Dalle Spider ai Siluri: declino e retorica del “Made in Italy” nell’industria automobilistica

Non si può amare ciò che si abbandona. Eppure, questo amore per l’Italia tanto decantato da John Elkann e dalla dinastia Agnelli – il mito della grande borghesia torinese che per decenni ha tenuto in pugno l’industria nazionale – suona sempre più come una favola stanca, ripetuta per sedare le coscienze mentre il presente mostra ben altri scenari: desertificazione industriale, perdita di know-how, delocalizzazioni produttive e un’idea inquietante che si fa largo tra le pieghe del capitalismo bellico.

Il cuore della questione è tutto qui: la crisi dell’automotive italiano non è solo congiunturale. È una crisi strutturale, di visione, di volontà politica e industriale. È il riflesso di una parabola discendente iniziata da tempo, accelerata dalle scelte delle grandi famiglie del potere economico e oggi legittimata dalla complicità di governi deboli, quando non apertamente subordinati.

L’illusione della riconversione verde

In un mondo che corre verso la transizione ecologica, il settore dell’auto – specialmente quello delle vetture elettriche – dovrebbe essere il motore di una rinascita. Ma in Italia questa transizione è rimasta impigliata in promesse mancate e piani industriali evanescenti. Elkann, nell’ultima audizione parlamentare, ha ribadito che «vedrete cosa faremo dal 2026 con i due miliardi di investimenti». Promesse, appunto. Ma intanto la gigafactory di Termoli, fiore all’occhiello annunciato per l’era elettrica, è evaporata: costi troppo alti, poca competitività rispetto a Spagna e Francia, dove lo Stato ha messo mano al portafogli. In Italia no. Qui si celebrano gli “annunci”, ma si finanziano le armi.

L’ombra lunga del riarmo

Il sospetto – fondato – che aleggia nei palazzi e nei sindacati è quello di una riconversione bellica dell’industria automobilistica. Lo scenario non è più fantascientifico: la partnership tra Iveco (gruppo Exor, quindi Agnelli) e Leonardo per la produzione di carri armati è realtà. Mentre l’Europa imbocca la strada del riarmo, con Ursula von der Leyen pronta a destinare 800 miliardi al comparto militare, l’industria dell’auto cerca rifugio sotto l’ala protettiva della difesa. E poco importa se questo tradisce completamente le premesse ecologiche o le promesse occupazionali.

Lo stesso Elkann si affretta a dire che «il futuro dell’auto non è nell’industria bellica», ma aggiunge subito dopo che «dipende da dove l’Europa deciderà di investire». Un messaggio chiaro, anzi chiarissimo: la direzione la danno i soldi pubblici, e la moralità industriale è una variabile secondaria.

Il ruolo ambiguo del governo Meloni

Davanti a tutto questo, il governo italiano si dichiara “soddisfatto”. Il ministro Urso fa spallucce. Palazzo Chigi preferisce non disturbare il manovratore. Si lascia fare. Anzi, si elogia il garbo e la discrezione di Elkann, «mica come quel portoghese Tavares», CEO di Stellantis, che almeno ha avuto il coraggio di dire le cose come stanno: l’Italia non è un Paese competitivo per fare industria. E se anche lo fosse, nessuno si preoccupa più di mantenere qui la produzione.

L’unica voce nella maggioranza che si solleva è quella della Lega, per calcolo elettorale. Le opposizioni denunciano ma non incidono. I sindacati dei metalmeccanici – tutti, dalla Fiom alla Fim – manifestano insofferenza. Ma la realtà è che senza una visione condivisa e senza strumenti reali, anche il conflitto rischia di restare solo verbale.

Dalla grande fabbrica alla grande illusione

Il punto più drammatico della crisi non è neppure economico, ma culturale. L’Italia era il Paese delle utilitarie per tutti, delle linee disegnate da Pininfarina, dei marchi iconici, dei collaudatori e dei progettisti di Mirafiori. Oggi è un laboratorio di smantellamento in cui si parla di “orgoglio italiano” mentre si delocalizza in silenzio e si preparano linee di montaggio per mezzi blindati, anziché per city car.

L’amore per l’Italia non si misura a parole, ma nei fatti. E i fatti dicono che Stellantis è una multinazionale che risponde alle logiche della Borsa, non a quelle della coesione nazionale. Che Termoli è un progetto fallito e che l’occupazione nel settore auto sta crollando. Che ci stiamo attrezzando per costruire siluri invece di spider.

La fine di un ciclo e la sfida della reindustrializzazione

Siamo alla fine di un ciclo. Se non si interviene ora, l’Italia uscirà definitivamente dal novero dei Paesi con una filiera automobilistica rilevante. L’alternativa è chiara: o si costruisce una politica industriale seria, capace di scommettere sulla transizione ecologica, sull’innovazione, sul lavoro, o si accetta di essere retrovia logistica del riarmo europeo.

Serve una visione pubblica forte, un’alleanza tra Stato, imprese e lavoro che punti su sostenibilità, competenze, redistribuzione e autonomia strategica. Non basta più inseguire i colossi. Serve immaginare il futuro e avere il coraggio di difenderlo dalle tentazioni belliche e dagli interessi privati che parlano italiano ma pensano in dollari.

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