Lo Stato della Mafia

Nel trentennale dell’associazione Libera, fondata da don Luigi Ciotti per coordinare la lotta alle mafie, arriva un bilancio amaro ma lucido, offerto da una delle voci più autorevoli e scomode della magistratura italiana: Nino Di Matteo. Un bilancio che ci costringe a porre una domanda scomoda quanto necessaria: a che punto siamo oggi con la mafia?

Secondo Di Matteo, il sogno di Giovanni Falcone – quello di una vittoria definitiva sulla mafia – potrà realizzarsi solo quando l’Italia smetterà di trattare la mafia come semplice criminalità ordinaria. Le organizzazioni mafiose, dice, condizionano profondamente la vita del Paese da oltre 150 anni, ma la politica, le istituzioni e spesso anche l’informazione hanno preferito fare finta di non capirlo.

Negli ultimi vent’anni, la mafia ha cambiato pelle. Ha abbandonato la violenza e l’attacco frontale allo Stato, scegliendo una strategia molto più efficace e invisibile: la penetrazione sistematica del potere economico e politico. Le mafie non infiltrano più il mercato legale, lo finanziano, lo controllano. Le imprese mafiose oggi operano nei settori più rispettabili, muovendo capitali, acquisendo aziende, gestendo appalti pubblici. Sono diventate, a tutti gli effetti, multinazionali del crimine.

Questo cambiamento è avvenuto in parallelo a un progressivo smantellamento degli strumenti di contrasto. Le riforme approvate e in cantiere – dall’abrogazione dell’abuso d’ufficio allo svuotamento del traffico d’influenze, dalla limitazione delle intercettazioni al divieto di pubblicare le ordinanze cautelari – hanno ridotto la capacità investigativa della magistratura. Sono, per Di Matteo, uno scudo legislativo per i potenti e per le mafie. Le indagini più importanti sulla corruzione e sugli interessi mafiosi sono spesso nate da reati minori, come turbative d’asta, bancarotte o falsi in bilancio. Eliminare questi reati significa tagliare le radici alle indagini prima ancora che possano svilupparsi.

Il limite di 45 giorni alle intercettazioni è un altro esempio drammatico: nella realtà investigativa, i primi giorni servono solo a orientare l’indagine. Imporre questo limite è come imporre al chirurgo di operare a occhi bendati.

E se questo non bastasse, Di Matteo denuncia un ulteriore pericolo: lo squilibrio dei poteri dello Stato. La separazione delle carriere, la riduzione dell’obbligatorietà dell’azione penale, le sanzioni disciplinari per i magistrati che si esprimono pubblicamente sono parte di una strategia per indebolire il potere giudiziario a favore dell’esecutivo. Un attacco alla Costituzione e ai principi fondamentali della democrazia.

Nel silenzio assordante delle istituzioni, mentre si costruisce una giustizia “a due velocità” – severa con i deboli, indulgente con i potenti – le mafie avanzano senza ostacoli, protette da leggi su misura e da un sistema che le legittima.

Lo Stato della mafia, allora, non è più solo una riflessione su “a che punto siamo con la criminalità organizzata”. È il ritratto amaro di un Paese in cui la mafia non ha solo trovato spazio. Lo ha conquistato. Lo ha arredato. E oggi ci abita dentro.

E allora, nel rovesciare il senso di quel titolo, la domanda diventa inquietante ma inevitabile:
la mafia è nello Stato, o è lo Stato che si è fatto mafia?
Fonte: intervista a Nino di Matteo su Il Fatto Quotidiano del 27 marzo 2025

Dall’odio digitale alla fraternità algoritmica: la sfida etica nell’era dell’intelligenza artificiale

In un’epoca in cui la trasformazione tecnologica plasma in profondità le relazioni sociali, la comunicazione e persino la percezione di sé, la società globale si trova al crocevia tra due scenari divergenti: l’inciviltà crescente dell’odio digitalizzato e la possibilità di costruire un umanesimo algoritmico, capace di promuovere inclusione, pluralismo e solidarietà. In questo contesto, l’intelligenza artificiale (IA) non è più una semplice innovazione tecnica, ma un attore sociale e culturale di primo piano, potenzialmente in grado di riprodurre le diseguaglianze oppure di sanarle, a seconda dell’etica che ne guida l’addestramento e l’uso.

L’anatomia dell’odio online: genealogia e mutazione digitale

L’odio che oggi infesta i social network non nasce con Internet. Ha radici storiche profonde che affondano nei totalitarismi del Novecento, nei traumi della guerra e nelle ricostruzioni ideologiche successive. Tuttavia, il passaggio al digitale ha modificato in modo sostanziale la sua morfologia. In passato, l’odio si esprimeva in forme visibili, localizzate e limitate nel tempo; oggi si presenta come un flusso continuo, transnazionale, memetico, in grado di attraversare culture e generazioni con la velocità di un clic.

La rete ha portato a compimento tre trasformazioni cruciali: l’anestesia del contesto, dove la parola violenta si sgancia dal volto umano; la persistenza del contenuto, che sopravvive anche quando l’emozione che lo ha generato è svanita; e la diffusione sistemica, che rende ogni episodio di odio non solo potenzialmente virale, ma anche difficile da contenere nello spazio e nel tempo.

Il pregiudizio, come descritto dalla scala di Gordon Allport, oggi si sviluppa interamente nella dimensione digitale: dalla semplice derisione, si passa all’isolamento sociale virtuale, poi alla discriminazione algoritmica (negazione di visibilità, shadow banning, targeting selettivo), fino ad arrivare al linciaggio mediatico e alle campagne di incitamento alla violenza.

La logica fredda degli algoritmi e l’illusione della neutralità

Contrariamente alla narrazione mainstream che considera l’algoritmo una struttura neutra e oggettiva, la realtà rivela un meccanismo profondamente antropico, cioè carico di ideologia, cultura, pregiudizi. I dati su cui viene addestrata l’IA sono frutto di società umane diseguali e spesso razziste, sessiste, classiste. Di conseguenza, gli algoritmi tendono a replicare e amplificare tali storture. L’odio digitale, in questo senso, non è un effetto collaterale ma una possibile funzione emergente del sistema, una sua modalità di ottimizzazione dell’engagement.

Non si tratta, quindi, solo di combattere il contenuto dell’odio, ma di comprendere e correggere la logica stessa dell’infrastruttura digitale. In assenza di un orientamento etico esplicito, l’IA si limita a massimizzare ciò che è già dominante, riproducendo fedelmente i bias del passato: chi è stato escluso lo sarà ancora, chi è stato marginalizzato verrà ulteriormente oscurato.

Ipnocrazia e psicopolitica: il nuovo volto del dominio

Il filosofo Jianwei Xun ha introdotto il concetto di ipnocrazia per descrivere il regime in cui il potere non impone, ma seduce; non reprime, ma distrae; non proibisce, ma ipnotizza. Nell’era degli algoritmi, il controllo non passa più attraverso la censura, bensì attraverso la saturazione cognitiva, la manipolazione emotiva, la personalizzazione compulsiva. L’IA diventa il cuore invisibile della psicopolitica contemporanea, un potere dolce e subdolo che orienta opinioni, rafforza polarizzazioni, modella desideri.

In questo scenario, l’odio non è più l’urlo brutale del fanatismo, ma la carezza ambigua della disinformazione, il sorriso finto dell’ironia razzista, il meme che deumanizza sotto forma di battuta. L’odio “cool” è oggi molto più pericoloso di quello “hot”, perché si camuffa da normalità, scorre nel linguaggio comune, si traveste da libertà di parola. È questo il terreno più fertile per l’ipnocrazia: una società dove le coscienze non sono represse, ma rese docili, anestetizzate, incapaci di distinguere l’informazione dalla propaganda.

Algoretica e progettazione etica: verso un’intelligenza inclusiva

Per contrastare questa deriva è necessario un approccio radicalmente nuovo: una algoretica, ovvero un’etica incorporata nei codici, nei dati, nelle logiche decisionali dell’IA. Ciò significa orientare l’intero processo di progettazione verso princìpi non negoziabili: la tutela dei diritti fondamentali, l’uguaglianza sostanziale, la valorizzazione delle differenze, la dignità della persona.

Non basta implementare filtri o bannare parole chiave. Occorre un salto culturale: rendere l’intelligenza artificiale cosciente delle sue implicazioni sociali, responsabile delle sue scelte, trasparente nei suoi criteri. L’algoritmo deve essere educato, come un essere morale, affinché sappia distinguere tra disaccordo e discriminazione, tra critica e disumanizzazione.

Questo richiede una governance pubblica, partecipativa, fondata sulla giustizia digitale. L’algoritmo non può restare proprietà esclusiva di multinazionali opache: deve essere reso accessibile, comprensibile, auditabile dalla collettività. La sua intelligenza deve essere collettiva, non oligarchica.

Fraternità algoritmica: un’alternativa possibile

L’utopia non è un sogno vano. È la direzione verso cui orientare le scelte presenti. L’intelligenza artificiale può davvero diventare uno strumento di coesione, se posta al servizio della cura, dell’educazione, della democrazia. Può promuovere politiche inclusive, ridurre le discriminazioni sistemiche, amplificare le voci delle minoranze, smascherare l’odio strutturale.

Ma perché ciò accada, serve una rivoluzione etica. Non si può costruire una fraternità algoritmica senza una consapevolezza critica diffusa. L’educazione digitale, il diritto intelligente, la tecnologia trasparente sono tre pilastri imprescindibili. E su tutti, serve un nuovo protagonismo politico e sociale, capace di rimettere l’essere umano al centro della rivoluzione digitale.

L’intelligenza artificiale, se guidata, può essere lo strumento per risvegliare le coscienze e non per sopirle. Può essere il cuore di una società empatica, non il motore del dominio invisibile. Può essere, finalmente, l’algoritmo della fraternità.

Morire di lavoro: una strage silenziosa e una vergogna di Stato

Ogni giorno, all’alba, milioni di lavoratori si svegliano, si preparano, e con la dignità silenziosa di chi conosce il valore del sacrificio, si avviano verso i luoghi di lavoro. Lo fanno per vivere, per mantenere le proprie famiglie, per tornare la sera a casa, tra gli affetti, nel tepore di un pasto caldo, in una normalità che dovrebbe essere garantita. Ma troppo spesso, per alcuni, quel ritorno non avviene. Perché si può ancora morire di lavoro in Italia. E non per fatalità, ma per precise responsabilità. Per negligenze, per leggi deboli, per controlli assenti, per una politica che ha deciso, consapevolmente, che il profitto vale più della vita.

Nelle ultime 24 ore, tre operai hanno perso la vita. Tre famiglie spezzate. Tre storie interrotte. E nel silenzio assordante delle istituzioni, la strage continua, giorno dopo giorno, senza che si muova foglia nei palazzi del potere. È il volto più sporco dell’Italia reale, quello che non trova spazio nei salotti televisivi o nei comizi trionfali, ma che grida dalle pagine di cronaca nera, ogni volta che un uomo o una donna muore perché “non c’era sicurezza”.

E mentre si continua a morire tra impalcature precarie, macchinari malfunzionanti, ritmi insostenibili e cantieri senza controlli, il governo si dedica ad altro. Reprime con leggi feroci le feste studentesche e i rave, introduce norme repressive con pene esemplari per ogni forma di dissenso, ma si guarda bene dall’intervenire dove servirebbe davvero: nei luoghi di lavoro. Dove ogni morte dovrebbe pesare come piombo sulla coscienza collettiva.

Serve un cambio di rotta radicale, non l’ennesimo cordoglio istituzionale, non i soliti tweet di circostanza. Serve introdurre subito il reato di omicidio sul lavoro, perché è inaccettabile che anche di fronte a responsabilità chiare, le condanne siano irrisorie, che la vita venga liquidata con qualche mese di reclusione, spesso sospesa. Serve una rete capillare di controlli sul territorio, fatta da ispettori veri, assunti e formati, non da slogan elettorali o finte task force. Serve repressione delle irregolarità, certo, ma anche prevenzione, perché la sicurezza si costruisce prima, non dopo il disastro.

Ma il governo Meloni non vuole vedere, non vuole sapere. E lo dimostra ogni giorno destinando miliardi alle armi, ai carri armati, agli interessi dell’industria bellica, mentre i lavoratori continuano a morire tra l’indifferenza generale. Perché in questa visione del mondo, chi produce ricchezza con le proprie mani vale meno di chi la moltiplica con il capitale.

Chi lavora ha diritto alla vita. Alla tutela piena e concreta. Non può esistere civiltà laddove si muore perché si è costretti ad accettare un subappalto in catena, un contratto capestro, un cantiere senza norme. Ecco perché è sacrosanto sostenere il referendum promosso dalla CGIL, che tra i quesiti propone di cancellare l’attuale norma sui subappalti, uno dei principali canali attraverso cui la sicurezza viene aggirata.

Non dobbiamo rassegnarci alla strage. Ogni morte sul lavoro è una sconfitta dello Stato, della politica, della società. E non possiamo più permettere che tutto questo passi sotto silenzio. Servono leggi giuste, pene certe, investimenti seri. Ma soprattutto, serve un risveglio collettivo. Perché nessuno, mai, dovrebbe uscire di casa per lavorare e non farvi più ritorno.

“Questo referendum non s’ha da fare” — Elogio del voto online contro la crisi della democrazia partecipativa

Nel grande teatro della democrazia italiana, dove i cittadini dovrebbero essere protagonisti e non semplici comparse, si è consumata l’ennesima rappresentazione dell’impotenza partecipativa. Sabato 22 marzo, il Comitato promotore del referendum contro l’autonomia differenziata ha chiuso i battenti, dopo che la Corte costituzionale ha dichiarato inammissibile il quesito con la sentenza n. 10 del 2025. Un colpo pesante, che arriva a smorzare un’iniziativa popolare straordinaria: 1.291.488 firme raccolte in piena estate, in un’Italia attraversata dall’afa e dall’indifferenza, avevano riacceso la speranza di una cittadinanza vigile e attiva.

Ma proprio come nel celebre capitolo de I Promessi Sposi, in cui Don Abbondio viene fermato da due bravi con un perentorio “questo matrimonio non s’ha da fare”, anche qui un potere superiore ha deciso di fermare le nozze tra popolo e sovranità democratica. La Consulta, più che giudicare nel merito, ha scelto la via del rinvio, del cavillo, del non disturbare il manovratore. L’impressione è che non si sia voluto urtare la sensibilità della maggioranza di governo, preferendo una forma di “prudenza istituzionale” che in realtà puzza di subalternità politica.

Il Comitato, pur colpito da una decisione ingiusta e sproporzionata, non ha alzato la voce. Ma non per viltà o per resa: piuttosto per senso di responsabilità, per rispetto del quadro costituzionale, per volontà di non cedere alla rabbia. Tuttavia, quella chiusura “sanza ’nfamia e sanza lodo”, come avrebbe detto Dante, lascia una ferita aperta. La storia non può finire qui. Il campo progressista, anziché rintanarsi nella frustrazione, deve raccogliere il testimone e rilanciare. Il referendum non s’è fatto, ma può tornare. E può tornare più forte, se accompagnato da strumenti nuovi e realmente accessibili: a cominciare dal voto online.

Il referendum come ostacolo: quando la democrazia diventa scomoda

La verità è cruda: il referendum sull’autonomia differenziata faceva paura. Era divisivo, certo, ma non perché pregiudizialmente conflittuale: lo era perché imponeva una chiarezza che molti non volevano assumersi. Chiamava a una scelta netta, a una conta, a un’espressione popolare che avrebbe rotto i fragili equilibri costruiti sull’ambiguità. In troppi — anche tra i sedicenti sostenitori — hanno visto in quel quesito non uno strumento di democrazia, ma un rischio per le proprie alleanze, per le trattative sotterranee con una destra aggressiva e vorace di potere.

Il messaggio implicito che si sta consolidando è devastante: la partecipazione è accettabile solo se innocua. Appena diventa incisiva, viene neutralizzata. Il voto referendario viene derubricato a fastidio. Ma la democrazia non può essere un atto liturgico celebrato solo in apposite “sedi competenti”; essa vive o muore nelle piazze, nei clic, nella mobilitazione dei cittadini.

Oltre le ceneri: una proposta per uscire dall’impasse

In questo scenario asfittico, un’idea si fa strada come brezza di ossigeno: introdurre il voto online per i referendum. Non si tratta di un vezzo tecnologico o di un gioco da smanettoni. È una necessità democratica, una risposta concreta a un sistema istituzionale che si dimostra sempre più impermeabile al popolo.

La proposta — lucida e dettagliata — prende forma attorno a sei punti essenziali:
1. La Costituzione lo consente. L’art. 75 sancisce il diritto a firmare e votare i referendum. Nulla impedisce che ciò avvenga anche online, a patto di garantire segretezza, libertà e uguaglianza.
2. Serve solo una legge ordinaria. Non occorrono revisioni costituzionali. Una semplice legge, integrativa della legge 352/1970, può introdurre la modalità online.
3. La fase sperimentale è già partita. Due decreti ministeriali del 2021 hanno avviato un percorso tecnico-giuridico per testare il voto digitale. Il quadro normativo esiste: manca solo la volontà politica.
4. La piattaforma per la raccolta firme è già funzionante. Basterebbe ampliarla, introducendo un sistema di votazione binario (Sì/No), per avere uno strumento completo.
5. Il voto online aiuta a raggiungere il quorum. Facilitando la partecipazione, si contrasta il principale nemico dei referendum: l’astensione.
6. È un trampolino per il futuro. Il voto digitale nei referendum può aprire la strada al suo utilizzo nelle elezioni politiche, frenando un’astensione dilagante che ormai svuota le urne.

La paura della destra e l’indifferenza della sinistra

La destra teme il voto online perché scardina la sua egemonia sulla partecipazione passiva: non si può più vincere per abbandono dell’avversario. Ma l’inerzia più pericolosa viene dal campo progressista, che sembra incapace di rompere i riti stanchi della mediazione e del compromesso.

Nel frattempo, il disegno Calderoli va avanti, rafforzando l’autonomia regionale con una leggerezza incostituzionale che calpesta il principio di eguaglianza. Il Parlamento viene bypassato, i costi ignorati, la coesione nazionale frantumata in nome di un federalismo fittizio. Eppure, il campo progressista si rifugia nella moderazione, come se il tempo delle battaglie fosse finito.

Conclusione: scegliere se arrendersi o rilanciare

Chi ha paura del voto online? Chi teme che il popolo possa contare davvero. Chi preferisce governare un Paese addormentato, piuttosto che sfidare una democrazia sveglia. Ma il voto digitale non è il nemico: è la risposta. È la chiave per riportare milioni di cittadine e cittadini a esprimersi, a partecipare, a decidere. È l’unico modo, oggi, per far vivere il referendum in una società che cambia più in fretta delle sue istituzioni.

Questo referendum, dunque, non s’è fatto. Ma il prossimo deve farsi, e deve passare anche dal web. Se vogliamo che la democrazia non diventi un’eco del passato, è tempo di innovare, di osare, di “pensare fuori dagli schemi”. Come farebbe chi ancora crede che il popolo non sia solo una platea, ma il vero protagonista della Repubblica.

La storia ci insegna che ogni volta che il potere cerca di soffocare la voce del popolo, quella voce trova nuove strade per farsi sentire. Le firme raccolte, il dibattito acceso, l’energia civica che ha attraversato l’Italia in questi mesi non sono andate perdute. Sono semi che chiedono solo una nuova stagione per germogliare.

Il tempo del silenzio è finito. Se la Corte ha detto che “questo referendum non s’ha da fare”, tocca a noi dimostrare che questa democrazia sì che si deve fare. Più partecipata, più accessibile, più viva. E il voto online, oggi, è lo strumento più potente che abbiamo per trasformare l’indignazione in azione, la delusione in progetto, la rabbia in costruzione collettiva.

Non basta più difendere la Costituzione: bisogna riattivarla ogni giorno, con strumenti all’altezza del presente. E con il coraggio di credere che una Repubblica fondata sulla partecipazione è ancora possibile.
Fonte: articolo su Il Fatto Quotidiano del 26 marzo 2025 di Massimo Villone

Italia, salari in caduta libera: tra inflazione, lavoro povero e scelte di governo offensive

Il Paese maglia nera del G20 sui salari reali. Mentre milioni di lavoratori non arrivano alla fine del mese, il governo propone soluzioni che aggravano la precarietà. Servono redistribuzione, orario ridotto, pensioni anticipate, salari dignitosi e sicurezza nei luoghi di lavoro.

Negli ultimi 17 anni, l’Italia ha registrato una drastica contrazione dei salari reali, con una perdita complessiva dell’8,7% rispetto al 2008. A certificarlo è il Rapporto mondiale sui salari dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), che assegna al nostro Paese la maglia nera tra le economie avanzate del G20. Neppure il lieve recupero del 2024, frutto del rinnovo di alcuni contratti collettivi nazionali, è riuscito a compensare il crollo del potere d’acquisto verificatosi nel biennio 2022-2023.

Inflazione e salari: i più poveri pagano il conto

L’inflazione, che ha raggiunto picchi storici negli ultimi due anni, ha falcidiato soprattutto i redditi più bassi. A essere colpiti sono stati in particolare i lavoratori a basso reddito, gli immigrati e le famiglie monoreddito, che destinano la maggior parte dei propri guadagni a beni essenziali come alimentari, affitti e bollette. Per loro, il semplice adeguamento all’indice dei prezzi al consumo (Ipc) non basta: la perdita di potere d’acquisto è molto più grave di quanto indichino le medie statistiche.

Il paradosso italiano: lavorare e restare poveri

Accanto ai disoccupati e agli esclusi dal mercato del lavoro, si sta consolidando una figura sempre più centrale nella crisi sociale italiana: il lavoratore povero. Si tratta di uomini e donne che, pur lavorando a tempo pieno, non riescono a garantire a sé e alla propria famiglia un’esistenza dignitosa. Una condizione che dovrebbe essere l’eccezione e che invece è diventata la regola in settori interi: logistica, ristorazione, commercio, servizi alla persona.

Governo sordo ai dati e ostile alla dignità del lavoro

A fronte di questa crisi strutturale, il governo sembra muoversi in direzione opposta al buon senso. Invece di intervenire per sostenere i salari e introdurre strumenti di protezione per i lavoratori poveri, ha approvato una norma che promuove le pensioni integrative private, da finanziare – udite udite – con il già misero reddito percepito oggi dai lavoratori.

Una scelta che ha il sapore dell’oltraggio: chiedere a chi fatica ad arrivare alla quarta settimana di pensare a versamenti pensionistici aggiuntivi è semplicemente irragionevole. È la conferma di un modello che vuole trasferire il rischio previdenziale dai datori di lavoro ai dipendenti, erodendo il concetto stesso di welfare pubblico.

Proposte concrete: meno ore, più posti, pensioni prima

In un Paese dove la produttività è stagnante da oltre due decenni, dove i salari reali sono calati e il benessere sociale si è ridotto, la sola parola d’ordine possibile è redistribuzione. E questa redistribuzione deve passare per tre grandi scelte politiche:
1. Riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario – Lavorare meno per lavorare tutti: è tempo di rompere il tabù delle 40 ore settimanali. Ridurre l’orario di lavoro, senza intaccare la retribuzione, significherebbe non solo creare nuova occupazione, ma anche migliorare la qualità della vita, ridurre lo stress e aumentare la produttività.
2. Abbassare l’età pensionabile – L’età per la pensione in Italia è tra le più alte d’Europa: 67,70 anni. È inaccettabile. Chi ha lavorato una vita ha diritto al riposo e a un reddito decoroso. Ridurre l’età pensionabile a 62 anni – o anche meno per i lavori gravosi – significa liberare posti per i giovani e riconoscere il valore umano del tempo e della salute.
3. Aumento generalizzato dei salari – Il lavoro deve tornare a garantire dignità e sicurezza economica. Serve un aumento strutturale dei salari, sostenuto anche da una detassazione selettiva delle retribuzioni medio-basse, e dall’introduzione di un salario minimo legale legato ai costi reali della vita.

Sindacati: è tempo di tornare a essere conflittuali

Di fronte a queste emergenze, i sindacati devono tornare a fare il loro mestiere: difendere i lavoratori e non accettare compromessi al ribasso. La CGIL ha denunciato con forza la volontà del governo di rinnovare i contratti pubblici stanziando risorse largamente insufficienti, equivalenti a solo un terzo dell’inflazione accumulata. Troppo spesso, però, in passato anche il sindacato ha dovuto fare i conti con pressioni politiche e logiche concertative che hanno svuotato la contrattazione di reale forza contrattuale.

I superprofitti delle aziende e i dividendi milionari distribuiti anche in piena crisi inflazionistica, sono la prova lampante che la ricchezza in Italia esiste: semplicemente non viene redistribuita. È stata sottratta ai lavoratori, ai pensionati, ai precari. È tempo che chi ha accumulato paghi il conto della crisi che gli altri stanno subendo.

Contrattazione e produttività: un’occasione sprecata

Secondo l’ILO, la produttività del lavoro in Italia, dopo essere cresciuta leggermente più dei salari nel biennio 2022-2023, rimane tra le più basse delle economie sviluppate. Dal 1999 al 2024, nei Paesi ad alto reddito la produttività è aumentata in media del 30%, mentre in Italia è diminuita del 3%. Una stagnazione che riflette scarsi investimenti in innovazione, formazione e tecnologia.

Conclusioni: la dignità del lavoro non è negoziabile

Il problema salariale in Italia non è una questione tecnica ma politica. È la fotografia di un Paese che ha smesso di investire nella dignità del lavoro, che penalizza i suoi cittadini più vulnerabili e premia la speculazione. Proporre pensioni integrative private in questo contesto non è solo inadeguato: è offensivo.

Serve una svolta, radicale e urgente. Serve una nuova visione del lavoro fondata sulla dignità, la giustizia e la redistribuzione. E serve, soprattutto, una mobilitazione collettiva che rompa il silenzio e restituisca voce a chi ogni giorno lavora, resiste e pretende di vivere con dignità.

E infine, non può esistere dignità del lavoro senza sicurezza nei luoghi di lavoro. Ogni anno, migliaia di persone muoiono o subiscono gravi lesioni a causa di inadempienze e tagli su prevenzione e formazione. Le morti sul lavoro non sono “incidenti”: sono il prodotto di un sistema che antepone il profitto alla vita. È tempo che la sicurezza diventi una priorità assoluta e non un semplice paragrafo nei contratti.

L’Italia che premia l’ignoranza e punisce il merito: dal fallimento del diritto allo studio allo scandalo della “laurea della domenica”.

In un Paese dove l’istruzione dovrebbe essere la chiave per costruire un futuro dignitoso, il diritto allo studio è diventato una chimera, una promessa tradita. Mentre migliaia di giovani si vedono costretti a rinunciare all’università per mancanza di risorse, lo Stato continua a finanziare enti privati e a nominare figure istituzionali con percorsi universitari opachi, se non del tutto discutibili. La recente vicenda che coinvolge la ministra del Lavoro Marina Calderone, finita al centro dello scandalo per una laurea triennale ottenuta tra esami lampo, sessioni domenicali e conflitti d’interesse familiari, è lo specchio più fedele del sistema malato che regola oggi l’accesso al sapere in Italia.

Il grande bluff del Pnrr: il diritto allo studio solo per chi può pagare

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza aveva promesso 60mila nuovi posti letto per studenti universitari entro il 2026. A oggi, meno di un quinto di questi è stato effettivamente approvato, e solo 2.959 alloggi sono stati costruiti da zero. Gli altri sono il risultato di ristrutturazioni parziali, affidati per lo più a soggetti privati che rispondono a logiche di profitto, non certo a quelle dell’interesse pubblico.

Il dato più scandaloso? A fronte di un costo medio di 90mila euro per posto letto, il Pnrr ne finanzia appena 20mila, costringendo le istituzioni pubbliche a rinunciare per carenza di fondi. E così, il 95% degli alloggi finanziati è nelle mani dei privati, con il rischio concreto che, passati dodici anni, questi posti finiscano nel mercato immobiliare a prezzi di lusso. Un’operazione che non garantisce affatto il diritto allo studio, ma alimenta piuttosto un nuovo business dell’housing studentesco, con lo Stato che gioca il ruolo di bancomat per investitori privati.

Calderone e l’università privata: la laurea della domenica tra favoritismi e conflitti

In questo contesto grottesco, fa ancora più rumore lo scandalo che ha coinvolto la ministra Marina Calderone. Secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano, la ministra avrebbe conseguito la laurea triennale e quella magistrale presso l’Università privata Link, un ateneo dove suo marito sedeva nel consiglio di amministrazione. Tra le incongruenze evidenziate: esami sostenuti tutti nello stesso giorno, molti dei quali addirittura di domenica, e assenza della certificazione ufficiale del diploma triennale. In un Paese normale, basterebbe questo a imporre un passo indietro.

E invece, la ministra risponde sui social, minimizza, si rifugia dietro il fatto di essere stata “una studentessa lavoratrice fuori corso” e rivendica orgogliosamente la legittimità del suo percorso. Ma le opposizioni non ci stanno: “Mentire sulla propria laurea è un insulto a chi ha studiato una vita intera”, tuona il deputato M5S Agostino Santillo. Ed è difficile dargli torto. Mentre lo Stato abbandona gli studenti fuori sede, taglia borse di studio e riduce i posti letto, finanzia con generosità istituti privati – come quello frequentato dalla ministra – i cui meccanismi di trasparenza sembrano tutto fuorché esemplari.

Meritocrazia a rovescio: chi studia fatica, chi bara governa

L’Italia è diventata il Paese dove chi lavora onestamente per anni, affrontando sacrifici e ostacoli per ottenere un titolo di studio, viene sistematicamente penalizzato. E chi invece ottiene titoli in modo opaco o agevolato, magari grazie a relazioni e ruoli istituzionali, finisce ai vertici del potere. È una meritocrazia rovesciata, dove non conta la preparazione ma l’appartenenza, dove non si premiano la dedizione e la competenza, ma la fedeltà a un sistema corrotto e autoreferenziale.

Il fatto che il ministero del Lavoro – che dovrebbe difendere i diritti dei cittadini più fragili – sia oggi guidato da una figura la cui credibilità accademica è oggetto di fortissimi dubbi, è un’offesa al principio costituzionale di uguaglianza. Soprattutto per i giovani che, senza appoggi né scorciatoie, cercano di costruirsi un futuro con le proprie forze.

Il disegno dietro il disinteresse: ignoranza per governare meglio

Di fronte a tutto questo, non possiamo più parlare solo di inefficienza o cattiva gestione. Siamo di fronte a un progetto culturale lucido e perverso: rendere l’istruzione un bene di lusso, riservato a pochi. Lasciare gli altri – la maggioranza – in una condizione di ignoranza e precarietà, perfetta per una società in cui il consenso si costruisce con la paura, la disinformazione e la dipendenza dai poteri forti.

Un popolo istruito è un popolo libero. E chi governa non vuole cittadini liberi: vuole sudditi obbedienti, formati da un sistema educativo che seleziona per censo, non per merito. Il fallimento del Pnrr, l’abbandono dell’università pubblica, la protezione degli atenei privati e l’ascesa di figure come Calderone sono pezzi dello stesso puzzle. Un puzzle che disegna un’Italia in cui il sapere è per pochi e l’ignoranza per tutti gli altri.

Conclusione: ripartire dalla conoscenza come atto politico

Serve una reazione forte, collettiva, radicale. Bisogna riprendersi l’istruzione, rifinanziare il pubblico, garantire alloggi, borse, accesso libero e di qualità alla cultura. Non è solo una questione di giustizia sociale: è una battaglia per la democrazia. Chi studia, ragiona. Chi ragiona, sceglie. E chi sceglie, non si fa manipolare.

L’Italia non può permettersi un futuro costruito sulla mediocrità e sull’inganno. La vera ripartenza passa da qui: restituire al sapere il posto che merita, e ai giovani il futuro che è stato loro negato.

“Fuck Europe”: quando la verità sull’Ucraina irrompe dagli USA e svela il grande inganno occidentale

Che qualcosa stesse cambiando nella narrazione ufficiale del conflitto in Ucraina, lo si intuiva da tempo. Ma che fosse The Hill – praticamente l’house organ del Partito Democratico – a squarciare il velo di silenzio complice, ha il sapore di un’ammissione storica. Il 18 marzo 2025, Alan J. Kuperman, docente di strategia militare e gestione dei conflitti all’Università di Austin, ha firmato un editoriale che, fino a poco tempo fa, sarebbe stato etichettato come propaganda russa. Ora, invece, è la voce della realtà che irrompe nel cuore del sistema mediatico statunitense.

Il punto centrale dell’articolo è chiaro: la guerra in Ucraina non è “non provocata” come per anni ci è stato raccontato. Non è figlia esclusiva dell’espansionismo putiniano, ma anche di un intreccio di errori, provocazioni e ciniche manovre geopolitiche portate avanti da Washington, Bruxelles e Kiev.

2014, il Maidan e il “Fuck Europe” che svelò il vero volto della diplomazia occidentale

Per comprendere fino in fondo il contesto che ha condotto allo scoppio della guerra, non si può ignorare un nome: Victoria Nuland. Ai tempi degli eventi di piazza Maidan, era sottosegretaria agli Affari Europei del Dipartimento di Stato americano. In una telefonata intercettata e resa pubblica, Nuland esclamò la celebre frase “Fuck Europe”, sintetizzando l’arroganza di un’America che non solo ignorava gli alleati europei, ma operava direttamente nel cuore dell’Ucraina per pilotare il cambio di regime.

Non si trattò di semplice diplomazia. Secondo numerose inchieste giornalistiche e documenti emersi in seguito, il segretariato di Stato USA non si limitò a fornire supporto verbale agli oppositori del presidente democraticamente eletto Viktor Yanukovych: elargì sostegno logistico, finanziario e politico a gruppi armati, tra cui anche formazioni di estrema destra, apertamente nostalgiche del collaborazionismo nazista.

Il doppio gioco di Zelensky e il fallimento degli accordi di Minsk

L’editoriale di The Hill fa luce anche su un altro nodo fondamentale: la rottura degli accordi di Minsk da parte ucraina. Zelensky, salito al potere con la promessa di riportare la pace nel Donbass, tradì rapidamente quel mandato popolare, preferendo l’escalation militare e un avvicinamento sempre più aggressivo alla NATO. La scelta di armarsi fino ai denti con l’aiuto occidentale non fu una strategia di difesa, ma una provocazione sistematica verso Mosca, che rispondeva da anni con segnali chiari ma ignorati da Washington e Bruxelles.

Biden, la NATO e il sogno infranto della diplomazia

L’editoriale inchioda anche Joe Biden alle sue responsabilità. Anziché usare la leva diplomatica per obbligare Zelensky a rispettare Minsk, il presidente statunitense si limitò a promesse vaghe e dichiarazioni roboanti. Quell’atteggiamento, spacciato come “difesa della democrazia”, fu in realtà un lasciapassare all’escalation, alimentando le illusioni ucraine su un intervento militare occidentale mai realmente pianificato. Il risultato? Una guerra devastante, centinaia di migliaia di morti e una linea del fronte sostanzialmente immutata rispetto all’inizio del conflitto.

Il ruolo occulto delle elite e l’informazione manipolata

Per tre anni, l’opinione pubblica occidentale è stata nutrita con un racconto a senso unico, costruito ad arte per giustificare il continuo invio di armi, fondi e sostegno politico a un governo ucraino che, lungi dall’essere “paladino della libertà”, ha più volte dimostrato di calpestare i principi stessi della democrazia. Le milizie paramilitari celebrate come “eroi della resistenza” erano – e in parte sono ancora – contaminate da ideologie neonaziste, come dimostrato da numerosi rapporti OSCE e fonti indipendenti. Ma tutto questo, fino a ieri, era bollato come “disinformazione russa”.

La verità si affaccia in casa Dem. E ora?

Se persino ambienti legati al Partito Democratico americano iniziano a raccontare questa verità, cosa ci dice questo sullo stato dell’informazione in Europa? E cosa dovrebbe farci riflettere sulla nostra stessa democrazia? Il risveglio tardivo delle coscienze non basta a cancellare anni di menzogne, né può riportare in vita le vittime di un conflitto che si poteva – e si doveva – evitare.

Oggi più che mai, serve una nuova onestà intellettuale e politica. Occorre ammettere che l’Occidente non è stato un arbitro imparziale ma un giocatore pesantemente coinvolto, con le mani ben affondate nel fango geopolitico. E, come spesso accade nella storia, i popoli pagano il prezzo delle ambizioni delle élite.

Il tempo delle illusioni è finito. È ora che anche in Europa si apra un dibattito serio, scomodo, ma necessario. Perché se la verità inizia a trapelare persino dai palazzi di Washington, sarebbe criminale continuare a nasconderla sotto il tappeto della propaganda.

Dalla trattativa alla repressione: l’eredità inquietante del berlusconismo nel governo Meloni

C’è una continuità silenziosa, ma spietata, tra il passato e il presente. Un filo nero che lega la stagione delle stragi mafiose e la fondazione di Forza Italia con le attuali riforme del governo Meloni. Non è solo un’allusione retorica: è la trasformazione concreta di un’idea di potere che, nel corso degli anni, ha imparato a parlare un linguaggio più raffinato, ma non meno pericoloso. Oggi quel potere non punta più solo a coabitare con l’illegalità. Mira a riscrivere le regole stesse della legalità.

Lo chiamano “riformismo”, ma è revisionismo costituzionale. Lo definiscono “modernizzazione”, ma è repressione.
L’ultimo atto è firmato da Carlo Nordio, ministro della Giustizia, che ha annunciato la volontà del governo di sanzionare disciplinarmente i magistrati che esprimono opinioni critiche verso le riforme dell’esecutivo. Un provvedimento che riprende pari pari una norma voluta dal governo Berlusconi nel 2006 – ministro Castelli – e poi cancellata per incostituzionalità dal governo Prodi. Una norma talmente generica da consentire punizioni a discrezione, colpendo non l’illecito, ma il dissenso.

In altre parole: chi critica, rischia. Chi pensa, paga. Chi parla, tace.

L’obiettivo è evidente: intimidire, controllare, disinnescare qualsiasi voce autonoma all’interno della magistratura. Perché una magistratura autonoma, indipendente, libera di esprimersi, rappresenta un ostacolo per un governo che vuole trasformare la Costituzione in uno strumento di ratifica del potere esecutivo. La stessa Costituzione che il berlusconismo non è mai riuscito ad abbattere del tutto, ma che oggi la destra meloniana sta smantellando pezzo per pezzo.

Dalla separazione delle carriere – mascherata da riforma ma pensata per ridurre il potere inquirente – al premierato forte, fino al progetto di autonomia differenziata, la logica è sempre la stessa: centralizzare il potere, marginalizzare i controlli, personalizzare l’autorità. In questa architettura politica, la magistratura rappresenta un corpo estraneo, perché non è elettiva, non è ricattabile, non è allineata. E per questo dev’essere silenziata, intimidita, isolata.

L’ipocrisia è totale. Carlo Nordio, in passato, ha scritto libri, articoli, partecipato a talk show, preso posizioni pubbliche su ogni tema – da magistrato. Oggi, da ministro, pretende il silenzio. Il mutismo coatto delle toghe. L’autocensura come condizione di decoro. La stessa logica che anni fa portava Berlusconi ad accusare i giudici di “attentato alla democrazia” solo perché osavano indagare su di lui.

Ecco il punto: l’attuale governo non è la negazione del berlusconismo, ma la sua evoluzione autoritaria. La sua versione post-ideologica. Dove le leggi non servono a migliorare la giustizia, ma a punire i giudici. Dove la sicurezza è solo una scusa per colpire i migranti, i poveri, i dissidenti. Dove la libertà d’espressione viene garantita solo a chi applaude.

Pensiamo alle leggi sulla sicurezza: il decreto Cutro, l’accordo con l’Albania, i CPR trasformati in zone franche dei diritti umani. Pensiamo alla riforma del codice penale: pene aumentate per chi occupa una casa, ridotte per chi evade. Pensiamo alla cancellazione del reato di abuso d’ufficio, funzionale a disarmare i magistrati nei confronti della corruzione. E ora pensiamo al prossimo passo: punire chi denuncia, premiare chi obbedisce.

Non è solo giustizia piegata. È costituzione svuotata. È un nuovo patto tra potere e impunità.

Il berlusconismo aveva aperto la porta a questo modello. La Meloni l’ha spalancata. Ma la vernice del legalitarismo si scrosta velocemente, e sotto resta l’involucro marcio del controllo. Di una politica che non tollera opposizione, che criminalizza la critica, che stravolge i princìpi fondativi della nostra Repubblica.

Per questo oggi, più che mai, è necessario alzare la voce. Difendere il diritto di dissentire. Proteggere l’autonomia dei poteri, l’indipendenza della magistratura, la libertà di parola.

Perché se i magistrati non potranno più parlare, se i giornalisti verranno minacciati, se i cittadini verranno schedati o zittiti, non sarà solo la giustizia a tremare.

A tremare sarà la democrazia.

Il volto sporco della memoria: la narrazione tossica di Forza Italia

C’è una linea sottile tra commemorazione e appropriazione indebita. Tra il dovere della memoria e l’abuso strumentale della storia. Forza Italia, il partito nato nel cuore delle stragi del ’92-’93, ha deciso di varcare quella linea con arroganza, utilizzando il volto e le parole di Giovanni Falcone per promuovere la sua riforma della giustizia. Non è solo propaganda: è un tentativo di riscrittura, un’operazione di restyling morale di un’identità politica che ha costruito se stessa anche grazie alla contiguità con ambienti mafiosi.

Mentre a Palermo, durante un convegno sulla giustizia, i dirigenti di Forza Italia proiettano video di Falcone e citano le sue parole sulla separazione delle carriere, nella stessa città ancora si piange il sangue versato da quegli stessi magistrati che tentarono – fino alla fine – di arginare un potere infetto. Il potere che, poco dopo, si sarebbe incarnato in un partito plastico, creato in laboratorio, venduto come novità ma impastato con il peggio del passato.

Falcone, evocato oggi come un padre nobile dai nipoti del garantismo selettivo, aveva ben chiaro cosa fosse la mafia e dove si annidasse il potere mafioso: dentro i salotti, nelle redazioni, nei consigli di amministrazione, nelle segreterie politiche. Non nei tribunali. E se in vita fu osteggiato, isolato, perfino ridicolizzato da una parte della stessa magistratura e da molti politici, dopo la morte è diventato un santino buono per tutte le stagioni. Ma ci sono corpi che non si possono riesumare senza oltraggiarne la dignità.

Per questo suona sinistro che il partito di Silvio Berlusconi, che ha avuto tra le sue fondamenta uomini condannati per concorso esterno in associazione mafiosa, rivendichi oggi il pensiero di Falcone come fosse suo patrimonio ideale. È come se il boia rivendicasse l’umanità del condannato.

Non è solo un’operazione ipocrita. È una strategia comunicativa, un progetto di rebranding politico. Serve a ripulire la storia del partito, a costruire un nuovo mito fondativo dopo la scomparsa del leader. Ma la storia, se la conosci, pesa. E se la racconti tutta, brucia.

Marcello Dell’Utri, cofondatore di Forza Italia, è stato condannato in via definitiva a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Nelle motivazioni si parla esplicitamente di “mediazione tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi”, in un patto che garantiva protezione in cambio di denaro. Un patto che precede la nascita del partito. Una genealogia, non un incidente.

Vittorio Mangano, assunto ad Arcore come “stalliere”, era in realtà un uomo d’onore del clan palermitano. Berlusconi e Dell’Utri lo hanno difeso fino all’ultimo, definendolo “eroe” per non aver parlato. Altro che “separazione delle carriere”: questo è l’incrocio tra carriera politica e carriera mafiosa.

E allora la domanda è semplice: chi ha il diritto di parlare in nome di Falcone? Chi ne ha condiviso il rischio? Chi ha pagato con l’isolamento, con la vita, con la coerenza? O chi ha usato quel nome per costruire potere, legittimazione e impunità?

La giustizia non è un’arma, e nemmeno una bandiera da sventolare a comando. È un bene comune. Chi ha contribuito, direttamente o indirettamente, a ostacolarla, a deviarla, a svilirla, non può oggi rivestirsi dei suoi martiri per legittimare riforme che sembrano scritte per indebolire ancora di più il controllo democratico sul potere.

Il volto di Giovanni Falcone non può diventare un logo di partito.
La sua voce non può essere usata come jingle elettorale.
La sua storia non può essere riscritta da chi ha scelto di stare dall’altra parte.

Chi non ha avuto vergogna in vita, oggi cerca legittimità nella morte.
Ma la verità, anche quando si tenta di seppellirla, ha il vizio di tornare a galla.

L’impresa del crimine: la nascita di Forza Italia tra affari, patti e stragi

C’è un pezzo di storia italiana che non si può raccontare senza pronunciare la parola “trattativa”. Non quella fra Stato e cittadini, ma tra pezzi deviati dello Stato e vertici di Cosa Nostra, nel biennio più oscuro della nostra Repubblica: 1992-1994. Sono gli anni delle bombe, delle stragi, delle lettere anonime, dei papelli e delle agende sparite. Ma sono anche gli anni in cui nasce Forza Italia. E se oggi il partito azzurro osa impugnare il volto e la voce di Giovanni Falcone come un vessillo di giustizia, occorre ricordare da dove tutto ebbe inizio: dentro un patto scellerato tra il crimine organizzato e il potere economico-finanziario.

Il contesto è noto, ma mai abbastanza ricordato. Dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, dopo l’arresto di Totò Riina, i vertici di Cosa Nostra mutano strategia. La stagione della guerra si chiude, si apre quella della rinegoziazione con lo Stato. La “trattativa” tra carabinieri del ROS e mafiosi è oggi un fatto giudiziario assodato, anche se controverso. È in quel vuoto politico – con la Prima Repubblica distrutta da Tangentopoli – che un imprenditore milanese, già vicino a Licio Gelli, decide di “scendere in campo” per salvare se stesso e i suoi affari. Ma anche per offrire alla mafia un nuovo referente.

Non è solo un’ipotesi o una suggestione giornalistica. Le sentenze parlano. I giudici della Corte d’Appello di Palermo nel 2013 scrivono nero su bianco che Marcello Dell’Utri fu il garante dell’accordo tra Cosa Nostra e Berlusconi. Un patto di protezione in cambio di denaro, iniziato negli anni Settanta e proseguito fino agli anni Novanta. Una relazione cementata dalla presenza a Milano di Vittorio Mangano, stalliere assunto ad Arcore come “garanzia” mafiosa, nonostante i suoi precedenti per associazione a delinquere, estorsione e traffico di droga.

Dell’Utri non è un comprimario. È il cofondatore di Forza Italia, l’architetto culturale del partito, l’uomo che importò dalla Sicilia voti, affari e rapporti. È anche l’uomo che Berlusconi ha difeso fino alla fine, anche quando fu condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa. Un reato che, ricordiamolo, fotografa la posizione di chi – pur non affiliato – offre un contributo concreto, consapevole e volontario alla mafia. Dell’Utri ha scontato la sua pena, ma il giudizio storico e politico non può limitarsi alla dimensione penale.

Forza Italia nasce dunque nel ventre molle di quella stagione. È il prodotto di un intreccio tra la dissoluzione del vecchio sistema politico, le paure del ceto imprenditoriale, la necessità di riciclare capitali e potere. Il partito, fin dalla sua origine, è uno strumento di controllo, non di partecipazione. È una creatura mediatica e affaristica, non democratica. Un contenitore di fedeltà, non di idee. Il suo successo immediato, nel 1994, si spiega anche con i voti controllati direttamente o indirettamente da strutture mafiose in Sicilia, in Calabria e in Campania.

A questa genealogia si aggiunge una costellazione di nomi e sentenze. Oltre a Dell’Utri, c’è Antonio D’Alì, condannato in via definitiva per i suoi rapporti con Cosa Nostra trapanese. C’è Nicola Cosentino, riconosciuto come referente politico dei Casalesi. C’è Antonio Matacena, legato alla ’ndrangheta, rifugiatosi a Dubai. C’è Denis Verdini, ex alleato strategico di Berlusconi, coinvolto in numerosi processi per bancarotta e corruzione. C’è Cesare Previti, avvocato personale di Berlusconi, condannato per corruzione in atti giudiziari. Tutti nomi che hanno costruito la tela di relazioni di un partito che ha governato l’Italia per oltre vent’anni.

Oggi, nel 2025, dopo la morte di Berlusconi, gli eredi politici tentano una rimozione collettiva. Ma la storia non si cancella con un video o una celebrazione. L’uso del volto di Falcone da parte di chi ha coabitato con gli eredi politici della mafia non è solo un abuso della memoria: è una forma di violenza simbolica. È come se l’assassino tornasse sulla tomba della sua vittima per raccontare al mondo che in fondo erano amici.

Giovanni Falcone non fu mai un giustizialista. Ma fu uomo di Stato. Di uno Stato che la mafia voleva colpire, indebolire, penetrare. Oggi, davanti a questi tentativi di riscrittura della memoria, il minimo che possiamo fare è dire la verità. E ricordare le parole di Paolo Borsellino, quando parlò dei rapporti tra Berlusconi, Dell’Utri e Cosa Nostra: “Non c’è nulla da aggiungere, se non il coraggio di guardare negli occhi la realtà”.

Perché senza memoria, la democrazia si spegne. Ma senza vergogna, diventa farsa.