La fame non è soltanto una tragedia individuale: è spesso una strategia deliberata nei contesti di guerra, un’arma invisibile e devastante. Nel 2022, secondo il rapporto Under Threat della Commissione Lancet–IAS, tra 691 e 783 milioni di persone vivevano in condizioni di insicurezza alimentare. Molti di loro erano in Paesi colpiti da conflitti e instabilità politica, dove lo sfollamento, la distruzione delle infrastrutture e l’interruzione delle catene di approvvigionamento hanno aggravato la crisi ben oltre la fine delle ostilità.
Crisi drammatiche si osservano in Sudan, Afghanistan e Yemen, dove guerre prolungate hanno causato carestie e milioni di morti non solo per le bombe, ma per fame, malattie e mancanza di assistenza.
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Gaza: la tragedia nel cuore del conflitto
A fine luglio 2025, l’Integrated Food Security Phase Classification (IPC) ha classificato Gaza come Fase 5: Catastrofe, il livello estremo di emergenza alimentare. Circa 500.000 persone (il 22% della popolazione) soffrono di fame estrema; il resto vive condizioni di emergenza o crisi, senza prospettive di sollievo—se non si interviene immediatamente.
Bambini e madri in pericolo: Oltre 71.000 bambini e più di 17.000 donne incinte o in allattamento sono affetti da malnutrizione acuta. L’OMS segnala quasi 12.000 bambini sotto i cinque anni in condizioni gravi, con oltre 99 decessi dall’inizio dell’anno.
Morti inseguendo la sopravvivenza: Centinaia di civili—compresi circa 100 bambini—sono morti mentre cercavano disperatamente cibo o acqua sotto bombardamenti, assedio e violenza costante.
Accesso agli aiuti: un miraggio: Solo il 14% delle forniture necessarie è arrivato, mentre convogli umanitari vengono bloccati o attaccati. L’ONU ha descritto la situazione come “starvation, pura e semplice”.
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Privatizzazione degli aiuti: il caso della Gaza Humanitarian Foundation (GHF)
Dal maggio 2025, la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), un’iniziativa private sostenuta da USA e Israele, ha assunto il ruolo centrale nella distribuzione del cibo a Gaza .
• Operando attraverso un modello militarizzato con soli quattro hub, custoditi da contractor americani e sorvegliati a distanza dalle IDF, il piano sostituisce il sistema UN basato su centinaia di punti distribuiti capillarmente .
• Le denunce da parte di organizzazioni come ONG, MSF, Amnesty International, UN e Oxfam sono unanimi: si parla di abilità distruttiva del sistema umanitario, di trappole mortali in cui la gente muore cercando cibo, e di strumentalizzazione politica dell’aiuto .
• Le violenze ai punti GHF sono documentate con dati drammatici: oltre 1.300 Palestinesi uccisi nel tentativo di raggiungere gli hub, in incidenti attribuiti a IDF o contractor, e decine di migliaia di feriti .
Cronaca di una tragedia annunciata
• MSF ha parlato di “matanza orquestada”, definendo i centri come trappole mortali. Medici hanno documentato feriti severi, spesso nel pieno caos della violenza .
• Un’inchiesta del Guardian ha evidenziato come molti feriti abbiano subito colpi calibro IDF, spesso sincronizzati con i momenti di distribuzione .
• Il Financial Times ha descritto i campi della GHF come “death traps”, chiedendosi se la privatizzazione e la militarizzazione stiano aggravando la mortalità anziché alleviarla .
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Il quadro globale della fame nei conflitti
Lungo tutta la Terra, la fame assume forme sistemiche:
• Sudan: oltre 25 milioni di persone hanno bisogno di assistenza alimentare, con oltre 755.000 bambini malnutriti.
• Yemen: circa 17 milioni vivono nell’insicurezza alimentare, con oltre 2 milioni di bambini gravemente malnutriti.
• Haiti: quasi 5 milioni (il 50% della popolazione) in grave insicurezza alimentare, acuita da crisi politica e disastri.
In tutti i casi, la fame non è accidente, ma frutto di conflitti, crisi economiche, cambiamenti climatici e manipolazione dell’accesso al cibo come leva di potere.
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Cosa è urgente fare
1. Demilitarizzare la distribuzione: smantellare il sistema GHF e tornare a un meccanismo UN basato su capillarità, neutralità e accesso sicuro.
2. Garantire accesso incondizionato: cessazione delle ostilità e apertura stabile dei canali umanitari.
3. Ripristinare le strutture locali: sanitarie, agricole, idriche, per sicurezza alimentare sostenibile.
4. Chiedere responsabilità legali: per chi ha deliberatamente violato i diritti umani e utilizzato la fame come arma.
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Conclusione
La fame nelle guerre non è mai naturale. A Gaza, la privatizzazione della distribuzione – come con la GHF – ha trasformato l’aiuto in un pericolo fatale. Spezzare questa catena di morte richiede una forte risposta internazionale, per restituire dignità e sopravvivenza a milioni di persone. Restare neutrali non è più un’opzione: ora è tempo di agire.