I genocidi non iniziano con le bombe. Iniziano con le parole. Con il linguaggio che disumanizza, con l’abitudine all’eufemismo, con la complicità dell’ambiguità. Da oltre un secolo, la propaganda sionista ha alimentato il mito coloniale della “terra senza popolo per un popolo senza terra”. Una menzogna che oggi, nel sangue e nella polvere di Gaza, sta trovando la sua tragica realizzazione: la cancellazione materiale, simbolica e culturale del popolo palestinese.
Chiamare genocidio il genocidio non è una scelta semantica: è un atto politico, un dovere etico, una necessità storica. Lo è oggi più che mai, perché il crimine si sta consumando davanti agli occhi del mondo in tempo reale, in diretta social, tra silenzi compiaciuti e censura sistematica. Chi tace, acconsente. E chi manipola le parole, spalanca la strada alla distruzione.
Il governo israeliano non fa mistero delle sue intenzioni. Le dichiarazioni del ministro della Difesa Gallant, che definisce i palestinesi “animali umani”, o quelle del presidente Herzog, che nega l’esistenza di civili innocenti a Gaza, non sono scivoloni verbali. Sono atti preparatori, ideologicamente fondati, della “soluzione finale” per il popolo palestinese. Esattamente come previsto dalla Convenzione ONU per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio del 1948, che l’Italia ha ratificato e che impone non solo di non partecipare a un genocidio, ma di prevenirlo e contrastarlo attivamente.
A Gaza, quattro dei cinque criteri indicati nella Convenzione sono già pienamente soddisfatti:
1. Uccisione di membri del gruppo (oltre 55.000 morti, metà bambini).
2. Causazione di gravi danni fisici o mentali ai membri del gruppo (amputazioni, traumi, sfollamenti).
3. Sottomissione intenzionale del gruppo a condizioni di vita miranti alla distruzione fisica totale o parziale (assedio, fame, bombardamenti su ospedali, scuole, campi profughi).
4. Misure volte a impedire nascite all’interno del gruppo (conseguenze della distruzione sanitaria e infrastrutturale).
Si aggiunge un altro elemento non codificato ma decisivo: la distruzione sistematica del patrimonio culturale, delle moschee, dei siti archeologici, delle biblioteche, delle università. Non è solo guerra: è cancellazione identitaria.
Eppure, nella narrazione dominante, la parola “genocidio” è bandita. Chi osa pronunciarla viene isolato, tacciato di antisemitismo, relegato ai margini del discorso pubblico. La memoria dell’Olocausto viene strumentalizzata per proteggere l’impunità israeliana, sovrapponendo artificiosamente la critica allo Stato d’Israele con l’odio antiebraico. Ma proprio chi ha a cuore la memoria della Shoah dovrebbe essere il primo a denunciare l’orrore in corso: perché la lezione di Auschwitz non può essere “mai più solo per alcuni”. Se il male è umano, come sosteneva Hannah Arendt, allora è ripetibile ovunque, da chiunque, con qualsiasi bandiera.
Non serve alcun paragone: Gaza non è Auschwitz. Ma ciò che accade a Gaza è un genocidio, secondo il diritto internazionale, secondo l’evidenza dei fatti, secondo la coscienza dell’umanità. E continuare a negarlo è un atto di negazionismo travestito da prudenza diplomatica.
L’Italia, l’Europa, l’Occidente intero portano sulle mani il sangue della Palestina. Non solo perché vendono armi, ma perché legittimano la barbarie con la retorica della sicurezza e con la doppia morale umanitaria. In Ucraina, ogni morte è una tragedia. A Gaza, è una statistica. In Ucraina si chiede giustizia, a Gaza si suggerisce la resa. In Ucraina si ergono muri contro l’invasore, a Gaza si alzano muri contro i sopravvissuti.
E allora dobbiamo dirlo chiaramente: il genocidio di Gaza è anche europeo. È anche italiano. Perché ogni governo che tace o complice, ogni giornalista che censura, ogni intellettuale che distorce, ogni cittadino che preferisce voltarsi altrove, è parte di questo orrore.
Nel 1994, il mondo lasciò consumare il genocidio in Ruanda. Oggi lo sta facendo di nuovo. Con l’aggravante della consapevolezza e della connessione. Nessuno potrà dire “non lo sapevamo”.
E allora la parola diventa atto di resistenza. Denominare il genocidio significa esercitare il diritto/dovere sancito da Giuseppe Dossetti, ovvero la resistenza civile di fronte a poteri che violano i principi fondamentali della Costituzione. Questo diritto oggi non è astratto: è concreto, urgente, necessario. È resistenza contro il riarmo, contro l’ipocrisia diplomatica, contro la propaganda mediatica. È resistenza in nome della verità.
Chi oggi manifesta per Gaza non è un estremista. È un essere umano che ha deciso di non abdicare alla propria coscienza. È un testimone del tempo presente, che rifiuta di essere complice. È parte di una memoria vivente che urla “mai più” non come slogan cerimoniale, ma come imperativo etico.
Per questo domani, sabato 21 giugno, è fondamentale essere presenti alla manifestazione nazionale “No Realm Europe”, con partenza alle 14:00 da Porta San Paolo (Roma). Per gridare con le nostre parole – e con i nostri corpi – che la guerra non è pace, l’occupazione non è difesa, il genocidio non è sicurezza.
Portiamo la nostra voce, la nostra indignazione, la nostra umanità. Per Gaza. Per la Palestina. Per la dignità della parola.