La Carta di Ventotene dileggiata: una ferita alla memoria antifascista, un attacco all’Europa dei popoli⸻

Nel cuore del Mediterraneo, in un’isola che fu prigione e divenne culla di speranza, nacque nel 1941 il Manifesto di Ventotene. Scritto da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, confinati politici del fascismo, il manifesto delineava una visione rivoluzionaria per un’Europa libera, solidale e federale, che sapesse mettere fine ai nazionalismi assassini e alle guerre fratricide. Fu il seme di quell’Unione Europea che, pur tra limiti e contraddizioni, ha rappresentato il tentativo più ambizioso di trasformare il continente da campo di battaglia a spazio di pace.

Ma oggi, a distanza di più di ottant’anni, quel documento viene sbeffeggiato e distorto proprio all’interno delle istituzioni democratiche italiane. Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, ha attaccato pubblicamente il Manifesto di Ventotene in aula, con parole che suonano come un dileggio non solo a un testo fondante dell’ideale europeo, ma anche alla memoria della lotta antifascista. Non è un atto casuale né una semplice provocazione ideologica: è un segnale politico ben preciso, inquietante e pericoloso.

Il disprezzo ideologico: la Carta scritta dai “nemici” del fascismo

Il primo elemento da considerare è la radice antifascista del Manifesto. Spinelli, Colorni e Rossi erano oppositori irriducibili del regime. Furono arrestati, confinati, perseguitati per le loro idee, Eugenio Color fu trucidato il 28 maggio 1944 a Roma dai fascisti della banda Kock. È proprio per questo che l’attacco della Meloni non può essere letto separatamente dal suo ambiguo e mai chiaramente risolto rapporto con il fascismo storico. Non ha mai pronunciato una netta condanna dei crimini del ventennio. Non ha mai preso le distanze da quell’ideologia che ha causato guerre, leggi razziali, repressioni violente. Il disprezzo mostrato verso la Carta di Ventotene è il riflesso di un odio latente verso tutto ciò che si oppone al mito fascista.

L’attacco della Meloni e dei suoi seguaci sembra animato da una volontà di rivalsa, come se il tempo presente fosse il momento di “riprendersi” ciò che l’antifascismo aveva sottratto. È il fantasma del risentimento che attraversa le nuove destre: “ci avete messi all’angolo per ottant’anni, ora tocca a noi”. In questo senso, il rifiuto del Manifesto non è solo teorico, è simbolico. È una volontà di riscrivere la storia, di ribaltare la narrazione della Resistenza, di delegittimare le fondamenta democratiche e costituzionali su cui si regge la Repubblica.

Un’Europa dei popoli tradita e svuotata

C’è però un’altra verità, più scomoda e dolorosa: anche chi difende la Carta di Ventotene dovrebbe avere il coraggio di ammettere che i suoi principi più profondi sono stati traditi. L’Europa nata dalle ceneri della guerra si è costruita, sì, ma ha finito per privilegiare le logiche del mercato, della tecnocrazia, delle diseguaglianze tra Stati. La solidarietà tra popoli è stata sacrificata sull’altare del rigore economico. La sovranità è stata smembrata in mille rivoli burocratici, senza che ciò significasse davvero più potere ai cittadini.

Il Manifesto auspicava una federazione europea dei popoli, non una fortezza di bilanci e interessi nazionali mascherati da ideali comuni. Oggi l’Europa è un progetto incompiuto, a volte addirittura deformato. Ma questa critica non giustifica affatto l’attacco della destra: anzi, dovrebbe essere il punto di partenza per rivendicare con ancora più forza l’attuazione vera e piena dei valori di Ventotene. Un’Europa che protegge, accoglie, distribuisce equamente risorse e opportunità. Un’Europa che si fa custode della pace, non complice del riarmo.

La retorica dell’educazione e la mistificazione populista

La Meloni ha cercato di gettare discredito sulla Carta, leggendo fuori contesto alcuni passaggi sul bisogno di “educare” i popoli. È una strategia tipica della propaganda populista: decontestualizzare per colpire emotivamente, sfruttare l’ignoranza diffusa, ribaltare i significati. Quei passaggi, in realtà, non erano affatto una negazione della democrazia, bensì un invito alla costruzione di una cittadinanza consapevole, capace di scegliere al di là della propaganda, del nazionalismo, della violenza. Ma questo è ciò che più spaventa il potere reazionario: cittadini che pensano con la propria testa.

Meloni, con questa operazione, tenta di sviare l’opinione pubblica dai clamorosi fallimenti del suo governo: dalle leggi sulla giustizia che indeboliscono le tutele, ai decreti sicurezza disumani, al silenzio colpevole di fronte al massacro quotidiano nella Striscia di Gaza, dove un governo criminale come quello di Netanyahu continua a mietere vittime civili sotto gli occhi chiusi dell’Occidente. Dov’è la voce dell’Italia? Dov’è il coraggio morale di denunciare l’apartheid e la pulizia etnica? Troppo impegnata, forse, a difendere gli interessi delle élite, dei grandi capitali, delle industrie belliche.

Una società che cova l’odio, un rischio reale per la democrazia

Ma il rischio più grande non è solo nelle parole di una premier. È nel ventre molle di una società in cui l’odio cresce indisturbato. In cui troppi cittadini – non la maggioranza, ma un numero drammaticamente rilevante – sognano di affondare i barconi con i migranti, di sterminare i palestinesi, di rinchiudere gli oppositori in campi. È un’Italia che ha perso empatia, che si nutre di rancore, che ha smarrito i principi fondamentali di umanità, giustizia, solidarietà.

Non possiamo permettere che il revisionismo storico, la nostalgia autoritaria e il populismo cinico disintegrino ciò che resta della nostra fragile democrazia. Non possiamo più tacere, né delegare. È il momento di svegliarsi. Di costruire un fronte popolare nuovo, plurale, coraggioso. Un fronte che unisca chi crede ancora nella pace, nella giustizia, nella libertà. Un fronte che difenda con ogni mezzo la nostra Costituzione nata dalla Resistenza. Un fronte che rinasca proprio da Ventotene, da quel sogno tradito, per farlo tornare realtà.

Appello: Prima che sia troppo tardi

Non è tempo di attendere, né di cedere al disincanto. È tempo di lottare, con dignità e determinazione. L’odio si diffonde come una nebbia velenosa, ma noi possiamo ancora accendere luci. Possiamo ancora unirci per costruire un’Europa dei popoli, non dei mercanti d’armi. Una Repubblica fondata sulla giustizia, non sull’arroganza. Una società che riconosca ogni essere umano come fratello, non come nemico.

Che ognuno scelga da che parte stare. Davvero. O si è con chi tende la mano, o con chi costruisce gabbie. O si è con chi salva vite, o con chi semina morte. O si è con chi difende la Costituzione, o con chi la calpesta. Ma sappiate questo: chi oggi tace, domani potrebbe non avere più voce.

Ventotene ci chiama. Rispondiamo. Adesso. Prima che sia troppo tardi.

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