Basta con la favola del “non ci sono soldi”: le occasioni sprecate, le persone dimenticate

Ci sono espressioni che dovrebbero farci sobbalzare: “non ci sono soldi”, “la coperta è corta”, “prima i militari, poi gli altri”. Sono bugie che diventano alibi, pilastri su cui si erige un’ingiustizia strutturale ai danni delle persone più fragili: chi convive con una disabilità, chi ha bisogno di assistenza continua, chi non può permettersi nemmeno il lusso di aspettare.

Il Disability Pride Italia, giunto alla sua decima edizione, denuncia proprio questo: da un lato, fiumi di denaro scorrono verso la macchina militare, verso le armi, verso guerre sempre più pericolose; dall’altro, le risorse destinate al sociale – sanità, servizi per le disabilità, assistenza agli anziani, supporto alla vita autonoma – restano esigue, insufficienti, residuali. È una deriva non solo morale, ma anche politica ed economica. Ecco alcuni dati che raccontano la sproporzione.

I numeri che parlano chiaro

Ambito Dati rilevanti Significato
Spesa militare vs sociale Tra il 2013 e il 2023 la spesa militare italiana è cresciuta del 30%. Nello stesso periodo la sanità ha registrato un aumento dell’11%, l’istruzione appena del 3%. È un’indicazione netta su quali siano le priorità reali dello Stato. La scarsità di fondi per il sociale è una scelta politica, non una necessità.
Spesa militare per il personale Circa 19 miliardi su un totale di 32 miliardi destinati alla difesa vanno al personale: quasi il 60%, il dato più alto tra i Paesi NATO. Significa che gran parte del budget non va in difesa strategica ma in stipendi e logistica militare, mentre l’assistenza sociale resta al palo.
Spesa sociale dei Comuni per disabilità Tra il 2019 e il 2020 si è registrato un calo del 5,9% nella spesa per i servizi alle persone disabili. In un periodo di crisi sanitaria ed economica, invece di aumentare il sostegno si è scelto di tagliare.
Spesa pubblica per disabilità: Italia vs OCSE L’Italia è sotto la media OCSE nella spesa per le politiche rivolte alla disabilità. Gran parte delle risorse è assorbita da pensioni e assegni, mentre è quasi assente l’investimento in servizi personalizzati e assistenza reale. Il modello italiano tende ad “assicurare la sopravvivenza”, non a garantire dignità, autonomia e partecipazione sociale.
Costi a carico delle famiglie Nel 2024 le famiglie italiane hanno sostenuto 138 miliardi di euro per coprire bisogni di salute, cura e assistenza. È circa il 20% del totale della spesa per il welfare. È una delega implicita dello Stato ai privati: chi può paga, chi non può resta indietro. È ingiusto, diseguale e inaccettabile.

Contraddizioni e arretratezze sistemiche
• La menzogna della scarsità: mentre lo Stato spende miliardi in armamenti e missioni militari all’estero, continua a ripetere che “non ci sono risorse” per i servizi essenziali. È una narrazione ipocrita che maschera una precisa gerarchia di priorità: la guerra vale più della cura.
• La guerra moltiplica la disabilità: i conflitti contemporanei – da Gaza all’Ucraina – generano migliaia di nuove disabilità fisiche e psicologiche, distruggono infrastrutture sanitarie, interrompono le cure. Ogni bomba sganciata toglie ossigeno ai sistemi sanitari, ai servizi sociali, alle cure per le malattie rare.
• Le famiglie abbandonate: il welfare è spezzettato, disomogeneo, spesso inefficace. Le differenze regionali acuiscono la disuguaglianza. La burocrazia ostacola l’accesso ai diritti e molte persone restano prigioniere dell’isolamento.
• Esclusione dal lavoro: solo il 32,5% delle persone con disabilità in età lavorativa (15–64 anni) ha un impiego. Non è un problema individuale, ma strutturale. Manca una strategia seria per l’inclusione lavorativa, la formazione, la valorizzazione delle competenze.

Chi ha responsabilità?
• I governi centrali, che si rifugiano dietro l’alibi della scarsità di risorse, ma continuano a finanziare l’industria bellica e a tagliare sulla sanità, sull’assistenza, sull’inclusione.
• Gli enti locali, che non garantiscono uniformità nei servizi: il luogo in cui si nasce o si vive determina spesso la qualità (o l’assenza) dell’assistenza ricevuta.
• La società civile e i media, troppo spesso silenti, cauti, poco coraggiosi nel denunciare la falsità della narrazione dominante. Dire che “non ci sono soldi” è una scelta, non una condanna.

Non è più il tempo di chiedere, è il tempo di pretendere
1. Una redistribuzione immediata delle risorse: basta tagli al sociale in nome della spesa militare. È tempo di invertire le priorità e destinare fondi alla cura, all’inclusione, all’assistenza reale.
2. Piani personalizzati veri, non dichiarazioni di principio: serve garantire assistenza domiciliare continuativa, figure professionali dedicate, percorsi di autonomia reale.
3. Adeguamento concreto dei LEA e del Nomenclatore degli ausili: carrozzine elettriche, scarpe ortopediche, tecnologie assistive devono essere considerate diritti essenziali, non lussi da centellinare.
4. Trasparenza e controllo dal basso: ogni impegno preso deve essere verificabile. Le persone disabili devono avere voce, controllo e potere decisionale sui servizi che li riguardano.
5. Una visione di lungo periodo: l’Italia invecchia, la disabilità aumenta, la crisi climatica e sanitaria ci pone nuove sfide. Servono politiche strutturali, non toppe improvvisate.

Giustizia, non compassione

Chi sostiene che “non ci sono soldi” sta mentendo. Chi continua a investire miliardi in armi e conflitti mentre taglia sulla disabilità, sulla sanità, sull’istruzione, sta compiendo una scelta politica precisa. È una scelta criminale nei confronti di chi è più fragile, e un suicidio collettivo per l’intera società.

Il Disability Pride Italia non è solo una manifestazione, è una presa di parola potente e collettiva. È la voce di chi non vuole più sopravvivere, ma vivere con dignità. È il grido di chi è stato dimenticato e oggi torna a reclamare il posto che gli spetta.

Il tempo delle scuse è finito. Ora si tratta di scegliere: da che parte stare? Dalla parte della guerra o della cura? Dalla parte dell’indifferenza o della giustizia?

Il nuovo ordine armato: il profitto come motore della guerra globale

Siamo già in guerra. Non si tratta più di “minacce”, “tensioni” o “scenari potenziali”: la Terza Guerra Mondiale è iniziata, ma non è stata dichiarata. L’abbiamo anestetizzata nel linguaggio tecnico, nei bollettini della Borsa e nei report strategici della NATO. In Ucraina, l’Alleanza Atlantica è di fatto parte attiva del conflitto, mentre a Gaza l’esercito israeliano ha abbattuto ogni maschera, colpendo deliberatamente scuole, ospedali, rifugi civili. In Africa, le guerre dimenticate si moltiplicano in silenzio, perché lì il capitale occidentale non ha interessi strategici da difendere.

In questo quadro globale, ciò che unisce questi fronti di morte è un solo elemento: il profitto. Il motore occulto — e oggi neanche più tanto — di un sistema capitalistico che prospera sulla produzione e sul commercio di armi. Un sistema che ha sostituito la diplomazia con i dividendi, la pace con i portafogli, i diritti con gli algoritmi di Borsa.

  1. Bilanci di guerra: le cifre di un’industria mortale

Nel 2024 la spesa militare globale ha superato i 2.700 miliardi di dollari, un aumento del 9,4 % rispetto all’anno precedente: la crescita più alta dal crollo dell’URSS. Il trend è planetario. L’Europa, dopo la retorica sulla pace, ha imboccato senza indugi la strada del riarmo. Gli Stati Uniti restano di gran lunga il primo Paese al mondo per spesa militare (quasi un terzo del totale globale), ma l’intero blocco NATO ormai considera la guerra un investimento strategico.

E lo è. Per chi produce armi, per chi le vende, per chi le finanzia. Le cinque maggiori aziende del comparto bellico mondiale — Lockheed Martin, Raytheon, BAE Systems, Northrop Grumman, General Dynamics — hanno visto crescere vertiginosamente i loro ricavi. Il valore delle loro azioni ha raggiunto picchi record, grazie all’aumento dei conflitti e alle forniture garantite dai governi, spesso in deroga alle normali procedure democratiche.

  1. Finanza etica? Sì, ma controvento

In mezzo a questa macchina di morte, poche voci si oppongono. Una di queste è la finanza etica, che continua ostinatamente a escludere le aziende coinvolte nella produzione e nel commercio di armi. Etica SGR, ad esempio, ha avviato un progetto per affermare il diritto alla pace come diritto fondamentale delle persone e dei popoli, in collaborazione con il Centro Papisca dell’Università di Padova.

Ma è una battaglia in salita. Perché oggi anche il settore armamenti viene fatto rientrare, con cinica astuzia, tra gli “investimenti sostenibili”. La guerra, riscritta nel lessico delle “necessità geopolitiche” e dell’“economia della sicurezza”, è diventata compatibile con i fondi ESG. Un’aberrazione morale e culturale che rivela l’ipocrisia strutturale di un sistema finanziario che si finge etico ma vive delle guerre.

  1. Le vittime invisibili: società distrutte, ambiente devastato

Ogni conflitto lascia dietro di sé un cratere di devastazione. Non solo vite spezzate, ma ospedali rasi al suolo, scuole distrutte, città trasformate in deserti. I danni sociali sono incalcolabili, i traumi psicologici transgenerazionali. Ma c’è anche un danno invisibile che cresce: quello ambientale.

Nel solo primo anno e mezzo di guerra in Ucraina, secondo l’Osservatorio sui conflitti e l’ambiente, sono state immesse nell’atmosfera oltre 150 milioni di tonnellate di CO₂. È come se un intero Paese industrializzato — il Belgio, ad esempio — avesse bruciato petrolio a pieno regime per un anno intero.

A Gaza, l’uso intensivo di bombe al fosforo, l’abbattimento sistematico delle infrastrutture idriche, elettriche e fognarie, e l’incendio di interi quartieri ha provocato una catastrofe ambientale che durerà decenni. Eppure, nessun vertice sul clima ha il coraggio di parlare di emissioni di guerra.

  1. L’industria dell’ipocrisia: chi governa davvero?

Dietro la maschera della democrazia, il vero potere è nelle mani dei consigli di amministrazione. Le aziende belliche finanziano campagne elettorali, dettano agende parlamentari, partecipano ai tavoli di lavoro dei governi. In Italia come in Francia, negli USA come in Israele.

I governi si sono trasformati in agenzie di distribuzione di risorse pubbliche verso interessi privati. Ogni missile, ogni aereo da guerra, ogni nave porta con sé miliardi prelevati dalle tasche dei contribuenti e sottratti a sanità, scuola, lavoro, cura. E la propaganda — che oggi ha sostituito l’informazione — ci convince che tutto questo sia “per la nostra sicurezza”.

  1. La pace come diritto esigibile, non utopia retorica

Ma la pace non è un’illusione. È un diritto, e come tale deve essere giuridicamente riconosciuto, politicamente protetto, socialmente preteso. La Carta delle Nazioni Unite e la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani già pongono le basi. Serve però la volontà politica per rendere la guerra un crimine e la pace un obbligo costituzionale per ogni Stato.

Chi oggi finanzia, legittima e promuove la guerra — con armi, parole o silenzi — dovrebbe rispondere non solo alla storia, ma a un tribunale internazionale.

Da che parte vogliamo stare?

Non possiamo più fingere neutralità. Ogni euro speso per un carro armato è un euro tolto a un respiratore, a un libro scolastico, a una pensione dignitosa. Ogni silenzio è complicità. Ogni giustificazione è una coltellata alla verità.

La scelta è chiara: o stiamo con la vita o stiamo con i profitti di morte. Non c’è terza via.

Fonti principali:
• SIPRI – Stockholm International Peace Research Institute
• Guardian, settembre 2025
• Osservatorio sui Conflitti e l’Ambiente
• Etica SGR
• GABV – Global Alliance for Banking on Values
• Relazioni ufficiali NATO e UE
• Dati ONU e IPCC

Due pesi, una menzogna: il genocidio palestinese e l’ipocrisia strategica dell’Europa

C’è un momento in cui la verità, per quanto cruda, diventa un dovere morale. Questo è uno di quei momenti. Mentre l’Europa affila sanzioni contro la Russia, alza la voce sulla guerra in Ucraina e promette armi e fondi a Kiev in nome dei “valori occidentali”, tace, complice, davanti a un’ecatombe in Palestina che ha assunto ormai i contorni inequivocabili di un genocidio. Una selettività che non è frutto di distrazione, ma di una strategia deliberata: quella dell’ipocrisia strutturale, della doppia morale, del doppiopesismo geopolitico.

Il 19° pacchetto di sanzioni contro Mosca e il silenzio su Tel Aviv
La Commissione europea discute, ormai con cadenza rituale, nuove sanzioni alla Russia. Siamo al diciannovesimo pacchetto: misure economiche, restrizioni individuali, blocchi alla tecnologia e investimenti. Il motivo? L’aggressione russa all’Ucraina. Nessuno mette in dubbio la gravità del conflitto, ma il confronto con ciò che accade in Palestina svela una scandalosa asimmetria.

Israele non riceve 19 pacchetti di sanzioni. Riceve fondi, cooperazione militare e scientifica, investimenti pubblici europei. Mentre a Gaza si consuma uno sterminio sistematico, Israele continua a beneficiare del programma Horizon Europe: oltre 100 milioni di euro in progetti scientifici, di cui una quota consistente finisce alla Rafael Advanced Defense Systems, l’azienda che produce droni usati nei bombardamenti sui civili palestinesi.

Droni pagati da noi che massacrano bambini
Un video promozionale della Rafael, disponibile online, mostra il drone Spike FireFly – finanziato in parte dai fondi europei – che si avventa su un civile disarmato. È una scena emblematica. È l’Europa che si proclama garante dei diritti umani a finanziare, di fatto, una guerra totale contro la popolazione palestinese. E mentre il diritto internazionale viene fatto a pezzi sotto gli occhi del mondo, le uniche sanzioni europee avanzate finora sono state simboliche: qualche misura restrittiva contro ministri estremisti e coloni violenti, senza alcun impatto concreto.

Espiazione selettiva: il caso Germania e l’alibi dell’Olocausto
La Germania continua a sostenere lo Stato israeliano anche quando commette crimini documentati contro l’umanità. Lo fa, si dice, per espiare le colpe del nazismo. Ma c’è qualcosa di profondamente perverso in questa logica: si espierebbe un genocidio sostenendone un altro? Si salvaguarderebbe la memoria dei 6 milioni di ebrei assassinati da Hitler, lasciando che 2 milioni di palestinesi vengano sterminati da Netanyahu?

Questo non è espiare: è ripetere, è usare il passato come scudo ideologico per consentire nuovi crimini, stavolta con il benestare delle cosiddette “democrazie occidentali”.

Il genocidio certificato: il rapporto Pillay e l’omertà dell’informazione
Il rapporto della Commissione ONU d’inchiesta sui Territori Palestinesi Occupati, presieduta da Navi Pillay, ha parlato chiaro: Israele ha commesso almeno quattro dei cinque crimini previsti dalla Convenzione sul genocidio del 1948. Il documento, pubblicato il 16 settembre, conferma che a Gaza non è in corso una guerra nel senso tradizionale, ma un atto deliberato di sterminio etnico, culturale e biologico. Si tratta di:
1. Uccisione sistematica di membri del gruppo palestinese;
2. Danni fisici e psichici gravi;
3. Condizioni di vita intese a distruggere il gruppo;
4. Misure per impedire le nascite.

Senza mezzi termini, il rapporto accusa le massime autorità israeliane: il presidente Herzog, il premier Netanyahu, l’ex ministro Gallant. È l’atto di accusa più grave rivolto a uno Stato occidentale dai tempi del processo ai generali argentini o serbi.

Uccidere il futuro: l’attacco alla clinica della fertilità
Uno degli episodi più agghiaccianti documentati dal rapporto riguarda la distruzione della clinica di fecondazione assistita Al-Basma. Migliaia di embrioni, ovuli e spermatozoi sono stati deliberatamente annientati. Nessuna prova d’uso militare. Nessuna scusa plausibile. Solo un obiettivo: impedire ai palestinesi di generare nuova vita. È la logica dell’annientamento biologico, la sterilizzazione forzata mascherata da bombardamento.

20.000 bambini uccisi: numeri che non commuovono l’Europa
Secondo Save the Children, oltre 20.000 bambini sono stati uccisi a Gaza. Molti con colpi diretti alla testa e al torace. Si tratta di esecuzioni, non di “effetti collaterali”. Si aggiungano le donne, le madri incinte, i medici, i pazienti, gli anziani. Gli ospedali sono diventati bersagli sistematici: 1.844 attacchi contro strutture sanitarie in poco più di 9 mesi.

Eppure, mentre l’Europa annuncia conferenze sulla pace e affari sul gas con Israele, nessun telegiornale apre parlando di genocidio. Si parla invece di “due fronti di guerra”, Ucraina e Palestina. Ma non esistono “due guerre”. In Ucraina combattono due eserciti. A Gaza c’è un solo esercito contro una popolazione inerme, assediata e affamata. E i governi europei fingono di non vedere, anzi: riforniscono le armi e firmano i contratti.

La farsa delle sanzioni: coloni sanzionati che non viaggiano in Europa
Von der Leyen propone sanzioni a coloni che mai metteranno piede a Bruxelles. Biden l’aveva già fatto mesi fa, senza alcun effetto deterrente. Ma nessuno si azzarda a proporre l’interruzione dei rapporti militari e scientifici, o il blocco all’esportazione di armi verso Tel Aviv. Anzi, l’Italia è tra i paesi che si oppongono attivamente a ogni forma di pressione reale: insieme a Germania, Ungheria e Austria, difende l’intoccabilità dello Stato israeliano, anche quando le prove di genocidio sono evidenti.

La vigliaccheria del mondo arabo e il silenzio dei mediatori
Il 9 settembre, mentre a Doha si discuteva la tregua, Netanyahu bombardava i negoziatori di Hamas. Sei morti. Una violazione diretta della sovranità del Qatar, ma anche un sabotaggio deliberato ai negoziati. Il vertice arabo che ne seguì si concluse con le solite condanne vuote. Nessun embargo, nessuna ritorsione, nessuna mobilitazione seria. Jack Khouri, su Haaretz, l’ha scritto senza ambiguità: “Il regime militare israeliano su Gaza è cominciato quando i leader arabi si sono incontrati a Doha. I libri di storia lo ricorderanno. Così è caduta Gaza City”.

Genocidio normalizzato, coscienze disinnescate
Ci troviamo di fronte a un genocidio in diretta, che non viene più negato, ma normalizzato. I governi europei lo sanno, i dossier dell’ONU lo provano, le ONG lo denunciano, ma tutto resta fermo. Il diritto internazionale viene evocato solo quando utile alla NATO. Altrimenti si sospende. Si chiude un occhio, poi l’altro. Si tagliano i fondi ai palestinesi e si aumentano quelli a Israele.

Questo non è solo un fallimento morale. È una complicità storica. L’Europa, che ama raccontarsi come culla dei diritti umani, sta scrivendo una pagina vergognosa della propria storia. E quando tutto sarà finito – quando Gaza sarà ridotta a una rovina – nessun leader potrà dire “non sapevamo”. Perché stavolta lo sapevamo tutti.

Fonti:
• Rapporto ONU della Commissione presieduta da Navi Pillay (2025) – https://shorturl.at/ILjbs
• Rapporto Francesca Albanese – relatrice speciale ONU (giugno 2025)
• Save the Children – Dati sulle vittime civili a Gaza (maggio 2025)
• Haaretz – Articolo di Jack Khouri (settembre 2025)
• Comunicati stampa Horizon Europe (2024–2025)
• Dichiarazioni ufficiali Commissione Europea (Ursula Von der Leyen)
• Report PaperFirst – “Il genocidio dei palestinesi”
• Video promozionale Rafael Advanced Defense Systems (Spike FireFly)

Contro il diritto, contro l’umanità: Cacciari e il grido che non vogliamo ascoltare

Mentre a Gaza si consuma l’indicibile, l’Occidente si guarda allo specchio e non si riconosce più. Massimo Cacciari rompe il silenzio con parole definitive: siamo di fronte al crollo della civiltà giuridica, alla morte del diritto e della coscienza collettiva. E noi, invece di gridare, facciamo spallucce.

Durante la puntata di Otto e mezzo del 18 settembre, il filosofo Massimo Cacciari ha lanciato uno dei più drammatici allarmi etici e politici ascoltati in televisione negli ultimi mesi. Le sue parole, feroci e lucidissime, non sono uno sfogo, ma un atto d’accusa documentato, ragionato, che fotografa il collasso morale dell’Occidente davanti allo sterminio in corso a Gaza. Non si tratta, come qualcuno ha provato goffamente a liquidare, di un’esagerazione retorica: si tratta di verità nuda. Di un grido nella notte.

Una guerra senza guerra: il massacro dei civili come nuova normalità

“Per la prima volta forse nella storia assistiamo a un esercito che combatte direttamente i civili”, ha detto Cacciari. Non è un’iperbole, ma una constatazione tragica: ciò che sta accadendo a Gaza da mesi – e in modo ancora più feroce dall’inizio dell’offensiva israeliana a ottobre 2023 – è una guerra contro i civili, non contro un altro esercito, non contro una milizia, non in uno scenario paritario. È l’assalto di uno degli eserciti più tecnologicamente avanzati al mondo contro un popolo stremato, assediato, disarmato. Un popolo intrappolato, senza vie di fuga né protezione.

Colonne di profughi bombardate. Campi profughi ridotti in macerie. Bambini estratti senza vita dalle rovine. Medici uccisi negli ospedali. Giornalisti mirati e giustiziati. Gli ultimi report delle Nazioni Unite parlano di una crisi umanitaria senza precedenti. E Amnesty International, insieme a numerose ONG internazionali, ha denunciato possibili crimini di guerra e uso sistematico della fame come arma. Tutto questo sotto gli occhi di un mondo che, come dice Cacciari, “finge di contare qualcosa”, ma in realtà ha già venduto la propria anima.

Il crollo del diritto internazionale e l’apocalisse culturale dell’Occidente

Cacciari non si ferma alla denuncia del massacro. Va oltre. Quello che denuncia è il crollo di ogni principio fondativo del diritto internazionale, di ogni residuo di civiltà giuridica, non solo dei tanto declamati “diritti umani”. E lo fa con un’amarezza profonda: “È una catastrofe culturale del nostro mondo. Ci siamo riempiti la bocca di valori occidentali per generazioni. Ora, quegli stessi valori, li stiamo tradendo uno a uno.”

Il riferimento è chiaro: l’Occidente non solo è silente, ma è complice. Gli Stati Uniti forniscono armi, veto all’ONU, protezione diplomatica. L’Unione Europea si rifugia nei comunicati ambigui, mentre i suoi porti, come denunciato da attivisti italiani, sono attraversati da container pieni di esplosivi diretti in Israele. E i leader? Balbettano frasi da ufficio stampa mentre i cadaveri si contano a decine di migliaia.

L’ipocrisia come cifra della politica europea

“Volete che commenti questi poveretti europei che fingono di avere un potere reale?”, sbotta Cacciari. E come dargli torto? In un’Europa dove la premier Meloni può strombazzare slogan identitari mentre si votano riforme liberticide e si criminalizzano le ONG, il dibattito politico sembra un gioco di ruolo tragicomico. La tragedia vera, quella che dovrebbe scuotere le coscienze, resta fuori campo. Come se fosse troppo ingombrante. Troppo vera.

Chi osa parlarne – come la relatrice ONU Francesca Albanese o pochi intellettuali liberi – viene subito etichettato come estremista, antisemita, filoterrorista. La libertà di parola è tollerata solo se ininfluente, solo se non disturba il banchetto degli alleati strategici. E così, mentre si discute delle “parolacce di Iacchetti” o si commentano le performance di personaggi bonsai che giocano a fare i geopolitici nei salotti radiofonici, il genocidio va avanti. In diretta.

Una deriva irreversibile?

La vera domanda che resta sospesa – e che Cacciari pone tra le righe – è questa: possiamo ancora dirci civili? Possiamo ancora parlare di diritti, di giustizia, di umanità? O siamo già oltre, in un deserto etico dove ogni parola è svuotata, ogni valore è diventato un simulacro, ogni silenzio una colpa?

Lo “scarto qualitativo pazzesco” di cui parla Cacciari non è solo un cambio di scala nella violenza, ma una rottura simbolica: l’Occidente, che ha fatto del diritto la sua bandiera, oggi giustifica l’ingiustificabile. Accetta il massacro purché avvenga nel nome dell’alleanza, della stabilità, della geopolitica. Il diritto, ridotto a optional.

Conclusione: la lingua non basta più

“Mi cade la lingua”, ha detto Cacciari, rifiutandosi di commentare le fandonie politiche interne mentre Gaza brucia. È il segno di un dolore autentico, non retorico. Di un filosofo che, invece di rifugiarsi nell’accademia, ha scelto di gridare nel deserto di un’opinione pubblica atrofizzata. Ma non basta che a cadere sia solo la sua lingua. Occorre che si risveglino le nostre coscienze. Che ricominci un pensiero capace di reagire, di denunciare, di agire.

Perché se davvero questo è un genocidio – e i numeri, le immagini, le testimonianze lo confermano – allora il silenzio diventa complicità. E il nostro presente, come ammonisce Cacciari, diventa un’apocalisse non solo militare, ma etica, politica, spirituale.

Fonti
– Otto e Mezzo, 18 settembre 2025, intervento integrale di Massimo Cacciari
– Amnesty International, report su Gaza (2024-2025)
– Francesca Albanese, Rapporto ONU sulla situazione nei Territori Occupati, marzo 2025
– Interviste a giornalisti e attivisti palestinesi raccolte da Al Jazeera, Mondoweiss, Human Rights Watch
– Andrea Scanzi, post social e video sul massacro di Gaza.

Vittimismo aggressivo e Costituzione a intermittenza: la doppia morale della destra al potere

Negli ultimi anni, soprattutto con la destra al governo, assistiamo a una mutazione inquietante del linguaggio e della pratica politica. Da una parte, una sistematica criminalizzazione del dissenso; dall’altra, una strumentalizzazione della Costituzione a seconda della convenienza del momento. A legare questi due fenomeni è una strategia ormai collaudata: il vittimismo aggressivo.
Chi detiene il potere si presenta come vittima. Chi dissente viene descritto come un seminatore d’odio. Così, i ruoli si invertono: chi esercita diritti costituzionali viene trattato come un nemico, mentre chi governa si autoassolve da ogni responsabilità, accusando l’opposizione di creare “climi pericolosi”.

Il paradosso: dalla difesa della libertà alla repressione del dissenso

Quando era all’opposizione, la destra italiana si ergeva a paladina dei diritti civili, della libertà d’espressione, della sovranità popolare. Brandiva la Costituzione come una clava, rivendicava l’articolo 21 sul diritto di parola e l’articolo 1 sulla sovranità popolare. Oggi, quegli stessi diritti, se esercitati da attivisti, artisti o giuristi indipendenti HO dell’opposizione, vengono trattati come minacce alla sicurezza nazionale.

Il paradosso si fa grottesco quando chi un tempo invocava la libertà di opinione come valore assoluto, oggi nega la legittimità della critica politica. I diritti diventano selettivi: applicabili solo a chi li usa per difendere lo status quo, mai a chi li rivendica per denunciare le ingiustizie.

Dalla retorica al manganello giudiziario e mediatico

Oggi basta una denuncia contro l’invio di armi a Israele, un richiamo alla legalità internazionale, una manifestazione pacifica, perché si venga bollati come “cattivi maestri”, “istigatori d’odio”, “nemici dello Stato”. È l’ennesima conferma di un modello comunicativo tipico dei regimi: diffamare chi dissente, screditare chi informa, isolare chi denuncia.

La narrazione dominante non distingue più tra critica e sovversione. La parola “odio” viene usata come etichetta per delegittimare qualsiasi voce fuori dal coro. E chi osa contestare, viene accusato di alimentare tensioni sociali, come se fosse il responsabile dei mali che cerca di denunciare.

Fatti che smentiscono la propaganda

A fronte di questa retorica rovesciata, i dati raccontano una realtà ben diversa. Il 14 giugno 2025, in Minnesota, la deputata democratica Melissa Hortman e suo marito sono stati assassinati nella loro abitazione. Poche ore dopo, anche il senatore John Hoffman e sua moglie sono stati gravemente feriti. L’attentatore, Vance Luther Boelter, 57 anni, è stato trovato in possesso di un manifesto con i nomi di quasi settanta politici democratici, sostenitori del diritto all’aborto e attivisti progressisti.

Solo pochi mesi dopo, il 10 settembre 2025, Charlie Kirk — noto esponente del movimento MAGA e fondatore di Turning Point USA — è stato ucciso durante un intervento pubblico in Utah. L’assassino, Tyler James Robinson, è stato arrestato e accusato di omicidio aggravato. È un caso tragico, speculare a quello di Hortman, che dimostra quanto la violenza politica possa colpire anche a destra.

Ma attenzione: proprio questo episodio offre una chiave di lettura preziosa. Se la sinistra ha condannato apertamente l’omicidio di Kirk, senza ambiguità, la destra ha spesso fatto l’opposto in casi simili, sfruttando la violenza subita per alimentare odio e repressione. La differenza sta nella coerenza. E nella responsabilità.

Lezione dalla storia: dalla propaganda fascista al maccartismo

Questo meccanismo non è nuovo. Nel fascismo italiano degli anni Venti e Trenta, le “squadracce fasciste” terrorizzavano, picchiavano, uccidevano, sindacalisti e socialisti, mentre il regime si proclamava “difensore dell’ordine”. Negli Stati Uniti, negli anni Cinquanta, il maccartismo perseguitò intellettuali e artisti con il pretesto della “lotta al comunismo”. In entrambi i casi, lo schema era lo stesso: costruire il nemico interno, alimentare la paura, accusare chi critica di minare la stabilità nazionale.

Oggi, in forma aggiornata, quel modello si ripete. I governi, anche democratici, si autodefiniscono come baluardi della libertà, ma poi agiscono da autorità illiberali. E l’uso selettivo della Costituzione è parte integrante di questa torsione: diventa una bandiera da sventolare quando serve, e da nascondere quando intralcia.

Il volto dell’autoritarismo contemporaneo

Non si tratta di mere contraddizioni. È una torsione autoritaria che si sta normalizzando. La Costituzione viene invocata solo a difesa dei “nostri”. Il diritto internazionale viene trattato come un fastidio. Le critiche a Israele diventano “antisemitismo”. Le inchieste sulle complicità italiane nel genocidio palestinese diventano “attacchi alla patria”.

Nel frattempo, si moltiplicano le misure contro la libertà d’espressione, il potere giudiziario viene attaccato, le manifestazioni pacifiche vengono represse, e l’informazione indipendente messa sotto tiro. Tutto in nome di una presunta sicurezza, che in realtà serve a difendere solo il potere costituito.

Una nuova resistenza civile è possibile

Oggi più che mai, serve una resistenza democratica che rifiuti questa ipocrisia. Difendere la Costituzione non significa citarla quando fa comodo, ma applicarla sempre. Denunciare i crimini di guerra, rifiutare l’invio di armi, firmare appelli contro l’apartheid o partecipare a manifestazioni non è “odio”, ma cittadinanza attiva.

Chi governa e si finge vittima, mentre reprime diritti, insulta chi dissente e costruisce un nemico interno, sta minando la democrazia. Difendere il diritto alla parola, alla critica, alla giustizia non è solo un dovere politico. È un obbligo morale.

E non esistono cattivi maestri quando si insegnano libertà e dignità.

Libertà a colpi di fucile: sovranismi, piazze d’odio e l’ipocrisia del potere in Italia

Negli ultimi mesi assistiamo a una mutazione pericolosa e profondamente ideologica: la destra sovranista, alimentata da nazionalismo, rancore identitario e revanscismo sociale, ha ridefinito la parola “libertà” in modo tossico e strumentale. Non è più la libertà come diritto condiviso, come spazio di emancipazione e dignità collettiva. È diventata un grimaldello, una chiave di volta simbolica usata per legittimare esclusione, violenza, sopraffazione. Una libertà privatizzata, sganciata da ogni vincolo sociale, che cancella il diritto degli altri a vivere, curarsi, manifestare, studiare. In questa torsione semantica, la politica si trasforma in un’arena di guerra permanente contro i più fragili. Ed è su questo piano inclinato che si consuma una deriva autoritaria che, dietro la maschera dell’autonomia e della sovranità, mira a svuotare la democrazia del suo contenuto più profondo.

La “libertà” dei sovranisti: deregulation per i forti, disciplina per i deboli

Per il pensiero sovranista, la libertà è una prerogativa selettiva: libertà d’impresa senza regole, libertà fiscale per chi può permettersela, libertà d’azione per le forze dell’ordine, libertà d’espressione solo per chi urla più forte. Negli Stati Uniti questa idea ha trovato il suo emblema nel culto delle armi: il Secondo Emendamento è diventato una sorta di religione secolare, dove la libertà si difende con il fucile in mano.

Il caso emblematico è la sentenza Bruen del 2022, con cui la Corte Suprema ha esteso il diritto al porto d’armi, anche fuori casa, aprendo la strada a un far west giuridico. Nel 2024, un’altra sentenza ha però stabilito che lo Stato può disarmare chi rappresenta un pericolo credibile, come i soggetti colpiti da ordini restrittivi per violenza domestica. È il paradosso americano: un sistema che oscilla tra il mito assoluto dell’arma individuale e il tentativo minimo di prevenire l’anarchia violenta.

Il caso Charlie Kirk: quando l’odio si ritorce contro i suoi propagatori

In questo clima avvelenato, è maturata l’uccisione di Charlie Kirk, volto noto della destra trumpiana, colpito a morte il 10 settembre 2025 durante un evento alla Utah Valley University. Il sospettato, il 22enne Tyler Robinson, è stato individuato grazie a prove genetiche e a una nota in cui annunciava l’intenzione di colpire. Kirk, noto per le sue posizioni provocatorie e spesso offensive, era diventato un simbolo del suprematismo bianco travestito da libertarismo.

La sua morte ha scosso il Paese, ma anziché diventare occasione di riflessione, è stata subito usata da Trump e dal suo entourage per alimentare l’ennesima campagna d’odio. Ancora una volta si scambia la vittima con il carnefice, e si fa passare per libertà ciò che è soltanto provocazione e dominio.

Londra: bandiere, scontri e la grammatica dell’odio

Dall’altra parte dell’Atlantico, anche l’Europa conosce l’eco di questa deriva. A Londra, oltre 110.000 persone hanno aderito al corteo “Unite the Kingdom” promosso da Tommy Robinson, noto esponente dell’estrema destra britannica. Gli scontri con la polizia sono stati violenti, con decine di agenti feriti. Tra i partecipanti, slogan razzisti e suprematisti. Elon Musk, in collegamento video, ha lanciato appelli alla dissoluzione del Parlamento e a un “fight back or die”, che ha il sapore del colpo di Stato mascherato da ribellione civica.

È questa la nuova grammatica del sovranismo globale: chiamare “libertà” l’odio, l’intimidazione, la retorica apocalittica. Legittimare la sopraffazione nel nome della ribellione.

Libertà “da” o libertà “di”? La faglia che divide i due mondi

Isaiah Berlin distingueva due concezioni della libertà: la “libertà negativa” (da interferenze esterne) e la “libertà positiva” (di realizzare sé stessi). I sovranisti difendono solo la prima, e in modo selettivo: libertà dalle tasse, dai vincoli ambientali, dalle regole sanitarie, dalle leggi sull’odio. Ma non esiste libertà reale se non è anche libertà di curarsi, di lavorare in sicurezza, di studiare, di dissentire.

È questa la linea di frattura che attraversa le democrazie contemporanee. Ed è su questa faglia che la sinistra deve tornare a costruire: una libertà che non sia solo l’assenza di vincoli, ma la presenza concreta di diritti.

L’Italia dei pacchetti sicurezza: il manganello come risposta al dissenso

Nel nostro Paese, il governo Meloni ha imboccato una strada simile. La retorica della libertà viene usata per rafforzare i poteri coercitivi dello Stato, punendo chi dissente o chiede giustizia. Le cariche contro gli studenti pro-Palestina a Pisa, le nuove norme che criminalizzano la resistenza passiva durante i presìdi, le sanzioni rafforzate contro i manifestanti: tutto questo compone un disegno coerente.

Non è difesa dell’ordine, ma soffocamento della protesta. Non è sicurezza per tutti, ma controllo per chi non si adegua.

Il Mediterraneo come confine ideologico: chiusura dei porti, chiusura delle coscienze

Nel Mediterraneo, i decreti anti-soccorso impongono rotte lontane, fermi amministrativi, divieti perfino per i droni di sorveglianza. Risultato: meno soccorsi, più morti. Le agenzie dell’ONU e le ONG hanno lanciato l’allarme, ma la propaganda sovranista continua a parlare di “difesa dei confini” mentre lascia morire esseri umani in mare aperto.

È il paradosso crudele della libertà sovranista: libertà di chiudere, di respingere, di ignorare. Ma non di salvare, accogliere, proteggere.

Condoni e disuguaglianze: la libertà economica per chi già domina

Sul fronte economico, si parla di “libertà fiscale”, ma si pratica la disuguaglianza. Rottamazioni, sanatorie, stralci delle cartelle esattoriali: misure che aiutano i grandi debitori e premiano l’evasione. Nel frattempo, per chi lavora, paga le tasse e chiede un salario dignitoso, non c’è alcuna libertà reale. Il welfare è smantellato, i servizi locali agonizzano, le case popolari spariscono.

È una libertà che esclude. Una libertà a due velocità: quella di chi ha, e quella di chi subisce.

Gaza, il luogo dove la libertà viene sepolta sotto le macerie

Nell’inferno di Gaza, la retorica della libertà mostra la sua vera natura. La Corte Internazionale di Giustizia ha ordinato a Israele di evitare atti di genocidio; la Relatrice speciale Francesca Albanese ha parlato chiaramente di “anatomia di un genocidio”. Le scuole vengono bombardate, gli ospedali sono al collasso, i bambini mutilati e traumatizzati si contano a migliaia. Eppure l’Occidente tace o giustifica.

Chiamare genocidio il genocidio non è estremismo. È umanità.

Libertà per chi, contro chi?

Quando la destra sovranista grida “libertà”, in realtà chiede potere senza vincoli. Vuole la libertà di insultare senza contraddittorio, di armarsi senza controllo, di privatizzare i beni comuni e condonare i privilegi. È una libertà che toglie libertà agli altri.

La vera libertà è l’opposto: è equità, giustizia, diritti. È la possibilità concreta, per chiunque, di vivere con dignità. E oggi è sotto attacco da più fronti, dalle aule del potere alle piattaforme digitali, dalle piazze militarizzate ai confini chiusi con il filo spinato.

Che fare adesso: una battaglia per la democrazia sostanziale

Tre le priorità. Primo: riappropriarsi della parola “libertà” e legarla al lavoro, alla casa, alla salute, alla cultura, all’ambiente. Secondo: smascherare l’inganno della libertà armata, fiscale, privatizzata, che protegge i potenti e opprime i deboli. Terzo: difendere la libertà costituzionale di manifestare (art. 17) e di esprimersi (art. 21) da ogni tentazione autoritaria.

È una battaglia che si combatte nei parlamenti, nei tribunali, nelle scuole, sui media, nelle piazze. Una lotta culturale, prima ancora che politica.

Dalle università dello Utah ai cortei di Londra, dai vicoli di Gaza alle vie italiane sorvegliate da droni e manganelli, la stessa logica produce lo stesso effetto: chiamare “libertà” ciò che annienta la libertà altrui.

Il nostro compito è disinnescare questa menzogna, ribaltare la narrazione. Perché, davvero, la libertà o è di tutti, o non è.

Sanità negata: tra liste d’attesa truccate, autonomia differenziata e collasso sociale

Introduzione
In un Paese che si vanta di avere un sistema sanitario pubblico universale, oltre sei milioni di persone hanno rinunciato a curarsi nel 2024. Non si tratta di una svista statistica o di un effetto collaterale post-pandemico: è l’evidenza drammatica di un sistema sanitario in fase avanzata di disgregazione, dove la diseguaglianza nell’accesso alle cure non è più un’eccezione ma una regola. Il tutto, mentre si continua a parlare di autonomia differenziata, una proposta che rischia di infliggere il colpo di grazia definitivo a ciò che resta del diritto alla salute. Questo articolo intende analizzare, dati alla mano, come siamo arrivati fin qui e cosa si potrebbe (e dovrebbe) fare per invertire la rotta.

  1. Una sanità sempre meno pubblica, sempre più diseguale
    Il rapporto ISTAT 2024 è un pugno nello stomaco: il 9,9% della popolazione italiana ha dovuto rinunciare alle cure, con punte che superano l’11% tra le donne. I motivi? Tempi d’attesa insostenibili (oltre il 6,8% dei casi) e costi eccessivi delle prestazioni, soprattutto in assenza di rimborsi assicurativi (5,3%).

Il sistema di liste d’attesa è ormai una farsa legalizzata, gestita da agende chiuse, appuntamenti “fantasma” e pratiche opache che falsano i dati trasmessi dalle Regioni al Ministero. Un malato che non riesce nemmeno a prenotare una visita non risulta “in lista”, e quindi il problema… non esiste.

Eppure la realtà parla chiaro: chi può, paga il privato; chi non può, rinuncia alla salute, aggravando la propria condizione e sovraccaricando il sistema emergenziale. È un circolo vizioso che mina la tenuta sociale del Paese, colpendo soprattutto chi vive con pensioni basse, chi è disoccupato, precario o vive in aree periferiche.

A tutto questo si aggiunge un dato ancora più inquietante: l’aspettativa di vita, dopo anni di crescita, sta mostrando segnali di riduzione. Secondo gli ultimi dati ISTAT, sebbene la media nazionale sia ancora formalmente stabile (81,4 anni per gli uomini, 85,5 per le donne), si osserva una preoccupante tendenza alla decrescita nei segmenti più fragili della popolazione. Le condizioni sociali deteriorate, la mancata prevenzione, le malattie croniche non trattate e la rinuncia alle cure stanno portando molte persone a morire prima. Non si tratta solo di vivere peggio, ma di vivere meno. È un’inversione di tendenza che rappresenta un campanello d’allarme fortissimo.

  1. Il cortocircuito delle Regioni: un sistema ingestibile
    La sanità, che in ogni regione assorbe tra l’80 e il 90% del bilancio complessivo, è il cuore finanziario delle amministrazioni locali. Ma è anche un terreno di clientelismi, sprechi e interessi incrociati. Dopo la riforma del Titolo V della Costituzione (2001), l’Italia ha dato il via a una regionalizzazione della sanità che ha prodotto 20 modelli differenti, con standard assistenziali e gestionali spesso incompatibili.

Il risultato? Le Regioni più forti economicamente (come Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto) hanno potuto investire in strutture, tecnologie e personale. Quelle più deboli (come Calabria, Sicilia, Campania) sono finite sotto commissariamenti continui, piani di rientro e tagli indiscriminati. Invece di un sistema di solidarietà, abbiamo costruito una gara tra disuguali.

  1. Autonomia differenziata: la tempesta perfetta
    Nel bel mezzo di questa crisi strutturale, il governo Meloni insiste sulla legge per l’autonomia differenziata, una norma che sancirebbe per legge ciò che oggi è una distorsione di fatto. Trasferire più poteri – e quindi più risorse – alle Regioni più ricche significa legalizzare il privilegio, cristallizzando le differenze territoriali.

Se questa riforma fosse attuata, la sanità diventerebbe una prestazione variabile a seconda della residenza: un cittadino del Sud avrebbe meno diritti sanitari di uno del Nord. Si aprirebbe la strada a una sanità “a statuto speciale” per chi può permettersela, e a un’emergenza umanitaria permanente per milioni di cittadini del Mezzogiorno.

  1. I trucchi per nascondere il disastro
    Come documentato anche dall’AGENAS e dalla fondazione The Bridge, le agende chiuse, i rinvii di prenotazione e i call center che invitano a “riprovare tra un mese” sono diventati strumenti sistematici per alterare i dati delle liste d’attesa. Il Ministero della Salute, a fronte di questi abusi, ha minacciato di ricorrere ai cosiddetti “poteri sostitutivi”, ovvero forme di commissariamento delle Regioni inadempienti. Ma queste misure sono state percepite come un’interferenza e osteggiate da molte amministrazioni regionali.

Nel frattempo, la realtà non aspetta: la malattia avanza, le patologie croniche peggiorano, la prevenzione crolla, e la spesa pubblica aumenta per interventi tardivi, ricoveri d’urgenza e cure intensive. L’assurdo è che, mentre si parla di tagli, il costo per la collettività è in costante aumento, proprio per l’assenza di prevenzione e continuità assistenziale.

  1. La necessità di un ritorno al controllo pubblico e nazionale
    È urgente tornare a un modello sanitario nazionale realmente pubblico, rafforzando il ruolo dello Stato, abrogando le derive del Titolo V e investendo risorse strutturali e permanenti, non solo tamponi emergenziali. Serve un piano straordinario di assunzioni, la stabilizzazione del personale precario, investimenti massicci in medicina territoriale, digitalizzazione, e in particolare un controllo centralizzato e trasparente delle liste d’attesa.

La digitalizzazione potrebbe garantire tracciabilità, priorità automatica e auditing indipendenti sulle agende regionali. Ma senza una volontà politica forte, tutto resterà in mano a logiche localistiche e burocratiche, incapaci di garantire il diritto alla salute.

Conclusione: la sanità non è un affare regionale, è un diritto costituzionale
L’articolo 32 della Costituzione parla chiaro: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività.” Ma se si nasce in Calabria o in Lombardia, questo diritto non è garantito allo stesso modo. Se si è ricchi o poveri, l’accesso cambia. Se si è giovani, precari, immigrati o donne, le probabilità di rinuncia aumentano.

Questa non è una stortura. È un fallimento sistemico.

E se lo Stato non torna a fare lo Stato, l’Italia rischia di diventare un arcipelago di servizi sanitari diseguali, dove il diritto alla salute sarà un lusso per pochi e una chimera per molti. Per questo, l’alternativa non è solo tra pubblico e privato, ma tra eguaglianza e disuguaglianza strutturale, tra civiltà e abbandono.

Fonti:
• ISTAT, Report sulla rinuncia alle cure – 2024
• AGENAS, Rapporto liste d’attesa 2023-2024
• Ministero della Salute, lettere alle Regioni
• “I trucchi degli ospedali per falsare le liste d’attesa”, Il Post
• “In Italia una persona su dieci ha rinunciato a curarsi”, Il Post
• Dati bilanci regionali sanità 2023-2024
• Osservatorio GIMBE – Rapporti 2024

Il saccheggio annunciato: gli Stati Uniti preparano la conquista del Venezuela per rubarne il petrolio

Quella che si sta preparando al largo delle coste venezuelane non è una missione antinarcotici. È un’invasione imperialista a tutti gli effetti. Una mossa militare strategica per impadronirsi di uno degli scrigni più ricchi del pianeta. Il Venezuela possiede le più grandi riserve petrolifere conosciute al mondo, insieme a giacimenti di gas, oro, coltan e terre rare. Ed è proprio questo che fa gola agli Stati Uniti.

Il nemico non è il narcotraffico. Il vero bersaglio è il modello di Stato che osa tenere per sé le proprie risorse, redistribuirle al popolo, anziché svenderle alle multinazionali. Washington ha già deciso: quel governo va abbattuto. Non perché è “inefficiente” o “fallito”, ma perché resiste.

Predoni in uniforme: la guerra economica si fa guerra militare

Gli Stati Uniti hanno già dispiegato navi da guerra, caccia e sommergibili nel Mar dei Caraibi. Hanno rilanciato la taglia su Nicolás Maduro, offrendone la cattura come fosse un criminale comune. Hanno bombardato un’imbarcazione “sospetta”, uccidendo 11 persone. Hanno accusato Caracas di dirigere un cartello del narcotraffico senza fornire prove concrete. Nel frattempo, il Venezuela ha risposto mobilitando milioni di miliziani, rafforzando le coste e denunciando all’ONU l’imminente aggressione.

Tutto ciò accade mentre il governo venezuelano ha firmato accordi strategici con Cina e Iran per lo sfruttamento del petrolio, fuori dal circuito dollaro. Un affronto inaccettabile per l’impero: le risorse naturali devono restare sotto controllo occidentale. E chi si sottrae, deve essere colpito.

Il pretesto della droga: un copione logoro per legittimare l’aggressione

È la solita sceneggiatura. Si costruisce una narrativa tossica, si demonizza il governo, si isola diplomaticamente un Paese, e infine si giustifica l’azione militare come “intervento umanitario” o “operazione di sicurezza”. In questo caso, l’etichetta scelta è “narco-Stato”.

Ma persino la DEA ammette che il ruolo del Venezuela nel narcotraffico è marginale. I principali corridoi passano da Colombia e Messico, paesi sotto influenza USA. Il famigerato Cartel de los Soles è una costruzione narrativa, usata per infangare l’intera struttura statale venezuelana. Il nemico è funzionale. Serve a giustificare l’assalto.

La vera posta in gioco: sovranità energetica e autodeterminazione

Il Venezuela è uno dei pochi Stati che ha scelto di tenersi stretto il proprio petrolio e metterlo al servizio della popolazione. Nonostante l’embargo, il blocco finanziario, la guerra economica e le campagne mediatiche, Caracas ha mantenuto il controllo pubblico su PDVSA, la compagnia petrolifera nazionale. Ha destinato le proprie ricchezze a programmi sociali, sanità pubblica, istruzione gratuita, edilizia popolare, accesso ai beni primari, costruendo un’alternativa concreta alla barbarie neoliberista.

Per questo è diventato un bersaglio. Il Venezuela è un modello concreto che dimostra come sia possibile resistere al ricatto dei mercati e scegliere la redistribuzione invece dello sfruttamento.

È chiaro che le difficoltà economiche che il Paese attraversa non dipendono da inefficienze interne, ma dall’assedio economico, commerciale e finanziario organizzato dagli Stati Uniti, in piena violazione del diritto internazionale. Esattamente come accade a Cuba, anch’essa strangolata da sanzioni illegali che durano da decenni.

Una guerra preventiva mascherata: la violazione del diritto internazionale

L’invasione militare in preparazione viola apertamente ogni norma del diritto internazionale. Nessuna risoluzione ONU, nessuna prova concreta, nessun consenso multilaterale. Solo la forza nuda dell’arroganza imperiale.

Gli Stati Uniti stanno agendo da predoni globali. Schierano forze d’attacco come se si trattasse di un’operazione di polizia, ma agiscono da occupanti. E non è la prima volta. Panama, Iraq, Libia: ogni volta con un pretesto diverso. Ma oggi l’obiettivo è chiaro: togliere al Venezuela il diritto di decidere cosa fare delle proprie ricchezze.

Il Venezuela resiste, il multipolarismo avanza

Il Venezuela non arretra. Ha scelto la via della resistenza e della cooperazione Sud-Sud. Mobilita il suo popolo, stringe accordi con Russia, Cina, Iran e costruisce alleanze fuori dal dominio dollaro. Mentre Washington ricorre alla forza, Caracas scommette sulla diplomazia, sull’integrazione latinoamericana, sulla solidarietà dei popoli.

E non è sola. L’attacco al Venezuela è ormai un banco di prova per tutto il Sud globale. Difenderlo oggi significa difendere la possibilità di un mondo multipolare, non subordinato ai diktat della NATO o al sistema finanziario occidentale.

Scenari e conseguenze: il bivio storico dell’America Latina
1. Escalation militare – un’aggressione frontale con il rischio di un conflitto su scala continentale.
2. Blocco economico rafforzato – ulteriore peggioramento delle condizioni di vita, usato per fomentare il malcontento.
3. Cambio di regime forzato – ritorno delle élite neoliberiste e delle oligarchie legate agli interessi USA.
4. Resistenza e consolidamento del fronte anti-imperialista – rafforzamento delle alleanze sovraniste e popolari in tutta l’America Latina.

Un popolo che resiste è un popolo che insegna

Il Venezuela non è un Paese da compatire. È un esempio di resistenza attiva, che dimostra come si possa resistere all’aggressione imperialista senza cedere. Chi oggi lo attacca, lo fa per paura che il suo esempio diventi contagioso.

Difendere il Venezuela non significa solo opporsi alla guerra. Significa scegliere un modello alternativo di società, in cui le risorse appartengano a chi le abita, e non a chi le saccheggia. In cui la solidarietà venga prima del profitto. In cui la dignità valga più del petrolio.

Fonti
Reuters – “Venezuela to boost troops to tackle drug trafficking as US strengthens military in Caribbean”
Associated Press – “US naval deployment near Venezuela raises alarm in Latin America”
Council on Foreign Relations – “Escalating US-Venezuela tensions: beyond the war on drugs”
TRT World – “Narco-state or propaganda tool? Dissecting the US narrative on Venezuela”
Al Jazeera – “Venezuela, China sign oil megadeal amid rising US tension”

Dal colpo che ha ucciso Kirk alla crisi dell’anima collettiva: quando la violenza torna ad essere politica

L’assassinio di Charlie Kirk, il giovane attivista trumpiano freddato da un colpo di fucile durante un evento pubblico in Utah, è solo l’ultimo, tragico segnale di una società che implode su se stessa. Non è soltanto l’ennesima vittima di un Paese armato fino ai denti. È il sintomo violento di un mondo che ha smarrito l’orientamento e ha trasformato la politica in una battaglia identitaria permanente, dove l’opinione si confonde con la verità e il dissenso con il nemico.

E allora non basta parlare di ordine pubblico. Serve riflettere sull’ordine interiore.

La parabola tragica di Charlie Kirk

Charlie Kirk non era un personaggio neutro. Fondatore di Turning Point USA, volto amato dal movimento MAGA, difensore acceso del diritto costituzionale a portare armi, aveva costruito la sua figura pubblica sull’opposizione netta al multiculturalismo, al movimento LGBTQ+, al femminismo e a tutto ciò che potesse essere etichettato come “woke”. In una dichiarazione agghiacciante, arrivò perfino a sostenere che un certo numero di morti ogni anno fosse un prezzo accettabile per preservare il Secondo Emendamento.

Un’affermazione che oggi risuona con macabra ironia: proprio uno di quei “lupi solitari”, armato fino ai denti, ha posto fine alla sua vita, in una sorta di boomerang tragico, un karma intriso di piombo.

Eppure, anche di fronte a questa spirale perversa, il cordoglio dei leader conservatori si è trasformato subito in un’arma retorica. Trump, il giorno dopo l’omicidio, non ha speso una parola sul facile accesso alle armi, sul disagio psichico diffuso nell’America profonda, né sul contesto sociale che trasforma i giovani in bombe a orologeria. Ha invece puntato subito il dito contro “la sinistra”, trasformando il lutto in strumento di propaganda.

La pistola è carica, ma chi mette il dito sul grilletto?

L’omicida di Kirk è un giovane bianco, senza legami politici noti, apparentemente isolato, cresciuto nel deserto psichico e sociale dell’America delle periferie, tra depressione e mitologie belliche. Il suo gesto non sembra coordinato, ma nasce da un humus culturale dove la violenza è un linguaggio possibile, perfino accettabile.

Ma da dove nasce tutto questo?

L’America è diventata un Far West sociale, dove ogni individuo è potenzialmente armato, dove l’identità politica è una bandiera da difendere con le unghie e con i denti, dove la narrazione collettiva è frantumata in mille bolle digitali. E se è vero che la disponibilità di armi gioca un ruolo determinante, lo è ancor di più il vuoto politico ed esistenziale che molti riempiono con ideologie tossiche, frustrazione e rancore.

Il punto non è se l’assassino fosse di sinistra o di destra. Il punto è che chiunque oggi può essere radicalizzato in assenza di riferimenti comuni, mentre la politica — anziché arginare — cavalca la furia e la trasforma in consenso.

La crisi dell’ordine interiore

La violenza politica, negli Stati Uniti come altrove, sta tornando ad essere una scorciatoia per risolvere frustrazioni che la politica istituzionale non intercetta più. Quando la realtà non corrisponde alle aspettative costruite, quando il presente sembra una gabbia e il futuro una truffa, la rabbia cerca un volto da punire.

Funziona così: si decide come dovrebbe andare il mondo, si identifica chi lo ostacola, e si agisce — verbalmente, digitalmente o fisicamente — per “riparare” la distorsione. Non si accetta la complessità, si vuole imporre una propria verità assoluta, un mondo perfetto a propria immagine. È un delirio ideologico ma anche un abisso psicologico.

La violenza non è più un incidente. È diventata una tentazione. Il problema è profondo e sistemico: la crisi politica è ormai crisi antropologica.

La sinistra: tra responsabilità e reazione

Chi oggi accusa la sinistra di aver “armato la mano” dell’assassino, compie un’operazione strumentale. Non ci sono prove, né appartenenze politiche dirette. Ma è vero che anche nei ranghi progressisti, talvolta, si è cavalcata una narrazione moralista e assolutista, dipingendo l’avversario politico come irredimibile, cattivo, da estirpare.

Questa retorica, seppur nata in risposta alla radicalizzazione trumpiana, ha contribuito ad alimentare un clima di perenne guerra civile fredda.

Se la sinistra vuole davvero rompere questa spirale, deve uscire dalla logica binaria della contrapposizione cieca e costruire un orizzonte comune. Non basta vincere le elezioni, serve ricostruire fiducia, senso civico, spazi di ascolto, comunità. Altrimenti si resta intrappolati nella stessa logica tossica che si vorrebbe combattere.

Dove ci sta portando tutto questo?

In Europa, la crisi della politica si traduce in apatia e disaffezione. In America, in polarizzazione armata. Ma il comune denominatore è chiaro: il fallimento della democrazia rappresentativa come spazio di elaborazione collettiva. Oggi la politica è spesso solo marketing elettorale, scontro tra personalità e non tra visioni, polemica invece di progetto. La sua crisi è così profonda da aver generato una nuova fede: quella nella violenza come strumento legittimo di cambiamento.

E in questo scenario, chi ha responsabilità politica, sociale o culturale dovrebbe ricordarsi che le parole costruiscono mondi, e i mondi che costruiscono possono anche uccidere.

Il sistema è in bilico

L’omicidio di Charlie Kirk non è solo un fatto di cronaca nera. È uno specchio. Riflette una società in crisi di senso, un sistema politico che alimenta il conflitto invece di gestirlo, un’umanità che ha smarrito la bussola morale e collettiva.

La violenza è tornata a bussare alla porta della politica. E non se ne andrà finché non sarà ricostruita una cultura del rispetto, della giustizia sociale, della responsabilità pubblica. Il vero problema non è l’ordine pubblico, ma l’ordine interiore di una civiltà che ha dimenticato come si convive con il dissenso.

E se non cambiamo rotta, la prossima pallottola potrebbe colpire chiunque — perché quando il conflitto si fa sistema, la violenza diventa il suo linguaggio naturale.

Tecnocrazia e immortalità: la sinistra ha perso la terra sotto i piedi

Nel dialogo filosofico-immaginifico tra Putin e Xi Jinping sull’immortalità, come lo racconta Sergio Labate nel suo brillante articolo, non c’è solo l’eco di una battuta platonica. C’è la spia inquietante di una civiltà che, nel declino dell’Occidente, cerca nuove fondamenta non nella giustizia, non nell’uguaglianza, ma nel controllo assoluto della vita. E forse, persino della morte. È qui che la riflessione si fa urgente, e politica.

Labate ha il merito di cogliere il nodo: l’ossessione tecnocratica per l’immortalità non è una devianza dei tiranni, ma un’epifania del potere nella sua forma più perversa. È l’ultimo stadio del dominio: non accontentarsi più del controllo sulla vita sociale, ma pretendere la sovranità sulla vita biologica. E, per quanto possa sembrare paradossale, l’immortalità come progetto politico è la negazione definitiva della democrazia.

Perché? Perché, come giustamente osserva Labate, la morte è l’unica livella, per dirla con Totò. L’ultima garanzia di uguaglianza, anche se drammatica. Chi vuole abolirla – e ha i mezzi per tentare di farlo – non sta solo sognando un futuro post-umano, ma sta già oggi consolidando un privilegio di casta, di classe, di potere. L’immortalità è, prima di tutto, un’esclusiva: non è il futuro dell’umanità, è l’arroganza dei pochi che pensano di vivere per sempre sulle spalle di molti che non vivono nemmeno abbastanza.

Ed è qui che il discorso tocca la sinistra. Una sinistra che, troppo spesso, si è fatta sedurre dalle mitologie della tecnica, abbandonando il suo compito originario: emancipare i corpi, non potenziarli; liberare le vite, non renderle infinite. Una sinistra che, dimentica del suo mandato storico, si accoda al culto della potenza, smarrendo il senso della giustizia.

Labate è lucido: non basta criticare l’Occidente per sentirsi dalla parte giusta. Il rischio è che, nella foga di abbattere l’impero decadente, si finisca per celebrare gli autocrati del nuovo ordine mondiale. Ma cosa hanno da offrire, questi “novelli re” che promettono la vita eterna ai ricchi e la guerra ai poveri? Dove sta il progetto alternativo? Dov’è la pace? Dov’è la redistribuzione? Dov’è la democrazia?

La Cina e la Russia non mettono in discussione il capitalismo, ma lo riorganizzano secondo modelli autoritari e tecnocratici. Non contestano la guerra, ma la gestiscono con razionalità glaciale. Non credono nella democrazia, ma nell’efficienza del comando. E nel frattempo, noi – noi che dovremmo essere la sinistra – ci accontentiamo di tifare per “chi si oppone all’Occidente”, senza domandarci cosa propone in cambio. Come se la critica fosse già una politica. Come se l’opposizione fosse già rivoluzione.

Ecco allora la posta in gioco: ritrovare un pensiero radicale, che non si limiti a sostituire un polo imperiale con un altro, ma che immagini davvero un’alternativa. Una sinistra che non sogni l’immortalità dei potenti, ma la felicità dei viventi. Una sinistra che, come dice Labate, torni ad avere il coraggio e la presunzione di voler “abolire la povertà”, non la morte.

Ed è proprio su questa frase – la più importante di tutto il pezzo – che vale la pena insistere. L’abolizione della povertà non è un’utopia più modesta dell’abolizione della morte. È un’utopia più giusta. Perché riguarda tutti, e non solo chi può pagarsi un cuore artificiale. Perché tocca la qualità della vita, non la sua durata. Perché è un progetto politico, non un delirio aristocratico. E perché è possibile: la ricchezza mondiale basterebbe, oggi, a sradicare la fame e la miseria da ogni angolo del pianeta. Se non lo si fa, non è per mancanza di mezzi, ma per mancanza di volontà. E di giustizia.

Il futuro della sinistra, allora, non sta né a Ovest né a Est. Sta nel tornare a pensare la libertà non come prestazione o durata, ma come condizione collettiva. Sta nel liberarsi sia dall’americanismo decadente sia dal tecnonichilismo autocratico. Sta nel dire che non ci interessa vivere 150 anni in un mondo ingiusto, ma vivere bene – insieme – per quanto il nostro corpo fragile ci consente.

Perché il vero scandalo politico non è morire. È vivere male, sotto il giogo dell’ingiustizia. È nascere in una periferia senza sanità, crescere senza scuola, invecchiare senza cure. È vedere la morte distribuita secondo il PIL, i vaccini secondo le borse, la speranza secondo il capitale.

Allora sì, aboliamo qualcosa. Ma non la morte: aboliamo la sua distribuzione diseguale. Aboliamo la povertà, la fame, la disuguaglianza. Aboliamo la condanna a una vita breve per chi non può permettersela lunga. E facciamolo con una sinistra che torni ad essere radicale, umana, e terrena. Profondamente terrena. Perché è qui che si gioca la vera immortalità: nella memoria di ciò che abbiamo fatto per gli altri. Non nel numero degli anni vissuti.

Fonte dell’articolo citato: Sergio Labate, La sinistra e l’immortalità, pubblicato su Volere la luna, 9 settembre 2025.
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