Israele, la lunga marcia del sionismo: tra terrorismo, suprematismo e dominio globale

Chi oggi osserva con orrore il genocidio in corso a Gaza e la brutalità dell’esercito israeliano verso il popolo palestinese, spesso ignora – o preferisce ignorare – che quanto accade non è una deviazione recente, né il frutto estemporaneo della politica di Netanyahu. È piuttosto la maturazione coerente di un’ideologia – il sionismo politico, nelle sue componenti più radicali – nata alla fine del XIX secolo e sviluppatasi, nel sangue e nel ferro, fino a farsi Stato, esercito e macchina globale di controllo.

Le origini: da Herzl a Ben Gurion

Il sionismo nacque come ideologia politica nell’Europa orientale a cavallo tra Otto e Novecento. Theodor Herzl, ebreo laico di Vienna, immaginò uno Stato ebraico moderno come soluzione alla “questione ebraica” in Europa. David Ben Gurion, di origini polacche, ne fu il più pragmatico interprete, guidando militarmente e politicamente la comunità ebraica in Palestina fino alla proclamazione dello Stato di Israele nel 1948. Ma già allora la purezza dell’ideale originario era contaminata da una deriva etnocentrica, suprematista, violenta.

Irgun, Lehi e Banda Stern: le radici nere dello Stato

Negli anni della lotta contro il Mandato britannico, si formarono organizzazioni armate che praticavano il terrorismo sistematico:
• Irgun, guidato da Menachem Begin, praticò attacchi indiscriminati contro arabi e britannici (come il celebre attentato al King David Hotel nel 1946).
• Lehi (conosciuto come Banda Stern), nato da una scissione dell’Irgun, fu una formazione apertamente neofascista che teorizzava un’autorità ebraica totalitaria, fondata sulla superiorità razziale e sulla repressione dei non ebrei.

Fu proprio il Lehi, nel 1941, a proporre un’alleanza militare al Terzo Reich. In una lettera indirizzata al governo nazista, i leader della Banda Stern proposero una collaborazione militare contro l’Inghilterra, in cambio del riconoscimento di uno Stato ebraico autoritario in Palestina. Il paradosso è solo apparente: l’antisemitismo hitleriano era secondario, per loro, rispetto alla necessità di combattere l’Impero britannico.

Questa pagina rimossa dai manuali scolastici dimostra che una parte del sionismo revisionista, razzista e autoritario, è nato guardando al fascismo europeo non come nemico, ma come modello.

Da terroristi a primi ministri

Questi gruppi non furono mai realmente sconfitti: furono assorbiti nel nuovo Stato di Israele. Menachem Begin divenne Primo Ministro. Yitzhak Shamir, altro ex della Banda Stern, divenne Ambasciatore all’ONU e poi a sua volta Primo Ministro.

È sotto Shamir che un giovane Benjamin Netanyahu – oggi alla guida del governo israeliano – muoveva i primi passi. Nell’intervista del 1985 recuperata da Mixer (oggi disponibile su RaiPlay), Netanyahu parla da ambasciatore e vice ambasciatore di Israele in America con una coerenza impressionante: l’idea di uno Stato ebraico egemone, armato fino ai denti, capace di intervenire ovunque nel mondo, viene espressa con freddezza da un uomo che, a differenza della diplomazia occidentale, sa perfettamente dove vuole arrivare.

La sua visione è lucida, cinica e coerente: difendere la superiorità militare israeliana, infiltrare l’opinione pubblica occidentale, isolare i nemici attraverso la propaganda e colpire con ogni mezzo chiunque si opponga al progetto di dominio.

Mossad: lo Stato nello Stato

In questa strategia, il Mossad – il servizio segreto esterno israeliano – svolge un ruolo cruciale. Poco raccontato dai media mainstream, il Mossad non è solo un’agenzia di intelligence, ma un’arma geopolitica autonoma, ramificata ovunque. Con una rete di infiltrati, agenti, fondazioni, contractor, lobbisti e giornalisti, il Mossad è in grado di destabilizzare governi, creare scandali, infiltrare movimenti e orientare le opinioni pubbliche.

Israele, grazie a questa rete, esercita un potere asimmetrico che va ben oltre la sua dimensione geografica: influenzando le agende politiche, economiche e militari di Stati “amici” e nemici, fino a mettere in scacco interi apparati.

La CIA, i servizi britannici, la NATO stessa hanno spesso agito in sinergia con il Mossad, ma è bene dirlo chiaramente: Israele gioca la propria partita, con cinismo assoluto, usando ogni alleato come un utile idiota temporaneo. I dossier, i ricatti, i pedinamenti, le intercettazioni: sono armi con cui il Mossad tiene “le palle” di chiunque possa ostacolare il disegno di potenza.

Operazione “Racing Lion”: la nuova fase del terrore

L’ultimo attacco israeliano all’Iran, con l’operazione segreta denominata “Racing Lion”, è solo l’ultimo capitolo di questa strategia offensiva globale. Mentre la stampa occidentale si concentra sulle centrali nucleari iraniane colpite da droni e aerei, passano sotto silenzio le esplosioni che hanno devastato interi quartieri della capitale Teheran: si parla di almeno venti autobombe fatte esplodere in punti strategici, contemporaneamente, in quella che appare come una vera e propria “campagna di caos coordinato”.

Questo non è un attacco improvvisato: è un piano minuziosamente pianificato, probabilmente da anni, con infiltrazioni profonde nei ranghi del potere iraniano. Gli agenti del Mossad in Iran non operano da settimane: sono lì da decenni, reclutando, sabotando, corrompendo, aspettando l’ora X.

L’obiettivo non è solo colpire i siti nucleari: è destabilizzare il regime teocratico dall’interno, generare panico e divisione, preparare il terreno per un cambio di regime o per un’escalation militare. Non è nemmeno escluso, in uno scenario ormai fuori controllo, che si possa arrivare all’uso dell’arma nucleare contro l’Iran. E se ciò accadesse, l’Occidente – complice e assuefatto – coprirebbe l’ennesimo crimine con la solita narrazione dell’“autodifesa”.

L’Occidente in ostaggio

Israele non è più (ammesso che lo sia mai stato) una piccola democrazia accerchiata da nemici. È oggi uno dei principali nodi dell’impero occidentale, una centrale di intelligence, propaganda, armamenti e sperimentazione tecnologica (spesso testata sulla popolazione palestinese).

Il genocidio in corso non è l’eccezione. È l’implementazione di un piano: espulsione forzata, annientamento culturale, occupazione definitiva. E chi si oppone, dentro o fuori Israele, viene annientato: fisicamente, politicamente, simbolicamente.

In tutto ciò, l’Europa tace. Anzi, applaude. L’Italia, Francia, Germania seguono docilmente la linea atlantista. I pochi che resistono – intellettuali, movimenti, alcuni giornalisti – vengono marchiati come antisemiti, anche se sono ebrei. La propaganda ha già colonizzato la lingua: non esiste più genocidio, esiste “autodifesa”. Non esistono più crimini, esiste “legittima sicurezza”.

Conclusione: la coerenza della barbarie

Netanyahu è coerente. Il sionismo radicale è coerente. Chi pensa di spiegare l’attuale comportamento del governo israeliano con l’“odio arabo” o con “il trauma dell’Olocausto” non ha capito niente. Questa è politica, non vendetta. È progetto, non paranoia. È dominio, non difesa.

Dalla Banda Stern ai bombardamenti su Gaza e Teheran, dalla lettera a Hitler al muro di separazione in Cisgiordania, dal Mossad ai deepfake diffusi per screditare le vittime: la linea è retta, inesorabile, perfettamente razionale.

Ma razionale, oggi, è anche sapere da che parte stare. E non è più tempo di silenzi.

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