Benvenuti torturatori! L’Italia dei porti chiusi per i migranti e spalancati per i carnefici libici

C’è un filo nero, nero pece, che lega il caso Almasri a quello di Abdul Ghani al-Kikli, e attraversa Roma come una passerella rossa per chi ha le mani sporche di sangue, ma amici nei palazzi del potere. Un tempo l’Italia era la terra di accoglienza per chi fuggiva da guerre e persecuzioni. Oggi, a quanto pare, accoglie a braccia aperte chi quelle guerre e quelle persecuzioni le produce in serie, con la benedizione silenziosa del governo Meloni.

La storia si ripete, in peggio. Non si è ancora spenta l’eco dello scandalo Almasri – il generale libico, ricercato dalla Corte Penale Internazionale per omicidi e torture, fermato in Italia e poi rispedito in Libia con volo di Stato come fosse un diplomatico in missione umanitaria – che un altro protagonista delle tenebre fa capolino nella Capitale: Abdul Ghani al-Kikli, capo della milizia libica Stability Support Apparatus, sospettato di crimini contro l’umanità e oggetto di denunce da parte del Dipartimento di Stato USA, dell’ONU e dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani.

Non è ricercato, ci dicono. Ha un visto Schengen valido, emesso da Malta – benedetta Malta! – e può girare liberamente in Europa. Un piccolo dettaglio che sarebbe grottesco se non fosse tragico: nessun provvedimento internazionale in corso, ma tonnellate di dossier che lo segnalano come torturatore, aguzzino, gestore di violenze sistematiche. Eppure, eccolo qua, a Roma, a visitare il ministro libico ferito in un attentato e ricoverato allo European Hospital, tra una foto social e un saluto istituzionale.

E lo Stato italiano? Zitto. Muto. Assente.

La Meloni predica “porti chiusi” e pratica “porte aperte”… ai boia

Siamo al capolavoro dell’ipocrisia istituzionale. Giorgia Meloni, paladina della “lotta agli scafisti” e delle “frontiere sigillate” contro l’immigrazione illegale, consente l’ingresso nel nostro territorio a esponenti armati fino ai denti di un potere parallelo e criminale. Non è questione di “realpolitik”: è complicità morale e politica, se non giudiziaria.

Il governo italiano sa benissimo chi è al-Kikli. Sanno tutto delle sue attività, dei suoi uomini, delle carceri libiche gestite come mattatoi. Sanno delle violenze, dei desaparecidos, dei migranti venduti come schiavi, dei ragazzi torturati perché “colpevoli” di aver cercato una vita migliore. Eppure, lo lasciano entrare. Perché? Perché serve. Perché è utile. Perché gli accordi con le “autorità” libiche – che autorità non sono – fanno comodo per bloccare i migranti prima che tocchino le nostre coste.

È il solito patto con il diavolo, ma stavolta firmato con il sangue dei più deboli.

Un Paese rifugio per i carnefici, e galera per i soccorritori

La cosa che brucia di più è la totale assenza di vergogna. Le stesse autorità che ostacolano le ONG, che criminalizzano chi salva vite in mare, che spiano le organizzazioni umanitarie con software militari come Paragon, sono le stesse che si girano dall’altra parte quando nel cuore di Roma sbarcano individui accusati dai rapporti ONU di crimini efferati.

Non si tratta di “errori burocratici” o “mancata cooperazione giudiziaria”: si tratta di una scelta politica precisa, che trasforma l’Italia in una retrovia logistica per aguzzini con passaporto libico e amicizie istituzionali.

Le opposizioni protestano, il governo tace. Come sempre.

Elly Schlein, Angelo Bonelli, Riccardo Magi… tutti a chiedere chiarimenti, interrogazioni parlamentari, commissioni d’inchiesta sugli accordi Italia-Libia. Giusto. Necessario. Ma nel frattempo la premier Meloni non spiccica una parola. Silenzio tombale anche dal ministro Piantedosi e dal Guardasigilli Nordio, che ancora non hanno chiarito nemmeno il caso Almasri.

Due pesi, due misure. Due Mediterranei. Uno, blindato per chi fugge. L’altro, spalancato per chi comanda le celle dove quelle fughe finiscono spezzate da torture e violenze inenarrabili.

Mentre il popolo italiano – assuefatto, ipnotizzato, lobotomizzato da slogan e propaganda – continua a gridare “prima gli italiani!”, i veri padroni del nostro presente entrano ed escono indisturbati, accolti come partner. Nonostante i morti, le fosse comuni, le famiglie scomparse nel nulla.

Non è solo vergognoso. È criminale. E il giorno in cui questa pagina sarà letta nei tribunali della Storia – o, speriamo, in quelli veri – nessuno potrà dire di non aver saputo.

Dalle Spider ai Siluri: declino e retorica del “Made in Italy” nell’industria automobilistica

Non si può amare ciò che si abbandona. Eppure, questo amore per l’Italia tanto decantato da John Elkann e dalla dinastia Agnelli – il mito della grande borghesia torinese che per decenni ha tenuto in pugno l’industria nazionale – suona sempre più come una favola stanca, ripetuta per sedare le coscienze mentre il presente mostra ben altri scenari: desertificazione industriale, perdita di know-how, delocalizzazioni produttive e un’idea inquietante che si fa largo tra le pieghe del capitalismo bellico.

Il cuore della questione è tutto qui: la crisi dell’automotive italiano non è solo congiunturale. È una crisi strutturale, di visione, di volontà politica e industriale. È il riflesso di una parabola discendente iniziata da tempo, accelerata dalle scelte delle grandi famiglie del potere economico e oggi legittimata dalla complicità di governi deboli, quando non apertamente subordinati.

L’illusione della riconversione verde

In un mondo che corre verso la transizione ecologica, il settore dell’auto – specialmente quello delle vetture elettriche – dovrebbe essere il motore di una rinascita. Ma in Italia questa transizione è rimasta impigliata in promesse mancate e piani industriali evanescenti. Elkann, nell’ultima audizione parlamentare, ha ribadito che «vedrete cosa faremo dal 2026 con i due miliardi di investimenti». Promesse, appunto. Ma intanto la gigafactory di Termoli, fiore all’occhiello annunciato per l’era elettrica, è evaporata: costi troppo alti, poca competitività rispetto a Spagna e Francia, dove lo Stato ha messo mano al portafogli. In Italia no. Qui si celebrano gli “annunci”, ma si finanziano le armi.

L’ombra lunga del riarmo

Il sospetto – fondato – che aleggia nei palazzi e nei sindacati è quello di una riconversione bellica dell’industria automobilistica. Lo scenario non è più fantascientifico: la partnership tra Iveco (gruppo Exor, quindi Agnelli) e Leonardo per la produzione di carri armati è realtà. Mentre l’Europa imbocca la strada del riarmo, con Ursula von der Leyen pronta a destinare 800 miliardi al comparto militare, l’industria dell’auto cerca rifugio sotto l’ala protettiva della difesa. E poco importa se questo tradisce completamente le premesse ecologiche o le promesse occupazionali.

Lo stesso Elkann si affretta a dire che «il futuro dell’auto non è nell’industria bellica», ma aggiunge subito dopo che «dipende da dove l’Europa deciderà di investire». Un messaggio chiaro, anzi chiarissimo: la direzione la danno i soldi pubblici, e la moralità industriale è una variabile secondaria.

Il ruolo ambiguo del governo Meloni

Davanti a tutto questo, il governo italiano si dichiara “soddisfatto”. Il ministro Urso fa spallucce. Palazzo Chigi preferisce non disturbare il manovratore. Si lascia fare. Anzi, si elogia il garbo e la discrezione di Elkann, «mica come quel portoghese Tavares», CEO di Stellantis, che almeno ha avuto il coraggio di dire le cose come stanno: l’Italia non è un Paese competitivo per fare industria. E se anche lo fosse, nessuno si preoccupa più di mantenere qui la produzione.

L’unica voce nella maggioranza che si solleva è quella della Lega, per calcolo elettorale. Le opposizioni denunciano ma non incidono. I sindacati dei metalmeccanici – tutti, dalla Fiom alla Fim – manifestano insofferenza. Ma la realtà è che senza una visione condivisa e senza strumenti reali, anche il conflitto rischia di restare solo verbale.

Dalla grande fabbrica alla grande illusione

Il punto più drammatico della crisi non è neppure economico, ma culturale. L’Italia era il Paese delle utilitarie per tutti, delle linee disegnate da Pininfarina, dei marchi iconici, dei collaudatori e dei progettisti di Mirafiori. Oggi è un laboratorio di smantellamento in cui si parla di “orgoglio italiano” mentre si delocalizza in silenzio e si preparano linee di montaggio per mezzi blindati, anziché per city car.

L’amore per l’Italia non si misura a parole, ma nei fatti. E i fatti dicono che Stellantis è una multinazionale che risponde alle logiche della Borsa, non a quelle della coesione nazionale. Che Termoli è un progetto fallito e che l’occupazione nel settore auto sta crollando. Che ci stiamo attrezzando per costruire siluri invece di spider.

La fine di un ciclo e la sfida della reindustrializzazione

Siamo alla fine di un ciclo. Se non si interviene ora, l’Italia uscirà definitivamente dal novero dei Paesi con una filiera automobilistica rilevante. L’alternativa è chiara: o si costruisce una politica industriale seria, capace di scommettere sulla transizione ecologica, sull’innovazione, sul lavoro, o si accetta di essere retrovia logistica del riarmo europeo.

Serve una visione pubblica forte, un’alleanza tra Stato, imprese e lavoro che punti su sostenibilità, competenze, redistribuzione e autonomia strategica. Non basta più inseguire i colossi. Serve immaginare il futuro e avere il coraggio di difenderlo dalle tentazioni belliche e dagli interessi privati che parlano italiano ma pensano in dollari.

Il futuro non si scava nella terra: verità e illusioni del ritorno al nucleare

Mentre il mondo brucia e il tempo stringe, si riaccende in Italia il dibattito sul ritorno all’energia nucleare. Un ritorno travestito da modernità, mascherato da progresso, che cerca di scrollarsi di dosso l’ingombrante eredità lasciata da due referendum popolari — quello del 1987 e quello del 2011 — che hanno bocciato senza appello il ricorso all’atomo per produrre energia. Ma dietro questa narrazione di rinascita tecnologica si cela una realtà ben diversa: una scelta dispendiosa, lenta, rischiosa e — soprattutto — inutile.

Chi oggi spinge per la “rinuclearizzazione” dell’Italia lo fa inseguendo una chimera alimentata più dagli interessi economici che dalla razionalità energetica. È una corsa senza meta verso una tecnologia che, nei fatti, si dimostra inadeguata a fronteggiare la crisi climatica, inadatta a rispondere ai bisogni energetici del presente e profondamente gravata da interrogativi irrisolti: dove collocare le scorie? Chi pagherà il conto salatissimo della costruzione e dello smantellamento? Quanto tempo occorre per far partire realmente un reattore? Chi davvero ne trarrà beneficio?

La lentezza atomica contro l’urgenza climatica

Siamo nel pieno di una crisi climatica senza precedenti. Ogni frazione di grado in più significa distruzione, povertà, migrazione, guerre. Eppure, chi promuove il ritorno al nucleare sembra dimenticare che i tempi tecnici per costruire una centrale superano abbondantemente i 15-20 anni.

Olkiluoto 3, in Finlandia, è stato completato dopo 18 anni.

Flamanville, in Francia, ha richiesto 17 anni e costi decuplicati.

Hinkley Point C, nel Regno Unito, sarà pronta (forse) nel 2031, 21 anni dopo la decisione iniziale.

Nel frattempo, tra il 2004 e il 2023, la capacità solare mondiale è passata da 7 GW a 1650 GW. Le rinnovabili non solo crescono a ritmi esponenziali, ma producono energia con tempi e costi che il nucleare non riesce nemmeno a sognare.

Una tecnologia vecchia per un mondo che cambia

Si parla con enfasi di “piccoli reattori modulari” (SMR) e di “nucleare sostenibile”, ma la realtà è che nessuno di questi impianti è ancora operativo su larga scala. Il costo stimato per un solo SMR BWRX-300 di GE-Hitachi è di oltre 5,4 miliardi di dollari, con data di completamento ipotetica nel 2033. E questi sono solo prototipi.

Nel frattempo, il costo dell’elettricità da nuove centrali nucleari è salito del 46% in 14 anni, passando da 123 a 180 $/MWh. Le rinnovabili, al contrario, hanno raggiunto una media mondiale (LCOE) di 53 $/MWh per l’eolico e 68 $/MWh per il fotovoltaico.

Perché insistere con una tecnologia più costosa, più lenta e più pericolosa?

Il buco nero delle scorie

È il nodo che nessuno vuole affrontare: dove mettiamo le scorie radioattive?

Per rendere il nucleare “sostenibile” secondo la tassonomia UE, un Paese dovrebbe:

• Avere già operativo un deposito per i rifiuti a bassa e media intensità;

• Avere un sito funzionante entro il 2050 per i rifiuti ad alta attività e per il combustibile esausto;

• Istiuire un fondo per smantellamento e gestione post-operativa.

In Italia tutto questo è inesistente.

Il progetto per un Deposito Nazionale è fermo da anni tra opposizioni locali e scarsa volontà politica. Intanto, le scorie restano stipate in 24 siti provvisori sparsi sul territorio, un’eredità scomoda che nessuno vuole accogliere, ma che tutti devono temere.

Un affare d’oro (per chi costruisce)

Dietro il ritorno al nucleare si intravede un’enorme operazione industriale, una manna per le multinazionali del settore. Gli Stati Uniti hanno già fatto capolino come “partner tecnologici”, pronti a vendere know-how, materiali, software, componenti. Un déjà-vu: come per gli armamenti, anche per l’atomo saremmo acquirenti passivi. E non è un caso se il ddl del governo prevede aiuti pubblici e silenzi sulle ricadute in bolletta.

A pagare saranno i cittadini, a guadagnare saranno le solite grandi imprese. Ancora una volta, la politica si mostra più attenta ai dividendi dei costruttori che al destino delle future generazioni.

Il legame occulto con l’industria bellica

C’è poi un altro aspetto spesso taciuto, ma che è impossibile ignorare: il legame tra energia nucleare e armamenti nucleari.

I residui della produzione nelle centrali — in particolare il plutonio — possono essere riconvertiti, con procedimenti specifici, in materiale fissile per testate nucleari tattiche e strategiche.

La storia ci insegna che dove c’è una filiera energetica nucleare, c’è anche una potenziale filiera bellica. Alcuni Stati non nascondono neppure più questa connessione, e l’interesse geopolitico per dotarsi di una “copertura civile” per poi evolvere in armamento nucleare è ben documentato.

Accettare oggi il ritorno al nucleare in Italia, senza garanzie assolute sulla non proliferazione, significa spalancare una porta anche a derive militari. Una tentazione inquietante, in un mondo già sull’orlo di troppi conflitti.

L’alternativa concreta c’è: le rinnovabili e… la fusione

La vera rivoluzione non è nel ritorno all’atomo del Novecento, ma nella ricerca e nell’innovazione verso una nuova frontiera dell’energia pulita e abbondante: la fusione nucleare, cioè l’unione di isotopi dell’idrogeno che riproduce il processo energetico del Sole.

Nessuna scoria a lunga durata, nessun rischio di meltdown, nessun bisogno di uranio, nessuna dipendenza geopolitica.

Il progetto ITER (Francia) e gli esperimenti privati come Commonwealth Fusion Systems (USA) e Tokamak Energy (UK) stanno accelerando. Si tratta di una sfida scientifica ancora aperta, certo, ma il potenziale è gigantesco. E va sostenuto.

Scommettere sulla fusione ha senso. Tornare alla fissione è come investire sul telegrafo mentre il mondo costruisce reti 5G.

La memoria dei referendum: un mandato ancora vivo

Due volte gli italiani hanno detto no. Non a caso. Hanno scelto la precauzione, la sostenibilità, la democrazia energetica. Ignorare quella volontà, o peggio cercare scorciatoie per aggirarla, è un tradimento politico e morale.

Nel 1987 fu Chernobyl a svegliare le coscienze. Nel 2011 fu Fukushima a confermare i timori. Ora si tenta di tornare indietro, approfittando della crisi climatica per rianimare un cadavere.

Ma il futuro non si scava nella terra. Non si costruisce sulle scorie del passato.

Il futuro è solare, eolico, intelligente, condiviso. È un’energia che non ha bisogno di blindature e barriere, ma di reti e comunità.

Non abbiamo bisogno di più centrali. Abbiamo bisogno di più coscienza.

E, finalmente, di scelte all’altezza della sfida che ci sta davanti.

La Carta di Ventotene dileggiata: una ferita alla memoria antifascista, un attacco all’Europa dei popoli⸻

Nel cuore del Mediterraneo, in un’isola che fu prigione e divenne culla di speranza, nacque nel 1941 il Manifesto di Ventotene. Scritto da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, confinati politici del fascismo, il manifesto delineava una visione rivoluzionaria per un’Europa libera, solidale e federale, che sapesse mettere fine ai nazionalismi assassini e alle guerre fratricide. Fu il seme di quell’Unione Europea che, pur tra limiti e contraddizioni, ha rappresentato il tentativo più ambizioso di trasformare il continente da campo di battaglia a spazio di pace.

Ma oggi, a distanza di più di ottant’anni, quel documento viene sbeffeggiato e distorto proprio all’interno delle istituzioni democratiche italiane. Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, ha attaccato pubblicamente il Manifesto di Ventotene in aula, con parole che suonano come un dileggio non solo a un testo fondante dell’ideale europeo, ma anche alla memoria della lotta antifascista. Non è un atto casuale né una semplice provocazione ideologica: è un segnale politico ben preciso, inquietante e pericoloso.

Il disprezzo ideologico: la Carta scritta dai “nemici” del fascismo

Il primo elemento da considerare è la radice antifascista del Manifesto. Spinelli, Colorni e Rossi erano oppositori irriducibili del regime. Furono arrestati, confinati, perseguitati per le loro idee, Eugenio Color fu trucidato il 28 maggio 1944 a Roma dai fascisti della banda Kock. È proprio per questo che l’attacco della Meloni non può essere letto separatamente dal suo ambiguo e mai chiaramente risolto rapporto con il fascismo storico. Non ha mai pronunciato una netta condanna dei crimini del ventennio. Non ha mai preso le distanze da quell’ideologia che ha causato guerre, leggi razziali, repressioni violente. Il disprezzo mostrato verso la Carta di Ventotene è il riflesso di un odio latente verso tutto ciò che si oppone al mito fascista.

L’attacco della Meloni e dei suoi seguaci sembra animato da una volontà di rivalsa, come se il tempo presente fosse il momento di “riprendersi” ciò che l’antifascismo aveva sottratto. È il fantasma del risentimento che attraversa le nuove destre: “ci avete messi all’angolo per ottant’anni, ora tocca a noi”. In questo senso, il rifiuto del Manifesto non è solo teorico, è simbolico. È una volontà di riscrivere la storia, di ribaltare la narrazione della Resistenza, di delegittimare le fondamenta democratiche e costituzionali su cui si regge la Repubblica.

Un’Europa dei popoli tradita e svuotata

C’è però un’altra verità, più scomoda e dolorosa: anche chi difende la Carta di Ventotene dovrebbe avere il coraggio di ammettere che i suoi principi più profondi sono stati traditi. L’Europa nata dalle ceneri della guerra si è costruita, sì, ma ha finito per privilegiare le logiche del mercato, della tecnocrazia, delle diseguaglianze tra Stati. La solidarietà tra popoli è stata sacrificata sull’altare del rigore economico. La sovranità è stata smembrata in mille rivoli burocratici, senza che ciò significasse davvero più potere ai cittadini.

Il Manifesto auspicava una federazione europea dei popoli, non una fortezza di bilanci e interessi nazionali mascherati da ideali comuni. Oggi l’Europa è un progetto incompiuto, a volte addirittura deformato. Ma questa critica non giustifica affatto l’attacco della destra: anzi, dovrebbe essere il punto di partenza per rivendicare con ancora più forza l’attuazione vera e piena dei valori di Ventotene. Un’Europa che protegge, accoglie, distribuisce equamente risorse e opportunità. Un’Europa che si fa custode della pace, non complice del riarmo.

La retorica dell’educazione e la mistificazione populista

La Meloni ha cercato di gettare discredito sulla Carta, leggendo fuori contesto alcuni passaggi sul bisogno di “educare” i popoli. È una strategia tipica della propaganda populista: decontestualizzare per colpire emotivamente, sfruttare l’ignoranza diffusa, ribaltare i significati. Quei passaggi, in realtà, non erano affatto una negazione della democrazia, bensì un invito alla costruzione di una cittadinanza consapevole, capace di scegliere al di là della propaganda, del nazionalismo, della violenza. Ma questo è ciò che più spaventa il potere reazionario: cittadini che pensano con la propria testa.

Meloni, con questa operazione, tenta di sviare l’opinione pubblica dai clamorosi fallimenti del suo governo: dalle leggi sulla giustizia che indeboliscono le tutele, ai decreti sicurezza disumani, al silenzio colpevole di fronte al massacro quotidiano nella Striscia di Gaza, dove un governo criminale come quello di Netanyahu continua a mietere vittime civili sotto gli occhi chiusi dell’Occidente. Dov’è la voce dell’Italia? Dov’è il coraggio morale di denunciare l’apartheid e la pulizia etnica? Troppo impegnata, forse, a difendere gli interessi delle élite, dei grandi capitali, delle industrie belliche.

Una società che cova l’odio, un rischio reale per la democrazia

Ma il rischio più grande non è solo nelle parole di una premier. È nel ventre molle di una società in cui l’odio cresce indisturbato. In cui troppi cittadini – non la maggioranza, ma un numero drammaticamente rilevante – sognano di affondare i barconi con i migranti, di sterminare i palestinesi, di rinchiudere gli oppositori in campi. È un’Italia che ha perso empatia, che si nutre di rancore, che ha smarrito i principi fondamentali di umanità, giustizia, solidarietà.

Non possiamo permettere che il revisionismo storico, la nostalgia autoritaria e il populismo cinico disintegrino ciò che resta della nostra fragile democrazia. Non possiamo più tacere, né delegare. È il momento di svegliarsi. Di costruire un fronte popolare nuovo, plurale, coraggioso. Un fronte che unisca chi crede ancora nella pace, nella giustizia, nella libertà. Un fronte che difenda con ogni mezzo la nostra Costituzione nata dalla Resistenza. Un fronte che rinasca proprio da Ventotene, da quel sogno tradito, per farlo tornare realtà.

Appello: Prima che sia troppo tardi

Non è tempo di attendere, né di cedere al disincanto. È tempo di lottare, con dignità e determinazione. L’odio si diffonde come una nebbia velenosa, ma noi possiamo ancora accendere luci. Possiamo ancora unirci per costruire un’Europa dei popoli, non dei mercanti d’armi. Una Repubblica fondata sulla giustizia, non sull’arroganza. Una società che riconosca ogni essere umano come fratello, non come nemico.

Che ognuno scelga da che parte stare. Davvero. O si è con chi tende la mano, o con chi costruisce gabbie. O si è con chi salva vite, o con chi semina morte. O si è con chi difende la Costituzione, o con chi la calpesta. Ma sappiate questo: chi oggi tace, domani potrebbe non avere più voce.

Ventotene ci chiama. Rispondiamo. Adesso. Prima che sia troppo tardi.

L’attacco di Meloni al Manifesto di Ventotene: il sintomo di un’Europa alla deriva

L’attacco di Giorgia Meloni al Manifesto di Ventotene in Parlamento non è stato un semplice scivolone retorico o una polemica di giornata. È stato un atto politico e ideologico di grande rilevanza, che svela non solo le profonde contraddizioni della premier, ma anche le difficoltà di un’Europa sempre più distante dai suoi principi fondativi.

Nel suo intervento alla Camera, Meloni ha decontestualizzato e ridicolizzato alcuni passaggi del Manifesto, fino a concludere con la frase: «Non so se questa è la vostra Europa, ma certamente non è la mia». Una dichiarazione che ha infuocato l’aula, portando alla sospensione della seduta tra urla di protesta e richiami istituzionali. Ma perché attaccare Ventotene? E perché proprio ora?

Il Manifesto di Ventotene e il suo significato politico

Il Manifesto di Ventotene, scritto tra il 1941 e il 1944 da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni mentre erano al confino fascista, è un documento cardine per la nascita dell’idea di un’Europa unita. Ma non un’Europa qualunque: non quella tecnocratica e neoliberista di oggi, e nemmeno un’Europa militarizzata e bellicista.

I principi fondamentali del Manifesto erano chiari:
• Un’Europa federale che superasse il nazionalismo e garantisse la pace.
• Un’economia sociale, capace di garantire equità e diritti ai lavoratori.
• Una politica estera comune, orientata alla diplomazia e non alla guerra.
• Un governo democratico, lontano dagli interessi delle lobby economiche e finanziarie.

Un’idea di Europa che, nei decenni successivi, è stata progressivamente stravolta. Oggi l’UE non è quella sognata a Ventotene: è un’Europa della finanza, della tecnocrazia e del riarmo. Tuttavia, anche questa UE lontana dagli ideali originari è vista come un problema da una destra sovranista che preferirebbe tornare a un’Europa divisa e nazionalista.

Perché Meloni attacca il Manifesto di Ventotene?

L’attacco di Meloni a Ventotene si può leggere sotto tre chiavi fondamentali:

  1. Una continuità con il passato fascista

Il Manifesto di Ventotene è stato scritto da antifascisti confinati dal regime. Meloni, che non ha mai voluto dichiararsi antifascista, ha compiuto una scelta logica secondo la sua impostazione ideologica: distruggere simbolicamente il Manifesto significa attaccare uno dei pilastri dell’antifascismo europeo.

Non è un caso che nel suo discorso abbia puntato su frasi decontestualizzate, citando in modo strumentale concetti come la “proprietà privata da abolire”. Il suo obiettivo non era un’analisi storica, ma una pura operazione di discredito.

  1. Il tentativo di distogliere l’attenzione dai suoi problemi interni

Meloni in questo momento è in grande difficoltà sul piano europeo e verso Trump. La sua posizione è contraddittoria e incoerente:
• Si dichiara “atlantista”, ma strizza l’occhio ai sovranisti e ai conservatori che vogliono smantellare l’UE.
• Sostiene la necessità di un rafforzamento della difesa europea, ma il suo alleato Salvini le ha tolto il mandato per approvare il piano di riarmo europeo (Rearm EU).
• A Bruxelles viene ignorata dai grandi leader, mentre in patria le sue alleanze scricchiolano.

In questo scenario, attaccare il Manifesto di Ventotene è stato un diversivo, un modo per spostare il dibattito su un tema ideologico e non sulle reali difficoltà del governo.

  1. Una strategia propagandistica per il suo elettorato

Meloni ha costruito il suo consenso su una retorica aggressiva, semplificata e populista. Attaccare Ventotene significa parlare direttamente alla sua base elettorale, composta da una parte della destra più estrema, nostalgica e contraria all’integrazione europea.

Con questa mossa ha lanciato un messaggio chiaro: la mia Europa non è quella della cooperazione, della pace e della giustizia sociale, ma quella delle nazioni sovrane, delle identità nazionali e del militarismo.

Le conseguenze di questo attacco: quali rischi corriamo?

L’atteggiamento di Meloni non è solo una provocazione politica: è un segnale d’allarme. I rischi sono evidenti:
• Un’Europa sempre più divisa, dove la spinta nazionalista prende il sopravvento sulla necessità di unità e cooperazione.
• Un ritorno a politiche autoritarie, come già accaduto in Ungheria con Orban o in Polonia, dove governi illiberali hanno ridotto le libertà democratiche.
• Un coinvolgimento in una guerra senza una strategia chiara, seguendo ciecamente logiche di escalation senza una politica estera autonoma.

Oggi, questi modelli vengono definiti con termini come democrazie illiberali o democrature, ma la sostanza non cambia: sono nuove forme di autoritarismo e neofascismo , mascherate dietro il voto popolare.

Cosa fare? Un fronte per la pace e la giustizia sociale

Di fronte a questo scenario, è necessario costruire un fronte di resistenza.

Mi rivolgo a tutti coloro che ancora pensano e comprendono la gravità della situazione: è il momento di agire, di creare un fronte per la pace e la giustizia sociale.

Non possiamo accettare un’Europa:
• che investe miliardi in armi mentre smantella il welfare, la sanità e l’istruzione.
• che si piega ai mercati e alle lobby dei fabbricanti di armi , ignorando i diritti dei cittadini.
• che segue una strategia bellicista senza una politica estera comune.

L’alternativa è tornare all’Europa di Ventotene, non come mito, ma come progetto concreto di federazione democratica e sociale.

In conclusione: Meloni e la memoria tradita

Il paradosso più grande è che se oggi Giorgia Meloni può sedere in un Parlamento democratico è anche grazie a chi ha scritto il Manifesto di Ventotene. Se oggi può esprimere liberamente le sue opinioni, anche quelle più aberranti, è perché donne e uomini hanno combattuto e perso la vita per la libertà contro il regime fascista che lei si rifiuta di condannare apertamente.

Meloni dice che «quella non è la sua Europa». Ma allora, viene da chiedersi: qual è la sua Europa? Quella del fascismo? Quella della guerra? Quella della repressione delle libertà?

A tutti coloro che credono ancora nei valori della pace, della giustizia sociale e della democrazia, il messaggio è chiaro: non possiamo restare in silenzio. È il momento di difendere il futuro prima che sia troppo tardi. Fermiamoli!!!

Dal Manifesto di Ventotene all’Europa di Oggi: Un Tradimento degli Ideali Fondativi

Il Manifesto di Ventotene, redatto da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni durante il confino fascista tra il 1941 e il 1944, rappresenta uno dei documenti più visionari e progressisti della storia europea. Il suo obiettivo non era solo la creazione di un’Europa unita, ma un’Europa federale, democratica, sociale, orientata al benessere dei popoli e alla pace.

Oggi, molti politici e commentatori lo citano come il documento fondante dell’Unione Europea, ma la realtà è ben diversa: l’Europa attuale non ha quasi nulla a che fare con il sogno di Ventotene. Al contrario, si è trasformata in una tecnocrazia neoliberista, dominata da interessi economici e finanziari, lontana dalle aspirazioni di giustizia sociale e pace che animavano Spinelli e i suoi compagni.

L’Europa di Ventotene: un progetto per i popoli

Il Manifesto di Ventotene immaginava un’Europa:

• Federale, con istituzioni sovranazionali capaci di superare gli egoismi nazionali.

• Democratica, con una chiara separazione tra potere politico ed economico.

• Sociale, dove i diritti dei lavoratori, il welfare e l’uguaglianza economica fossero al centro delle politiche pubbliche.

• Pacifica, con il superamento dei conflitti tra Stati e un’unica politica estera orientata alla diplomazia.

Gli autori identificavano nel nazionalismo e nel militarismo le principali cause delle guerre che avevano devastato l’Europa, ed esortavano alla creazione di un’unione capace di impedire nuovi conflitti e garantire la giustizia sociale.

L’Europa di oggi: un’Unione Tecnocratica e Neoliberista

L’Unione Europea che abbiamo oggi non è l’Europa di Ventotene. È un’Europa dominata da regole di bilancio rigide, dalla centralità della finanza e da una governance che risponde più ai mercati che ai cittadini. Le sue caratteristiche principali sono:

• Un’economia orientata al neoliberismo: le politiche di austerità, le privatizzazioni selvagge e la precarizzazione del lavoro hanno aumentato le disuguaglianze sociali e minato i diritti dei cittadini.

• L’assenza di una politica estera comune: ogni Stato continua ad agire in modo autonomo, senza una visione unitaria.

• L’assenza di un sistema fiscale ed economico federale: mentre gli Stati sono costretti a rispettare vincoli di bilancio stringenti, le grandi multinazionali e i colossi finanziari beneficiano di una fiscalità frammentata e spesso favorevole agli interessi privati.

• La mancanza di una vera sovranità popolare: le decisioni più importanti vengono prese da organismi non eletti direttamente dai cittadini, come la Commissione Europea e la BCE, rendendo l’Unione un’entità più tecnocratica che democratica.

Il tradimento dello spirito pacifista di Ventotene: il nuovo piano di riarmo

Uno degli aspetti più evidenti della distanza tra il Manifesto di Ventotene e l’Europa attuale è il nuovo piano di riarmo.

Nel Manifesto si auspicava un’Europa che superasse la logica della guerra attraverso istituzioni capaci di garantire pace e stabilità. Oggi, invece, l’UE sta spingendo verso una corsa agli armamenti che non ha precedenti nella sua storia recente. Il nuovo piano prevede oltre ottocento miliardi di euro destinati alla difesa, sottraendo risorse fondamentali a welfare, sanità, istruzione e transizione ecologica.

Questo non è un progetto per un esercito europeo democratico e federale, come si potrebbe immaginare in un’Unione coesa e unita. È piuttosto la risposta disorganizzata e dettata dalla paura di una politica estera che non è mai stata unificata, e che ora si sta piegando alle logiche della NATO e degli interessi militari-industriali.

Verso quale Europa? Un bivio tra Ventotene e il declino

L’Europa di oggi è a un bivio. Può scegliere di riscoprire gli ideali del Manifesto di Ventotene, lavorando per un’unione autenticamente federale, democratica e sociale, oppure può continuare a essere un’arena di scontri tra Stati, dominata da lobby finanziarie e militari.

Per far rivivere il sogno di Spinelli, Rossi e Colorni, servirebbe:

• Un’integrazione economica e fiscale più equa, che superi l’austerità e metta al centro il welfare e la giustizia sociale.

• Un vero esercito europeo democratico, non una corsa agli armamenti senza una strategia politica comune.

• Un superamento della tecnocrazia, restituendo il potere alle istituzioni democratiche e al Parlamento Europeo.

• Un’Unione che lavori per la pace, non per il riarmo e l’escalation militare.

Se l’Europa continuerà a ignorare questi principi, allora dovrà smettere di usare il Manifesto di Ventotene come simbolo. Perché l’Europa di oggi non è l’Europa che Spinelli sognava. E, forse, siamo più lontani che mai dal realizzarla.

LA VERGOGNA DELL’UMANITÀ CHE STERMINA SE STESSA

Mentre scrivo, sono al caldo della mia casa. Ho una tazza di caffè accanto, una connessione stabile, una tastiera sotto le dita. E intorno a me, tutto è tranquillo. Nessuna sirena d’allarme, nessuna esplosione in lontananza. Nessun bambino che muore soffocato sotto le macerie di un ospedale colpito da un missile.

Eppure, proprio mentre io scrivo e tu leggi, in un altro angolo del mondo, a Gaza, qualcuno sta morendo. Un bambino di sette anni ansima sul pavimento, con il viso sporco di sangue, con lo sguardo vuoto di chi ha capito troppo presto che la vita può essere solo una manciata di attimi prima dell’orrore.

Mentre noi, dietro le nostre tastiere, ci indigniamo, gridiamo “genocidio” e “vergogna”, il massacro continua. Continua perché nessuno ha il coraggio, la forza o la volontà di fermarlo. E allora dobbiamo dircelo, con brutalità e senza ipocrisie: la vergogna è di tutti. Non solo di chi preme il grilletto, di chi sgancia la bomba, di chi impartisce l’ordine. È la nostra vergogna, perché facciamo parte di un genere umano capace di sterminare se stesso.

IL MASSACRO PREVISTO E ANNUNCIATO

Non ci voleva un profeta per prevedere che Israele avrebbe fatto saltare il tavolo della tregua. Era chiaro sin dall’inizio che la prima fase della pausa nei combattimenti serviva solo a riportare a casa il maggior numero possibile di ostaggi israeliani. La seconda fase, quella che avrebbe previsto il ritiro dell’esercito da Gaza, non sarebbe mai stata implementata.

E così, con una scusa qualunque, i bombardamenti sono ripresi. Ancora più feroci, ancora più spietati. Perché adesso, l’obiettivo non è solo colpire il nemico. L’obiettivo è la popolazione. Gli innocenti. Gli inermi.

Al-Nahhas, medico volontario dell’ospedale Al-Ahli, racconta il mattatoio in cui lavora:

“Neonati, bambini sparsi sul pavimento, sanguinanti dalla testa, sanguinanti dall’addome, feriti alle estremità. Mi stavo prendendo cura di un bambino di 7 anni che stava ansimando e mi supplicava di provare a salvarlo, perché tutta la sua famiglia era stata uccisa. La maggior parte dei casi che abbiamo visto stasera sono bambini.”

E mentre lui parla, davanti a sé ha 50 corpi avvolti in coperte. Non c’è più un obitorio. Non ci sono più letti per curare i feriti. Non ci sono più farmaci, strumenti, anestetici. C’è solo morte.

E noi, cosa facciamo?

LA NOSTRA COLPA, LA NOSTRA VERGOGNA

La vergogna non è solo dei piloti che bombardano i campi profughi, dei politici che giustificano, dei giornalisti che minimizzano, dei governi che continuano a inviare armi. La vergogna è anche nostra. Di noi, che ci indigniamo a intermittenza, che ci limitiamo a scrivere post, che ci commuoviamo un attimo prima di passare alla prossima notizia, alla prossima distrazione.

Io mi vergogno. Mi vergogno di appartenere a questa umanità capace di sterminare altri esseri umani innocenti. Mi vergogno di un mondo dove un missile costa più della vita di un bambino, dove la morte è un dato statistico, una notizia di passaggio. Mi vergogno di un’umanità che permette questo orrore, che lo giustifica, che lo banalizza, che lo dimentica.

E allora, prima di scrivere l’ennesimo post di indignazione, prima di versare l’ennesima lacrima da spettatori passivi, chiediamoci: cosa stiamo facendo per fermarlo? Se la risposta è nulla, allora sì, siamo tutti complici.

“Crisi climatica senza precedenti: CO₂ ai massimi storici e temperature oltre la soglia critica”

Il 2024 ha segnato un punto critico nella crisi climatica globale: la concentrazione atmosferica di anidride carbonica (CO₂) ha raggiunto livelli senza precedenti negli ultimi 800.000 anni, e la temperatura media globale ha superato per la prima volta la soglia di 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali.

Concentrazione di CO₂: un record storico

Secondo il rapporto della World Meteorological Organization (WMO), la concentrazione di CO₂ nell’atmosfera ha raggiunto 420 parti per milione (ppm) nel 2023, con un incremento di 2,3 ppm rispetto all’anno precedente.  Questo aumento è attribuibile principalmente alle emissioni derivanti dalla combustione di combustibili fossili e da eventi naturali come gli incendi boschivi, intensificati dalle condizioni climatiche estreme. 

Superamento della soglia critica di 1,5°C

Il 2024 è stato probabilmente il primo anno in cui l’aumento della temperatura media globale ha superato gli 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali, con un incremento stimato di 1,55°C.  Questo dato rappresenta un campanello d’allarme significativo, poiché la soglia di 1,5°C è considerata critica per evitare gli effetti più devastanti del cambiamento climatico.

Effetti sul clima e sugli ecosistemi

L’aumento delle temperature ha avuto impatti significativi sugli ecosistemi terrestri e marini. I ghiacciai hanno subito una perdita record tra il 2022 e il 2024, contribuendo all’innalzamento del livello del mare. Inoltre, gli oceani hanno registrato un riscaldamento senza precedenti per l’ottavo anno consecutivo, influenzando negativamente la biodiversità marina e la pesca. 

Eventi climatici estremi

Il 2024 ha visto un aumento degli eventi climatici estremi, con almeno 151 eventi meteorologici senza precedenti, tra cui ondate di calore, inondazioni e incendi boschivi. Questi fenomeni hanno causato ingenti danni economici e la perdita di vite umane, sottolineando l’urgenza di adottare misure efficaci per mitigare il cambiamento climatico. 

Conclusione

I dati del 2024 evidenziano la necessità urgente di ridurre le emissioni di gas serra e di adottare politiche climatiche più ambiziose. Il superamento della soglia di 1,5°C e l’aumento record della concentrazione di CO₂ rappresentano segnali inequivocabili della gravità della crisi climatica in corso. È fondamentale che la comunità internazionale intensifichi gli sforzi per limitare il riscaldamento globale e proteggere il nostro pianeta per le generazioni future.

L’Italia Sprofonda nel Fango Nero dell’Autoritarismo

Un governo che smantella lo Stato di diritto: il report che inchioda l’Italia tra i “demolitori” della democrazia in Europa

Mentre il governo in carica continua a sbandierare la retorica della stabilità e della crescita, la realtà raccontata dal Liberties Rule of Law Report 2025 è di ben altro tenore. L’Italia viene impietosamente collocata tra i cinque paesi dell’Unione Europea che stanno sistematicamente e intenzionalmente smantellando lo Stato di diritto. Un’accusa gravissima, che ci accomuna a Bulgaria, Croazia, Romania e Slovacchia, nazioni in cui l’indipendenza della magistratura, la libertà di stampa e lo spazio civico sono minacciati da riforme che erodono i principi democratici.

Il rapporto, redatto da organizzazioni indipendenti come la Civil Liberties Union for Europe e la Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili (CILD), non lascia spazio a interpretazioni benevole: l’Italia è diventata un laboratorio di politiche repressive, dove il governo, con un’aggressività senza precedenti, ha avviato una demolizione sistematica delle garanzie democratiche.

L’attacco alla separazione dei poteri: il Parlamento esautorato, la magistratura sotto attacco

Una delle derive più preoccupanti evidenziate dal rapporto riguarda il tentativo di ridurre il potere del Parlamento a mero organo ratificatore della volontà dell’esecutivo. Il governo ha abusato dello strumento del decreto legge, con 79 decreti varati nella legislatura in corso, di cui 67 trasformati in legge. A ciò si aggiunge il disegno di legge di Forza Italia per estendere il periodo di conversione da 60 a 90 giorni, un’ulteriore mossa per consolidare il dominio del governo sul processo legislativo.

Ma il colpo più duro alla democrazia è rappresentato dalla riforma del “Premierato”, già approvata in prima lettura al Senato. Un intervento che, se confermato, ridefinirebbe l’assetto istituzionale del Paese a vantaggio dell’esecutivo, stravolgendo il principio dell’equilibrio dei poteri su cui si regge una democrazia parlamentare.

Sul fronte della giustizia, l’indipendenza della magistratura è sotto minaccia diretta. La riforma della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, secondo l’Associazione Nazionale Magistrati, metterebbe a rischio il sistema giudiziario stesso. Ancora più inquietante è la proposta di introdurre sanzioni disciplinari e finanziarie per i magistrati ritenuti “colpevoli” di errori in casi di detenzione ingiusta. Un chiaro tentativo di intimidazione nei confronti della magistratura, per piegarla alla volontà politica del governo.

E se i giudici non si allineano, si passa all’attacco diretto: lo testimoniano gli episodi di delegittimazione pubblica e le ritorsioni contro magistrati le cui sentenze risultano sgradite all’esecutivo. Le dimissioni della giudice Iolanda Apostolico, finita nel mirino del governo dopo le sue decisioni sui migranti, sono solo la punta dell’iceberg di una campagna di intimidazione che mina la terzietà della giustizia.

Intercettazioni: un bavaglio alla giustizia che favorisce il crimine organizzato e gli abusi

Tra i provvedimenti più insidiosi varati dall’attuale governo c’è la drastica limitazione delle intercettazioni, ridotte a un massimo di 45 giorni. La giustificazione ufficiale? I presunti costi eccessivi delle operazioni di ascolto. Ma questa tesi, smentita più volte da magistrati e operatori del settore, si rivela un pretesto per un obiettivo ben preciso: limitare il raggio d’azione della magistratura nei confronti dei centri di potere collusi con il malaffare.

Il taglio delle intercettazioni, infatti, non solo ostacola il contrasto alle mafie e alla corruzione politica, ma si traduce anche in un assist per la criminalità comune. Prendiamo il caso degli stalker: con il nuovo limite, un persecutore potrebbe essere monitorato per 45 giorni, ma una volta scaduto il termine e cessata la sorveglianza, avrebbe campo libero per riprendere le sue condotte vessatorie, sapendo di non essere più intercettato. Uno scenario che espone le vittime, già vulnerabili, a un rischio ancora maggiore.

Questo provvedimento è un segnale chiaro: si sta smantellando la capacità investigativa dello Stato in nome di una presunta efficienza economica che non regge alla prova dei fatti. Le intercettazioni non rappresentano un costo insostenibile per le casse pubbliche, come dimostrano le analisi di numerosi magistrati. Al contrario, il vero costo è quello sociale e di sicurezza: con questa limitazione, si depotenzia uno degli strumenti più efficaci nella lotta alla criminalità, lasciando ai malintenzionati il tempo e lo spazio per agire indisturbati.

Il carcere come strumento di controllo sociale

La deriva autoritaria del governo è evidente anche nelle politiche penali e penitenziarie. Il sistema carcerario è al collasso, con un sovraffollamento che ha raggiunto livelli record, compresi gli istituti per minori, dove la capienza è stata superata del 107%.

Ma invece di affrontare il problema con misure di umanizzazione della pena, il governo punta sulla repressione: il Decreto Sicurezza introduce 11 nuovi reati e 18 aggravanti, mentre cresce il ricorso a strumenti coercitivi nei confronti di attivisti, migranti e minoranze. Il rapporto evidenzia l’intensificazione della criminalizzazione delle ONG che operano nel Mediterraneo, il pugno di ferro contro gli eco-attivisti e persino il rischio di punire la resistenza passiva nelle carceri e nei CPR (Centri di Permanenza per i Rimpatri).

Corruzione e lobbying opachi: il trionfo dell’illegalità istituzionalizzata

Sul fronte della trasparenza e della lotta alla corruzione, il quadro è altrettanto desolante. Il rapporto denuncia l’assenza di progressi significativi nella regolamentazione del lobbying e nella trasparenza delle attività governative. Transparency International colloca l’Italia tra i paesi più corrotti dell’Europa occidentale, mentre il Consiglio d’Europa ha emesso raccomandazioni per rafforzare il controllo sugli appalti pubblici, settore particolarmente esposto al rischio di infiltrazioni illecite.

Un punto critico è il nuovo codice degli appalti, che consente il subappalto senza limiti percentuali, aprendo la strada a una gestione ancora più opaca e pericolosa delle risorse pubbliche.

Giornalisti sotto attacco: la libertà di stampa è ormai un ricordo?

La libertà di stampa, pilastro di ogni democrazia, è un’altra vittima della stretta autoritaria. Il report documenta 130 attacchi contro giornalisti solo tra gennaio e novembre 2024, tra cui minacce fisiche, intimidazioni legali e censure editoriali.

L’Italia si è posizionata al primo posto in Europa per numero di cause strategiche (SLAPP), intentate per scoraggiare il giornalismo investigativo.

Un futuro sempre più buio: l’ombra dell’autoritarismo avanza

L’Italia sta scivolando nel fango nero della regressione democratica. Se non si arresta questa deriva ora, il rischio è che, quando ci renderemo conto di aver perso la nostra democrazia, sarà già troppo tardi.

Il governo delle disuguaglianze: il prezzo della propaganda sulla pelle dei più poveri

C’è una costante nel governo Meloni: ogni sua scelta economica finisce per aumentare le disuguaglianze. L’ultimo report dell’Istat sul 2024 è la certificazione numerica di quello che era evidente già da tempo: le politiche dell’esecutivo non solo non hanno ridotto la povertà, ma l’hanno aggravata, facendo crescere il divario tra ricchi e poveri. Il mantra della destra, il “taglio delle tasse”, si è rivelato un trucco ben congegnato per premiare chi sta meglio e penalizzare chi già faticava a sopravvivere.

La distruzione del Reddito di cittadinanza: un massacro sociale

Il provvedimento più devastante è stato senza dubbio la cancellazione del Reddito di cittadinanza, sostituito dall’Assegno di inclusione (Adi), misura molto più ristretta e meno generosa. Il risultato? 850 mila famiglie sono rimaste senza alcun sostegno economico. Di queste, tre quarti hanno perso tutto per colpa dei criteri più rigidi dell’Adi, mentre il restante quarto ha visto il proprio assegno decurtato. Il danno medio? 2.600 euro in meno all’anno per chi ha perso il Reddito.

Il Reddito di cittadinanza, nel suo momento di picco, sosteneva 1,4 milioni di famiglie. Con l’Assegno di inclusione, questa platea si è ridotta a meno della metà. Non solo: chi è stato classificato come “occupabile” è stato del tutto abbandonato, con la vaga promessa di corsi di formazione finanziati da un “supporto” di 350 euro al mese (che solo nel 2025 diventeranno 500). Ma anche qui i numeri parlano chiaro: solo il 10% degli esclusi dal Reddito ha recuperato parte della perdita grazie a questi corsi. Il resto è stato condannato a un’esistenza di precarietà e miseria.

Un’Italia più diseguale: lo dicono i numeri

La politica economica del governo ha inciso pesantemente sul livello di disuguaglianza. L’indice di Gini, che misura la disparità di reddito, è peggiorato: dal 30,25% al 30,40%. Può sembrare un dato piccolo, ma in un Paese già segnato da livelli di povertà record, ogni aumento è una condanna. L’Italia conta 5,7 milioni di poveri assoluti, un numero che nel 2024 è cresciuto soprattutto tra chi lavora, segno che avere un impiego non significa più essere al riparo dalla povertà.

Se analizziamo nel dettaglio le scelte del governo, l’effetto netto è devastante:

• Il passaggio dal Reddito di cittadinanza all’Assegno di inclusione ha peggiorato l’indice Gini di 0,22 punti.

• La riforma dell’Irpef e la decontribuzione per i redditi sotto i 35 mila euro hanno migliorato le disuguaglianze di appena 0,05 punti.

• Il bonus una tantum per i lavoratori dipendenti ha avuto un impatto ridicolo: appena 0,02 punti.

Risultato complessivo? Un peggioramento netto di 0,15 punti. Un’operazione chirurgica al contrario: tolto ai poveri, regalato ai ricchi.

Chi guadagna e chi perde: la verità dietro il fumo

Se sommiamo gli effetti combinati delle misure economiche del 2024 – abolizione del Reddito, introduzione dell’Adi, riforma Irpef, decontribuzione e bonus una tantum – emerge un quadro chiarissimo:

• Chi è povero e ha tratto beneficio dalle misure ha guadagnato in media 339 euro l’anno (+1,6%), mentre chi è ricco ne ha guadagnati 560 (+0,7%).

• Chi è povero e ha subito un danno ha perso in media 2.500 euro (-23,2%), mentre i ricchi hanno perso appena 339 euro (-0,5%).

In termini percentuali, la forbice è esplosa. E il dato più inquietante è che il 93,4% delle famiglie più ricche ha avuto un vantaggio, mentre appena il 46,7% delle famiglie più povere ha ottenuto un beneficio, con il 17,4% che è stato pesantemente penalizzato. Il risultato non è casuale, ma il frutto di precise scelte politiche.

Il bluff del taglio delle tasse: un favore ai più ricchi

Il governo Meloni ha spinto molto sulla narrazione del taglio delle tasse sul lavoro. Ma chi ha realmente beneficiato?

• Per il quinto più ricco della popolazione, il beneficio medio è stato di 866 euro (+0,9%).

• Per il quinto più povero, il vantaggio è stato di appena 284 euro (+1,4%).

E non è finita qui: 300 mila famiglie si sono trovate con una perdita netta di reddito nonostante gli sconti fiscali. Questo perché, a causa dell’aumento del reddito imponibile derivante dalla decontribuzione, molti lavoratori hanno perso il bonus 100 euro in busta paga. Per alcune fasce di reddito, la perdita è stata superiore al guadagno, causando un effetto paradossale: con il taglio delle tasse, alcuni ci hanno rimesso!

A tutto questo si aggiunge il Bonus mamme, pensato per incentivare la natalità, che in realtà ha favorito solo le lavoratrici con redditi più alti. Lo sconto contributivo medio è stato di 1.000 euro all’anno per 750 mila donne, ma chi guadagna più di 35 mila euro ha ricevuto un beneficio medio di 1.800 euro, mentre chi guadagna meno ha ottenuto molto meno.

La solita propaganda, il solito scaricabarile

Di fronte a questi dati schiaccianti, il governo ha offerto una sola reazione: il negazionismo. La viceministra al Lavoro Teresa Bellucci (FdI) si è limitata a dire che potrebbe esserci stata una “errata valutazione del dato stesso” da parte dell’Istat. In altre parole, quando la realtà smentisce la propaganda, si cerca di screditare i numeri.

Ma i numeri non mentono. A mentire, invece, sono quelli che per due anni hanno raccontato agli italiani di voler “aiutare chi lavora”, per poi punire proprio chi ha meno. Il governo Meloni ha fatto scelte di classe: ha smantellato le tutele per i più poveri, ha regalato soldi a chi già ne aveva, ha fatto crollare il potere d’acquisto di chi vive di stipendio.

L’Italia del 2024 è più ingiusta, più diseguale e più povera. E la colpa ha un nome e un cognome.