Cinque volte SÌ. Una scelta per cambiare il presente, non per delegarlo

L’8 e il 9 giugno non voteremo per qualcuno. Voteremo per noi stessi. Non si tratta di scegliere un partito, un candidato o una coalizione. Non si tratta di affidare ad altri il compito di rappresentarci. Si tratta di decidere, in prima persona, su cinque temi cruciali che riguardano la vita quotidiana di milioni di persone. Il lavoro, la sicurezza, la cittadinanza: ciò che tocca nel profondo la dignità di ognuno.

È un’occasione rara. Ma soprattutto è un’occasione da non perdere.

Questi cinque referendum popolari, promossi dal mondo sindacale, dalle associazioni sociali e da tanti cittadini attivi, ci danno la possibilità concreta di correggere storture legislative che da troppi anni affliggono il nostro ordinamento. Storture che hanno indebolito il potere contrattuale dei lavoratori, reso precaria l’esistenza di intere generazioni, permesso licenziamenti senza giusta causa, eluso le responsabilità sulla sicurezza, negato diritti fondamentali a chi vive, lavora e cresce in Italia.

Ma allora la domanda vera è una sola:
Se il quorum sarà raggiunto e vinceranno i SÌ, i cittadini italiani staranno meglio o peggio? Le lavoratrici e i lavoratori avranno più tutele o meno? I luoghi di lavoro saranno più sicuri o più rischiosi? Ci sarà più giustizia, oppure più ingiustizia?

La risposta è implicita nel contenuto stesso dei referendum. Chi si oppone, chi invita all’astensione, chi si rifugia nell’indifferenza o nel boicottaggio del quorum, di fatto accetta che tutto rimanga così com’è: insicurezza, precarietà, ingiustizie. Sta dicendo che il lavoro deve restare una merce usa e getta, che morire sul lavoro è il prezzo da pagare per la competitività, che chi è nato e cresciuto qui non merita di essere cittadino. È un atto politico, mascherato da neutralità.

Ma votare ai referendum non è come votare alle elezioni.

Alle elezioni si può anche non andare perché non ci si sente rappresentati, perché si è delusi dai partiti, perché non si riconosce alcun volto credibile nelle liste. È legittimo. Ma ai referendum, si vota per sé stessi. Per il proprio lavoro. Per i propri diritti. Per la vita reale. Non si elegge un rappresentante: si esercita sovranità diretta, si mette un timbro su un cambiamento che incide subito e concretamente.

Vediamoli uno a uno, questi referendum, per capire di cosa parliamo.

  1. Per fermare i licenziamenti illegittimi

Il primo quesito chiede di ripristinare l’obbligo di reintegro per chi viene licenziato ingiustamente. È una questione di civiltà. Oggi, per chi è stato assunto dopo il 2015, l’imprenditore può cavarsela con un indennizzo monetario. Ma un diritto non è tale se può essere monetizzato. Reinserire il reintegro significa restituire dignità al lavoro e alle persone. Significa anche difendere le imprese oneste, che non fanno del licenziamento uno strumento ordinario di gestione aziendale.

  1. Per una giusta sanzione anche nelle piccole imprese

Il secondo quesito mira a correggere una discriminazione assurda: oggi chi lavora in una piccola impresa, sotto i 15 dipendenti, se viene licenziato ingiustamente ha diritto a un risarcimento fisso, spesso irrisorio. Votare SÌ vuol dire rendere quel risarcimento equo e dissuasivo, affinché la giustizia non sia una questione di dimensioni aziendali, ma di principi universali.

  1. Per fermare l’abuso del precariato

Il terzo referendum vuole riportare il lavoro a tempo determinato entro un quadro normativo più serio e coerente. Non si tratta di abolirlo, ma di impedire che venga usato in modo indiscriminato, senza un vero progetto, senza una strategia. Oggi il 16,5% dei lavoratori dipendenti è precario, spesso senza motivo. Una distorsione che mina la stabilità di milioni di vite.

  1. Per responsabilizzare le imprese sulla sicurezza

Il quarto quesito riguarda la responsabilità delle aziende committenti negli appalti. Attualmente, chi affida un lavoro a una ditta esterna può lavarsene le mani, anche se quell’appalto si traduce in infortuni o morti sul lavoro. È immorale. È una vergogna. Votare SÌ significa ribaltare questa logica, ridare dignità alla vita di chi lavora e fermare il far west del subappalto.

  1. Per una cittadinanza più giusta

Il quinto referendum interviene su una norma profondamente ingiusta: oggi per chiedere la cittadinanza italiana servono 10 anni di residenza. In Germania e in Francia ne bastano 5. Il quesito propone di portare l’Italia allo stesso livello. Due milioni e mezzo di persone potrebbero diventare finalmente cittadini. Non per favore, ma per giustizia.

Votare SÌ significa scegliere un Paese più giusto. Non votare, significa accettare quello che c’è.

Il referendum è uno strumento potente e fragile allo stesso tempo. Potente perché ci rende protagonisti. Fragile perché ha bisogno di partecipazione. Senza il 50% + 1 dei votanti, tutto decade. E chi oggi invita a non andare a votare, sa perfettamente che sta difendendo lo status quo. Sa che ogni astensione è una conferma dell’ingiustizia esistente.

Chi sceglie il silenzio, non è neutrale. Sta semplicemente scegliendo di non cambiare nulla.

Noi invece vogliamo cambiare. Vogliamo un Paese in cui il lavoro non sia più sfruttamento, in cui la cittadinanza sia un diritto, in cui la sicurezza non sia un lusso ma un dovere. Un Paese in cui si possa ancora credere nella giustizia sociale.

Cinque volte SÌ. Per cambiare il presente. Per costruire un futuro più umano. Perché questo voto non è per altri: è per noi.

Addio a José “Pepe” Mujica, il presidente contadino: un esempio eterno di umanità, giustizia e saggezza politica

Oggi l’umanità intera perde una delle sue voci più limpide, coraggiose e coerenti. Il 13 maggio 2025, nella sua amata casa rurale nei sobborghi di Montevideo, si è spento José “Pepe” Mujica, a pochi giorni dal compiere novant’anni. Con lui non muore soltanto un uomo: si chiude una stagione politica e morale, una pagina luminosa di dignità che resterà scolpita nella storia come rara testimonianza di coerenza, sacrificio e amore per gli ultimi.

Un testimone del dolore, un artigiano della speranza

Guerrigliero, ostaggio, presidente, filosofo. Mujica è stato tutto questo, ma soprattutto è stato un uomo intero, che non ha mai separato ciò che pensava da ciò che faceva. La sua giovinezza fu segnata dalla lotta armata nei Tupamaros contro l’ingiustizia, dalla prigione, dalla tortura, dall’isolamento. Tredici anni nelle celle della dittatura uruguaiana non lo piegarono, ma ne temprarono lo spirito. Ne uscì senza odio, ma con una forza nuova: la forza della compassione, della pazienza, della riflessione. La forza del pensiero che si fa carne.

E quando, con il ritorno della democrazia, la vita gli offrì l’occasione del potere, lui scelse di non diventare potente, ma di essere utile. Con passo lento e parole semplici, divenne presidente della Repubblica e trasformò l’Uruguay in un laboratorio di civiltà: legalizzazione della marijuana, aborto sicuro, diritti LGBTQ+, redistribuzione e giustizia sociale. Ma le sue vere riforme non erano scritte nei codici: erano scolpite nel suo stile di vita. Mujica era la riforma.

Il presidente che visse come la gente

Nessuna scorta, nessuna residenza ufficiale, nessun privilegio. Viveva in una piccola fattoria insieme alla moglie, Lucía Topolansky, anch’ella ex combattente e parlamentare, e alla loro cagnolina Manuela, diventata simbolo silenzioso di una presidenza che non aveva bisogno di parate, ma di esempi. Donava il 90% del suo stipendio ai poveri. Coltivava la terra. Parlava al mondo dal sedile sgangherato di una vecchia Volkswagen celeste.

Quando diceva “essere buoni forse non serve a molto, ma serve a non doversi vergognare davanti allo specchio”, non era una frase da poster, era un frammento della sua verità quotidiana. Ecco perché il mondo lo ascoltava. Perché non mentiva mai. E non recitava mai.

La politica come atto d’amore

In un tempo in cui la politica è diventata spettacolo, cinismo, algoritmi e slogan, José Pepe Mujica è stato una nota stonata e meravigliosa. Non urlava. Non costruiva nemici per esistere. Non accendeva le folle per dimenticare il vuoto dei programmi. Lui coltivava. Idee, fiori, ortaggi, relazioni. La sua politica era un atto agricolo, lento, costante, profondo.

Non ha mai smesso di parlare agli ultimi, ma senza mai cadere nel populismo. Non ha mai rinunciato alla speranza, ma non ha mai venduto illusioni. Ha mostrato che si può essere rivoluzionari con il sorriso, che si può essere radicali senza odio, e profondi senza retorica.

Un messaggio per la sinistra italiana: l’unità come dovere morale e politico

Tra le eredità più preziose che ci lascia, c’è anche una riflessione strategica che oggi dovrebbe far tremare le coscienze di ogni dirigente della sinistra italiana. Mujica lo ha detto senza giri di parole:
“Bisogna imparare a tollerarsi, a negoziare e ad unirsi. La disgrazia della sinistra è che non riesce ad unirsi.”

La sua esperienza politica in Uruguay, alla guida del Frente Amplio, ha dimostrato che non serve un pensiero unico, ma una disciplina collettiva capace di tenere insieme anime diverse. Serve tolleranza, pragmatismo, dialogo costante. Perché – diceva – “la gente sostiene solo chi le dà l’impressione di poter fare veramente qualcosa”. E per essere forti, i deboli devono unirsi.

Non grandi teorie, ma soluzioni concrete ai problemi di ogni giorno: il lavoro che manca, la sanità che crolla, l’abitare che costa troppo, i giovani che se ne vanno. Mujica credeva in una sinistra capace di fare, non solo di spiegare. Una sinistra che cammina compatta, anche se al suo interno ci sono differenze, perché la disciplina e il rispetto reciproco sono la vera chiave per cambiare le cose. La sua lezione è un faro per tutte le forze progressiste italiane oggi disorientate: non c’è cambiamento possibile senza unità e senza capacità di mediazione.

Un’eredità che ci interroga

Oggi lo piangiamo, ma sappiamo che Pepe Mujica non è morto davvero. Perché le vite come la sua non finiscono: si moltiplicano. Nelle mani di chi lotta per la giustizia, nei gesti silenziosi di chi serve senza pretendere, nelle parole di chi non ha paura della verità.

La sua morte, che arriva pochi giorni dopo quella di Papa Francesco, segna forse la fine di un’epoca. Un’epoca in cui si poteva ancora credere nella forza della coerenza, nella bellezza della sobrietà, nella politica come cura degli altri. Ora tocca a noi raccogliere il testimone, con l’umiltà e il coraggio che lui ha incarnato fino all’ultimo giorno.

Onore al presidente contadino.
Che la tua voce, Pepe, continui a risuonare nelle nostre coscienze.
Abbiamo visto, con i nostri occhi, che un altro mondo è possibile.
Perché tu l’hai vissuto. Tu lo sei stato.

Il silenzio che uccide: le stragi del ‘93, la Commissione Antimafia e l’auto-censura di Stato

C’è un momento, nella storia di un Paese, in cui il silenzio non è più una scelta diplomatica o un errore istituzionale, ma una complicità attiva. È il caso della Commissione Parlamentare Antimafia guidata da Chiara Colosimo, dove il tema delle stragi del 1993 – gli attentati di Firenze, Milano e Roma – e del loro legame con la transizione politica che portò alla nascita di Forza Italia, è stato trattato come un tabù da seppellire, non come un dovere da indagare.

Siamo nel cuore di una delle stagioni più oscure della Repubblica. Anni in cui la mafia non si limitava a dettare legge nel proprio territorio, ma pretendeva di riscrivere l’intero assetto dello Stato, scegliendo referenti, eliminando ostacoli, condizionando le transizioni politiche. È in questo contesto che si inseriscono le stragi continentali del 1993, prosecuzione della strategia stragista iniziata nel 1992 con gli omicidi di Falcone e Borsellino. Stragi che non furono semplici vendette o atti dimostrativi, ma veri e propri segnali lanciati al cuore delle istituzioni, affinché certi equilibri cambiassero.

Eppure, ieri a Palazzo San Macuto, durante l’audizione dell’ex generale dei ROS Mario Mori e del colonnello Giuseppe De Donno, questi nodi cruciali sono stati volutamente disinnescati. Anzi, peggio: silenziati. Quando i parlamentari del PD, Walter Verini e Giuseppe Provenzano, hanno posto domande legittime e necessarie – sul legame tra via D’Amelio e le bombe del 1993, sui rapporti tra mafia e politica, su Dell’Utri e D’Alì, politici condannati per concorso esterno in associazione mafiosa – la presidente Colosimo li ha redarguiti, invitandoli a rispettare “le risposte che gli auditi vogliono o non vogliono dare”.

Una frase che suona come un ossimoro nella sede della verità istituzionale: perché un’audizione in una Commissione d’inchiesta non è un tè tra amici, ma un atto di responsabilità repubblicana. Tanto più quando si parla di sangue versato e di poteri occulti.

Il paradosso si fa beffa quando si osserva il trattamento riservato ad altri membri della maggioranza. Il deputato De Corato ha potuto divagare citando libri complottisti sull’architetto della Seconda Repubblica; il leghista Cantalamessa ha portato la discussione sugli appalti TAV del 1996, completamente fuori tema. Il colonnello De Donno, con verve teatrale, ha narrato le gesta di un infiltrato ROS senza che nessuno lo interrompesse. Ma quando Provenzano ha osato chiedere se Mori, nei suoi anni al SISDE, avesse avuto contatti con i fratelli Graviano – protagonisti chiave della strategia stragista – Colosimo ha interrotto tutto, blindando il dibattito.

È il riflesso condizionato di chi teme non la menzogna, ma la verità. Perché dentro quel filo che unisce Palermo a Firenze, da via D’Amelio a via dei Georgofili, passando per lo Stadio Olimpico e finendo in via Palestro, c’è un pezzo di verità sulla Seconda Repubblica. Una verità che riguarda l’ingresso in campo di Silvio Berlusconi, l’opera di raccordo di Marcello Dell’Utri, le trattative tra pezzi deviati dello Stato e boss mafiosi, e il ruolo ambiguo – ora sotto nuova indagine a Firenze – dello stesso Mario Mori.

A denunciare questo quadro è arrivata oggi una contro-relazione del Movimento 5 Stelle, redatta da Scarpinato, De Raho e Giuseppe Conte, che smonta pezzo per pezzo la narrazione dei due ex ROS. Il documento mette in evidenza incongruenze cronologiche, omissioni e persino tentativi di manipolazione dei documenti da parte di Mori. Basti pensare all’incontro con Borsellino del 25 giugno 1992: secondo Mori, fu un confronto cruciale per la pista mafia-appalti, ma di quell’incontro non si seppe nulla fino al 1998, e quando fu chiesto a De Donno di riferire, omise persino la presenza del suo superiore. Una dimenticanza più che sospetta.

La contro-relazione del M5S ricorda anche come l’informativa “mafia-appalti” fosse tutt’altro che insabbiata: fu depositata regolarmente al CSM nel luglio 1992, e l’inchiesta fu omissata per oltre 300 pagine su 900, smentendo così la tesi che la Procura avesse voluto occultare qualcosa. Ancora più grave la distorsione operata sul collaboratore Lo Cicero, che secondo Mori sarebbe stato ritenuto inattendibile da Falcone, il quale però era già morto quando Lo Cicero cominciò a collaborare.

Insomma, più che un’audizione, quella di ieri è sembrata una rappresentazione ideologica, dove i fatti sono stati piegati a una narrazione funzionale alla destra di governo. Una destra che non vuole più indagare sulle stragi, ma riscriverne il significato. Una destra che teme, forse, che scavare a fondo possa riportare alla luce verità imbarazzanti sulle proprie radici.

E allora si capisce perché, dentro la Commissione Antimafia, non ci sia spazio per parlare del ruolo di Dell’Utri, della trattativa Stato-mafia, delle indagini aperte a Firenze, e dei legami tra Cosa Nostra e Forza Italia. Troppo pericoloso. Troppo vicino al cuore del potere.

Ma se l’Antimafia smette di fare luce, chi può farlo? Se la Commissione diventa scudo anziché lente, allora è lo Stato stesso a voltarsi dall’altra parte. Ed è in quel voltarsi che si consuma un nuovo tradimento verso Falcone e Borsellino: non con il tritolo, ma con l’oblio.

Nel nostro Paese non manca la verità. Manca il coraggio di dirla fino in fondo.

Trump, il re del conflitto d’interessi: la nuova era del fascismo neoliberale made in USA

C’è un filo rosso che lega Silvio Berlusconi a Donald Trump. Un filo fatto di affari personali intrecciati al potere politico, di patrimoni gonfiati all’ombra delle istituzioni, di democrazia deformata in funzione privatistica. Ma se l’Italia ha fatto da laboratorio, gli Stati Uniti oggi rappresentano la versione “industriale” del conflitto d’interessi: un modello non più occulto, ma sfacciatamente rivendicato, difeso, celebrato.

Nel solo primo quadrimestre del secondo mandato, Donald Trump ha raddoppiato il suo patrimonio personale, passando da 2,3 a 5,1 miliardi di dollari. Il meccanismo è semplice: l’ufficio più potente del mondo come piattaforma pubblicitaria permanente della propria rete di business. I confini tra politica e profitto sono stati dissolti. E ciò che resta è un mostro giuridico e morale che minaccia la stessa idea di repubblica democratica.

I dati raccolti dalla ONG Citizens for Responsibility and Ethics in Washington parlano chiaro: 3.740 casi di conflitto d’interesse nel primo mandato; una media già superata nel secondo, grazie all’uso sistematico di proprietà private per eventi politici, soggiorni istituzionali e campagne promozionali. Ora si aggiunge l’universo delle criptovalute, un terreno nuovo e normativamente fragile su cui Trump ha edificato un impero parallelo, con memecoin personali ($Trump e $Melania), una stablecoin con investimenti da Abu Dhabi e una partecipazione di controllo in un exchange quotato, World Liberty Financial. Il tutto mentre la sua amministrazione demolisce ogni forma di vigilanza e caccia i funzionari scomodi.

Nel cuore di questo sistema di potere c’è la figura del presidente-imprenditore, che non governa per la collettività ma per sé stesso, che non rappresenta una nazione ma un brand globale. Gli immobili firmati Trump, i resort di lusso a Dubai e nel Golfo Persico, la piattaforma Truth quotata al Nasdaq, i documentari su Melania pagati da Amazon, le cause miliardarie intentate contro i colossi dei media: ogni tassello compone il mosaico di un capitalismo predatorio che fagocita la democrazia.

Ma il dato più inquietante è la strategia comunicativa e repressiva che accompagna questo disegno. Il recente viaggio in Medio Oriente, il primo nella storia a escludere le principali agenzie di stampa a bordo dell’Air Force One, segna uno spartiacque: Trump non si limita a strumentalizzare la presidenza, la trasforma in un feudo personale. A bordo con lui, anziché giornalisti, ci sono Mark Zuckerberg, Elon Musk, Sam Altman, Larry Fink: una corte di tecnocrati e miliardari pronti a siglare accordi su armi, infrastrutture, criptovalute, a porte chiuse, lontano da ogni controllo democratico.

Nel frattempo, mentre si discute di piani di “ricostruzione” della Striscia di Gaza come futuro resort, e si negoziano tregue con Hamas in cambio di aperture di mercato, Trump consolida un potere fondato non sulla Costituzione, ma sul culto della personalità e sull’impunità.

Il suo autoritarismo non è folclore, è prassi sistematica. Il recente arresto del sindaco di Newark per aver protestato contro un centro di detenzione per migranti – illegale secondo le leggi locali – è solo la punta dell’iceberg. A seguire, l’arresto di una giudice della contea di Milwaukee per aver applicato correttamente la legge impedendo un’arresto ICE senza mandato. La criminalizzazione del dissenso è ormai legge non scritta. Le sanctuary cities vengono private di fondi federali. Gli studenti che manifestano contro il genocidio in Palestina vengono espulsi o detenuti arbitrariamente. La Costituzione è interpretata come ostacolo. L’habeas corpus è diventato una variabile opzionale.

Trump non è solo un presidente. È il capofila di una mutazione genetica del potere occidentale: dalla democrazia rappresentativa al feudalesimo neoliberale, dove chi è eletto usa il potere non per servire, ma per arricchirsi, zittire, reprimere. La sua frase – “Chi salva l’America, non può violare la legge” – non è un lapsus, ma la nuova dottrina dell’eccezione permanente: il capo ha sempre ragione, anche quando distrugge le regole.

La domanda, oggi, non è più “se” Donald Trump sia un pericolo per la democrazia. Ma “quando” l’Occidente si accorgerà di essere già entrato in un nuovo paradigma autoritario. Un fascismo in giacca e cravatta, con le cripto al posto delle divise, le piattaforme al posto dei partiti, la paura al posto del diritto.

E noi, che ci diciamo ancora figli dell’Illuminismo, della libertà, dei diritti civili, siamo pronti a reagire? O resteremo spettatori di una storia che abbiamo già visto, ma che stavolta potremmo non riuscire a riscrivere?

“La guerra ai civili: come il riarmo sta uccidendo il Servizio Sanitario Nazionale”

Articolo inedito di denuncia sociale e politica

C’è un nesso invisibile ma feroce tra la guerra che ci raccontano di dover preparare e la morte silenziosa che si consuma ogni giorno tra i corridoi sporchi e affollati dei nostri ospedali. È un nesso che ha il sapore dell’abbandono, dell’ingiustizia, della complicità. È il risultato di una scelta politica scellerata, portata avanti da decenni di governi che hanno smantellato pezzo dopo pezzo il nostro Servizio Sanitario Nazionale, sacrificato sull’altare del neoliberismo e del militarismo.

Il racconto di una morte annunciata

Una donna di valore, sessant’anni, entra in una clinica privata per un piccolo intervento in anestesia locale. Ne esce con un’infezione che le devasta i polmoni. Viene trasferita in un ospedale pubblico dove si apre un calvario degno di un racconto dantesco: sedici ore di attesa al pronto soccorso, pazienti in barella nei corridoi, un solo bagno, infermieri impotenti e medici smarriti. Poi la rianimazione, la terapia subintensiva, il ritorno in reparto. E ancora infezioni nosocomiali, disidratazione, piaghe da decubito, atrofia muscolare. Le ultime settimane di vita sono una sequenza di torture, dolore e abbandono. Fino alla morte. Non per la patologia iniziale, ma per il collasso del sistema sanitario.

La guerra non è solo sui fronti, ma nei bilanci pubblici

Chi cerca la guerra la trova nei bilanci. I numeri parlano chiaro: miliardi destinati al riarmo, al Ponte sullo Stretto, al Tav, mentre gli ospedali chiudono, il personale sanitario scappa, le liste d’attesa si allungano, le infezioni proliferano, la vita diventa scarto. L’Italia, Paese fondatore del welfare europeo, ha convertito la cura in un costo da tagliare. I soldi ci sono, ma sono altrove: nel fondo europeo per la difesa, nei contratti miliardari con le industrie belliche, nei progetti faraonici senza impatto sulla vita reale delle persone.

In nome della “sicurezza”, si smantella la sanità pubblica. In nome della “libertà”, si privatizzano i servizi essenziali. In nome della “difesa della pace”, si finanziano i preparativi di guerra. È una spirale ipocrita e criminale che scambia i diritti con gli affari e la salute con il profitto.

Un SSN al collasso, tra appalti, precarietà e carenza strutturale

Oggi negli ospedali italiani i servizi sono sempre più appaltati a cooperative al ribasso. Gli infermieri e gli operatori hanno una formazione frettolosa, stipendi da fame, turni massacranti. Mancano decine di migliaia di medici. I servizi di igiene sono carenti, le stanze condivise da pazienti con infezioni gravi, i virus viaggiano liberamente nei reparti. E mentre la politica si riempie la bocca con parole come “merito” e “efficienza”, chi ha bisogno di cure muore aspettando una Tac.

Siamo alla resa dei conti. La sanità italiana, una volta modello per l’Europa, oggi è al collasso. Non per fatalità, ma per scelta. La stessa scelta che consente alla ministra della Difesa di firmare contratti per nuove portaerei, mentre nei pronto soccorso si muore per una bombola di ossigeno senza ruote.

La pace non si costruisce con i carri armati, ma con le ambulanze

Se la guerra è preparata col riarmo, la pace lo è con la cura. La vera sicurezza non viene dalle bombe, ma dagli ospedali funzionanti, dalle scuole ben tenute, dai trasporti accessibili, da un territorio protetto dal dissesto. Invece, mentre ci raccontano la favola dell’“uomo nero” pronto ad invaderci, il nemico vero ci consuma dall’interno: è l’ideologia del profitto, la politica dell’abbandono, il cinismo del potere.


la guerra invisibile che uccide la speranza

Questa non è solo la storia di una donna morta per incuria. È la storia di un’Italia che ha smesso di credere nella cura, nella prevenzione, nell’umanità. È la testimonianza atroce di una “guerra ai civili” combattuta senza armi, ma con gli stessi effetti devastanti: dolore, morte, disperazione.

Quando smetteremo di piangere i nostri morti – morti di tagli, di attese, di infezioni evitabili – dobbiamo tornare a lottare. Non per un privilegio, ma per un diritto: quello alla salute, alla dignità, alla vita. E per gridare forte che la vera pace si costruisce disarmando la politica, non riempiendo gli arsenali.

Questa è la nostra guerra: una guerra per la vita.

“Non nel mio nome”: armi italiane per il genocidio. Il governo confessa, l’etica affonda

C’è una linea che divide la complicità dalla criminalità morale. E l’Italia, con la risposta del sottosegretario Giorgio Silli in Commissione Esteri, l’ha appena attraversata.

Con parole fredde, burocratiche, quasi rassicuranti nel loro tono anestetizzante, il governo Meloni ha ammesso quello che da mesi denunciamo: l’Italia continua a esportare armi verso Israele anche dopo il 7 ottobre 2023. Non nuove licenze, è vero. Ma quelle precedenti sì. Come se il tempo rendesse etico ciò che oggi è inaccettabile. Come se la data potesse cancellare la responsabilità politica e morale di rifornire un esercito che sta compiendo un genocidio sotto gli occhi del mondo.

Le armi “intelligenti” del sottosegretario

Ma l’aspetto più sconcertante non è solo la confessione in sé. È la giustificazione. Silli ha dichiarato che le forniture autorizzate sono state valutate “caso per caso”, e che si è proceduto solo con armamenti che “non potessero essere utilizzati contro la popolazione civile”.

Ora, facciamo un esercizio di immaginazione. Immaginiamo un’arma italiana dotata di un selettore magico: se davanti ha un bambino, un disabile, una donna o un anziano, si disattiva. Se invece rileva un militante di Hamas, si attiva. Un’arma selettiva, etica, obbediente ai valori costituzionali. È chiaro: siamo nel campo della fantascienza. Anzi, del grottesco.

Perché non esistono armi “buone” in mano a eserciti che bombardano ospedali, scuole, campi profughi. Non esistono munizioni etiche quando servono a tenere in funzione l’ingranaggio di una macchina militare che ha già ucciso oltre 55.000 persone, in gran parte civili. Non esistono componenti “innocui” se finiscono negli elicotteri, nei droni o nei carri armati di chi ha trasformato Gaza in un cimitero a cielo aperto.

E non esiste nessuna scusa tecnocratica che possa giustificare una tale complicità. Dire che “quelle armi non colpiscono civili” è una menzogna oscena, paragonabile a chi, davanti ad Auschwitz, si preoccupava della qualità del carbone usato nei forni.

Il silenzio della Meloni? Tutto tiene

Il silenzio di Giorgia Meloni, come ho già scritto nel mio precedente articolo “Il panico morale e il genocidio in diretta”, non è solo vile. È strategico. Non è semplice ossequio verso Donald Trump. È allineamento strutturale a un’ideologia di guerra permanente, dove il diritto internazionale vale solo per gli sconfitti e le vittime sono divise in “degne” e “non degne” di lutto.

Oggi sappiamo anche perché tace: non solo per non disturbare il suo nuovo “alleato” d’oltreoceano, ma perché in ballo c’è un flusso di affari bilaterale vergognoso. L’Italia non solo esporta, ma importa armi da Israele. E lo fa in misura crescente: nel 2024 le autorizzazioni sono più che raddoppiate rispetto all’anno precedente, raggiungendo i 154 milioni di euro. Siamo passati dal settimo al secondo posto tra i clienti di Tel Aviv. Tutto questo mentre Israele pratica l’apartheid, la pulizia etnica e la fame come arma.

Dunque, mentre Gaza brucia, l’Italia compra e vende morte. E lo fa invocando “l’aderenza alla normativa europea e internazionale”. Ma che senso ha una norma che permette lo sterminio? Che valore ha una legge se non si accompagna alla giustizia? È l’ennesima forma di ipocrisia occidentale: ci si nasconde dietro i codici per coprire l’assenza totale di coscienza.

La responsabilità è politica, non tecnica

Non possiamo permettere che la questione venga relegata a un livello tecnico, da archivio ministeriale. Qui non stiamo parlando di cavilli burocratici, ma di etica pubblica, di valori costituzionali, di umanità. Se una fornitura militare, anche vecchia, contribuisce al genocidio di un popolo, va interrotta. Punto.

Il sottosegretario ha detto che “l’approccio italiano è particolarmente restrittivo”. È falso. È l’esatto contrario. Restrittivo sarebbe stato bloccare ogni tipo di transazione militare, sia in uscita che in entrata. Restrittivo sarebbe stato chiudere le collaborazioni accademiche con le università israeliane coinvolte nella ricerca bellica. Restrittivo sarebbe stato schierarsi apertamente per l’embargo militare internazionale nei confronti di Israele, come richiesto da centinaia di organizzazioni per i diritti umani.

Non nel mio nome
Chi finanzia la morte non è neutrale. Chi tace davanti a un crimine, lo favorisce. Chi fa affari con un governo etno-teocratico che predica la “depopolazione” di Gaza è un complice. Non servono giri di parole.

A nome di tanti cittadini italiani che non si riconoscono in questa vergogna, lo dico chiaramente: non nel mio nome.

Non voglio che le mie tasse servano a finanziare il genocidio. Non voglio che il mio Paese sia complice dell’apartheid. Non voglio che l’Italia sia corresponsabile dello sterminio di un popolo.

Se la democrazia ha ancora un senso, deve cominciare da qui: dal rifiuto radicale di ogni complicità, dalla costruzione di una coscienza pubblica che dica basta alla menzogna, alla violenza e alla diplomazia dei cadaveri.

È il momento di scegliere da che parte stare. Davvero.

Mario Sommella è attivista, scrittore e coordinatore responsabile delle politiche sociali e disabilità di Azione Civile. Da anni si occupa di giustizia sociale, diritti civili, comunicazione politica e Palestina.

“Sicurezza negata, profitto garantito: l’Italia e la strage silenziosa dei lavoratori”

C’è una guerra che non fa rumore, ma ogni giorno fa vittime. Non si combatte con carri armati o droni, non occupa le prime pagine dei giornali, non provoca indignazione internazionale. Eppure, ha già ucciso più di 15.000 persone negli ultimi dieci anni. È la guerra del profitto contro la vita. È la strage quotidiana dei lavoratori italiani.

La chiamano “morte bianca” come fosse un destino naturale, un incidente sfortunato, una tragica fatalità. Ma non c’è nulla di naturale nello schiacciamento di un operaio sotto un macchinario non a norma, nulla di sfortunato nel volo da un’impalcatura senza protezioni, nulla di accidentale nell’avvelenamento per esposizione a sostanze tossiche.
C’è invece una responsabilità sistemica, diffusa, precisa. E soprattutto impunita.

Uccidere un lavoratore, oggi in Italia, è il crimine più conveniente: non paga nessuno. Secondo l’INAIL, nel solo 2023 sono state denunciate 1.041 morti sul lavoro, quasi tre al giorno. Ma il dato più inquietante è che oltre il 90% dei casi giudiziari si conclude con archiviazioni, patteggiamenti simbolici o assoluzioni. In Toscana, i padroni dell’azienda dove morì Luana D’Orazio – ventidue anni, stritolata da un orditoio manomesso – hanno patteggiato pochi mesi, pena sospesa. In Veneto, pochi giorni fa, un altro operaio ha perso la vita in circostanze simili. Chi pagherà? Nessuno, di nuovo.

Questa impunità non è una stortura del sistema. È il sistema. Un sistema produttivo che trova più conveniente risparmiare sulla sicurezza che investire sulla vita. Un capitalismo senza freni che premia la violazione delle norme e penalizza chi le rispetta. Un apparato statale che dovrebbe vigilare, sanzionare, prevenire… ma che invece latita, o peggio: agevola.

Giorgia Meloni lo ha detto con chiarezza nel suo discorso di insediamento: “Non disturberemo il fare”. Un programma politico tradotto in atti concreti: repressione per i poveri, deregolamentazione per i padroni. Mentre si varano decreti sicurezza che colpiscono il dissenso e le libertà civili, si stanziano 600 milioni di euro per incentivare le imprese a fare quello che dovrebbero già fare per legge: proteggere i propri lavoratori.

E mentre si lesina su ispettori del lavoro, prevenzione e controlli, lo stesso governo trova senza esitazione oltre un miliardo di euro per finanziare un’operazione tanto cinica quanto inutile: la deportazione degli immigrati in Albania.
Un provvedimento dispendioso, inefficace e indegno, con cui si sottraggono risorse che avrebbero potuto essere destinate alla sicurezza nei cantieri, nelle fabbriche, nei magazzini. Invece di salvare vite, si finanziano campagne elettorali giocate sulla pelle degli ultimi.

Il governo ignora ostinatamente il progetto di legge presentato da diversi parlamentari per l’introduzione del reato di omicidio sul lavoro, che punirebbe con pene adeguate le responsabilità gravi in caso di decessi causati da violazioni delle norme di sicurezza. Il ministro Nordio lo ha respinto con cieca ideologia liberista. Nessuna procura nazionale per la sicurezza sul lavoro, nessun rafforzamento degli organi ispettivi, nessuna volontà reale di colpire i responsabili.

Il sistema si regge su una verità brutale: la vita del lavoratore vale meno del profitto del datore. E a questo sistema partecipano tutti: i governi che smantellano il diritto del lavoro, i sindacati concertativi che rinunciano al conflitto, i media che normalizzano le morti come “cronaca”, invece di chiamarle con il loro nome: omicidi industriali.

La precarizzazione selvaggia del lavoro, la liberalizzazione degli appalti, le riforme che hanno smantellato l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, sono leggi criminali che alimentano la mattanza. È da lì che bisogna partire: invertendo il senso di marcia.

Servono:
• migliaia di ispettori del lavoro, dotati di poteri reali e indipendenza;
• controlli a sorpresa, frequenti e incisivi;
• pene severe, senza possibilità di patteggiamento per omicidi sul lavoro;
• un fondo nazionale per la sicurezza finanziato con i profitti delle imprese recidive;
• il ripristino delle tutele sostanziali per i lavoratori precari e a tempo determinato;
• una procura nazionale per la sicurezza sul lavoro, come quella antimafia.

Ma soprattutto serve un cambiamento culturale e politico. Un sindacalismo conflittuale, non concertativo, che fermi la produzione quando la salute è a rischio. Una sinistra che non parli solo di transizione ecologica, ma di giustizia sociale nei luoghi di lavoro. Un popolo che non si abitui alla strage.

Se non ora, quando?
Quanti altri morti servono prima che la politica smetta di fare da megafono ai padroni e si assuma le sue responsabilità? Quante vite sacrificate sull’altare del PIL, prima che qualcuno dica: basta?

Non bastano le lacrime né i minuti di silenzio. Serve lotta. Serve giustizia.
Serve soprattutto partecipazione attiva e consapevole.

L’8 e 9 giugno 2025, ogni cittadino italiano ha uno strumento potente nelle proprie mani: il voto referendario.
Non sprechiamolo. È fondamentale recarsi alle urne, partecipare in massa e raggiungere il quorum per invertire la rotta.

Votiamo SÌ ai quattro referendum sul lavoro, per:
• ripristinare l’articolo 18 e la tutela reale contro i licenziamenti illegittimi,
• cancellare i voucher che legalizzano il lavoro grigio,
• abolire l’abuso degli appalti a cascata,
• contrastare la precarizzazione strutturale dell’occupazione.

E votiamo SÌ anche al quinto quesito, per concedere la cittadinanza a chi nasce e cresce in Italia, rompendo il muro dell’esclusione e della discriminazione.

Solo così potremo iniziare a ricostruire una Repubblica fondata non solo sul lavoro, ma anche sulla dignità e sulla vita di chi lavora.

Non è una battaglia tecnica, è una battaglia morale.
È tempo di scegliere da che parte stare.

“La Vittoria Perduta: Ottant’anni dopo, il 9 Maggio ci parla ancora di guerra”

L’aria dovrebbe essere di celebrazione, le piazze unificate dal ricordo, le coscienze accomunate dal sacrificio. E invece, l’ottantesimo anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale in Europa, celebrato il 9 maggio 2025, si presenta come una ricorrenza spaccata, avvolta in una nebbia di memorie selettive, interpretazioni geopolitiche divergenti e tensioni che sembrano riproporsi sotto nuove forme.

Sir Alan Brooke, feldmaresciallo britannico, annotava nei suoi diari di quei giorni una stanchezza talmente profonda da svuotare persino la gioia per la pace raggiunta. Le sue parole non sono un dettaglio: sono il sintomo di un mondo che non riesce a chiudere davvero le proprie ferite. La guerra, infatti, non terminò con una firma. Terminò in modo incerto, con sospetti, disillusioni e nuove minacce. Come se la fine di un incubo aprisse soltanto la porta a un sonno ancora più inquieto.

Le dinamiche di quei giorni rivelano uno scollamento profondo tra la realtà militare e quella ideologica. I vertici tedeschi cercarono disperatamente di arrendersi alle forze occidentali, coltivando l’illusione che, una volta eliminato Hitler, sarebbe potuta nascere una nuova alleanza contro il nemico comune: l’Unione Sovietica. Un sogno folle e velenoso, alimentato da anni di propaganda nazista che, crollato il mito della razza superiore, si reinventava come difesa estrema di un’Europa “libera” dal bolscevismo.

Questa illusione, incredibilmente, trovò eco anche in alcune menti occidentali. Winston Churchill stesso, uomo di visioni lucide e contraddizioni brucianti, accarezzò fugacemente l’idea di uno scontro post-bellico con Mosca. Ma la realtà – fatta di generali stremati, opinioni pubbliche ostili a nuove guerre e il riconoscimento del ruolo cruciale dell’Armata Rossa nella sconfitta del nazifascismo – pose fine a quelle fantasie.

Tuttavia, il seme della sfiducia era già piantato. E da quel seme sarebbe cresciuta la Guerra Fredda. Le tensioni di maggio 1945 – la diffidenza tra alleati, la gestione disomogenea della resa tedesca, la lotta ancora viva sul fronte orientale e le violenze a Praga – furono il preludio all’installazione della “cortina di ferro”. L’illusione di una pace duratura fu, per molti, solo un velo sottile sopra un campo minato.

La firma della resa a Reims il 7 maggio e la successiva ratifica a Berlino il 9, voluta da Eisenhower per sancire l’universalità della capitolazione, doveva essere il sigillo della fine. In realtà divenne l’inizio di una disputa di memorie. L’8 maggio divenne la data simbolo per l’Occidente – ma è una data che oggi pochi ricordano, fatta eccezione per la Francia. Il 9 maggio, al contrario, è diventato in Russia la “Festa della Vittoria”, con parate monumentali e simbolismi sempre più intrecciati con il nazionalismo e la nostalgia imperiale.

Ci si interroga dunque: fino a che punto la celebrazione russa è memoria autentica e quanto invece è narrazione politica? Quanto è ancora viva la gratitudine per i 27 milioni di morti sovietici e quanto invece si tratta di un’autocelebrazione del potere?

Il tempo, si sa, trasforma tutto. Ma in questo caso, il tempo sembra avere frantumato anziché sedimentato. La commemorazione dell’ottantesimo anniversario della fine della guerra in Europa è oggi un mosaico di visioni inconciliabili, dove la pace non è più solo una conquista da onorare, ma un concetto da difendere ogni giorno contro le riscritture del passato e le tentazioni del presente.

Il sogno espresso da Alan Brooke – “imparare ad amare gli altri come noi stessi” – resta tragicamente lontano. Ma non è un sogno da archiviare. È un invito, oggi più che mai urgente, a guardare indietro non per nostalgia, ma per evitare che la Storia, ancora una volta, cambi maschera e ci sorprenda.

Il Panico Morale e il Genocidio in diretta: la disfatta dell’Occidente e il coraggio della verità

C’è un silenzio che urla. È quello dell’Occidente davanti al genocidio in diretta del popolo palestinese. Un silenzio ipocrita, intriso di panico morale e codardia politica, che avvolge come una cappa tossica le redazioni giornalistiche, i parlamenti europei, le università, i talk show e perfino quei movimenti che un tempo si definivano “progressisti”. Un silenzio così denso da sembrare complice. Anzi, lo è. Perché oggi tacere su Gaza, sulla pulizia etnica in Cisgiordania, sul sistematico annientamento di una popolazione, non è più una svista né una distrazione: è una scelta politica.

Lo ha scritto con lucidità Ilan Pappé, storico israeliano e voce coraggiosa in un deserto di conformismo: la complicità occidentale non è nuova, ma oggi è più grave che mai. Perché non ci sono più scuse. Non viviamo nell’epoca della censura totale o dell’informazione scarsa. Viviamo nel tempo dell’accesso istantaneo, delle immagini satellitari, dei corpi smembrati sotto le macerie condivisi in tempo reale. Sappiamo tutto, vediamo tutto. E scegliamo di voltare la testa.

L’Occidente che ha paura di se stesso

Per comprendere la natura di questo silenzio dobbiamo scavare sotto la superficie. Non si tratta solo di propaganda sionista o di pressione lobbistica, sebbene entrambe abbiano un ruolo strutturale. Il problema è più profondo, culturale e persino psichico: l’Occidente non riesce a guardare Gaza perché Gaza è lo specchio delle sue ipocrisie più intollerabili.

Il panico morale – concetto ripreso da Pappé – è la paura di confrontarsi con la verità quando questa mette in discussione l’identità costruita su un mito: quello dell’Occidente come paladino dei diritti umani, della democrazia, della civiltà. Ma se riconosci che Israele sta compiendo un genocidio, devi riconoscere anche che tu – come Stato, come partito, come giornalista, come cittadino – ne sei complice. Devi fare i conti con i miliardi in armi, con le coperture diplomatiche, con il lessico disumanizzante che riduce un popolo a “terroristi”, “scudi umani” o semplicemente “danni collaterali”.

Questo è il terrore che paralizza le classi dirigenti occidentali. Non la paura dell’antisemitismo – comoda foglia di fico agitata da chi non tollera critiche a Israele – ma il timore di dover riscrivere la narrazione fondativa dell’Occidente contemporaneo. E così, da New York a Berlino, da Parigi a Bruxelles, le parole si fanno ambigue, le condanne a senso unico, e il diritto internazionale diventa un’arma a geometria variabile.

Il Partito Democratico e l’arroganza imperiale

Negli Stati Uniti, la situazione è ancor più esplicita. Il Partito Democratico, che si riempie la bocca di giustizia sociale e diritti civili, ha abbandonato Gaza sotto le bombe. La sua amministrazione ha armato Israele, coperto le sue atrocità, boicottato le risoluzioni ONU e represso duramente le proteste studentesche filo-palestinesi. Non stupisce che molti giovani progressisti, arabo-americani e attivisti abbiano voltato le spalle a Biden: non si perdona la complicità con il genocidio. E forse proprio questa cecità morale, più del carisma fanatico di Trump, è stata la vera condanna dei democratici alle urne.

Giornalismo inginocchiato e intellettuali anestetizzati

Se c’è un luogo dove il panico morale si manifesta in tutta la sua bassezza, è nel giornalismo mainstream. Quando Ramzy Baroud ha perso 56 membri della sua famiglia a Gaza, nessun grande quotidiano occidentale ha pensato di intervistarlo. Nessuna prima pagina, nessun editoriale. Al contrario, una fake news su presunti legami del suo giornale con Hamas ha fatto il giro del mondo. Questo squilibrio di empatia, questa gerarchia dell’umano, non è solo una distorsione informativa: è una forma di disumanizzazione strutturata.

L’intellettuale che scrive di libertà ma tace su Rafah è un ipocrita. Il professore che analizza Foucault ma evita di parlare di apartheid in Cisgiordania è un codardo. Il direttore che pubblica editoriali contro la Russia ma ignora l’uso del fosforo bianco su ospedali palestinesi è un complice.

La repressione come sintomo

E poi c’è la repressione. Il caso Ali Abunimah, arrestato in Svizzera per la sua attività giornalistica. Gli studenti universitari sospesi, minacciati, aggrediti per aver osato sostenere la Palestina. La giornalista Mary Kostakidis processata in Australia per aver detto la verità. Tutto ciò non è altro che il riflesso di un sistema che, nel panico, risponde con l’uso della forza. Non potendo più negare, cerca di zittire.

Ma ogni manganello, ogni censura, ogni licenziamento alimenta la contro-narrazione. Ogni corpo umiliato nei campus americani, ogni bocca tappata nei telegiornali europei, rende più forte quella comunità globale che rifiuta di cedere al panico morale.

Il coraggio della verità

Non tutti si sono piegati. In ogni angolo del mondo, c’è una nuova resistenza morale che cresce. Non sempre parla dai salotti televisivi o dalle aule universitarie, ma urla nelle piazze, nei collettivi, nei podcast indipendenti, nei post censurati sui social. È composta da donne e uomini che hanno scelto la verità, nonostante il prezzo da pagare.

Questa è oggi la sfida: rompere il panico, spezzare il ricatto del silenzio, mettere il nome giusto alle cose. Quello che accade a Gaza è genocidio. Quello che Israele compie è una pulizia etnica sistematica. Quello che l’Occidente fa – tacere, armare, coprire – è complicità attiva.

Verso una Palestina libera

La lotta per la libertà del popolo palestinese non può più attendere i tempi lenti della diplomazia o la timidezza delle opinioni pubbliche anestetizzate. Serve una rete globale di coscienze, una nuova internazionalizzazione della lotta anticoloniale. Una lotta che parte dal coraggio di dire ciò che è giusto, anche se impopolare. Anche se scomodo. Anche se ti costa.

Chi tace oggi, domani sarà giudicato. E non ci sarà alibi. Né la paura, né la carriera, né le accuse di antisemitismo costruite ad arte salveranno chi ha scelto di girarsi dall’altra parte.

Perché nel tempo dell’evidenza assoluta, chi tace è complice.

Mario Sommella è attivista, scrittore e coordinatore responsabile delle politiche sociali e disabilità di Azione Civile. Da anni si occupa di giustizia sociale, diritti civili, comunicazione politica e Palestina.

“Lotta di classe dall’alto: la disfatta delle sinistre, l’avanzata delle destre, il sangue degli ultimi”

“Certo che c’è una lotta di classe. Ma è la mia classe, quella dei ricchi, che la sta facendo. E stiamo vincendo.”
Così parlava Warren Buffett, il miliardario gentile. Non un rivoluzionario in incognito, ma uno dei simboli dell’1% globale. Una confessione che pesa più di mille analisi accademiche: la lotta di classe non è scomparsa, ha solo cambiato direzione. È diventata unilaterale, verticale, silenziosa ma spietata. Si combatte dall’alto verso il basso. E chi la subisce non ha più strumenti né rappresentanza per reagire.

La sinistra, un tempo baluardo dei diritti sociali, si è arresa senza combattere. Ha smesso di essere opposizione per diventare garanzia di sistema. Dal Partito Democratico americano ai suoi cloni europei, compreso l’evanescente PD italiano, la “sinistra di governo” ha adottato la grammatica del neoliberismo, accettando le sue regole e tradendo le sue origini. La finanziarizzazione dell’economia, la deregulation, la precarizzazione del lavoro, il culto del mercato: tutto ciò che un tempo veniva combattuto oggi è amministrato con zelo da coloro che si definiscono progressisti.

Il risultato? Milioni di persone tradite, impoverite, disilluse. Una massa disorganizzata, senza più voce né tutela, che ha smesso di credere nella democrazia rappresentativa. E come ogni vuoto politico e culturale, anche questo è stato colmato: non da movimenti radicali o alternativi, ma dalla destra più estrema, reazionaria e autoritaria.
Negli Stati Uniti il trumpismo non è solo sopravvissuto: è tornato al potere, con Donald Trump nuovamente alla Casa Bianca. Ma oggi è ancora più determinato, più radicale, più organizzato. Dietro la retorica populista si nasconde un progetto sistemico di smantellamento delle istituzioni democratiche, di repressione interna e di ritorno a un suprematismo bianco che divide la società, rafforza le élite economiche e alimenta il mito del nemico interno ed esterno.
In Europa, da Le Pen a Orbán, da Meloni a Vox, le destre marciano. E in Italia, per la prima volta dalla fine del fascismo, governa una destra-destra, xenofoba e autoritaria, che riscrive la storia, reprime la dissidenza e svende diritti in nome dell’ordine.

La deriva è globale. E il sintomo più feroce di questa barbarie sistemica è la Palestina. Lì, in quella terra martoriata, la violenza non è solo militare: è economica, coloniale, razziale. È la manifestazione più cruda di un potere che non conosce limiti, che distrugge per profitto e si legittima attraverso una propaganda ipnotica.
Il governo sionista israeliano agisce come un regime suprematista etnico, fondato su una visione teocratica del potere e sulla convinzione della superiorità del “popolo eletto”. Non solo commette un genocidio, ma mette in atto un apartheid sistemico, pianificato, volto a cancellare l’identità, la storia e l’esistenza stessa del popolo palestinese. E l’Occidente, che predica diritti e democrazia, guarda, tace o applaude. Complici le sinistre addomesticate, prigioniere del ricatto atlantista.

E allora sì, ha ragione Bernie Sanders: tutto ciò che ci dicevano fosse il comunismo — la perdita del potere politico, dei beni, della dignità — ce lo ha inflitto il capitalismo stesso. Il volto attuale del capitalismo non è quello delle fabbriche, ma dei fondi speculativi. Non crea ricchezza: la concentra. Non eleva: sotterra. Non libera: opprime. Accumula nelle mani di pochi e distrugge le vite dei molti. Svuota le parole, sbriciola le conquiste sociali, trasforma la guerra in business e la miseria in colpa individuale.

Lottare oggi significa disertare il linguaggio del potere, denunciare le sue menzogne, e unirsi a chi resiste — da Gaza a Napoli, da Chicago a Parigi. Serve una nuova internazionalità della rabbia, una nuova alleanza tra oppressi. Perché se la lotta di classe continua, è tempo di invertire la direzione del fuoco.