In un’Italia attraversata da tensioni sociali, precarietà diffusa e un silenzioso assenso al riarmo, la manifestazione di ieri ha rappresentato molto più di un semplice corteo: è stata un segnale politico, un atto di resistenza collettiva e – forse – un primo embrione di convergenza tra mondi troppo a lungo divisi. Le due piazze separate, le sigle frammentate, le differenze ideologiche non hanno impedito a decine di migliaia di persone di sfilare per le vie della capitale sotto un unico slogan: no alla guerra, no al genocidio, no all’economia della morte.
La presenza simultanea di partiti, sindacati, movimenti sociali, reti civiche, attivisti indipendenti, rappresenta una novità significativa, soprattutto in un contesto in cui la sinistra politica e quella sociale sembrano vivere da tempo su binari paralleli. Eppure, ieri questi binari si sono incrociati. Non con la pretesa di un’unità imposta, ma con la consapevolezza che, davanti a un’Europa sempre più militarizzata, a un governo italiano supino alla NATO e a un mondo sospinto verso l’abisso di nuovi conflitti globali, l’alternativa non è più rimandabile.
Il centro della protesta è stato il rifiuto del riarmo europeo, dei nuovi fondi alla Difesa, dell’espansione nucleare silenziosa, del coinvolgimento attivo dell’Italia nel conflitto in Ucraina e nella complicità con i crimini di guerra di Israele a Gaza. È un rifiuto che non nasce da un pacifismo generico, ma da un’urgenza storica: smascherare il ricatto del “non ci sono alternative” e proporre, finalmente, un altro modello di sicurezza, basato sulla giustizia, sulla cooperazione, sul disarmo e sulla riconversione civile dell’industria militare.
L’affluenza è stata sorprendente: nonostante il caldo torrido, almeno 40.000 persone hanno riempito le strade da Porta San Paolo al Colosseo. Gli organizzatori parlano di 50.000, la questura ribatte con 15.000. La verità? Probabilmente sta nel mezzo, o meglio: in quel punto variabile in cui la matematica della piazza viene sempre corretta col righello della propaganda. Ma per una volta, non sono i numeri ad avere l’ultima parola. Quello che conta è che la piazza c’era, viva, rumorosa, determinata.
Bandiere palestinesi, striscioni contro la NATO, cartelli per il cessate il fuoco immediato. Ma soprattutto, volti diversi, generazioni diverse, appartenenze diverse. Un mosaico che ha incluso lavoratori, pensionati, studenti, cattolici del dissenso, militanti ecologisti, femministe e anche dirigenti politici. Il tutto senza egemonie, senza palchi blindati, senza steccati pregiudiziali.
Non è mancata la tensione con le forze dell’ordine: diversi pullman diretti a Roma sono stati bloccati, rallentati, deviati. Un segnale inquietante, che si inserisce in un clima repressivo sempre più pervasivo e che conferma quanto le mobilitazioni pacifiste diano fastidio ai poteri forti, proprio perché denunciano le contraddizioni strutturali di questo sistema: si taglia la sanità, si precarizzano le vite, ma si investe a piene mani nella morte.
Tuttavia, ciò che emerge con forza da questa giornata non è solo la denuncia. È la domanda politica che sale dalla piazza. Una domanda che interroga chi oggi si riconosce in un campo alternativo al neoliberismo e alla guerra, ma che ancora si muove in ordine sparso. È possibile costruire un’alleanza organica, strutturata, popolare, che sappia unire ciò che la sinistra ha lasciato cadere in mille rivoli? È possibile progettare un futuro comune, invece di inseguire la prossima emergenza?
E a questo proposito, non si può ignorare la presenza dell’altra piazza: quella promossa da Potere al Popolo e da diversi collettivi radicali. Una manifestazione autonoma, con toni più duri, ma animata da una medesima spinta: denunciare il militarismo, la complicità dell’Europa, il genocidio a Gaza, la falsificazione mediatica. Episodi simbolici – come la bruciatura delle bandiere – sono stati strumentalizzati da chi vuole dividere, da chi teme ogni aggregazione popolare. Ma sarebbe un errore imperdonabile fermarsi all’apparenza. Quelle piazze devono parlarsi, riconoscersi, convergere. Perché se la pace è il fine, la convergenza è il mezzo.
Quello che si è visto ieri a Roma è un indizio di risposta. Un’alleanza non imposta dall’alto, non costruita a tavolino, ma radicata nelle pratiche sociali, nella militanza quotidiana, nei territori, nelle vertenze, nelle disobbedienze. Una sinistra che smette di essere solo identitaria o minoritaria, e che si pone il problema di organizzare speranza.
Il tempo è poco. Il governo Meloni prosegue con la riforma autoritaria del Paese, la spesa militare cresce vertiginosamente, e l’Unione Europea sembra sempre più allineata alla dottrina bellicista dell’Alleanza Atlantica. In questo scenario, la sinistra non può più permettersi la frammentazione. Serve una piattaforma condivisa, serve una narrazione nuova, serve – soprattutto – un progetto.
Chi ha attraversato la piazza di ieri sa che la pace non è solo l’assenza di guerra, ma una scelta radicale di giustizia, di dignità, di disarmo. E sa che non ci sarà pace se non ci sarà anche lotta politica organizzata, visione e alternativa.
La manifestazione contro il riarmo è stata un successo. Ora occorre trasformare questo successo in cammino. In programma. In coalizione sociale e politica. In alleanza tra le piazze, tutte.
Per fermare le bombe, ma anche per accendere un futuro degno di essere vissuto.