L’ennesima provocazione sulla Spianata delle Moschee di Gerusalemme, orchestrata dal ministro della Sicurezza Nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir e da oltre un migliaio di coloni fanatici, non è solo l’ennesima sfida al diritto internazionale e all’equilibrio precario tra le religioni. È, soprattutto, la cartina di tornasole di un intero sistema politico e sociale che si sta trasformando in laboratorio del consenso genocidario, dove la responsabilità collettiva si fonde all’indifferenza e all’assuefazione al crimine.
In Occidente ci ostiniamo ancora a parlare di “Israele, unica democrazia del Medio Oriente”, dimenticando che democrazia non è soltanto sommare i voti nelle urne, ma implica un’etica pubblica, la tutela dei diritti umani, il rispetto della minoranza e l’assunzione di responsabilità di fronte all’ingiustizia. Nel 2024, invece, ci troviamo di fronte a uno Stato che elegge democraticamente un governo di fanatici e suprematisti, mentre la maggioranza della popolazione tace, approva o, peggio ancora, celebra la distruzione sistematica di un popolo confinante.
Dal suprematismo religioso al consenso diffuso
L’irruzione sulla Spianata delle Moschee, con canti, preghiere e balli provocatori, non è una devianza rispetto alla normalità: è la normalità. Ben-Gvir, insieme al suo seguito, ha dichiarato con orgoglio l’intenzione di annientare Gaza, espellere i palestinesi, annientare Hamas fino all’ultimo uomo e imporre la “sovranità” ebraica su Gerusalemme e sull’intera Palestina storica. Parole che, fino a pochi anni fa, sarebbero suonate inaccettabili persino nei talk-show più estremi; oggi sono moneta corrente della politica di governo, amplificate dai media israeliani e accolte senza scandalo dalla pubblica opinione.
Il dato che inquieta più di tutti è proprio questo: non siamo di fronte a una dittatura militare, a una giunta di generali o a una setta di fanatici imposta con la forza. Siamo davanti a un sistema politico che trae la sua forza dal consenso elettorale, da una maggioranza popolare che sostiene, giustifica, razionalizza e interiorizza la guerra perpetua contro i palestinesi. Non c’è resistenza di massa, non c’è sollevazione popolare contro il piano di sterminio. Ci sono, certo, minoranze coraggiose e voci dissidenti, ma sono relegate ai margini, spesso perseguitate, tacciate di “tradimento nazionale”, isolate dal mainstream.
La fame come arma, il silenzio come complicità
I numeri snocciolati dalle Nazioni Unite e dalle autorità di Gaza sono agghiaccianti e meritano di essere ricordati, perché dietro ogni tonnellata di aiuti negati c’è un bambino che muore, un anziano che si spegne, una famiglia che sprofonda nell’abisso della disperazione. Israele ha bloccato più di 22.000 camion di aiuti umanitari dall’inizio dell’assedio, lasciando entrare solo le briciole – e anche queste in larga parte saccheggiate, disperse o impedite nella distribuzione. Solo il 10% degli aiuti riesce a raggiungere effettivamente chi ne ha bisogno. Nei pressi dei punti di distribuzione, centinaia di palestinesi vengono uccisi a sangue freddo, in quello che appare come un calcolo glaciale: lasciare che la fame e il terrore facciano il lavoro sporco che la diplomazia non osa dichiarare apertamente.
Il premier Netanyahu, ormai prigioniero delle sue stesse alleanze con l’estrema destra religiosa e coloniale, prende tempo e rimanda le decisioni mentre la macchina della morte prosegue il suo lavoro. Nessun passo indietro, nessun gesto di umanità: l’obiettivo dichiarato è la pulizia etnica, la concentrazione dei palestinesi a Rafah in una “città umanitaria” che sa di ghetto e di preambolo a un’espulsione di massa.
Quando il genocidio è socialmente accettato
A rendere ancora più grottesca e tragica questa vicenda è la totale indifferenza, quando non il sostegno attivo, della maggior parte della popolazione israeliana. I sondaggi dicono che la maggioranza degli israeliani non solo approva l’operato del governo, ma ne chiede addirittura una linea più dura. La società civile israeliana, salvo rare eccezioni, si è allineata allo stato di guerra permanente, ha interiorizzato la logica dell’assedio, del muro, della segregazione e della punizione collettiva. La sofferenza palestinese non è più vista come conseguenza inevitabile del conflitto, ma come condizione desiderata, necessaria, persino giusta. La narrazione dominante trasforma le vittime in colpevoli, i carnefici in difensori della civiltà occidentale, il genocidio in legittima difesa.
Dall’altra parte, la comunità internazionale balbetta, si limita a rituali diplomatici e gesti simbolici – come il riconoscimento, tardivo e irrilevante, dello Stato di Palestina da parte di alcune cancellerie europee. Un gesto che, nella sostanza, non cambia nulla mentre sul campo si consuma la distruzione di una nazione.
La democrazia che elegge il crimine
Il punto di fondo che occorre denunciare senza ambiguità è che in Israele oggi si sta consumando non solo un genocidio materiale, ma una crisi radicale del concetto stesso di democrazia. Quando una maggioranza popolare – educata, informata, partecipe – elegge un governo che fa del crimine il proprio programma, la democrazia cessa di essere garanzia di giustizia e si trasforma in strumento di legittimazione della violenza.
Questa non è una aberrazione passeggera, ma il prodotto di un lungo processo di radicalizzazione, alimentato da decenni di occupazione, apartheid, propaganda suprematista e complicità internazionale. È la “banalità del male” che torna a imporsi nella storia: non serve più il dittatore sanguinario, il consenso popolare basta e avanza per coprire ogni atrocità.
Oltre il muro dell’indifferenza
Il compito di chi si oppone oggi non è solo denunciare il crimine, ma smascherare la complicità collettiva, chiamare alla responsabilità non solo i politici e i generali, ma anche i cittadini comuni, i media, gli intellettuali, le istituzioni che hanno scelto di voltare la testa dall’altra parte. Non possiamo più accettare la favola di una “Israele democratica” che sarebbe ostaggio di una minoranza estremista: la realtà è che la democrazia israeliana, nella sua maggioranza, ha scelto la strada dell’apartheid, della guerra permanente, della cancellazione dell’altro.
In questa tragedia, il futuro non si gioca solo a Gaza, tra le macerie e i campi di sfollati, ma nella coscienza di ciascuno di noi. La storia giudicherà non solo i carnefici, ma anche chi ha taciuto, chi ha giustificato, chi si è rifugiato nell’indifferenza. E, forse, ci sarà chi un giorno saprà raccontare che in un’epoca di democrazie apparenti, la complicità delle masse è stata la più efficace delle armi di distruzione.
Fonti
• Articolo del Fatto Quotidiano, 4 agosto 2025
• Rapporti ONU sugli aiuti umanitari a Gaza, luglio-agosto 2025
• Dichiarazioni di Ben-Gvir, Halevi, Katz, Netanyahu su X e stampa israeliana
• Dati del Waqf e del governo di Gaza
• Sondaggi di opinione israeliani 2024-2025