Guerra, capitale e paradisi fiscali: l’economia del disastro come ultima risorsa del capitalismo putrescente

Quando la guerra smette di essere un evento eccezionale e si trasforma in una necessità ciclica, vuol dire che qualcosa si è guastato nel motore stesso della storia. E quel motore, oggi, ha il nome di capitalismo globale in fase di decomposizione. Un capitalismo che non produce più progresso, ma distruzione. Che non genera più sviluppo, ma morte. Che non distribuisce ricchezza, ma la trasferisce sistematicamente verso l’alto, occultandola nei forzieri dorati dei paradisi fiscali.

La guerra non è un errore. È sistema.

La narrazione ufficiale ci racconta che le guerre in corso – in Ucraina, in Palestina, in Africa, nel Pacifico che si scalda – siano esiti tragici ma inevitabili di crisi geopolitiche, interessi divergenti o minacce alla democrazia. Ma questo è solo il trucco retorico con cui si maschera una verità molto più profonda, strutturale, sistemica: la guerra è oggi il principale meccanismo attraverso cui il capitalismo prova a sopravvivere alla propria crisi storica.

Non è un caso se proprio l’Unione Europea, devastata dalle conseguenze economiche della guerra russo-ucraina, non solo non frena, ma rilancia sulla linea del riarmo. Non è questione di servilismo verso Washington, come vorrebbe una lettura semplicistica o complottista, ma di necessità interna. L’imperialismo non è un’aberrazione del capitalismo, è la sua forma politica naturale quando lo sviluppo economico non è più garantito dalla produzione, ma solo dalla distruzione.

Crisi di sovrapproduzione e caduta del tasso di profitto

Il cuore del problema è noto da tempo a chi ha ancora il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Il modo di produzione capitalistico, basato sull’estrazione di plusvalore dal lavoro vivo, è entrato in una fase in cui lo sviluppo tecnologico stesso, sostituendo sempre più lavoro umano con macchine, riduce progressivamente la quota di valore estraibile. In altre parole, più si investe in automazione, meno si estrae profitto.

Questa tendenza alla caduta del saggio di profitto è l’origine strutturale della crisi. Per rimediare, il capitale cerca allora nuovi spazi: mercati vergini, manodopera a basso costo, materie prime depredabili. E se non bastano i trattati commerciali o le privatizzazioni selvagge, allora si passa alla guerra. Per colonizzare, soggiogare, distruggere e infine ricostruire a debito. È il ciclo necro-economico della guerra capitalista.

Dove vanno a finire i profitti della distruzione? Nei paradisi fiscali

Mentre si socializzano i costi delle armi e della guerra – pagati con tagli alla sanità, alla scuola, alle pensioni – si privatizzano i profitti. E questi profitti non rimangono nei territori devastati, né nei paesi che combattono. Volano via, letteralmente. Fuggono in luoghi dove la sovranità fiscale non esiste e dove il segreto bancario è ancora sacro: i paradisi fiscali.

Nel 2024, secondo stime dell’OCSE, oltre 11 trilioni di dollari erano parcheggiati offshore da corporation e super-ricchi, al riparo da tasse e responsabilità sociali. Questi capitali non sono solo nascosti. Sono reinvestiti, usati per speculare su materie prime, per finanziare guerre per procura, per comprare media e politici. Sono la linfa segreta della guerra permanente.

Israele, ad esempio, mentre bombarda Gaza, riceve miliardi in armamenti e investimenti dai fondi speculativi americani che passano da Delaware, Isole Cayman, Svizzera, Lussemburgo. Lo stesso avviene con l’Ucraina. Prestiti FMI, aiuti militari e fondi per la ricostruzione gestiti da banche internazionali e aziende di contractor che fanno base in paradisi fiscali.

Il capitalismo di guerra non è solo un meccanismo militare, ma un gigantesco schema finanziario. Si distrugge per creare debito, si ricostruisce a debito, si privatizza il futuro delle popolazioni colpite e si estrae ulteriore ricchezza da quella sofferenza. Il tutto con il sigillo delle istituzioni internazionali e l’impunità garantita dall’anonimato fiscale.

La mistificazione della democrazia e il ritorno dell’imperialismo razionale

Molti commentatori si ostinano a leggere la geopolitica con lenti morali. L’Occidente combatte per la libertà. La Russia è reazionaria. Israele è una democrazia minacciata. Ma questa narrazione regge solo per chi si ostina a credere che esista un capitalismo buono, pacificato, capace di agire nel nome dei diritti umani.

In realtà, la differenza tra l’imperialismo umanitario dei progressisti e quello brutale dei conservatori è solo di forma, non di sostanza. Il primo lo giustifica con i diritti civili, il secondo con la sopravvivenza della nazione. Ma entrambi servono il medesimo padrone: il capitale in cerca di profitto, ovunque esso possa essere ancora estratto. E ogni nazione che si oppone a questo processo viene indicata come canaglia, terrorista, dittatura.

La Russia e Hamas, per quanto discutibili o contraddittori nella loro azione, non sono i protagonisti del disordine mondiale. Sono il sintomo di un mondo che non riesce più a funzionare senza un nemico permanente. L’Occidente ha bisogno della guerra non solo per i profitti che genera, ma per sopravvivere alla propria agonia economica e al proprio declino di legittimità sociale.

Capitale e democrazia: un divorzio ormai irreversibile

Chi ancora crede che la democrazia sia il contrappeso naturale del capitalismo si aggrappa a un’illusione storicamente superata. Oggi più che mai, la democrazia liberale non è in crisi per eccesso di populismo o per il ritorno dell’autoritarismo, ma perché è diventata del tutto incompatibile con le esigenze strutturali del capitale globale.

Il capitalismo finanziarizzato ha bisogno di governi rapidi, obbedienti, efficienti nel tagliare diritti, nel reprimere il dissenso, nell’adattarsi alle richieste dei mercati. Il tempo della deliberazione democratica è troppo lungo. Il consenso va gestito con l’algoritmo, non costruito nel dibattito. Il Parlamento è teatro, i fondi speculativi sono il vero governo.

In questo contesto, le guerre – reali o simboliche – diventano strumenti essenziali non solo per mantenere il dominio economico, ma anche per neutralizzare la democrazia. Il popolo sotto assedio vota come vuole il potere. E chi dissente, viene isolato, criminalizzato o ridotto al silenzio. La guerra, dunque, non è solo una scorciatoia economica, ma anche una scorciatoia politica per evitare la partecipazione popolare e l’autodeterminazione collettiva.

Non è un caso che proprio nei paesi più attivamente coinvolti nelle guerre globali – dagli Stati Uniti a Israele, dall’Europa orientale all’Italia in versione NATO – assistiamo a un collasso simultaneo delle garanzie costituzionali, dei diritti sociali, della rappresentanza. Il capitalismo in agonia non tollera più neppure la finzione della democrazia.

Conclusione: cambiare sistema o affondare insieme

Di fronte a questo scenario, illudersi che basti votare meglio o cambiare qualche governo per fermare la spirale distruttiva in atto è ingenuo. Non siamo davanti a un problema politico contingente, ma a una crisi strutturale di civiltà. Il capitalismo ha smesso da tempo di essere una forza progressiva. È diventato un cadavere che cammina, che si nutre di corpi e territori, che si protegge con eserciti privati e scudi fiscali.

La democrazia stessa, svuotata della sua sostanza, è oggi ostaggio del capitale. Non decide, non protegge, non rappresenta. È diventata una maschera dietro cui si nasconde un’oligarchia finanziaria che manovra guerre, profitti, disastri climatici, speculazioni e propaganda.

La vera alternativa non è tra guerra o pace, ma tra capitalismo o vita. E chi non ha il coraggio di dirlo, chi cerca ancora un capitalismo etico o verde, chi propone rattoppi progressisti senza mettere in discussione la radice del problema, si fa complice, consapevole o meno, di questa agonia mascherata da civiltà.

La guerra è il linguaggio con cui il capitale grida il suo fallimento. Tocca a noi, ora, imparare a parlare un’altra lingua. Una lingua fatta di giustizia sociale, redistribuzione, partecipazione reale, sovranità popolare. Perché se non cambiamo rotta, l’unica democrazia che ci resterà sarà quella del mercato armato, della moneta anonima, del voto inutile. E sarà troppo tardi.

Fonti principali
• OCSE, Tax Transparency Report 2024
• IMF, World Economic Outlook, April 2024
• OXFAM, Survival of the Richest, 2023
• Zucman, G., The Hidden Wealth of Nations, 2016
• Harvey, D., L’enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza, 2011
• Luxemburg, R., L’accumulazione del capitale, 1913
• Lenin, V. I., L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, 1916
• Naomi Klein, Shock Economy, 2007
• World Bank Data on Capital Flows and FDI (2023–2024)

Pensioni sotto ricatto: il nuovo furto silenzioso ai danni dei lavoratori

Mentre il governo annuncia con toni sobri ma decisi l’imminente riforma del sistema previdenziale, ciò che si profila all’orizzonte non è una tutela del diritto alla pensione, bensì l’ennesimo scippo mascherato da opportunità. Si tratta di un’operazione chirurgica di smantellamento che tocca nervi scoperti: TFR, pensione integrativa, età pensionabile, usura del lavoro e dignità dell’anzianità. Tutto in nome del vincolo esterno dell’austerità e del profitto finanziario.

  1. Un copione già visto: tagliare i diritti per finanziare la guerra

La manovra che si delinea per la prossima legge di bilancio non è ancora nera su bianco, ma le linee guida sono già chiare: meno spesa sociale, più fondi destinati a difesa, sicurezza e incentivi a imprese “strategiche”. In altre parole: si tolgono risorse ai pensionati di domani per comprare armi oggi.

Il vincolo dell’austerità imposta dall’Unione Europea continua a dominare la politica economica italiana, senza alcuna opposizione reale. L’attuale centrodestra, come i governi precedenti, si piega docilmente al diktat del contenimento della spesa pubblica, colpendo in primis la previdenza. La riforma che si annuncia non nasce da un’urgenza sociale, ma da una scelta politica: spingere verso la privatizzazione del sistema pensionistico.

  1. Il doppio inganno: TFR usato come salvagente o cavallo di Troia

Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro e già protagonista di altre uscite discutibili sul fronte previdenziale, propone una misura “salvifica”: utilizzare il Trattamento di Fine Rapporto per integrare le pensioni future, così da raggiungere una soglia dignitosa e, magari, anticipare l’età pensionabile.

Peccato che sia un finto salvagente. Il TFR è una retribuzione differita, frutto del lavoro già svolto. Destinarlo alla pensione significa obbligare i lavoratori a rinunciare oggi a un capitale che potrebbe servire per acquistare una casa, avviare un’attività, sostenere un familiare in difficoltà. In pratica, si fa leva sulla povertà previdenziale per giustificare un baratto ingannevole: ti do una pensione decente, ma rinunci a ciò che ti spetta.

La ministra Calderone va oltre: il TFR va direttamente incanalato nei fondi pensione complementari. Una scelta che nasconde ben altri interessi.

  1. Previdenza complementare: una trappola dorata per la finanza

L’Italia, a differenza di altri Paesi europei, non ha mai visto decollare il sistema di previdenza complementare. E per buone ragioni: instabilità dei mercati, bassi rendimenti, scarsa fiducia, soprattutto tra i lavoratori più precari. Chi vive con mille euro al mese non è interessato a scommettere il proprio futuro sulle fluttuazioni della borsa.

Eppure, il governo insiste. Perché? Perché quei fondi rappresentano un canale privilegiato per iniettare liquidità nel sistema finanziario in crisi. Oggi, i fondi pensione valgono circa 215 miliardi di euro in Italia. Una torta troppo appetitosa per essere ignorata.

Alcuni fondi sono “negoziali”, gestiti da sindacati e associazioni di categoria. Ma molti altri sono fondi privati, che investono in strumenti ad alto rischio e dipendono direttamente dall’andamento dei mercati globali. Legare la sopravvivenza di milioni di lavoratori a queste dinamiche significa trasformare la pensione in un prodotto speculativo.

  1. Età pensionabile e lavori usuranti: l’ennesima beffa in arrivo

Nel 2027, l’età pensionabile raggiungerà i 67 anni e 3 mesi, grazie al meccanismo automatico della Legge Fornero, che la lega all’aspettativa di vita. Una scelta che ignora totalmente le diseguaglianze sociali e le condizioni materiali di chi lavora nei settori più logoranti: edilizia, sanità, logistica, agricoltura, industria pesante.

Le cosiddette “quote” e “opzioni” che il governo periodicamente riformula sono solo cerotti temporanei, spesso a carico del lavoratore. Opzione Donna è ormai svuotata. L’Ape Sociale è limitata a pochi casi specifici. Per il resto, l’uscita anticipata è riservata a chi può permettersi di rinunciare a buona parte dell’assegno.

Ancora una volta, il messaggio è chiaro: sopravvive chi può, gli altri lavorino fino allo sfinimento.

  1. Sindacati in bilico e il pericolo del conflitto d’interessi

Il governo promette di “concertare” la riforma con i sindacati. Ma questa volta il tavolo potrebbe essere truccato. Infatti, diversi fondi pensione complementari sono gestiti proprio da organizzazioni sindacali. Una riforma che favorisce quei fondi potrebbe rappresentare un incentivo per alcune sigle ad accettare compromessi dannosi per la base.

Siamo davanti a un conflitto d’interessi strutturale, che mina la credibilità di chi dovrebbe difendere i lavoratori. Chi garantirà che non vengano svenduti i diritti in cambio di qualche vantaggio istituzionale?

  1. Uno scenario già visto: dal modello cileno alla trappola italiana

Non serve andare troppo lontano per vedere dove porta questo modello. In Cile, la dittatura di Pinochet introdusse un sistema pensionistico totalmente privatizzato, affidato a fondi gestiti da banche e multinazionali. Oggi, milioni di pensionati cileni vivono in povertà assoluta, con assegni ridicoli dopo una vita di contributi.

L’Italia sta seguendo una traiettoria simile, ma più subdola. Non con un colpo di Stato, ma con il “ricatto della sostenibilità”. Le parole d’ordine sono sempre le stesse: flessibilità, responsabilità individuale, scelta consapevole. In realtà, è l’abbandono progressivo della previdenza pubblica come diritto collettivo e flussi di capitali che finiscono nelle mani dei soliti predatori capitalisti.

riprenderci il futuro, prima che ce lo vendano

La pensione non è un favore, né un premio. È salario differito. È un diritto costruito con anni di contributi, lavoro, sacrifici. Trasformarla in un prodotto di mercato significa spezzare il patto sociale su cui si regge la democrazia repubblicana.

Il governo Meloni, come i suoi predecessori, porta avanti la svendita sistematica del welfare, sostituendo i diritti con bonus, le certezze con scommesse, la solidarietà con il profitto.

Serve un’alternativa chiara, netta, radicale. Una proposta che rimetta al centro la previdenza pubblica, che abolisca la Legge Fornero, che introduca un sistema di pensione minima garantita per tutti, sganciato dal solo contributivo e fondato sul reddito universale. Perché il lavoro non può essere la condanna a morte del corpo, e la vecchiaia non può essere una roulette.

Fonti consultate:
• ISTAT, Rapporto annuale 2024
• COVIP, Relazione annuale sulla previdenza complementare 2025
• OCSE, Pensions at a Glance – Italia 2024
• Ministero del Lavoro, Documento di Economia e Finanza 2025
• Il Sole 24 Ore, “Riforma pensioni, le ipotesi allo studio”, agosto 2025
• Openpolis, “Quanto spendiamo per le pensioni rispetto agli altri paesi europei”
• Fondo Monetario Internazionale, Country Report Italy 2024

Renzi, Calenda e l’illusione del centro: perché l’unico campo possibile è popolare, autonomo e radicale

UOgni volta che si riaccende il dibattito su un’ipotetica “unità delle opposizioni”, il discorso si arena su una sabbia mobile tossica: il ritorno di Renzi e Calenda nell’orbita di un presunto campo progressista. Come se bastasse allargare geometricamente una coalizione per costruire consenso, dimenticando che l’elettorato progressista non è un’equazione numerica, ma una questione di fiducia, coerenza e visione.

Eppure, per motivi che oscillano tra il masochismo, la miopia politica e la disonestà intellettuale, ancora oggi si propone di “fare accordi” con chi ha smantellato il lavoro, affossato la Costituzione, distrutto governi popolari e spalancato le porte alla destra.

Questo articolo vuole spiegare, una volta per tutte, perché Renzi e Calenda rappresentano un ostacolo strutturale alla costruzione di qualsiasi campo progressista, e perché l’unica via d’uscita è la costruzione di un fronte popolare autonomo, partecipato e radicale.

I. Renzi: il cavallo di Troia nel campo largo

  1. Non ha voti, ma toglie voti

Matteo Renzi non porta consenso, lo erode. Italia Viva galleggia stabilmente tra l’1,5% e il 2,5% nei sondaggi, con una base elettorale che si sovrappone a quella dei delusi del PD o dei moderati stanchi. Se si include Renzi in una coalizione con Conte, Fratoianni, Bonelli o Unione Popolare, il risultato è una fuga immediata dell’elettorato più giovane, più impegnato, più coerente.

Renzi non rafforza il campo: lo frantuma. E i numeri parlano chiaro. Ogni volta che appare sulla scena, si registra un calo della partecipazione progressista, un’impennata dell’astensione e un rafforzamento indiretto della destra.

  1. Non è di centrosinistra: è di centrodestra, mascherato

Il renzismo è stato l’egemonia liberale all’interno del campo progressista: ha smontato l’articolo 18, precarizzato il lavoro, aperto alla svendita dei beni comuni, lottizzato la Rai, imposto riforme costituzionali autoritarie, sostenuto regimi come quello di bin Salman.

Renzi è un Silvio Berlusconi che non ce l’ha fatta, ma con un’ambizione più cinica e una strategia più tossica. Non ha mai rappresentato il popolo, ma i salotti. Non ha mai sfidato i poteri, ma li ha serviti.

  1. È inaffidabile: distrugge tutto ciò che tocca

Chi si allea con Renzi finisce sistematicamente per essere pugnalato alle spalle. Lo ha fatto con Letta, con Bersani, con Conte, con il suo stesso partito. La sua strategia è da manuale di destabilizzazione: entra, divide, mina, e poi distrugge.

Pensare di includerlo in una coalizione “contro la Meloni” è come chiedere al piromane di spegnere l’incendio.

II. Calenda: l’illusionista neoliberale del centro vuoto

  1. Calenda odia la sinistra, non la destra

Calenda è il Macron italiano: apparato senza popolo, arroganza senza profondità, visibilità senza radicamento. L’unica cosa che ha sempre fatto coerentemente è attaccare la sinistra sociale: odia Conte, disprezza i sindacati, insulta i movimenti e bolla chiunque metta in discussione il liberismo come “populista”, “cialtrone”, “no vax”, “terrappiattista”.

Al suo congresso ha dichiarato che con i 5 Stelle non si può costruire nulla, che il campo largo è una “accozzaglia” e che il futuro è fatto di manager e tecnici. Come se la crisi climatica, economica e sociale potesse essere risolta da curriculum e PowerPoint.

  1. Il terzo polo non esiste

Azione e Italia Viva insieme non superano il 6-7%. Sono un progetto mediatico, non politico, tenuto in vita da editoriali, salotti TV e endorsement bancari. Nelle urne, sono un’eco sbiadita di Draghi, Monti e Forza Italia. Quando si presentano da soli, vengono ignorati. Quando si avvicinano a sinistra, la sinistra si svuota. È un vicolo cieco.

  1. Il centro è un miraggio tossico

Il centro non è più una posizione politica: è una strategia di delegittimazione del conflitto. È l’idea che non esistano più destra e sinistra, ma solo “competenze”. Ma chi ha governato con “le competenze” ha prodotto tagli, precarietà, diseguaglianza e guerra.

Calenda non può essere un alleato. È il problema, non la soluzione.

III. Una coalizione con Renzi e Calenda? La fine della sinistra

L’aporia dell’unità numerica

Una coalizione con dentro Renzi e Calenda dura sei minuti, dice qualcuno. Forse anche meno. Non per colpa di personalismi, ma perché è politicamente impossibile conciliare chi vuole abolire il reddito di cittadinanza con chi vuole rafforzarlo, chi privatizza la sanità con chi la difende, chi sogna bin Salman con chi sogna l’articolo 3 della Costituzione.

Non è possibile costruire una credibile alternativa democratica includendo i sabotatori della democrazia sociale.

L’effetto boomerang sugli astenuti

Il grande problema italiano non è solo la destra: è l’astensione. Milioni di persone non votano più perché non credono che esista un’alternativa. Pensano che siano tutti uguali, tutti venduti, tutti complici. Inserire Renzi e Calenda in un progetto di rinascita politica rafforza questa percezione, e non fa tornare nessuno alle urne. Anzi, allontana anche chi ci credeva.

IV. L’unica strada: costruire un fronte popolare autonomo

Non un “campo largo”, ma un fronte costituente

Il cosiddetto “campo largo” è morto il giorno in cui si è pensato di costruirlo senza identità e senza popolo. Non serve un’alleanza di leader in TV, ma una convergenza di lotte reali. Un fronte autonomo, radicale, partecipato, che parta dal basso e si costruisca fuori dagli schemi tossici dei partiti centristi.

Questo fronte può e deve nascere attorno a:
• Lavoro dignitoso, fine della precarietà e salario minimo.
• Scuola e sanità pubblica universali.
• Transizione ecologica giusta.
• Fiscalità redistributiva e patrimoniale.
• Difesa dei beni comuni e partecipazione democratica.
• Riconversione dell’apparato bellico in investimenti sociali.
• Politica estera autonoma, multipolare e di pace.

Con chi costruirlo?

Con chi resiste e combatte già oggi: lavoratori, studenti, sindacati di base, attivisti climatici, associazioni territoriali, movimenti femministi e transfemministi, reti per la pace, comitati per la casa, collettivi culturali, spazi autogestiti, cooperative, comunità solidali.

Non serve inventare nulla. Serve dare rappresentanza politica a ciò che già esiste, e che oggi non trova voce nei partiti.

Conclusione: né centro, né compromessi, ma visione e coraggio

Il tempo dei giochi di palazzo è finito. La destra governa perché la sinistra ha smesso di essere tale. Ha abdicato all’autonomia culturale, alla visione, alla radicalità. Ha inseguito il “centro” e ha perso se stessa. Ora è il tempo di una nuova fase costituente.

Chi pensa che Renzi e Calenda possano far parte della soluzione, è parte del problema. Chi vuole cambiare davvero, deve avere il coraggio di rompere. Di dire no. Di partire da zero, ma con dignità.

Perché meglio soli e coerenti, che insieme e sconfitti ancora una volta.

Fonti e riferimenti:
• Dati sondaggi EMG, SWG, Ipsos (2023–2025).
• Interventi pubblici di Calenda e Renzi (congressi, social media, dichiarazioni stampa).
• Analisi ASTENSIONISMO (Demos, ISTAT, Openpolis).
• Riflessioni da post pubblici di Andrea Scanzi e attivisti sui social.
• Articoli di Revelli, Urbinati, Ginsborg, Rodotà sul declino della rappresentanza.
• Esperienze di base: Fridays for Future, Rete dei Numeri Pari, Medicina Democratica, Potere al Popolo, Comitati acqua pubblica, Rete Nazionale per il Reddito,.

Caschi blu a Gaza: la via dell’ONU oltre il veto USA

L’emergenza umanitaria a Gaza ha superato la soglia dell’indicibile: assedi, carestia, bombardamenti, ospedali trasformati in obitori, nessun accesso garantito per gli aiuti umanitari. La governance israeliana, sempre più priva di contrappesi, opera sub specie militari, ignorando apertamente la legalità internazionale. E mentre le Nazioni Unite restano paralizzate dal veto sistemico degli Stati Uniti, emerge con forza un interrogativo: può l’Assemblea Generale aggirare questa impasse e agire?

La risposta esiste, è sul tavolo dal 1950, si chiama Uniting for Peace – ed è l’unica carta concreta che oggi l’ONU può giocare per difendere ciò che resta del diritto internazionale e della sua stessa credibilità.

Gaza sotto assedio, la diplomazia sotto scacco

Il 10 agosto 2025, il Consiglio di Sicurezza si è riunito per affrontare l’esplicito piano di conquista totale di Gaza annunciato dal governo Netanyahu. Un piano di annessione de facto, considerato da più giuristi internazionali come genocidio in fieri, secondo i criteri della Corte Internazionale di Giustizia. Eppure, neppure un voto: il veto statunitense, ampiamente preannunciato, ha impedito anche solo una risoluzione interlocutoria.

Questo ennesimo fallimento ha rimesso al centro dell’attenzione una vecchia arma giuridica, ancora pienamente in vigore: la risoluzione 377 (A) V – Uniting for Peace, adottata nel 1950 proprio su iniziativa degli Stati Uniti, allora per contrastare i veti sovietici sulla guerra di Corea.

Uniting for Peace: lo strumento esiste, manca il coraggio

La risoluzione 377 afferma che, quando il Consiglio di Sicurezza “viene meno al proprio dovere” a causa di un veto, l’Assemblea Generale può intervenire, convocando un’assemblea d’urgenza e adottando raccomandazioni vincolanti per l’uso di misure collettive, anche armate, per mantenere o ristabilire la pace.

Questo meccanismo non è una chimera: è stato attivato in 11 casi, incluso il conflitto di Suez nel 1956, l’invasione sovietica dell’Ungheria, e più recentemente, nel 2022, per condannare l’invasione russa dell’Ucraina.

Tuttavia, mai è stato applicato al conflitto israelo-palestinese, nonostante le ripetute escalation e le gravi violazioni del diritto umanitario. La domanda è dunque politica, non giuridica.

Francesca Albanese e la mobilitazione per una forza di protezione

Il rilancio è arrivato da più parti: la relatrice speciale ONU Francesca Albanese ha chiesto esplicitamente l’attivazione del meccanismo, suggerendo una “forza protettiva internazionale composta da soldati amici”. L’ONG DAWN ha appoggiato questa proposta, sottolineando come l’inazione ONU stia contribuendo alla complicità passiva nello sterminio in corso.

Nei giorni tra l’8 e il 10 agosto, la delegazione palestinese ha formalmente avanzato la richiesta all’Assemblea Generale, invocando l’articolo 7 della Carta delle Nazioni Unite e la procedura Uniting for Peace. Ma nessuno, finora, ha osato raccoglierla.

Un consenso larvato, ma nessuna volontà politica

Il quadro all’interno del Consiglio di Sicurezza è eloquente: Slovenia, Francia, Regno Unito, Danimarca, Grecia, Pakistan, Panama, Somalia, Algeria, Corea del Sud, Guyana, Sierra Leone – tutti hanno condannato apertamente il piano di occupazione israeliano. Ma nessuno ha promosso formalmente l’attivazione della 377 A.

Cina e Russia, pur critiche verso Israele, restano silenti. I motivi sono geopolitici: Pechino teme che una spaccatura netta con gli USA possa ripercuotersi su Taiwan, Mosca guarda all’Ucraina. Anche le diplomazie europee, pur favorevoli alla Palestina nei toni, preferiscono un approccio graduale e simbolico, evitando lo scontro frontale con Washington.

Nel frattempo, la “rassegnazione connivente” – per usare le parole di Gian Giacomo Migone – si espande tra le istituzioni internazionali.

Oltre la retorica: serve un mandato ai caschi blu

A Gaza non servono più solo dichiarazioni, ma azioni concrete: corridoi umanitari, protezione dei civili, accesso a viveri e medicinali, verifica indipendente dei crimini di guerra. Tutto ciò può essere garantito da una forza internazionale sotto mandato ONU, sul modello delle missioni UNIFIL o MINURSO.

Il mandato dei caschi blu non può più essere ostaggio dei giochi di potere del Consiglio. Come ricordava lo stesso António Guterres, “la legalità internazionale non è opzionale”. Ma se resta lettera morta, il rischio di implosione del sistema multilaterale diventa reale.

Nel 1938, la Società delle Nazioni fallì nel suo scopo primario: prevenire un nuovo conflitto globale. Oggi, l’ONU rischia la stessa sorte se non reagisce. Gaza non può essere il nuovo fallimento di Ginevra.

Direzione di marcia: quale mobilitazione possibile?

L’Assemblea Generale, come corpo rappresentativo delle Nazioni Unite, può e deve agire. Serve il voto favorevole di due terzi dei membri presenti e votanti: un obiettivo realisticamente raggiungibile, vista la larga maggioranza di paesi che sostengono i diritti dei palestinesi.

Anche azioni simboliche, come l’ipotesi suggerita da alcuni diplomatici italiani di boicottare l’intervento di Netanyahu lasciando vuota l’aula, possono avere un valore politico forte. Ma la priorità resta operativa: l’implementazione immediata di una forza internazionale di protezione civile e umanitaria.

Conclusione: oltre la rassegnazione, la responsabilità collettiva

L’ONU è a un bivio. Gaza è oggi la cartina al tornasole della sua capacità di incidere nella realtà, non solo nella diplomazia. Se l’Assemblea Generale non interverrà, la storia la giudicherà corresponsabile di un’ecatombe annunciata.

Per questo oggi, richiamando il principio stesso che fondò le Nazioni Unite – “Mai più” – occorre agire, senza più alibi.

🕊️ Missione delle fonti
• Risoluzione 377 (V) “Uniting for Peace” (3 novembre 1950): https://digitallibrary.un.org/record/111019
• DAWN MENA – Proposta di forza di protezione internazionale: https://dawnmena.org/un-general-assembly-deploy-international-protection-force-to-gaza/
• Francesca Albanese – Interventi pubblici e dichiarazioni ufficiali: https://www.ohchr.org/en/special-procedures/sr-palestine
• Riunione ONU del 10 agosto e posizionamenti nazionali: resoconti da volerelaluna.it, ejiltalk.org
• Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza 2720, 2728 (2023–2025): https://digitallibrary.un.org
• Analisi parallele: Janine Di Giovanni su The Atlantic e Newlines Magazine
• Finanziamenti italiani all’UNRWA e politica estera: https://it.wikipedia.org/wiki/Italia_e_Palestina