarebbe giusto colpire i ministri Ben-Gvir o Smotrich, che impongono crimini alla popolazione palestinese? No. Se fossero uccisi mentre non agiscono come combattenti, l’attacco sarebbe da condannare. Le esecuzioni extragiudiziali sono crimini internazionali”.

Anche l’ultima mossa del ministro israeliano Katz — la revoca dei permessi di lavoro a 750 palestinesi solo per abitare nei villaggi di due attentatori, alla fermata del bus di due giorni fa, è per Albanese una punizione collettiva illegale, che andrebbe condannata dalla comunità internazionale.

Crimini senza pudore, senza giustizia

Di fronte a tutto questo, la propaganda israeliana continua a giocare la carta dell’“antisemitismo”. Ma è ormai chiaro che i crimini commessi da Netanyahu e dai suoi alleati non hanno nulla a che vedere con la protezione del popolo ebraico. Al contrario, infangano la memoria dell’Olocausto, del Ghetto di Varsavia, della Brigata Ebraica, dei campi di sterminio.

La verità è che l’ideologia sionista radicale oggi al potere in Israele ha perso ogni contatto con l’umanità e con il diritto. Ha perso il senso del limite, della storia, della decenza.

L’Italia e la società civile: la responsabilità del silenzio

Davanti a questo abisso, l’Italia tace. Non protegge i parlamentari della Flottiglia, non prende posizione sull’attacco al Qatar, non spinge per un’indagine internazionale. L’Europa nel suo complesso si è ridotta a comitato d’affari prono alle lobby israeliane e alle linee di politica estera dettate da Tel Aviv e Washington.

Intanto al festival del cinema di Venezia, una bambina — Hind Rajab, simbolo dell’orrore vissuto dai civili palestinesi — ha commosso una platea con “The Voice of Hind”, premiato col Leone d’Argento.
Ma quel cinema che riesce ancora a raccontare verità indicibili è lontano anni luce dalla politica italiana, cieca, complice, inetta.

Non è troppo tardi

Di fronte a una guerra che ha già assunto i contorni di un genocidio, il silenzio è complicità. La moderazione è vigliaccheria. E il diritto internazionale, se non è difeso, muore nella prassi.

Tutti possiamo fare qualcosa. Anche una voce, una firma, una parola scritta con coscienza può contribuire a far vacillare l’impalcatura del terrore legalizzato.
Perché chi oggi si crede intoccabile, domani — come insegna la storia — sarà giudicato.

L’oscenità che si finge opinione: la vergogna firmata Mariarosa Mancuso

Ci sono parole che non si possono commentare con pacatezza. Ci sono parole che gridano vendetta, perché violano non solo l’etica del giornalismo, ma il cuore stesso dell’umanità. Quelle scritte da Mariarosa Mancuso sul Foglio appartengono a questa categoria. E non possono essere lasciate scivolare via come una goccia di fango sul vetro: vanno chiamate per quello che sono.
Oscenità. Disumanità. Complicità.

Parliamo di Hind Rajab, una bambina di cinque anni, assassinata a freddo dall’esercito israeliano mentre implorava aiuto, intrappolata in un’auto, sotto il fuoco dei blindati. La sua voce spezzata, trasmessa in diretta via radio, è diventata il simbolo del genocidio in corso a Gaza. E davanti a questo strazio, Mancuso ha avuto il coraggio – o meglio, la crudeltà ideologica – di commentare così:

“È morta perché i soccorsi non sono arrivati in tempo”.

Non è solo una frase cinica. È una menzogna deliberata. È una cancellazione delle responsabilità, un’aberrazione che trasforma un crimine di guerra in un banale errore di gestione. È l’applicazione fredda di una narrazione tossica che punta sempre a spostare il fuoco: non chi ha sparato, ma chi non ha “salvato”. E così, l’assassino scompare. E la vittima viene archiviata in silenzio.

Ma non è finita qui. Perché in un’altra parte dell’articolo pubblicato dal Foglio, Mancuso scivola ancora più in basso, quando scrive:

“Di lì a qualche anno le avrebbero imposto di non mostrare neppure una ciocca di capelli”.

Con questa frase, l’insulto alla memoria di Hind si fa ideologico. La sua morte non solo viene sminuita: viene persino strumentalizzata per attaccare l’Islam, la cultura palestinese, e legittimare implicitamente il colonialismo israeliano. Secondo Mancuso, dunque, l’orrore non è che Hind sia stata uccisa da soldati armati, ma che – se fosse sopravvissuta – avrebbe potuto vivere in una cultura dove si indossa il velo.

Questa è islamofobia travestita da emancipazione. È razzismo mascherato da femminismo.

Ecco che riemerge la vecchia retorica coloniale, quella che da decenni giustifica guerre, bombardamenti e occupazioni nel nome della “liberazione delle donne”. Come denunciato da Laetitia Tamburrino di Memo Films, questa stessa logica è codificata nei documenti del Pentagono come arma di guerra culturale: il femminismo liberale usato come grimaldello per penetrare e distruggere i tessuti sociali dei paesi non allineati.

“Che una giornalista italiana vi si inserisca inconsapevolmente non sorprende: non conosce i documenti, non padroneggia la materia, ma ripete meccanismi retorici consolidati”, scrive Tamburrino.

Ed è qui che la questione si fa politica, culturale e generazionale. Perché The Voice of Hind Rajab – il film-documentario che ha emozionato il pubblico della Mostra del Cinema di Venezia con 23 minuti di applausi ininterrotti – è stato vissuto da molti giovani della Generazione Z come un punto di svolta. Una presa di coscienza. Un “basta” collettivo alla propaganda, al razzismo istituzionale, al giornalismo servile.

Eppure, per Mancuso, tutto questo non è che un fastidio. Una sbavatura nel copione. Uno spettacolo da ridicolizzare, con frasi da bar sport geopolitico che suonano più come tweet da troll che come riflessioni da pubblicare su una testata nazionale.

“Nessuno ha ricordato la carneficina del 7 ottobre”, aggiunge, mescolando senza pudore due tragedie per giustificare l’indifendibile.

Ma il punto non è neanche più se Mancuso conosca davvero i fatti. Il punto è che sta giocando con le parole come si gioca con le vite. Che pretende di ridurre un genocidio a uno scontro di opinioni. Che usa il dolore di una bambina come palcoscenico per la propria propaganda.

E questo non può passare.

Non possiamo permettere che le nostre redazioni diventino fogne ideologiche dove si spaccia per giornalismo la più torbida delle disumanità. Non possiamo tollerare che in Italia si possa infangare impunemente la memoria di una bambina uccisa, solo perché è palestinese, solo perché è musulmana, solo perché – forse – avrebbe messo il velo.

Chi fa questo non è un giornalista.
Non è un’opinionista.
È un mostro travestito da penna.

E chi tace, acconsente.
Chi lascia passare queste parole, diventa complice.
Perché, come diceva Hannah Arendt, il male peggiore non è quello gridato, ma quello normalizzato.

Fonti e riferimenti:
• Post e commenti di Andrea Scanzi e Alessandro Robecchi
• Articolo di Laetitia Tamburrino su Speaker’s Corner, 8 settembre 2025
• Frasi di Mariarosa Mancuso pubblicate su Il Foglio, settembre 2025
• Documento del Dipartimento della Difesa USA “Women, Peace, and Security Implementation Plan”
• Report ONU e ONG internazionali sul genocidio in Palestina (2023–2025)

Dalla parte giusta della storia: la Spagna di Sánchez e la lezione di dignità che l’Italia rifiuta

Ci sono momenti in cui la Storia bussa alla porta della politica. E non accetta silenzi, né ambiguità. Il governo spagnolo, guidato da Pedro Sánchez, ha risposto con fermezza e coraggio morale. Lo ha fatto assumendosi una responsabilità che altri, come l’Italia, continuano a scansare dietro il paravento della “neutralità”, della “realpolitik” o, peggio, della complicità silenziosa.

Con una decisione senza precedenti nell’Unione Europea, Sánchez ha annunciato nove misure dure e concrete contro Israele, accusato apertamente di genocidio nella Striscia di Gaza. Non è più solo una questione di posizionamento diplomatico, ma di rottura netta con il disumano. Lo ha detto con chiarezza: «Non è difendersi. Non è nemmeno attaccare. È sterminare un popolo indifeso». Ed è proprio da questa consapevolezza che nasce un atto politico tanto radicale quanto necessario.

L’embargo legale sulle armi: dalla parola all’azione

La misura più forte è il decreto legge reale che sancisce l’embargo totale e vincolante sulle forniture militari a Israele. Una scelta che mette fine all’ipocrisia dei “blocchi di fatto” e degli embarghi mai applicati fino in fondo. In un’Europa che ancora permette transiti bellici, vendita di tecnologie dual use, e addirittura gemellaggi militari con Tel Aviv, la Spagna compie un passo di rottura con le logiche dominanti dell’atlantismo cieco.

L’embargo spagnolo non si limita al commercio di armi. Vieta anche il transito nei porti e negli aeroporti di navi e aerei diretti in Israele con materiali bellici o combustibili per uso militare. Nessun altro governo occidentale ha avuto il coraggio di fare altrettanto. E nessun altro leader europeo ha pronunciato parole tanto chiare nel denunciare quello che sta accadendo a Gaza: un genocidio, sotto gli occhi di tutti.

Sanzioni personali e sostegno concreto al popolo palestinese

Altrettanto significative sono le misure che vietano l’ingresso in Spagna ai responsabili diretti e indiretti delle operazioni militari nella Striscia. Una risposta limpida ai mandati d’arresto della Corte Penale Internazionale contro Netanyahu e Gallant, che la Spagna si è detta pronta a rispettare. È un segnale potente: chi stermina i civili non può godere dell’impunità diplomatica.

Ma la politica del governo Sánchez non si ferma alla condanna. Punta a rafforzare gli strumenti di sostegno concreto al popolo palestinese, in particolare attraverso l’aumento degli aiuti umanitari e lo stanziamento di 150 milioni di euro all’UNRWA entro il 2026, nonostante le pressioni israeliane e statunitensi volte a screditare l’agenzia ONU. Sono stati inoltre varati nuovi progetti nei campi dell’agricoltura, della sanità e dell’alimentazione, e la Spagna rafforzerà il proprio impegno nella missione europea alla frontiera di Rafah.

Altre due misure emblematiche: il divieto di importazione di prodotti dai territori occupati, come i datteri Medjoul, e la riduzione dei servizi consolari agli israeliani residenti negli insediamenti illegali. È il segnale che la legalità internazionale non è solo una formula astratta, ma una linea di condotta concreta.

Il coraggio politico che manca all’Italia

Di fronte a questa presa di posizione netta e coerente, il governo italiano appare ancora una volta dalla parte sbagliata della Storia. Giorgia Meloni e il suo esecutivo, pur professandosi fedeli ai valori della Costituzione, preferiscono l’inerzia e la subalternità. Mentre Sánchez chiude i porti alle armi, l’Italia li apre agli F35 israeliani per manutenzioni segrete e addestramenti congiunti. Mentre la Spagna vieta l’ingresso agli sterminatori di bambini, l’Italia ospita militari IDF “in vacanza”, a ritemprarsi prima di tornare a massacrare civili nella Striscia.

Meloni alza la voce contro i migranti, ma tace davanti alle bombe su ospedali e campi profughi. Difende la “civiltà occidentale” mentre la civiltà implode sotto il peso dell’indifferenza e della complicità. L’Italia – Paese firmatario della Convenzione per la prevenzione del genocidio – si ostina a non vedere, non sentire, non agire. Persino la sinistra istituzionale balbetta, incapace di proporre una linea chiara, schiacciata tra il terrore di essere etichettata come “filo-Hamas” e l’ignavia di chi ha perso ogni riferimento etico.

La dignità come atto politico

Le parole di Sánchez non sono retorica. Sono un appello alla coscienza europea. E ricordano che governare non significa semplicemente amministrare, ma scegliere. E le scelte hanno un peso storico. «La Spagna vuole che la sua società sappia di essersi collocata dalla parte giusta della storia» ha detto il premier. Ecco cosa significa essere democratici: non difendere l’ordine costituito a prescindere, ma rompere con l’ingiustizia quando questa si fa sistema.

Di fronte al genocidio in corso, ogni ambiguità è complicità. Ogni silenzio è tradimento. Ogni neutralità è un atto di viltà. Ecco perché la scelta del governo spagnolo va sostenuta, diffusa, imitata. Perché ci ricorda che esiste un altro modo di fare politica, che non si inginocchia davanti ai padroni del mondo e non chiude gli occhi davanti alla morte.

La Storia registra tutto. E non perdona chi si gira dall’altra parte.

Fonti
• Il Fatto Quotidiano, 6 settembre 2025
• El País, dichiarazione ufficiale di Pedro Sánchez
• Dichiarazioni ONU, UNRWA, ICC (Corte Penale Internazionale)
• Articoli e report di Amnesty International e Human Rights Watch
• Osservatori indipendenti su Gaza (Euro-Med Monitor, PCHR)

La fantasia scabrosa di ridurre le disuguaglianze

Il capitalismo contemporaneo non solo tollera le disuguaglianze: le trasforma in carburante del proprio motore. È un sistema che funziona dividendo i poveri tra loro, convincendoli ad amare i propri oppressori e a odiare chi condivide la loro stessa condizione. Una guerra tra poveri costruita a colpi di propaganda, mentre i ricchi accumulano profitti sempre più smisurati.

In questo quadro si colloca la stagione politica di Matteo Renzi, che ha segnato un punto di rottura nella storia della sinistra italiana. L’uomo che avrebbe dovuto rappresentare lavoratori e ceti popolari si è presentato come il cavallo di Troia dei poteri forti. Con il Jobs Act e l’abolizione dell’articolo 18, ha privato milioni di lavoratori della principale tutela contro i licenziamenti ingiusti, rendendo il lavoro ancora più precario e ricattabile. Quella riforma, mascherata da modernizzazione, ha in realtà sancito il trionfo dell’impresa sul diritto, dello sfruttamento sulla dignità, riducendo il lavoratore a variabile usa e getta del mercato.

Non pago, Renzi ha lasciato un’ulteriore eredità velenosa: la flat tax per i super-ricchi. Introdotta nel 2017, ha trasformato l’Italia in un paradiso fiscale per miliardari, con un’imposta sostitutiva di soli centomila euro sui redditi esteri. Una misura che ha spalancato le porte a una nuova colonizzazione economica: attici con piscina a Milano e ville sul lago di Como per i nuovi signori globali, mentre i giovani italiani devono emigrare o accontentarsi di stipendi da fame.

La destra meloniana non ha invertito questa rotta: l’ha radicalizzata. Ha raddoppiato la flat tax per i ricchi, stendendo un tappeto rosso agli evasori internazionali. Ha rifiutato ogni ipotesi di patrimoniale, lasciando intatti i profitti stellari delle banche, degli speculatori e dei grandi gruppi industriali, mentre taglia i fondi per scuola, sanità e welfare. Ha difeso interessi privati e privilegi, mentre i ceti popolari sono schiacciati da inflazione, precarietà e disoccupazione giovanile.

E intanto, mentre milioni di famiglie faticano a pagare il mutuo o l’affitto, le banche italiane registrano utili miliardari grazie all’aumento dei tassi d’interesse imposto dalla BCE. Profitti stratosferici che non vengono redistribuiti né in salari più alti né in servizi migliori, ma che finiscono in dividendi per gli azionisti e bonus per i manager. Un banchetto indecente a spese di chi ogni giorno stringe la cinghia.

A ciò si aggiungono i continui condoni fiscali varati dai governi, compreso quello guidato da Giorgia Meloni, che hanno premiato evasori e grandi patrimoni. Un segnale chiaro: in Italia chi evade viene premiato, mentre chi paga le tasse fino all’ultimo centesimo è considerato un ingenuo da spremere. La logica è sempre la stessa: proteggere i privilegiati, scaricare i costi sui più deboli.

La continuità è lampante: la sinistra renziana e la destra meloniana appaiono come facce diverse della stessa medaglia. Entrambe hanno tradito la funzione originaria della politica: rappresentare il popolo e difendere i più deboli. Entrambe hanno scelto di essere strumenti del capitale finanziario, abbandonando la Costituzione che al contrario sancisce la centralità del lavoro, la solidarietà e la giustizia sociale.

Gli economisti Matteo Dalle Luche, Demetrio Guzzardi, Elisa Palagi, Andrea Roventini e Alessandro Santoro hanno dimostrato che il 7% più ricco della popolazione paga oggi proporzionalmente meno tasse di lavoratori e ceti medi. Una regressività fiscale che non è frutto del caso, ma di precise scelte politiche. Come nota Quinn Slobodian nel suo Capitalismo della frammentazione, le élite stanno cercando di liberarsi da ogni vincolo democratico, costruendo una società a misura dei ricchi e ostile ai poveri.

Robert Reich, ex ministro del lavoro statunitense, ha avvertito che simili politiche rischiano di riportarci al darwinismo sociale: sopravvive solo chi possiede, gli altri sono scartati. E in Italia questo processo è già in atto.

La vera domanda, allora, è se vogliamo continuare a vivere in una società governata dall’egoismo dei pochi, dove i ricchi non contribuiscono e i poveri vengono accusati di essere un peso, o se siamo ancora in grado di coltivare quella che qualcuno chiama “fantasia scabrosa”: l’idea che ogni persona abbia diritto a un tetto, a un lavoro dignitoso e a una vita libera dall’incubo della miseria.

Forse oggi sembra un sogno anacronistico, ma è l’unica via per salvare non solo la giustizia sociale, ma la stessa democrazia.

Soldati israeliani in vacanza in Italia: ospitalità o complicità? Il silenzio del governo e le domande inevase

Negli ultimi mesi, l’Italia è diventata meta di arrivi particolari che stanno sollevando indignazione e interrogativi: gruppi di soldati dell’IDF, l’esercito israeliano, vengono accolti sulle nostre coste e nei nostri borghi, ufficialmente per “periodi di decompressione” dopo i traumi del conflitto in Palestina. Non parliamo di turisti qualsiasi: si tratta di giovani militari che hanno preso parte alla guerra a Gaza, e che qui cercano di smaltire lo stress post-bellico. La notizia, trapelata in Sardegna e nelle Marche, apre un dibattito scomodo: stiamo ospitando, nei nostri territori, gli stessi soldati responsabili delle sofferenze dei bambini palestinesi che parallelamente curiamo nei nostri ospedali?

Santa Teresa di Gallura: lusso e contraddizioni

A Santa Teresa di Gallura, in Sardegna, centinaia di giovani israeliani sono stati avvistati in un resort di lusso, arrivati tramite voli charter diretti Tel Aviv–Olbia. La loro presenza ha destato reazioni immediate: comitati locali e attivisti hanno denunciato l’offesa di ospitare chi, fino a poco tempo fa, imbracciava le armi contro un popolo già stremato da assedio e bombardamenti. L’immagine è stridente: mentre nelle strutture sanitarie italiane vengono accolti bambini palestinesi feriti, orfani dei genitori uccisi nei raid, sulle nostre coste i loro carnefici trovano ristoro e svago.

La domanda è inevitabile: si tratta di semplici iniziative turistiche private o dietro questa organizzazione si nascondono intese diplomatiche e militari tra Roma e Tel Aviv?

Le Marche: decompressione sotto la sorveglianza della Digos

Il Fatto Quotidiano ha rivelato un quadro ancora più inquietante: dal 2024 gruppi di soldati israeliani sono stati ospitati nelle Marche, a Porto San Giorgio, Sirolo, Fiastra, nei Sibillini e alle grotte di Frasassi. Lì non si presentavano come militari, ma come turisti riservati, sempre in gruppo, spesso accompagnati da agenti della Digos. Non era una semplice vacanza: si trattava di programmi di decompressione psicologica destinati a soldati traumatizzati, organizzati con il supporto di reti diplomatiche e militari.

Secondo i dati, dall’inizio della guerra a Gaza l’IDF ha registrato oltre 3.700 casi di disturbi post-traumatici e almeno 16 suicidi solo nel 2025. Per questo, Israele avrebbe creato una rete internazionale per mandare i suoi soldati all’estero in soggiorni “protetti”. Non hotel affollati, ma case private appartate, con itinerari programmati e discreta protezione. La popolazione locale, però, non è stata informata: né i sindaci, né gli operatori hanno ricevuto spiegazioni ufficiali. Solo dopo mesi si è scoperto che quei giovani “turisti” erano in realtà reduci di guerra.

La reazione delle comunità

A Porto San Giorgio e a Fiastra, la rivelazione ha lasciato sgomento: «È una vergogna che le autorità non ci abbiano avvertiti», hanno dichiarato cittadini intervistati. Alcuni operatori turistici confermano episodi di indisciplina, altri parlano di ragazzi meccanici nei gesti, incapaci di mescolarsi con la gente del posto. Una ragazza di 22 anni ha raccontato al Fatto l’incontro con un militare che rifiutava di essere fotografato, segno evidente di una doppia identità nascosta.

Il timore che i fondi pubblici possano essere stati impiegati per questi soggiorni aumenta la rabbia: la Regione Marche, ad esempio, ha finanziato nel 2024 e 2025 il programma “Itinerari Ebraici Marchigiani” con risorse pubbliche. La domanda resta: sono stati usati anche per coprire i costi della decompressione dei militari israeliani? La Regione nega, ma il sospetto resta.

Il nodo politico: accordi e opacità

Il quadro diventa ancora più delicato se inserito nella cornice dei rapporti militari tra Italia e Israele. Esiste infatti un Memorandum of Understanding (MoU) firmato nel 2003, che regola la cooperazione militare tra i due paesi. Un accordo che giuristi e attivisti hanno chiesto di sospendere, denunciando violazioni del diritto internazionale e mancanza di trasparenza. Il governo, però, tace. Non ha spiegato se i soggiorni dei soldati facciano parte di intese istituzionali, né ha chiarito chi autorizzi l’ingresso e la protezione di gruppi armati in congedo.

Eppure la coerenza morale impone una presa di posizione: non possiamo accogliere contemporaneamente i bambini palestinesi feriti dalle bombe e i soldati che quelle bombe le hanno sganciate. E non solo: questi stessi militari sono stati protagonisti anche come cecchini, sparando a sangue freddo su persone inermi in fila per ottenere cibo nei punti di distribuzione gestiti dall’UNRWA e dal GHF. Non possiamo proclamare solidarietà alle vittime e allo stesso tempo garantire “vacanze terapeutiche” ai carnefici. È una questione di dignità nazionale e di rispetto per le comunità che si trovano ad ospitare, inconsapevolmente, questi programmi.

Un interrogativo che pesa

L’Italia, per storia e valori costituzionali, non può permettersi di essere percepita come complice. Il governo ha il dovere di chiarire:
1. Chi organizza e finanzia i soggiorni dei soldati israeliani?
2. Con quale mandato la Digos li accompagna e li protegge?
3. Esiste un coinvolgimento diretto delle nostre istituzioni, o si tratta solo di reti private con tacito assenso dello Stato?

Finché queste domande resteranno senza risposta, il sospetto di un silenzio complice rimarrà.

Conclusione: l’etica della coerenza

Ospitare i soldati israeliani senza informare la popolazione significa mancare di trasparenza e rispetto. Significa aggiungere dolore al dolore, accogliendo chi ha inflitto traumi mentre ci prendiamo cura delle vittime di quegli stessi traumi. È un paradosso che nessuna democrazia degna di questo nome dovrebbe tollerare. La coscienza civile del nostro Paese reclama chiarezza: l’Italia non può essere terra neutra dove carnefici e vittime si incrociano sotto lo stesso cielo, senza che la politica abbia il coraggio di assumersi la responsabilità delle proprie scelte.

Fonti
• Sardegna Notizie 24, Un centinaio di militari israeliani in vacanza a Santa Teresa, scatta la contestazione degli attivisti locali.
• Il Fatto Quotidiano, Soldati IDF nelle Marche per smaltire lo stress (sorvegliati dalla Digos), 7 settembre 2025.
• TRT Global, Italy’s military cooperation agreement with Israel sparks criticism.
• Prensa Latina, Green Europe demands cessation of military agreement with Israel.

Il ricatto incrociato: l’Europa minaccia Israele per salvare l’Ucraina, ma Trump non abbocca

Nel teatro geopolitico contemporaneo, lo scontro tra gli interessi degli Stati Uniti, le aspirazioni belliciste dell’Unione Europea e la resistenza russa si sta trasformando in un gioco di ricatti e bluff, in cui le carte si scoprono solo per lanciare segnali ambigui. L’ultima mano, in ordine di tempo, vede protagonista l’Europa che, con sorprendente cinismo, lascia filtrare un messaggio tanto esplicito quanto disperato all’amministrazione Trump: “Se abbandoni l’Ucraina, noi abbandoniamo Israele.”

Una minaccia velata, che più che un atto di forza, rivela una debolezza strutturale del progetto atlantista: l’incapacità dell’Europa di reggersi in piedi senza l’ombrello militare, finanziario e simbolico di Washington. Ma andiamo per gradi.

Trump e l’arte dello scaricabarile

Donald Trump, rieletto presidente degli Stati Uniti, ha subito imposto una linea netta nei rapporti con l’Ucraina: “Non regaliamo nulla, vendiamo armi. E la NATO paga.” Il suo entourage, a partire da J.D. Vance, è stato altrettanto chiaro: la difesa dell’Ucraina è compito europeo. Punto. Nessuna copertura ideologica, nessun appello all’eroismo democratico. Solo affari.

Non è un caso che, subito dopo l’incontro con i leader europei, Trump abbia telefonato a Putin nel cuore della notte, ignorando ogni forma di protocollo diplomatico. Il messaggio implicito? L’Europa non detta più l’agenda e la guerra può essere ricalibrata a Washington con un colpo di telefono, se e quando conviene.

L’Ucraina, da Stato fallito a laboratorio industriale bellico

Mentre l’asse atlantico perde coesione, l’Europa tenta disperatamente di mantenere vivo il conflitto per evitare di dover accettare l’inevitabile: una vittoria strategica russa sul campo e la conseguente umiliazione politica e finanziaria. In questo scenario si inserisce il “porcospino d’acciaio”, ovvero la trasformazione dell’Ucraina in un distretto produttivo bellico europeo.

Come evidenzia l’ISPI, l’interconnessione industriale tra Kiev e Bruxelles è ormai una realtà, anche se tenuta sotto traccia. Colossi come Rheinmetall e BAE Systems stanno aprendo fabbriche in Ucraina per sfruttare una capacità produttiva bellica sottoutilizzata. La guerra, insomma, diventa un’opportunità di investimento, e i corpi dei giovani ucraini – reclutati con metodi sempre più forzati – si trasformano in carburante umano per l’industria militare occidentale.

La trappola del cessate il fuoco (per riarmare Kiev)

Nel frattempo, le dichiarazioni ufficiali di pace da parte dei leader europei si rivelano per quello che sono: una manovra tattica per guadagnare tempo e rifornire l’Ucraina di armi e risorse. Il cancelliere tedesco Merz parla di “cessate il fuoco”, mentre Macron auspica un “forte esercito ucraino”. Persino Meloni richiama l’articolo 5 della NATO – quello sulla difesa collettiva – in modo strumentale.

Il Washington Post rivela che Francia e Gran Bretagna stanno pianificando l’invio di truppe in Ucraina, supportate dall’intelligence statunitense. Berlino “valuta l’opzione”. Tutto questo mentre Mosca ammonisce sull’inevitabilità di una “escalation incontrollata” nel caso di un intervento diretto europeo. Ma gli avvertimenti russi, come sempre, vengono ignorati.

Israele come moneta di scambio

Ed è qui che entra in gioco Israele. Per convincere Trump a non abbandonare l’Ucraina, le élite europee giocano la carta della pressione emotiva: l’Occidente potrebbe rivedere il suo sostegno incondizionato allo Stato ebraico. Un messaggio che sembra essere stato autorizzato ai massimi livelli.

Prova ne è il repentino cambio di tono della stampa mainstream europea. “La Repubblica”, notoriamente filo sionista, pubblica un’intervista a Nathan Thrall in cui si parla apertamente di pulizia etnica e disumanizzazione sistemica dei palestinesi. Il “Sole 24 Ore”, altro baluardo del governo genocidiario filo-israeliano, ospita un editoriale che ammette l’inutilità del riconoscimento della Palestina senza sanzioni contro Israele. In tutta Europa, da Le Monde a The Guardian, emergono titoli che certificano lo sterminio dei civili a Gaza e la crisi interna allo Stato ebraico, tra fuga dei giovani e carenza di soldati.

La tempistica di questa ondata mediatica non è casuale. Il messaggio a Trump è chiaro: se vuoi mantenere la nostra complicità nel genocidio, devi pagare pegno in Ucraina. Un ricatto geopolitico mascherato da coscienza morale ritrovata.

La trappola cinese e il miraggio dei capitali

A complicare il quadro, arriva un altro messaggio indiretto all’amministrazione Trump: l’elogio improvviso al mercato finanziario cinese sulle colonne del “Sole 24 Ore”. Si parla di rapporti prezzo/utili più convenienti rispetto al Nasdaq e della stabilità garantita dalla politica monetaria di Pechino. Un’allusione appena velata: “Se non investite in Ucraina, potremmo spostare i nostri capitali in Cina.”

Ma anche questa è una minaccia poco credibile. L’Europa, nella sua attuale configurazione politica e ideologica, non ha né la volontà né il coraggio di rompere davvero con Washington e l’atlantismo. Lo dimostra la sua assoluta subalternità nelle decisioni strategiche, militari ed economiche.

Un bluff destinato a fallire?

La strategia europea è dunque chiara: mostrarsi disponibili al dialogo con Trump, assecondarlo formalmente, mentre si lavora per coinvolgere direttamente gli eserciti del Vecchio Continente nella guerra contro la Russia. Come sostiene Aleksandr Dugin, si tratta di una manovra psicologica per congelare il conflitto, resettare le forze ucraine e rilanciare il confronto con più potenza distruttiva.

Ma senza il sostegno pieno e convinto degli Stati Uniti, tutto questo rischia di crollare come un castello di carte. L’ipotesi di abbandonare Israele è infatti un bluff, così come il flirt finanziario con la Cina. L’Europa, priva di sovranità reale, resta un attore subalterno. E Trump lo sa benissimo.

Il suicidio geopolitico dell’Europa

Nel tentativo di salvare il fronte ucraino, l’Europa è arrivata a mettere sul tavolo persino la questione israelo-palestinese, strumentalizzando una tragedia umanitaria per ottenere dividendi geopolitici. Un’operazione cinica, che rischia di rivelarsi un boomerang devastante. Il sostegno all’Ucraina si sta dimostrando economicamente insostenibile, politicamente suicida e moralmente indegno.

Il problema, in fondo, non è solo Trump, né la Russia. È l’incapacità dell’Unione Europea di concepirsi come soggetto autonomo. Finché non romperà la gabbia dell’atlantismo e del capitale militarizzato, continuerà a sacrificare i popoli – compreso il proprio – sull’altare della guerra per procura.

Fonti:
https://www.lariscossa.info/ci-sono-cascati-per-la-quarta-volta/
https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/perche-lucraina-sta-diventando-il-cuore-della-difesa-europea-213817
https://www.lariscossa.info/severgnini-pal-washing-libia-e-verita-censurate/
• The Washington Post, France24, The Guardian, Le Monde, Il Sole 24 Ore, La Repubblica.

Ponte sullo Stretto e bilanci militari: la grande bufala strategica

Un’opera inutile, un contorto esercizio di contabilità creativa, un insulto alle priorità del Sud. Mentre crollano le strade, manca l’acqua e la sanità si svuota, si insiste su un ponte che serve solo al narcisismo politico e agli appetiti dei soliti noti.

Il ponte sullo Stretto di Messina è tornato, come uno spettro, al centro del dibattito pubblico. Stavolta però non per i suoi rischi geologici, l’insostenibilità ambientale o la totale inutilità economica: ma per l’incredibile tentativo del governo italiano di farlo passare come una “spesa militare”. La notizia, riportata da Bloomberg, ha suscitato lo sconcerto dell’ambasciatore USA alla NATO, Matthew Whitaker, che ha bollato come “contabilità creativa” l’ipotesi di finanziare il ponte all’interno del 3,5% del PIL destinato alla difesa.

La strategia è chiara: spacciare un’opera faraonica da 13,5 miliardi di euro come “infrastruttura strategica” per la mobilità militare, inserendola a forza nei fondi NATO o nel programma europeo Military Mobility. Un colpo di teatro contabile per aggirare i vincoli di bilancio e dare un alibi all’ennesimo spreco.

La realtà del Sud: altro che corridoio baltico-mediterraneo

L’idea che il Ponte sullo Stretto rappresenti un “corridoio strategico” nella rete transeuropea è un esercizio di propaganda scollegato dalla realtà delle due regioni coinvolte: Sicilia e Calabria. Chi conosce quei territori sa bene che, al di là dello Stretto, c’è il deserto infrastrutturale.

In Calabria, molte strade interne versano in condizioni disastrose: la SS106 jonica, ribattezzata “la strada della morte”, è un simbolo di abbandono. In Sicilia, il sistema ferroviario è in gran parte a binario unico, lento, obsoleto e privo di elettrificazione su numerose tratte. I treni a lunga percorrenza da Palermo a Roma impiegano ancora oltre 12 ore. A che serve un ponte da 3,3 km sospeso sul mare, se prima e dopo il traffico si imbatte in un medioevo viario?

E non si tratta solo di trasporti. In molti comuni dell’entroterra siciliano e calabrese manca l’acqua potabile per settimane, si registrano interruzioni nella raccolta dei rifiuti e chiusure ospedaliere che trasformano le emergenze mediche in roulette russe. La priorità, oggi, dovrebbe essere l’accesso ai diritti fondamentali, non il finanziamento di un’opera da vetrina.

Una grande opera per piccoli interessi

Matteo Salvini si è intestato politicamente il progetto del ponte come simbolo del “fare”. Ma la realtà è che si tratta dell’ennesima grande opera usata come leva elettorale e merce di scambio tra imprese, interessi lobbistici e promesse clientelari.

Dietro la retorica dell’innovazione e del rilancio del Sud, si nasconde la solita logica emergenziale: creare una bolla finanziaria che attira appalti, commissariamenti, deroghe normative e centralizzazione del potere decisionale. Come dimostrano i precedenti, da Mose a Tav, passando per l’Expo, queste opere raramente rispettano i tempi e i costi previsti. E quando sono terminate – se mai lo sono – spesso risultano sottoutilizzate o addirittura abbandonate.

Secondo la Corte dei Conti, già nei primi anni Duemila il Ponte sullo Stretto aveva prodotto “una rilevante dispersione di risorse pubbliche” senza alcuna ricaduta concreta. Dopo vent’anni, non è cambiato nulla. Se non che ora, nella disperazione di giustificare l’indefendibile, si tenta di farlo passare come investimento militare.

Difesa e inganni contabili: cosa c’entra la NATO?

L’idea di finanziare il ponte attraverso la quota del 5% del PIL destinata alle spese militari è tanto ardita quanto pericolosa. Primo, perché distorce completamente il senso della spesa per la difesa, che dovrebbe riguardare la sicurezza nazionale, non opere civili dalle dubbie utilità strategiche. Secondo, perché apre la strada a una nuova forma di manipolazione contabile in stile greenwashing: il “military-washing”, ovvero coprire ogni spesa inutile con la foglia di fico della “sicurezza”.

L’ambasciatore Whitaker è stato chiaro: l’obiettivo del 5% nelle spese NATO deve riferirsi “specificamente alla difesa e alle spese correlate”. Tradotto: non provateci nemmeno.

Ma c’è di più. Quel 5% stesso è un obiettivo inquietante, a cui occorre opporsi con forza. Alimentare la corsa agli armamenti, vincolare bilanci pubblici già in difficoltà a una spesa militare sempre più invasiva, significa svuotare lo Stato sociale per ingrassare i complessi militari-industriali. In un’epoca in cui le vere sfide sono sanitarie, climatiche, educative e sociali, aumentare le spese belliche è un errore storico, una capitolazione davanti a una visione del mondo fondata sulla forza anziché sulla cooperazione.

Opporsi al ponte significa anche opporsi al paradigma che lo sostiene: quello del riarmo, della propaganda securitaria e dello spreco sistemico delle risorse pubbliche. Il Mezzogiorno non ha bisogno di elicotteri da guerra, ma di ambulanze e treni che arrivino in orario. Ha bisogno di maestri, non di generali.

Il Sud come laboratorio di mistificazione

Il ponte è l’ennesimo atto di una commedia che si ripete da decenni: invece di un vero piano di sviluppo per il Sud – fatto di sanità, trasporti locali, scuola, accesso all’acqua e digitalizzazione – si punta tutto su una grande opera simbolica, pensata per stupire, distrarre e dividere. Una specie di specchio per le allodole che permette di deviare l’attenzione dai problemi reali.

Se davvero si volesse rilanciare il Mezzogiorno, basterebbe iniziare col mettere in sicurezza le infrastrutture esistenti, con creare una rete di treni veloci ed economici, garantire l’accesso alla sanità pubblica e ripristinare il diritto alla mobilità per i milioni di cittadini oggi intrappolati nel degrado. Ma ciò non produce visibilità immediata, né favorisce le grandi centrali degli appalti.

Un ponte verso il nulla

Il ponte sullo Stretto, presentato come una porta d’accesso al futuro, è in realtà il simbolo di una politica che si rifiuta di guardare in faccia la realtà. Un’opera scollegata dal contesto, slegata dai bisogni, imposta con la forza di una narrazione tossica e fallace.

L’Italia, e soprattutto il Mezzogiorno, non ha bisogno di un ponte tra Scilla e Cariddi. Ha bisogno di ponti tra le persone, tra territori dimenticati e Stato, tra diritti costituzionali e vita quotidiana. Ha bisogno di un piano d’investimento sociale e infrastrutturale vero, non di monumenti al cemento e alla vanità politica.

E ha bisogno, oggi più che mai, di pace, non di nuove spese militari.

Fonti principali:
• Bloomberg – “Italy’s Bridge to Nowhere: NATO Ambassador Rejects Military Funding Trick”, 3 settembre 2025
• Corte dei Conti – Relazioni sulle grandi opere pubbliche, 2006-2011
• ISTAT e ANCE – Rapporto infrastrutture Sud Italia, 2023
• Agenzia del Demanio – Condizioni strutturali degli edifici pubblici nel Mezzogiorno, 2024
• European Court of Auditors – Military Mobility Progress Report,2025

Il silenzio complice: Francesca Albanese sotto sanzioni e la codardia del governo Meloni

⸻Francesca Albanese è oggi una figura simbolica di resistenza civile e giuridica. La relatrice speciale dell’ONU per i Diritti Umani nei Territori Palestinesi Occupati si trova, dal luglio 2025, bersaglio diretto delle sanzioni unilaterali imposte dagli Stati Uniti. Una rappresaglia politica tanto brutale quanto mirata, il cui unico “reato” è aver denunciato pubblicamente, con rigore giuridico e coraggio morale, il genocidio in corso nella Striscia di Gaza.

Ma la notizia di queste ore, al di là del caso personale, è lo scandalo istituzionale italiano: nessun rappresentante del governo Meloni ha ritenuto di doverle esprimere una parola di solidarietà. Nemmeno di circostanza. Nemmeno per difendere il diritto internazionale. Nemmeno per proteggere una cittadina italiana sanzionata da un Paese straniero per il solo fatto di aver svolto il proprio mandato presso le Nazioni Unite.

Il caso Albanese: quando il diritto diventa reato

La vicenda raccontata da Francesca Albanese è surreale e inquietante. Da quando è stata colpita dalle sanzioni statunitensi — promosse su input di Marco Rubio e dell’apparato neoconservatore che da sempre protegge l’impunità israeliana — non può aprire un conto bancario, avere una carta di credito, di conseguenza non può noleggiare un’auto, non può nemmeno ricevere un caffè da sua figlia senza esporla al rischio teorico di sanzioni penali e pecuniarie.

Siamo di fronte a una forma di “morte civile” in salsa neoliberista: l’esclusione dai circuiti economici come arma di repressione politica. Non si tratta solo di una punizione personale, ma di un attacco frontale all’intera architettura del diritto internazionale, che evidentemente infastidisce quando osa accusare Israele di crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Albanese lo dice chiaramente: «L’attacco a me è un attacco all’ONU». E ha ragione. Non è un caso isolato: è una strategia deliberata per intimidire ogni forma di giurisdizione indipendente. Lo stesso è accaduto con i giudici della Corte Penale Internazionale, a cui l’amministrazione USA ha rivolto accuse gravissime, tentando di delegittimarli con lo stesso schema repressivo.

Il silenzio assordante di Roma

Ma lo scandalo, lo schiaffo più bruciante, non viene da Washington. Viene da Roma.

Il governo italiano, che ha il dovere costituzionale di tutelare i diritti dei suoi cittadini e di onorare gli obblighi derivanti dai trattati internazionali, non ha emesso nemmeno un comunicato, né una telefonata, né una parola di sostegno. Giorgia Meloni, che pure ha dichiarato di voler “tutelare gli attivisti italiani” imbarcati nella Global Sumud Flotilla, si limita a vuoti proclami senza alcuna azione concreta.

E la stessa Albanese lo denuncia con fermezza: «Che vuol dire protezione agli attivisti? La vera protezione sarebbe mandare le navi italiane a rompere l’assedio. È un obbligo giuridico e morale per prevenire un genocidio».

Il punto è tutto qui: Meloni gioca su un’ambiguità criminale, illudendo l’opinione pubblica con vaghe rassicurazioni mentre, nei fatti, l’Italia resta inchiodata alla sua complicità diplomatica, politica e militare con Israele.

La corresponsabilità italiana nel genocidio a Gaza

Quando Francesca Albanese afferma che il governo Meloni è corresponsabile, in diversi modi, dello sterminio a Gaza, non parla per iperbole. Parla con la forza dei fatti.

L’Italia:
• Ha firmato accordi militari e tecnologici con Israele, persino dopo l’inizio del genocidio dichiarato.
• Continua a esportare armi verso Tel Aviv, come confermato da numerose inchieste e dati SIPRI.
• Si è astenuta sistematicamente nei voti ONU a tutela della popolazione palestinese.
• Ha criminalizzato manifestazioni di solidarietà, compresi presidi pacifici e raccolte fondi.
• Ha accettato senza fiatare le liste nere di Israele, che mettono al bando chiunque difenda i diritti palestinesi.

L’Italia di Meloni ha scelto il campo dell’occupante, del carnefice, dell’apartheid. E ha voltato le spalle a una delle sue cittadine più coraggiose e qualificate, solo perché dice la verità.

Un attacco che riguarda tutti noi

Chi pensa che il caso Albanese sia una questione “personale” o “di relazioni internazionali” commette un grave errore. È la spia di un cambiamento di paradigma: chi denuncia i crimini viene trattato come un criminale. Chi si appella al diritto viene perseguito dai poteri reali. Chi resiste al genocidio viene messo a tacere con le armi della finanza, del controllo bancario, della sorveglianza.

Francesca Albanese non è solo un nome. È una linea di demarcazione: da una parte chi difende l’umanità, dall’altra chi difende il potere.

Una vergogna nazionale

Nel silenzio del governo italiano risuona tutta la viltà di una classe dirigente prona ai diktat NATO, sorda ai valori costituzionali, incapace di riconoscere la propria complicità.

Mentre Francesca Albanese viene isolata, sorvegliata e punita, il nostro esecutivo gioca a fare la foglia di fico per Israele. Ma la storia non dimenticherà. E prima o poi, anche l’Italia dovrà rispondere della sua ignavia, della sua complicità e del suo tradimento.

Fonte principale:
“Francesca Albanese: ‘Il governo Meloni è corresponsabile in diversi modi dello sterminio a Gaza’ – Il video” – L’Espresso, 04.08.2025
Ulteriori fonti incrociate:
– SIPRI Arms Transfers Database
– UN OCHA – Gaza Strip Humanitarian Overview
– Dati export armi: Rete Italiana Pace e Disarmo
– Dichiarazioni ufficiali di Francesca Albanese al Senato, agosto 2025

Bambini sotto le bombe: Gaza, l’Occidente e il crimine dell’indifferenza

Il sangue dei bambini ha lo stesso colore ovunque. Ma non lo stesso valore.

Due guerre, due narrazioni. Da un lato l’Ucraina, con i suoi 44 milioni di abitanti, dove – secondo dati ONU – oltre 2400 bambini sono stati uccisi. Ma è doveroso precisare che le vittime infantili non sono riconducibili solo ai bombardamenti russi dal 2022 in poi, ma anche – e in modo sostanziale – ai bombardamenti dell’esercito ucraino contro le popolazioni russofone del Donbass e del Lugansk fin dal 2014, in un clima di assedio militare che si è protratto per anni nel silenzio totale dell’Occidente.

Dall’altro lato Gaza, un lembo di terra lungo appena 41 chilometri, densamente popolato, con 2.200.000 abitanti all’inizio del conflitto, di cui oltre la metà sono minori. Qui, secondo l’ultimo aggiornamento dell’ONU e di fonti mediche indipendenti, più di 19.000 bambini sono stati uccisi e oltre 50.000 risultano feriti. Alcuni rimarranno sfigurati a vita, mutilati, ciechi, paralizzati. La metà di questi ultimi ha subito amputazioni multiple senza anestesia.

È questa la sproporzione che grida vendetta.

Non è solo una questione di numeri, ma di coscienza. In Ucraina, la narrazione dominante ha giustamente indignato l’opinione pubblica globale. Eppure, a Gaza, dove la densità di vittime infantili è proporzionalmente decine di volte superiore, l’Occidente chiude un occhio, anzi due. Anestetizza la coscienza collettiva e impone un silenzio assordante, fatto di ipocrisia, censura e complicità.

I numeri dell’orrore e il genocidio negato

Secondo Victoria Rose, chirurga britannica volontaria all’ospedale Nasser di Khan Yunis, “il numero di bambini feriti è totalmente inaccettabile”. Lo ha dichiarato pubblicamente durante il Tribunale Informale di Londra su Gaza. Le sue parole non lasciano spazio a fraintendimenti: non si tratta di effetti collaterali, ma di un sistematico attacco ai civili, e in particolare ai più vulnerabili.

A Gaza non ci sono più scuole, né ospedali funzionanti. Le madri partoriscono tra le macerie, senza antibiotici, senza luce. I neonati muoiono per disidratazione, le incubatrici sono ferme. E i bambini, in molti casi, muoiono due volte: prima nel corpo, poi nella narrazione distorta di chi nega la realtà.

Complicità occidentale: l’arma del silenzio

La sproporzione tra le vittime infantili in Ucraina e Gaza mette in luce un doppio standard indegno di una civiltà democratica. L’Europa, che ha pianto giustamente per ogni bambino ucraino morto nei combattimenti, oggi si gira dall’altra parte mentre Israele annienta un’intera generazione di palestinesi, spesso con armi fornite dagli stessi Paesi europei.

La verità è che il genocidio a Gaza è sostenuto, coperto, giustificato o ignorato da gran parte dell’Occidente. Israele non agisce da solo, ma con la copertura politica, diplomatica e militare delle maggiori potenze mondiali. E l’Italia, in questo scenario, non è affatto estranea.

Il paradosso italiano: armi a Israele, colpiti i caschi blu

Il paradosso è tanto crudele quanto grottesco. Secondo fonti giornalistiche autorevoli, alcune delle armi utilizzate da Israele contro obiettivi in Libano, tra cui la base ONU-UNIFIL al confine, sono prodotte o co-prodotte in Italia. Armi esportate legalmente da governi che si professano “per la pace” e che, nel contempo, autorizzano forniture belliche a un Paese coinvolto in atti che Amnesty International, Human Rights Watch e numerose Nazioni Unite hanno definito crimini di guerra e potenziali atti genocidari.

Così, l’Italia fornisce armi che Israele utilizza non solo per massacrare civili palestinesi, ma persino per attaccare una missione di pace ONU in Libano, della quale l’Italia fa parte. È l’ennesimo schiaffo all’intelligenza, alla logica, alla Costituzione e al diritto internazionale. Un’oscenità geopolitica e morale che dovrebbe suscitare un’indignazione collettiva.

La responsabilità dell’informazione e il silenzio criminale

In questo contesto, l’informazione ha un ruolo chiave. I numeri di Gaza non vengono raccontati, non fanno notizia. Sono sistematicamente minimizzati, oscurati, spacciati per “danni collaterali” di una guerra asimmetrica che è in realtà un’occupazione coloniale trasformata in sterminio programmato.

Il sistema mediatico occidentale si è fatto megafono della narrativa israeliana, rimuovendo la parola “genocidio” dal vocabolario ufficiale e trasformando i carnefici in vittime perenni, in nome di una memoria strumentalizzata e di un potere geopolitico che non ammette incrinature.

Conclusione: la vergogna dell’Occidente

La morte di un bambino è sempre una tragedia. Ma l’accettazione selettiva di queste morti è un crimine ben più grande. È la testimonianza viva di un’epoca in cui la civiltà occidentale ha abdicato ai propri principi, in nome del profitto, della geopolitica e della fedeltà a un alleato che oggi pratica l’apartheid, la pulizia etnica e la guerra totale.

La sproporzione tra i bambini morti a Gaza e quelli uccisi in Ucraina non può essere taciuta. Non è un attacco all’Ucraina, ma una chiamata in correità per chi tace, per chi vota in Parlamento a favore di forniture militari, per chi finge di non vedere.

È tempo di rompere il silenzio, di togliere ogni alibi a governi, partiti e media, e di dire con voce alta e chiara: nessun bambino vale meno di un altro. Nessun genocidio può essere giustificato. Nessuna bomba può essere benedetta in nome della democrazia.

Fonti utilizzate
• Dichiarazioni di Victoria Rose, chirurga volontaria in Gaza
• Rapporto UNICEF e UN OCHA aggiornati al 2024
• Dati UNRWA su Gaza
• Amnesty International, “Israel’s apartheid against Palestinians: A cruel system of domination”, 2022
• Human Rights Watch, “A Threshold Crossed: Israeli Authorities and the Crimes of Apartheid and Persecution”, 2021
• Al Jazeera, a cura di Anealla Safdar
• Agenzie stampa italiane su attacco a UNIFIL
• Interrogazioni parlamentari italiane su export armi verso Israele