Il governo delle disuguaglianze: il prezzo della propaganda sulla pelle dei più poveri

C’è una costante nel governo Meloni: ogni sua scelta economica finisce per aumentare le disuguaglianze. L’ultimo report dell’Istat sul 2024 è la certificazione numerica di quello che era evidente già da tempo: le politiche dell’esecutivo non solo non hanno ridotto la povertà, ma l’hanno aggravata, facendo crescere il divario tra ricchi e poveri. Il mantra della destra, il “taglio delle tasse”, si è rivelato un trucco ben congegnato per premiare chi sta meglio e penalizzare chi già faticava a sopravvivere.

La distruzione del Reddito di cittadinanza: un massacro sociale

Il provvedimento più devastante è stato senza dubbio la cancellazione del Reddito di cittadinanza, sostituito dall’Assegno di inclusione (Adi), misura molto più ristretta e meno generosa. Il risultato? 850 mila famiglie sono rimaste senza alcun sostegno economico. Di queste, tre quarti hanno perso tutto per colpa dei criteri più rigidi dell’Adi, mentre il restante quarto ha visto il proprio assegno decurtato. Il danno medio? 2.600 euro in meno all’anno per chi ha perso il Reddito.

Il Reddito di cittadinanza, nel suo momento di picco, sosteneva 1,4 milioni di famiglie. Con l’Assegno di inclusione, questa platea si è ridotta a meno della metà. Non solo: chi è stato classificato come “occupabile” è stato del tutto abbandonato, con la vaga promessa di corsi di formazione finanziati da un “supporto” di 350 euro al mese (che solo nel 2025 diventeranno 500). Ma anche qui i numeri parlano chiaro: solo il 10% degli esclusi dal Reddito ha recuperato parte della perdita grazie a questi corsi. Il resto è stato condannato a un’esistenza di precarietà e miseria.

Un’Italia più diseguale: lo dicono i numeri

La politica economica del governo ha inciso pesantemente sul livello di disuguaglianza. L’indice di Gini, che misura la disparità di reddito, è peggiorato: dal 30,25% al 30,40%. Può sembrare un dato piccolo, ma in un Paese già segnato da livelli di povertà record, ogni aumento è una condanna. L’Italia conta 5,7 milioni di poveri assoluti, un numero che nel 2024 è cresciuto soprattutto tra chi lavora, segno che avere un impiego non significa più essere al riparo dalla povertà.

Se analizziamo nel dettaglio le scelte del governo, l’effetto netto è devastante:

• Il passaggio dal Reddito di cittadinanza all’Assegno di inclusione ha peggiorato l’indice Gini di 0,22 punti.

• La riforma dell’Irpef e la decontribuzione per i redditi sotto i 35 mila euro hanno migliorato le disuguaglianze di appena 0,05 punti.

• Il bonus una tantum per i lavoratori dipendenti ha avuto un impatto ridicolo: appena 0,02 punti.

Risultato complessivo? Un peggioramento netto di 0,15 punti. Un’operazione chirurgica al contrario: tolto ai poveri, regalato ai ricchi.

Chi guadagna e chi perde: la verità dietro il fumo

Se sommiamo gli effetti combinati delle misure economiche del 2024 – abolizione del Reddito, introduzione dell’Adi, riforma Irpef, decontribuzione e bonus una tantum – emerge un quadro chiarissimo:

• Chi è povero e ha tratto beneficio dalle misure ha guadagnato in media 339 euro l’anno (+1,6%), mentre chi è ricco ne ha guadagnati 560 (+0,7%).

• Chi è povero e ha subito un danno ha perso in media 2.500 euro (-23,2%), mentre i ricchi hanno perso appena 339 euro (-0,5%).

In termini percentuali, la forbice è esplosa. E il dato più inquietante è che il 93,4% delle famiglie più ricche ha avuto un vantaggio, mentre appena il 46,7% delle famiglie più povere ha ottenuto un beneficio, con il 17,4% che è stato pesantemente penalizzato. Il risultato non è casuale, ma il frutto di precise scelte politiche.

Il bluff del taglio delle tasse: un favore ai più ricchi

Il governo Meloni ha spinto molto sulla narrazione del taglio delle tasse sul lavoro. Ma chi ha realmente beneficiato?

• Per il quinto più ricco della popolazione, il beneficio medio è stato di 866 euro (+0,9%).

• Per il quinto più povero, il vantaggio è stato di appena 284 euro (+1,4%).

E non è finita qui: 300 mila famiglie si sono trovate con una perdita netta di reddito nonostante gli sconti fiscali. Questo perché, a causa dell’aumento del reddito imponibile derivante dalla decontribuzione, molti lavoratori hanno perso il bonus 100 euro in busta paga. Per alcune fasce di reddito, la perdita è stata superiore al guadagno, causando un effetto paradossale: con il taglio delle tasse, alcuni ci hanno rimesso!

A tutto questo si aggiunge il Bonus mamme, pensato per incentivare la natalità, che in realtà ha favorito solo le lavoratrici con redditi più alti. Lo sconto contributivo medio è stato di 1.000 euro all’anno per 750 mila donne, ma chi guadagna più di 35 mila euro ha ricevuto un beneficio medio di 1.800 euro, mentre chi guadagna meno ha ottenuto molto meno.

La solita propaganda, il solito scaricabarile

Di fronte a questi dati schiaccianti, il governo ha offerto una sola reazione: il negazionismo. La viceministra al Lavoro Teresa Bellucci (FdI) si è limitata a dire che potrebbe esserci stata una “errata valutazione del dato stesso” da parte dell’Istat. In altre parole, quando la realtà smentisce la propaganda, si cerca di screditare i numeri.

Ma i numeri non mentono. A mentire, invece, sono quelli che per due anni hanno raccontato agli italiani di voler “aiutare chi lavora”, per poi punire proprio chi ha meno. Il governo Meloni ha fatto scelte di classe: ha smantellato le tutele per i più poveri, ha regalato soldi a chi già ne aveva, ha fatto crollare il potere d’acquisto di chi vive di stipendio.

L’Italia del 2024 è più ingiusta, più diseguale e più povera. E la colpa ha un nome e un cognome.

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