Accordo UE‑USA: dazi al 15 %, ma il governo Meloni minimizza i rischi

L’accordo raggiunto tra Unione Europea e Stati Uniti il 27 luglio scorso – siglato dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e dal presidente Trump – prevede un dazio uniforme del 15 % sulle esportazioni europee verso gli USA, al posto dei dazi precedenti medi intorno al 4,8 %.

La premier italiana Giorgia Meloni ha definito l’intesa come “positiva” e “una base sostenibile”, a patto che il 15 % non si sommi ai dazi già in vigore. Tuttavia, ha ammesso di non conoscere ancora i dettagli e ha sottolineato la necessità di maggiori chiarimenti sui settori più sensibili come farmaceutica, automotive e agricoltura.

Le opposizioni e le associazioni di categoria in Italia sono durissime: l’accordo è visto come una vera e propria resa al volere americano, che sacrifica le imprese italiane sull’altare di un consenso continentale debole. Le stime parlano di una perdita annuale fino a 23 miliardi di euro e di oltre 100.000 posti di lavoro a rischio nel settore export italiano verso gli Stati Uniti.

Critiche arrivano anche da Berlino e Parigi: il cancelliere Friedrich Merz denuncia danni notevoli all’economia tedesca, mentre il premier Bayrou definisce il risultato europeo una capitolazione a Trump.

In questo contesto, il governo Meloni appare più preoccupato di mantenere buoni rapporti con Washington che di difendere realmente gli interessi economici e produttivi dell’Italia. Le dichiarazioni caute della premier, anziché rappresentare una difesa decisa del Made in Italy, confermano la scelta di campo di un esecutivo sempre più subordinato agli indirizzi statunitensi.

È dunque necessario aprire un dibattito pubblico serio e trasparente su questo accordo, che rischia di affossare l’industria e l’export italiani. La politica non può continuare a piegarsi agli interessi di Washington: occorre una mobilitazione civile e politica per difendere la sovranità economica del nostro Paese e impedire che le scelte di pochi compromettano il futuro di milioni di lavoratori.

Dazi e armi: l’Europa si piega a Trump

Un accordo capestro che ipoteca economia e sovranità
15% di dazi, 50% su acciaio e alluminio, e il conto delle armi: l’Europa paga, Trump incassa

Il summit di Scozia ha consegnato all’opinione pubblica un risultato che Donald Trump ha definito “un grande successo”. Ursula von der Leyen si è limitata a dire che “poteva andare peggio”. Ma la verità è che siamo di fronte a un accordo capestro, che penalizza l’Europa e regala agli Stati Uniti un vantaggio schiacciante.

Il patto prevede dazi al 15% su tutte le merci europee esportate negli USA, con un’aggravante: acciaio e alluminio restano al 50%, colpendo due settori fondamentali per la filiera industriale. Nel frattempo, le merci americane continuano a entrare in Europa a dazio zero.

A ciò si aggiunge l’impegno, sottoscritto dalla Commissione europea, a comprare energia e sistemi di difesa americani per 750 miliardi di dollari, di cui ben 600 miliardi destinati ad armamenti. Un assegno che copre l’intero mandato di Trump e che sancisce la subordinazione europea agli interessi di Washington.

Un compromesso che sa di resa

Non è un accordo: è una resa. Germania e Francia lo hanno definito apertamente “squilibrato e insostenibile”. E non a torto. La retorica sull’“esercito europeo” si scioglie davanti a questi numeri: un esercito comune senza una vera Europa politica e senza una finanza unitaria è un miraggio, utile solo come alibi per giustificare la spesa militare a favore del Pentagono.

Il contributo aggiuntivo del 5% richiesto agli alleati della NATO è la prova lampante. Non è cooperazione, non è difesa condivisa: è un pizzo imposto da Washington, e Bruxelles ha accettato senza battere ciglio.

L’Italia tra i più colpiti

L’Italia è tra i paesi più esposti. L’11% della nostra occupazione dipende dall’export verso gli Stati Uniti. Confindustria stima una perdita di 22,6 miliardi di euro di export, di cui solo dieci recuperabili su altri mercati.

I settori più penalizzati saranno:
• macchinari (–4,3 miliardi)
• farmaceutica (–3,4 miliardi)
• alimentare (–1,8 miliardi)
• automotive (–1,3 miliardi)

Tradotto: decine di migliaia di posti di lavoro in bilico. E tutto questo mentre il governo italiano — che solo pochi mesi fa giudicava “insostenibili” dazi superiori al 10% — oggi canta vittoria per un accordo che mette a rischio la nostra economia.

Sovranismo al contrario

Il paradosso è evidente: chi predica sovranità nazionale si piega senza condizioni al diktat della Casa Bianca. Si chiama “difesa dell’Occidente”, ma nei fatti è un atto di sudditanza economica e politica.

I 600 miliardi destinati alle armi americane equivalgono a quanto servirebbe per un piano straordinario di investimenti in sanità, scuola, ricerca e transizione ecologica. Invece, l’Europa si priva di queste risorse per ingrassare l’industria bellica statunitense.

Un accordo fragile e pericoloso

Il documento non chiude nulla. Come già visto con Giappone e Canada, l’accordo è privo di dettagli vincolanti e lascia a Trump margini per reinterpretazioni future. La cosiddetta tregua commerciale rischia di trasformarsi in nuove sorprese spiacevoli.

Organizzarsi, non rassegnarsi

La verità è semplice: 15% di dazi su tutte le merci, 50% su acciaio e alluminio, 0% sui prodotti americani. Più il pizzo del 5% in spese NATO. Questo sarebbe un accordo?

Non siamo davanti a un compromesso, ma a una sottomissione. E mentre Trump brinda al successo, l’Europa e l’Italia pagano il conto.

Di fronte a questo scenario, non resta che organizzarci: per chiedere trasparenza, per pretendere una vera politica economica e sociale europea, e per smascherare l’inganno di chi, in nome della “sicurezza”, ci sta trascinando verso una spirale di precarietà economica e militarizzazione.

Muoiono gli operai, vivono i profitti: l’Italia che ignora la sicurezza sul lavoro

Introduzione: la strage silenziosa

Mentre la propaganda istituzionale esibisce tricolori, slogan e passerelle per la “Festa del Lavoro”, il lavoro vero muore. Letteralmente. Tre operai precipitati da un cestello a Napoli, uno schiacciato da un muletto nel Bresciano, altri che continueranno ad aggiungersi al bollettino quotidiano delle “morti bianche”, in realtà spesso nere come il bitume che trasportavano. Non sono fatalità. Sono esecuzioni per omissione: omissione di prevenzione, omissione di investimenti, omissione di rispetto per la vita umana.

Fra gennaio e maggio 2025, secondo i dati Inail, sono morte 378 persone “sul lavoro”, incluse quelle decedute nel tragitto casa-lavoro. L’anno scorso erano state 362 nello stesso periodo. Non è una crisi passeggera. È un trend. Un massacro silenzioso e sistemico. Eppure, i fondi per la sicurezza rimangono promesse, al massimo giochetti contabili.

  1. La propaganda del potere: promesse, slogan, e bilanci riciclati

Lo scorso Primo Maggio, Giorgia Meloni annunciava trionfalmente uno stanziamento di 1,2 miliardi per la sicurezza nei luoghi di lavoro. Ma scavando tra le cifre, la realtà è un’altra: quei soldi non sono nuovi. I 650 milioni “aggiuntivi” sono in realtà il riciclo di fondi residui mai utilizzati dai bandi precedenti dell’Inail. Gli altri 600 milioni erano già stati destinati con un bando del 2024, ancora in corso. Nulla di strutturale, nulla di certo, nulla di davvero nuovo.

Non si tratta, dunque, di una manovra straordinaria contro una tragedia nazionale, ma di una operazione contabile, utile a costruire una narrazione politica di efficienza e attenzione sociale. Un racconto che si sgretola di fronte a ogni operaio che cade da un ponteggio, muore folgorato da un quadro elettrico, o viene schiacciato da una macchina senza protezioni.

  1. La macchina inceppata dell’Inail: sicurezza sacrificata al mattone

A complicare ulteriormente la situazione, c’è un altro scandalo, passato quasi sotto silenzio. Il Consiglio di Indirizzo e Vigilanza (Civ) dell’Inail ha lanciato l’allarme: i fondi destinati alla sicurezza potrebbero essere prosciugati per finanziare il piano di valorizzazione immobiliare del Ministero dell’Economia. Il governo ha infatti imposto all’Inail di versare oltre un miliardo di euro a Invimit, una società statale che gestisce fondi immobiliari e si occupa anche di studentati, housing sociale e rigenerazione urbana.

Il rischio è evidente: spostare risorse dalla sicurezza dei lavoratori alla speculazione edilizia mascherata da rigenerazione urbana. Non è difficile immaginare quali interessi si muovano dietro questo scambio, in un Paese dove la commistione tra finanza, cemento e politica è cronica.

  1. Cantieri sotto il sole, lavoratori sotto terra

Nel Sud, mentre le temperature superano i 40 gradi, molti cantieri continuano a operare in spregio alle ordinanze anti-caldo. Le norme ci sono, ma non vengono rispettate. Perché? Perché i controlli sono pochi, le sanzioni blande, e la vita di un lavoratore vale meno del costo di una giornata di fermo. Secondo l’Ispettorato Nazionale del Lavoro, nel 2024 oltre il 75% dei cantieri controllati presentava irregolarità. Ma i controlli coprono appena una minima parte del territorio.

In Italia abbiamo circa 2.000 ispettori per controllare più di 4 milioni di imprese. È come voler spegnere un incendio con un bicchiere d’acqua.

  1. Le vere priorità del governo: guerra, cemento e repressione

Mentre si lesina sulla sicurezza dei lavoratori, il governo Meloni trova risorse per tutto il resto: armamenti, missioni militari, fondi straordinari per le grandi opere (il Ponte sullo Stretto in primis), incentivi all’edilizia privata, e ora anche versamenti all’immobiliare pubblico con finalità discutibili.

Intanto, l’Inail è strozzata, i bandi rallentano, le trattative con i sindacati procedono a rilento e i lavoratori continuano a cadere. Sotto questa gestione, la vita umana sembra diventata una voce di spesa da tagliare, non un diritto da proteggere.

  1. Uomini e numeri: un Paese che ha smarrito il valore del lavoro

Le storie dietro i numeri sono spesso ignorate. I tre operai morti a Napoli avevano 67, 62 e 56 anni. Età da pensione, non da cantieri. Segno di un Paese invecchiato, dove si lavora fino all’ultimo respiro. Dove si muore per portare a casa uno stipendio che spesso non basta neanche a vivere.

Eppure, questi morti non generano indignazione di massa, non scatenano proteste di piazza. Vengono raccontati nei trafiletti dei giornali, citati in qualche talk show, e poi dimenticati. Perché? Perché la cultura dominante ha trasformato il lavoro da diritto e dignità in merce e ricatto. E chi muore, in fondo, “stava solo facendo il suo lavoro”.

Conclusione: non è un incidente. È un sistema che uccide

Quando si continua a morire per mancanza di dispositivi, per mancanza di formazione, per mancanza di controlli, non si tratta più di incidenti. È un sistema che uccide, scientemente. È uno Stato che abdica al proprio dovere di tutela, mentre garantisce libertà e profitti a chi sfrutta e non rispetta le regole.

Serve una rivoluzione culturale e politica. Servono più ispettori, più fondi veri, più poteri ai rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza. Serve mettere la vita davanti al profitto. Perché ogni volta che uno di noi cade da un’impalcatura, è la nostra coscienza collettiva a crollare con lui.

Fonti:
• Inail, “Open data sugli infortuni sul lavoro” – aggiornamento maggio 2025
• Ispettorato Nazionale del Lavoro, rapporto annuale 2024
• Ministero dell’Economia – Comunicazioni su Invimit, luglio 2025
• Il Fatto Quotidiano, 26 luglio 2025
• Repubblica, 4 luglio 2025
• CGIL – Dossier sulla sicurezza nei luoghi di lavoro 2025
• Osservatorio Nazionale Morti sul Lavoro – Dati 2025

Il piano eversivo è servito: dalla P2 al Premierato, l’Italia nel mirino del neocentrismo autoritario

La storia insegna, ma raramente viene ascoltata. E quando lo è, spesso viene manipolata. C’è un filo rosso – o meglio, un filo nero – che lega la loggia P2 di Licio Gelli all’attuale stagione politica italiana: un disegno di accentramento del potere, di demolizione dei contrappesi democratici, di progressivo svuotamento delle garanzie costituzionali. La recente riforma della giustizia approvata in Senato, insieme al progetto di premierato e all’autonomia differenziata della Lega, non sono provvedimenti scollegati o tecnicismi istituzionali: sono tasselli di un disegno organico che trova la sua genesi proprio nel Piano di Rinascita Democratica redatto dal Gran Maestro della P2.

Il ritorno del pensiero piduista: il potere come verticalizzazione

Nel 1981, quando vennero alla luce gli elenchi della loggia massonica segreta P2, l’Italia scoprì di essere già dentro un’ombra. Quel piano, scritto da Gelli, non era soltanto un programma per influenzare il sistema, ma un progetto di ristrutturazione profonda delle istituzioni repubblicane. Al centro di quel disegno c’era la volontà di depotenziare la magistratura, subordinare i media, ridurre il Parlamento a un mero passacarte, e concentrare il potere nell’esecutivo.

A distanza di oltre quarant’anni, quegli obiettivi stanno prendendo forma sotto una nuova veste, con nuove parole d’ordine: “governabilità”, “efficienza”, “decisionismo”. Ma il cuore dell’operazione è lo stesso: spezzare l’equilibrio tra i poteri previsto dalla Costituzione per riconsegnare le chiavi del Paese a un’oligarchia tecnocratica e autoritaria. E chi ancora oggi ritiene che evocare Gelli sia una forzatura, dovrebbe leggere – o rileggere – il suo Piano di Rinascita. Quelle parole risuonano inquietantemente familiari.

Il vero obiettivo: il pensiero collettivo dei magistrati

La riforma della giustizia, così come proposta dalla maggioranza di governo, non si limita alla separazione delle carriere, un tema che da anni polarizza la politica italiana. La vera sostanza sta nella demolizione dell’architettura di autogoverno della magistratura: due CSM distinti, un’Alta Corte disciplinare politicizzata, e l’introduzione del sorteggio per l’elezione dei togati. L’obiettivo non è tecnico, ma culturale: smantellare quel “pensiero collettivo” che ha reso la magistratura un corpo autonomo e capace di produrre giurisprudenza controcorrente, scomoda, talvolta rivoluzionaria.

Come scriveva Gelli: «Ricondurre la magistratura alla sua tradizionale funzione di equilibrio, e non già di eversione». Un pensiero inquietantemente simile all’attuale narrativa della destra, secondo cui la magistratura – specialmente quella che indaga sui crimini del potere, sugli abusi delle forze dell’ordine o sui decreti disumani in tema di immigrazione – sarebbe “politicizzata”, “ideologica”, quindi da neutralizzare.

Dalle celle alle leggi: il carcere come specchio dell’autoritarismo

La presidente Meloni, nel suo recente videomessaggio, ha messo in scena una retorica pericolosa: “In passato si adeguavano i reati al numero dei posti disponibili nelle carceri. Noi riteniamo viceversa che uno Stato giusto debba adeguare la capienza delle carceri al numero di persone che devono scontare una pena”. In apparenza, una frase di buon senso. Ma dietro l’enunciato si cela un disegno ben più oscuro: il carcere come strumento ordinario di governo, e non come extrema ratio, come stabilito dal diritto liberale.

Le carceri diventano così il termometro del nuovo ordine morale: mamme incinte, dissidenti, migranti, attivisti per la pace, ambientalisti, chiunque infranga il dogma dell’obbedienza può diventare carne da cella. Il garantismo costituzionale viene silenziato, e al suo posto emerge una giustizia punitiva, esemplare, selettiva.

Il premierato e l’autonomia differenziata: demolizione dei contrappesi

La riforma sul premierato – che assegna al presidente del Consiglio poteri monocratici senza precedenti – si combina perfettamente con l’autonomia differenziata, il progetto calderoliano di frammentazione della Repubblica. Mentre il vertice si consolida in un uomo solo al comando, la base viene smembrata lungo linee regionali, creando una repubblica diseguale dove il diritto alla salute, all’istruzione o all’assistenza varia da regione a regione.

È l’architettura perfetta per un potere che non vuole più mediazioni: né dai parlamenti, né dai giudici, né dalle autonomie territoriali. Il premier eletto direttamente dal popolo diventa il sovrano dell’epoca moderna, mentre i diritti si dissolvono nella nebbia del regionalismo egoista e della giustizia asservita.

Il referendum sulla giustizia: un bivio per la democrazia

In questo contesto, il referendum sulla giustizia potrebbe rappresentare l’ultima occasione per opporsi a questa deriva. Nonostante l’inammissibilità del referendum contro l’autonomia differenziata – un errore strategico imperdonabile – resta questo voto popolare come unica possibilità per bloccare un treno in corsa verso il centralismo autoritario.

Il popolo italiano sarà chiamato non a difendere corporazioni, ma a decidere se vuole continuare a vivere in una Repubblica fondata sulla separazione dei poteri, sull’indipendenza della magistratura, sulla solidarietà tra territori. Oppure se accetta di essere governato da un’oligarchia che, come ai tempi della P2, agisce nell’ombra per “rivoltare l’Italia come un calzino”.

Conclusione: il passato che non passa

L’Italia non è mai uscita davvero dall’orbita del pensiero piduista. Lo ha solo silenziato per decenni, salvo poi vederlo riemergere nei momenti di crisi. Oggi non si chiama più “rinascita democratica”, ma “riforme per la modernità”, “lotta alla burocrazia”, “governabilità”. Ma l’anima è la stessa: demolire ciò che resta del patto antifascista del 1948, e riedificare uno Stato verticale, identitario, repressivo. Non possiamo permettere che ciò avvenga nel silenzio, né nell’indifferenza. Perché chi dimentica la P2 è destinato a viverla di nuovo – sotto altri nomi, ma con la stessa ambizione totalitaria.

Fonti utilizzate e consigliate per approfondimento:
• Piano di Rinascita Democratica, Licio Gelli (1980)
• Art. 104 della Costituzione Italiana
• Dichiarazioni di Giorgia Meloni, 5 febbraio 2024 e luglio 2025
• Proposte di riforma del Premierato e Autonomia Differenziata – Senato della Repubblica
• Interviste a Roberto Calderoli – Corriere del Veneto, luglio 2025
• Analisi di Gian Carlo Caselli, MicroMega (2024)
• Archivio P2 – Commissione Anselmi (1981)

“Educare alla guerra: la nuova religione del capitalismo europeo”

L’Italia è in guerra. Non una guerra dichiarata con carri armati al confine, ma una guerra culturale, ideologica, economica. Una guerra silenziosa, subdola, ma incessante. E il campo di battaglia è l’opinione pubblica. Da tempo ormai, i grandi quotidiani – con Il Corriere della Sera in testa – hanno abbandonato ogni parvenza di imparzialità per assolvere a una funzione ben più antica: non informare, ma educare. Educare alla guerra. E, soprattutto, educare al sacrificio sociale come prezzo inevitabile per la sicurezza armata. In altre parole: abituare gli italiani alla guerra, rieducandoli a rinunciare al welfare per finanziare il warfare.

Il lessico del dominio: come si costruisce l’abitudine al sacrificio

Un articolo apparso sul Corriere della Sera il 12 luglio 2025 a firma dei professori Maurizio Ferrera e Stefano Sacchi ne è il perfetto esempio. I due docenti, con tono rassicurante da pedagoghi del potere, iniziano la loro apologia bellica evocando la figura dell’arcivescovo di Canterbury e il suo “welfare state” contrapposto al “warfare state” nazista, da cui solo la guerra avrebbe potuto salvare l’Europa.

Il loro ragionamento è chiaro quanto insidioso: senza sforzo militare non ci sarebbe stato welfare; dunque, oggi, per difendere quel modello sociale europeo, sarebbe necessario tornare a investire massicciamente in armi e difesa. Si tratta di un ribaltamento logico e storico che punta a convincere la cittadinanza che i tagli a sanità, pensioni e scuola siano sacrifici nobili, necessari, inevitabili. “Si vult salus sanitaque, para bellum”, parafrasano ironicamente gli autori dell’articolo. Se vuoi la salute pubblica, prepara i missili.

La nuova dottrina: 5% del PIL per la guerra

Secondo i due editorialisti, per affrontare la nuova “minaccia” – ovviamente la Russia di Vladimir Putin – l’Europa dovrà portare le sue spese militari al 5% del PIL entro il 2035. Una cifra mostruosa, che significherebbe centinaia di miliardi sottratti ogni anno a servizi essenziali. Ma poco importa: per salvaguardare “la stabilità del nostro modello sociale” – ovvero il capitalismo europeo – non si può badare a spese.

Un refrain già ripreso, appena sette giorni prima, dallo stesso Paolo Gentiloni, che in un’altra omelia sempre sul Corriere spiegava con candore che bisogna “far entrare nelle teste delle persone” che non c’è più una difesa esterna e che quindi è necessario armarsi. In parole povere: convincere i cittadini a tagliarsi da soli la carne viva del welfare per fabbricare armi da guerra, possibilmente comprate dagli Stati Uniti.

L’ipocrisia democratica: decisioni senza parlamento

Dietro la retorica accademica, però, si cela una realtà ben più sporca: gli impegni di spesa militare, come quelli con la NATO, vengono presi regolarmente senza passare dal Parlamento. Le persone comuni vengono informate solo a cose fatte. E chi si oppone? Poco male. I dati vanno manipolati, le statistiche orientate. Come quelle raccolte dai due professori: “L’opinione pubblica italiana appare consapevole della necessità di investire di più nella difesa”. Peccato che, secondo le stesse fonti accademiche, gli italiani siano anche i più contrari in Europa a tagli nel settore del welfare. Forse perché, dopo vent’anni di macelleria sociale, ne conoscono già gli effetti sulla propria pelle.

Opinione pubblica o opinione manipolata?

Il dato più paradossale è proprio questo: mentre i media di regime propagano il verbo bellicista, i cittadini sembrano mantenere un istinto di sopravvivenza. Secondo il progetto SCOaPP, meno del 10% degli italiani sarebbe disposto ad accettare un aumento della spesa militare a discapito di sanità e assistenza sociale. E anche il dato apparentemente preoccupante riportato da Davide Caprioglio – un 48,7% favorevole a un “riarmo nazionale” – va contestualizzato: è il valore più basso d’Europa, e risente fortemente dell’impatto mediatico quotidiano che bombarda le coscienze.

Tra dichiarazioni apocalittiche sulla “minaccia russa”, commenti televisivi ripetuti all’infinito, manipolazioni semantiche e una pedagogia scolastica sempre più militarizzata, l’obiettivo è evidente: preparare le menti dei giovani e degli adulti a considerare normale il riarmo. Persino desiderabile.

Guerra e nazionalismo: i fratelli siamesi del neoliberismo

E così, in parallelo alla grancassa militarista, risuona un’altra nenia martellante: quella dell’“italianità”. Tutto deve essere italiano: la colazione, i gusti, i panorami, le emozioni. Una strategia ben nota: il nazionalismo serve a creare una falsa coesione identitaria utile alla guerra. Chi non si riconosce nella patria, chi non canta gli inni, chi non esibisce bandiere, è un traditore. Un nemico interno. Un potenziale sabotatore.

I richiami alle “gesta eroiche” dell’esercito italiano nelle campagne coloniali di Mussolini non sono un dettaglio nostalgico, ma una strategia comunicativa. Rieducare le masse attraverso una mistica bellica che si traveste da amor di patria.

L’esercito europeo: la guerra che c’è già

Secondo Ferrera e Sacchi, l’opinione pubblica italiana sarebbe anche favorevole alla creazione di un esercito europeo. Un’idea che, a ben guardare, è già realtà. Le cosiddette “missioni di pace” in Medio Oriente, in Africa, nei Balcani sono da anni il volto militare dell’Europa, mascherato da “cooperazione umanitaria”. Missioni dove si bombarda, si reprime, si sorveglia.

L’idea di centralizzare la difesa europea è solo l’ultimo tassello per trasformare la NATO in un’entità organica al potere continentale. Una forza armata sovranazionale utile a sopprimere non solo nemici esterni, ma anche eventuali rivolte interne.

Il capitalismo non vuole la pace. La produce a rate… armate

Il quadro che emerge è chiaro: l’Europa non è minacciata da Mosca, ma dalla propria sete di profitti. L’unico vero ostacolo alla pace è la “inaccettabile” richiesta russa di una Ucraina smilitarizzata. Per le élite europee, smilitarizzare Kiev significherebbe rinunciare a miliardi di euro in commesse, sfruttamento della manodopera e tangenti sulle forniture belliche. Non possono permetterselo.

Così Parigi, Berlino, Varsavia, Copenaghen, Roma e tutte le capitali del vecchio continente si affannano a costruire fabbriche d’armi in Ucraina, sperando che la guerra continui quel tanto che basta a rimpinguare bilanci e dividendi. La Francia, ad esempio, ha stanziato 431 miliardi di euro per l’esercito nel 2026. La Russia, “stato guerrafondaio” per definizione, si ferma a 140 miliardi. E nel complesso, l’Europa spende già il 58% in più in armamenti rispetto a Mosca.

Dunque, chi sta minacciando chi?

Conclusione: la guerra come destino del capitale

“Le guerre sono stadi inevitabili del capitalismo”, scriveva Lenin. Non sono eccezioni, ma tappe del suo sviluppo. E l’Europa di oggi, travestita da umanitarismo armato, sta seguendo alla lettera questo copione. La guerra non è più l’eccezione: è la regola. Il welfare non è più un diritto: è un lusso. E la pace non è più un ideale: è una minaccia per il mercato delle armi.

Di fronte a questa mutazione antropologica della democrazia liberale in macchina bellica, non bastano i sondaggi. Serve una coscienza collettiva nuova, capace di denunciare le ipocrisie, smascherare i falsi profeti della sicurezza e rimettere al centro l’umanità, non l’industria della morte.

Fonti:
• Fabrizio Poggi, Abituare gli italiani alla guerra, articolo originario su https://contropiano.org
• Maurizio Ferrera e Stefano Sacchi, “Welfare e difesa: ora servono entrambi”, Corriere della Sera, 12 luglio 2025
• Paolo Gentiloni, dichiarazioni su difesa e sanità, Corriere della Sera, 5 luglio 2025
• Gregorio Buzzelli, dati del progetto SCOaPP, Corriere della Sera, luglio 2025
• Davide Caprioglio, dati Solid sul riarmo, Corriere della Sera, luglio 2025
• Elena Karaev, “La cupola delle tangenti belliche europee”, RIA Novosti, 12 luglio 2025 – https://ria.ru/20250712/evropa-2028663269.html
• Osservatorio Conti Pubblici Italiani – dati spesa militare 2024
• Vladimir Lenin, “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo”, 1916

“Tiro a segno sull’infanzia: il gioco mortale dell’IDF e l’orrore normalizzato”

Ci sono storie che non si vorrebbero mai raccontare. Non perché siano oscure, ma perché sono troppo vere. Talmente vere da strapparti la pelle, da lacerare ogni briciolo di umanità che ci resta dentro. Sono le storie che ci riportano a ciò che credevamo sepolto nei cimiteri della storia: Auschwitz, Srebrenica, Sabra e Shatila. E invece no. È oggi. È adesso. È Gaza.

Secondo le testimonianze dei soldati israeliani e i reportage di testate come Haaretz, il cosiddetto “tiro a segno” non è una macabra invenzione propagandistica, ma una pratica strutturata, documentata, reiterata. Un gioco mortale in cui i bambini diventano bersagli da colpire a seconda della parte del corpo indicata quel giorno. Testicoli. Collo. Ginocchia. Addome. Testa.

Lo conferma il chirurgo britannico Nick Maynard, appena rientrato da Gaza, in un’intervista alla BBC. Parla di uno “schema chiaro e deliberato”, di ferite identiche e sistematiche, inflitte con la precisione di chi non agisce per errore, ma per addestramento. Il giorno delle braccia. Il giorno della testa. Il giorno dei genitali. “A very clear pattern”, ripete. Nessun dubbio.

Nel 2020, molto prima del 7 ottobre, un soldato dell’IDF, Eden, dichiarava senza tremare: “So esattamente quante ginocchia ho centrato: 42”. Era di stanza lungo il confine con Gaza, e la sua missione era “respingere i manifestanti”. Come? “Sparavamo come se stessimo cacciando anatre”, aggiunge un altro. In una settimana, oltre 200 palestinesi uccisi, quasi 20.000 feriti. E non parliamo di miliziani armati: parliamo di esseri umani, spesso bambini, adolescenti, civili.

Dietro ogni genocidio c’è un processo di disumanizzazione. Prima ancora delle armi, serve lo sguardo rotto. Quello che non vede più l’altro come simile, ma come bersaglio. Il linguaggio lo prepara: “non sono umani ma bestie”, “tutti colpevoli, compresi i bambini”, ripetono ministri e generali. E così anche i media “moderati”, quando spiegano che in fondo, tra le vittime, “la maggior parte sono maschi tra i 15 e i 45 anni”. Come se bastasse per smettere di piangere.

È sempre stato così. I “mori” nelle crociate. I “pellerossa”. I “musi gialli”. I “negri”. I “subumani”. A ogni colore un punteggio, a ogni razza un bersaglio. E quando il gioco comincia, quando il sangue diventa punteggio e l’infanzia diventa trofeo, il genocidio è già iniziato. Non serve più annunciare uno sterminio. È sufficiente che la società smetta di vedere.

Ecco allora la funzione più vile della propaganda: trasformare il dolore altrui in fastidio, il pianto in rumore di fondo. Le immagini di Gaza, i corpi dei bambini senza volto, i racconti dei sanitari internazionali vengono ignorati, sepolti sotto le urla degli editorialisti che parlano di “diritto alla difesa”. Anche quando la difesa è diventata crudeltà scientifica.

Ma la colpa non è solo di chi spara. È di chi guarda altrove. Di chi finanzia, legittima, applaude. Di chi tace e acconsente. Di chi in nome dell’equilibrio rifiuta la verità. Di chi si appella al “contestualizzare” per non dover gridare.

Eppure ci sono voci che squarciano il silenzio. Come quella della giornalista Francesca Fornario, che ha il coraggio di raccontare, di chiamare le cose col loro nome. Che ci ricorda che ogni genocidio inizia dal linguaggio, ma si compie nel gesto. Nello sparo. Nella ginocchia distrutta. Nella testa mirata.

Noi non possiamo restare immobili.

Non possiamo cedere alla disumanizzazione diffusa. Dobbiamo tornare a vedere. Dobbiamo sentire la pelle di quei bambini come la nostra. Le urla delle madri come quelle delle nostre. I cadaveri allineati come figli nostri. Perché lo sono.

Non lasciamo che lo sguardo si spezzi. Non lasciamo che l’empatia venga estinta dal cinismo geopolitico. Non lasciamo che la storia, ancora una volta, si scriva col sangue degli innocenti e col silenzio dei colpevoli.

Ci vediamo in piazza. E domani. E dopodomani.

Perché restare umani oggi è il più radicale degli atti politici.

A cura di Mario Sommella – per il blog Rivoluzionari Ottimisti
© Tutti i diritti riservati.

La fame come arma, l’aiuto come trappola: Gaza, anatomia di un crimine perfetto

Nel buio della coscienza collettiva, sotto le macerie della retorica umanitaria, si sta compiendo un crimine disegnato al millimetro. Un crimine non di errore, ma di progetto. Un crimine freddo, calcolato, gestito con la perizia di un ingegnere e la crudeltà di un carnefice. Ce lo sbatte sotto il naso, come diceva Orwell, l’ultima inchiesta di Forensic Architecture, agenzia d’indagine indipendente fondata a Londra da Eyal Weizman, architetto anglo-israeliano. L’indagine non lascia spazio a interpretazioni: l’aiuto umanitario a Gaza non è uno strumento di soccorso. È un’arma. Una trappola. Un’architettura letale.

  1. La nuova guerra umanitaria

Secondo il dettagliato report, pubblicato in collaborazione con immagini satellitari e dati geospaziali, Israele ha completamente smantellato l’infrastruttura umanitaria tradizionale – ONU, ONG internazionali, Croce Rossa – attraverso 322 attacchi deliberati nel solo primo anno di guerra. A sostituirla è stata creata ad hoc una nuova entità, la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), istituita nel febbraio 2025 con capitali e personale israelo-statunitense. A guidarla, due figure emblematiche: Johnnie Moore Jr., pastore evangelico vicino a Trump, e John Acree, ex stratega militare e “problem solver” delle guerre americane.

Questa fondazione non solo ha ricevuto 30 milioni di dollari direttamente dal governo USA — che intanto ha smantellato le sue agenzie pubbliche di aiuto — ma ha anche assunto il completo controllo della distribuzione degli aiuti nella Striscia. Tuttavia, la sua funzione non è quella di nutrire: è quella di disciplinare, sorvegliare, sfiancare.

  1. Sei livelli di distruzione programmata

2.1 Distruzione dell’autonomia civile

Israele ha impedito la sopravvivenza di ogni sistema indipendente di soccorso, annientando con precisione chirurgica depositi, ospedali, ambulanze e centri di distribuzione. È una forma nuova di guerra: si distruggono le condizioni minime per vivere, poi si offre “aiuto” come unico mezzo di sopravvivenza, sotto totale controllo dell’occupante.

2.2 Occupazione umanitaria

GHF è una “occupazione umanitaria” mascherata. Non è neutrale, non è indipendente, non è universale. È parte integrante della strategia israeliana. I suoi punti di distribuzione sono adiacenti o all’interno di basi militari dell’IDF e sorvegliati da mercenari. I percorsi per raggiungerli sono disseminati di check-point, mine, cecchini. Il rischio per chi cerca cibo è altissimo: molti vengono uccisi durante l’attesa o nel tentativo di avvicinarsi.

2.3 Inaccessibilità programmata

I punti di distribuzione si trovano alle estremità della Striscia, spesso fino a sei ore di distanza dai centri abitati. Le finestre di distribuzione sono brevi – in media 23 minuti, in alcuni casi appena 10 – e gli annunci arrivano con un preavviso minimo. È il caos a essere progettato. Il disordine, la paura, la ressa, la fame: ogni elemento è calibrato per demolire la coesione sociale e iniettare disperazione.

2.4 Architettura della morte

Non si tratta di errori o negligenze. La disposizione fisica dei centri GHF è stata pensata per essere letale. I civili in coda diventano bersagli mobili, le aree di raccolta sono esposte, le strade d’accesso coincidono con i percorsi dell’esercito. I “raid accidentali” non sono incidenti. Sono parte del meccanismo. Il cibo diventa esca. E l’aiuto un’esecuzione pubblica.

2.5 Collasso psicologico e sociale

Costretti a scegliere ogni giorno tra la morte per bombe e quella per fame, i palestinesi della Striscia si trovano in un limbo tra sopravvivenza biologica e annientamento spirituale. Le famiglie si disgregano, l’autorità sociale implode, la disperazione diventa legge. È la distruzione dell’umano attraverso la fame e l’umiliazione.

2.6 Deportazione silenziosa

La collocazione dei centri GHF, prevalentemente lungo il confine meridionale, suggerisce l’obiettivo finale: spingere forzatamente la popolazione a concentrarsi lì, svuotando il resto del territorio. Una pulizia etnica mascherata da assistenza. Un’architettura dell’espulsione. Il sogno sionista dell’espulsione completa del popolo palestinese da Gaza prende forma sotto l’etichetta di “aiuto umanitario”.

  1. Il silenzio europeo: la complicità della vigliaccheria

Mentre la macchina della fame avanza, l’Europa resta inerte. I governi dell’Unione continuano a ripetere il mantra del “è prematuro agire”, a verificare senza agire, a sanzionare la Russia per la diciottesima volta ma a ignorare deliberatamente le prove di un genocidio in corso. La vicenda di Francesca Albanese, Relatrice ONU per i diritti umani nei territori palestinesi, attaccata ferocemente da politici, giornalisti e ambasciatori per aver denunciato questo schema, è emblematica: si spara sulla messaggera per non vedere il crimine.

  1. La verità sotto il naso: il crimine perfetto

Questo sistema non è un errore. Non è una disfunzione. È un dispositivo deliberato. Ogni pezzo è al suo posto. Ogni morte è prevista. Ogni disperazione è calcolata. Non si tratta di aiutare, ma di dominare. Non si tratta di sfamare, ma di svuotare. Non si tratta di distribuire aiuti, ma di distribuire paura.

  1. L’ostinazione del male e la resistenza della memoria

Ma l’ostinazione del governo sionista ha un difetto di prospettiva: ignora la storia. Da oltre novant’anni, il popolo palestinese ha resistito a tutto. Alla colonizzazione britannica, alla Nakba del 1948, alle guerre del ’67 e ’73, all’occupazione militare, all’intifada, ai muri, ai droni, alla diaspora e al silenzio. Il 7 ottobre non è che un passaggio, un detonatore, non la causa di ciò che accade. È usato come alibi per giustificare l’ingiustificabile.

Il popolo palestinese non si arrenderà. Puoi bombardarlo, affamarlo, deportarlo. Puoi annientarlo fino all’ultimo bambino. Ma poi dovrai fare i conti con noi, con la loro memoria, con le storie che continueremo a raccontare, con la giustizia che verrà anche dopo l’ultimo silenzio.

E allora i sionisti radicali dovranno mettersi il cuore in pace: hanno già perso. Perché hanno ucciso la pietà. Perché hanno mostrato al mondo il volto vero dell’odio. Perché la Palestina è oggi un simbolo globale. Di dignità. Di resistenza. Di umanità sotto assedio.

  1. Epilogo: poesia di un popolo che non si arrende

E tu, Gaza,
sei l’eco che non muore,
sei il grano sotto la sabbia,
la madre che abbraccia il figlio
anche senza pane.

Hanno provato a cancellarti,
ma ti trovano
in ogni sguardo che non accetta la menzogna,
in ogni pugno levato contro il potere,
in ogni lacrima che diventa seme.

Tu sei la pietra che resiste all’assedio,
sei la voce che rompe il silenzio,
sei la memoria che ci inchioda alla storia.

Finché ci sarà un cuore che batte per la giustizia,
la Palestina non sarà mai sconfitta.

Nota finale:
Non basta un “cessate il fuoco” per fermare questo schema di distruzione consapevole. Serve l’uscita immediata di Israele dalla Striscia, l’apertura di corridoi umanitari veri, il ritorno delle agenzie indipendenti, un processo internazionale che dica finalmente la verità. E serve, sopra ogni cosa, la fine della nostra complicità silenziosa.

La maschera infranta della libertà: dall’ideale di emancipazione all’arma dell’oligarchia globale

Nel nostro tempo, la parola “libertà” ha subìto una metamorfosi grottesca. Una parola nata per spezzare le catene dell’oppressione si è trasformata, oggi, nella bandiera più cinica dell’arbitrio dei forti. Carlo Rovelli, nel suo lucido e tagliente articolo “Una rapina chiamata libertà” (pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 17 luglio 2025), ci accompagna in un viaggio spietato e necessario attraverso le derive ideologiche e semantiche del concetto di libertà, ormai svilito e ridotto a simulacro. Ma la riflessione va allargata: oggi la libertà non è più un bene condiviso da conquistare, ma un possesso da blindare. Non è più un diritto da estendere, ma un privilegio da difendere con ogni mezzo.

Dall’utopia alla menzogna

“Liberté, égalité, fraternité”: lo slogan della Rivoluzione Francese incarnava la speranza di liberarsi dall’arbitrio dell’aristocrazia. Era una rivolta collettiva contro l’ingiustizia. La stessa energia animava la resistenza antifascista, le rivoluzioni anticoloniali, i movimenti femministi, operai, studenteschi. La libertà, in quei contesti, era un atto di rottura con l’oppressione sistemica. Ma cosa resta oggi di quel valore originario?

Nel linguaggio della governance neoliberale e dell’imperialismo economico, “libertà” è diventata sinonimo di deregulation, di privatizzazione del mondo, di disprezzo per la solidarietà sociale. È la “libertà di fare affari” a ogni costo. È il grido di battaglia dei predatori finanziari, dei potentati digitali, dei guerrafondai mascherati da liberatori. La “libertà” oggi è funzionale all’espansione illimitata del Capitale e alle sue narrazioni tossiche.

Libertà come dominio: il paradigma USA-NATO

Rovelli mette il dito nella piaga quando denuncia l’uso geopolitico della parola “libertà”. I paesi della NATO si dichiarano “liberi” per giustificare aggressioni militari, interventi unilaterali, embarghi, colpi di Stato, espansioni strategiche. In nome della libertà sono state ridotte in macerie la Libia, l’Iraq, l’Afghanistan, la Jugoslavia. Nessuna di queste “missioni di pace” ha portato la democrazia, solo destabilizzazione, profughi e nuovi mercati per le armi e il petrolio.

La libertà invocata dagli Stati Uniti non è un diritto universale, ma un privilegio imperiale: il diritto a non essere giudicati dalla Corte Penale Internazionale, il diritto a possedere più armi di quanti siano gli esseri umani nel Paese, il diritto a condurre guerre per procura, come in Ucraina o a sostenere regimi genocidari come quello israeliano.

Libertà ed economia: la distopia del libero mercato

Il neoliberismo ha fatto della libertà il suo mantra. Libertà di iniziativa, libertà di consumo, libertà di competere. Ma dietro lo slogan si cela un’ideologia classista: la libertà del Capitale di non essere tassato, di non essere regolato, di sfruttare lavoro, ambiente e società. Come ha sottolineato l’economista premio Nobel Joseph Stiglitz, “il libero mercato senza regole è semplicemente un mezzo per permettere ai più forti di sopraffare i più deboli”. Eppure, ogni tentativo di limitare questi eccessi viene bollato come “attacco alla libertà”.

Le privatizzazioni sono presentate come conquiste di libertà individuale, ma hanno generato disuguaglianze record. Il sistema fiscale è stato reso regressivo, lasciando i miliardari “liberi” di eludere mentre la classe media e i poveri pagano tutto. La libertà di delocalizzare ha distrutto interi distretti industriali. La libertà di speculare ha prodotto bolle e crisi globali, come nel 2008.

Il falso pluralismo: libertà di parola e manipolazione mediatica

La riflessione di Rovelli trova eco anche negli scritti di Herbert Marcuse e Noam Chomsky. La libertà di parola, oggi, non significa pluralismo reale. Significa solo la possibilità, per tutti, di parlare nel vuoto. La sovraesposizione di voci crea una cacofonia controllata: il dissenso esiste, ma è sterilizzato. I media, proprietà di poche conglomerate, selezionano cosa conta e cosa no. I social network, dominati da algoritmi opachi, privilegiano l’emotività, l’indignazione, la polarizzazione. L’apparente libertà è in realtà una sofisticata forma di ingegneria del consenso.

Le “libertà democratiche” dell’Occidente si basano su un’illusione di partecipazione. Ma chi controlla l’accesso alla comunicazione? Chi stabilisce l’agenda? Chi ha le risorse per farsi ascoltare? La risposta è semplice: i miliardari e i loro apparati ideologici. Ecco perché Trump, Johnson, Meloni o Netanyahu possono dominare la scena: non perché siano i più liberi, ma perché sono i più serviti dal potere reale.

Ecologia e democrazia: le libertà che ci stanno uccidendo

Il “diritto” di inquinare, di possedere SUV, di costruire ovunque, di accumulare senza limiti, sta conducendo l’umanità verso un collasso climatico. Ma i padroni del pianeta si difendono in nome della libertà: “non possiamo imporre limiti al mercato”. E intanto, intere isole affondano, le foreste bruciano, le specie si estinguono.

Il “diritto” di armarsi — anche questo una “libertà” sacra — ci porta più vicini a una catastrofe nucleare. L’ossessione per la sicurezza, la militarizzazione delle società e l’escalation permanente sono giustificate dalla necessità di “difendere la nostra libertà”. Anche in questo caso, la retorica è un paravento: chi comanda davvero ha bisogno della paura per giustificare la propria esistenza.

Una nuova grammatica della libertà

Rovelli ci ricorda una verità dimenticata: ogni libertà è sempre libertà da qualcosa. La libertà vera è quella che spezza i vincoli dell’oppressione. È la libertà dei diseredati, dei popoli colonizzati, delle donne schiacciate dal patriarcato, dei lavoratori sfruttati. Non è la libertà di dominare, ma quella di respirare, di autodeterminarsi, di vivere con dignità. È quella che chiede giustizia, non arbitrio.

Per questo oggi serve una nuova grammatica della libertà. Una che metta al centro la giustizia sociale, l’uguaglianza sostanziale, l’ecologia integrale. Una libertà solidale, non competitiva. Condivisa, non predatoria. Regolata, non selvaggia. Una libertà che riconosca i limiti, non come catene, ma come condizioni per una convivenza civile. Una libertà che non sia il privilegio di chi ha già tutto, ma la possibilità di chi ha sempre avuto troppo poco.

Conclusione: per chi vale ancora la libertà

In un mondo in cui la libertà viene brandita dai potenti come giustificazione per perpetuare il dominio, l’unico senso autentico della parola resta quello pronunciato dagli ultimi. Chi invoca libertà perché è oppresso, affamato, bombardato, sfruttato, torturato, discriminato, ha ancora il diritto di usarla. Gli altri — quelli che hanno trasformato il termine in uno scudo per il profitto, in un alibi per l’indifferenza, in una bugia ideologica — dovrebbero restare in silenzio.

Perché la libertà, come la verità, non può essere sequestrata da chi opprime. Può solo essere pronunciata da chi lotta per essere finalmente umano.

Fonte dell’articolo originale di riferimento: Carlo Rovelli, “Una rapina chiamata libertà”, pubblicato su Il Fatto Quotidiano, 17 luglio 2025.

Città in svendita: l’impero della finanza urbana e il suicidio democratico

C’è un filo rosso – anzi, dorato – che collega le trasformazioni urbane di Milano agli assetti emergenti di molte città italiane ed europee: la finanziarizzazione integrale dello spazio urbano. Non è più la città a plasmare la vita dei suoi abitanti, ma la rendita a modellare la città secondo i desideri di chi detiene capitale, fondi d’investimento e algoritmi predatori. Il “modello Milano”, finito oggi al centro di nuove inchieste giudiziarie che coinvolgono l’assessore Tancredi e l’imprenditore Catella (Coima), non è il fallimento di una politica urbanistica: è il successo pieno di una strategia neoliberale che ha scelto di abbandonare ogni funzione pubblica in nome del profitto.

Dietro le vetrine scintillanti di Porta Nuova e CityLife si cela infatti una guerra silenziosa: quella contro gli abitanti reali, contro i lavoratori, contro i quartieri popolari, contro la partecipazione democratica. Un conflitto senza sangue ma dagli effetti letali, che ha già prodotto sfratti di massa, desertificazione sociale, iper-gentrificazione e un aumento sistemico delle disuguaglianze. La parola d’ordine è “valorizzazione”, ma il significato autentico è esproprio: dei beni comuni, del diritto alla casa, dello spazio pubblico.

La città come asset finanziario

Milano è solo l’archetipo di un meccanismo ben più esteso: la città trasformata in un asset class, una categoria d’investimento come lo sono le miniere, i derivati, le fonti d’acqua. Non si progettano quartieri, si assemblano pacchetti immobiliari da piazzare sui mercati globali. Non si costruisce per abitare, si edifica per vendere, ipotecare, rivendere. Ogni edificio deve essere redditizio, ogni strada deve attrarre investimenti, ogni metro quadro deve produrre plusvalore.

In questo scenario, le amministrazioni comunali smettono di essere organismi di governo per diventare “facilitatori” del capitale. Le “semplificazioni” normative, evocate come modernizzazione, sono in realtà processi sistematici di deregolamentazione che abbattono le difese sociali e ambientali, aggirano la pianificazione democratica, neutralizzano ogni possibilità di conflitto e partecipazione. La politica urbanistica diventa una questione privata, affidata a tecnici, advisor, banche d’affari e studi legali. I cittadini? Ridotti a spettatori passivi o espulsi oltre la tangenziale.

Il linguaggio della truffa: rigenerazione, resilienza, sostenibilità

A rendere ancora più insidioso questo processo è il lessico usato per giustificarlo. Le parole che un tempo evocavano emancipazione – “rigenerazione”, “resilienza”, “inclusione” – sono oggi le maschere di una predazione pianificata. Ogni piano di trasformazione urbana si presenta come “green”, ogni progetto come “smart”, ogni insediamento come “sostenibile”. Ma sotto questi slogan si cela spesso la logica della svendita: vendere aree pubbliche a privati, costruire grattacieli in cambio di parchetti verticali, chiudere mercati rionali per aprire food courts da 20 euro al panino.

E mentre le città diventano vetrine per il turismo di lusso e i grandi eventi internazionali – Expo, Olimpiadi, Cop – cresce il divario tra centro e periferia, tra chi può vivere in città e chi è costretto a fuggirne. I lavoratori dei servizi, i migranti, le famiglie monoreddito, i giovani precari vengono cacciati da un mercato immobiliare che non ha più nulla di urbano, se per urbano intendiamo il diritto alla città.

Roma, Napoli, Bologna: l’epidemia si allarga

Il vero dramma è che Milano non è un’eccezione, ma un paradigma esportabile. Napoli, Torino, Bologna, Roma stanno adottando lo stesso modello. Sotto la retorica della “semplificazione” si replicano gli stessi meccanismi: riduzione delle funzioni pubbliche, esternalizzazioni selvagge, alienazione del patrimonio comune, creazione di “cabine di regia” fuori controllo democratico. Le città vengono gestite come start-up territoriali, in cui il cittadino è un cliente e l’amministrazione un’agenzia di marketing territoriale. Lo spazio urbano diventa il teatro di una guerra per attrarre investimenti esteri, speculazioni immobiliari e flussi turistici di breve durata. E chi si oppone, viene bollato come “nemico del progresso”.

Ma questo progresso è velenoso. Come ricorda la denuncia dei magistrati, la linea di confine tra lobbying legale e corruzione strutturale è sempre più sottile. I grandi player finanziari si muovono con gli strumenti del potere morbido: cooptazione delle élite locali, produzione di “visioni strategiche” a uso e consumo delle rendite, controllo delle informazioni e dell’agenda pubblica. La trasparenza viene erosa, il dissenso silenziato, la pianificazione svuotata.

Verso una nuova urbanistica popolare

Contro questa deriva, occorre ricostruire una nuova idea di città, fondata non sul valore di scambio ma su quello d’uso. Un’urbanistica dei bisogni, non dei profitti. Un’idea che restituisca centralità alla pianificazione democratica, al diritto alla casa, alla tutela del paesaggio, all’equilibrio ambientale. La città non può essere un campo di battaglia per l’estrazione di rendita, ma deve tornare a essere un laboratorio di convivenza, equità, giustizia sociale.

Il “modello Milano” non va solo smascherato: va respinto, rifiutato, disinnescato. Non con la nostalgia delle città che furono, ma con l’intelligenza collettiva di chi sa immaginare alternative. Perché un’altra città è possibile. E non ha bisogno di grattacieli.

Bibliografia e fonti consultate:
• Lucia Tozzi, Il modello Milano: la finanza padrona del territorio, Il Manifesto, 17 luglio 2025
• David Harvey, Beni comuni e diritto alla città
• Saskia Sassen, Espulsioni. Brutalità e complessità nell’economia globale
• Anna Marson, Città pubblica. Per una nuova urbanistica
• Urbanistica Informazioni, INU, n. 303
• Dati Istat su prezzi immobiliari, disuguaglianze e popolazione urbana
• Osservatorio Nazionale sulla Rigenerazione Urbana – Legambiente e INU (2023–2025)

BRICS: L’Alba del Sud Globale. La Rivolta Silenziosa Contro l’Impero del Debito

Il 17° vertice dei BRICS, conclusosi a Rio de Janeiro, rappresenta molto più di un semplice incontro diplomatico tra potenze emergenti. È il simbolo concreto di una rivoluzione in atto, una sfida all’architettura coloniale dell’economia globale. Il Sud del mondo – finora trattato come periferia del sistema – reclama il proprio spazio, non più come oggetto di aiuti umanitari o di interventi armati, ma come soggetto politico, economico e culturale autonomo.

Il “Piano Marshall al contrario”: il debito come arma geopolitica

Il presidente brasiliano Lula da Silva ha sintetizzato con estrema lucidità il nodo centrale della crisi globale: l’asimmetria strutturale delle istituzioni finanziarie internazionali. Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale – create nel secondo dopoguerra per stabilizzare l’ordine economico globale – sono oggi percepite come strumenti di coercizione economica. Non distribuiscono solidarietà, ma impongono disciplina fiscale. Non liberano, ma vincolano. Il cosiddetto “Washington Consensus”, con la sua ossessione per l’austerità e la privatizzazione, ha prodotto più miseria che sviluppo.

I dati parlano chiaro. Secondo un rapporto della UNCTAD (2023), oltre 60 Paesi in via di sviluppo spendono oggi più per il servizio del debito che per la sanità o l’istruzione pubblica. Questo paradosso è il cuore del “Piano Marshall al contrario”: sono i poveri a finanziare i ricchi, non viceversa.

Il dollaro sotto scacco: una nuova architettura monetaria

Tra le iniziative più significative del vertice vi è l’Iniziativa per i Pagamenti Transfrontalieri dei BRICS, che mira a sottrarre il commercio globale alla tirannia del dollaro statunitense e del sistema SWIFT, utilizzati da Washington come strumenti di guerra finanziaria. La rete proposta punta sull’interoperabilità tra le valute locali e su infrastrutture digitali autonome, anticipando quella che potremmo definire una “de-dollarizzazione etica”.

Non si tratta solo di economia. Come già dimostrato dalle sanzioni unilaterali contro Iran, Venezuela, Russia o Cuba, il dollaro è anche un’arma geopolitica. Controllare la valuta globale significa poter strangolare interi popoli. I BRICS stanno costruendo un sistema che liberi il mondo dalla dipendenza monetaria e apra la strada a un commercio più equo.

Dilma Rousseff e la Nuova Banca di Sviluppo: l’alternativa sistemica

A incarnare questo nuovo corso è la Nuova Banca di Sviluppo (NDB), guidata dall’ex presidente brasiliana Dilma Rousseff. L’istituto finanziario si pone come alternativa concreta al FMI, proponendo finanziamenti non condizionati da riforme strutturali imposte dall’alto, bensì orientati allo sviluppo reale, alla resilienza sociale e alla transizione ecologica. Il suo focus sull’uso delle valute locali e il sostegno a progetti di infrastruttura verde segna un cambio paradigmatico nella logica della cooperazione internazionale.

Secondo i dati forniti dalla stessa NDB, sono già oltre 30 i progetti finanziati per un totale di 33 miliardi di dollari, con un impatto significativo su trasporti, energia pulita e sviluppo urbano.

Sovranità digitale e intelligenza artificiale: oltre il colonialismo tecnologico

Un altro pilastro del vertice è stato il tema dell’intelligenza artificiale. Il timore, ben espresso da Lula, è che l’IA diventi un nuovo strumento di dominio in mano alle grandi multinazionali occidentali. Il documento finale del BRICS chiede una governance multilaterale dell’IA sotto l’egida delle Nazioni Unite, per evitare che algoritmi opachi e discriminatori siano imposti ai Paesi in via di sviluppo come parte di pacchetti tecnologici standardizzati.

In parallelo, si è ribadita l’urgenza di costruire una big tech pubblica, che assicuri il controllo dei dati, la privacy digitale e la libertà di espressione, sottraendole all’oligopolio delle corporation statunitensi e cinesi. In gioco non c’è solo l’accesso alla tecnologia, ma la sovranità culturale, politica e informativa delle nazioni.

Dalla lotta alla fame alla giustizia climatica: un’agenda integrata per il Sud globale

Il vertice non ha trascurato i grandi nodi della povertà e dell’emergenza climatica. L’approvazione della “Partnership BRICS per l’Eliminazione delle Malattie Determinate Socialmente” e la dichiarazione congiunta sul finanziamento climatico sono segnali di una volontà politica orientata all’equità. Ma ciò che più colpisce è l’inclusione della società civile nel processo decisionale, attraverso il Consiglio Civile dei BRICS: movimenti, sindacati, università e organizzazioni sociali finalmente ascoltati ai massimi livelli.

João Pedro Stedile, del Movimento dei Lavoratori Senza Terra, ha rilanciato un appello potente: tassare i capitali speculativi nei paradisi fiscali e investire in progetti sociali, veri e propri strumenti di pace e giustizia.

Palestina, giustizia e multipolarismo

In un contesto internazionale segnato dal genocidio in Palestina e dalla complicità passiva di molte potenze occidentali, il BRICS ha assunto una posizione chiara: cessate il fuoco immediato, condanna dell’uso della fame come arma e sostegno all’indagine per genocidio avviata dalla Corte Internazionale di Giustizia.

In un’epoca in cui l’Europa tace o si allinea, il BRICS si erge a difensore del diritto internazionale e dei popoli oppressi. Non è solo una coalizione economica, ma un progetto politico che mira a costruire un ordine globale multipolare, in cui la giustizia non sia un lusso riservato ai vincitori.

Conclusione – Il Sud globale si alza in piedi

Il 17° Vertice BRICS ha tracciato un sentiero. Tra mille contraddizioni interne – dalla diversità dei regimi politici ai differenti interessi strategici – il blocco si sta configurando come una contro-architettura del mondo, capace di mettere in discussione i pilastri stessi dell’unipolarismo occidentale.

Se riuscirà a mantenere la rotta, il BRICS potrà davvero essere il cantiere di una nuova civiltà politica, finanziaria e culturale, dove la cooperazione sostituisce il dominio, la solidarietà prende il posto dell’austerità, e la giustizia non è più una parola vuota ma un progetto collettivo.

Il mondo non è più unipolare. È multipolare, pluriversale. E finalmente parla anche in lingue africane, arabe, latinoamericane, asiatiche. È l’alba del Sud globale. E non chiede più il permesso. olo inedito:
BRICS: L’Alba del Sud Globale. La Rivolta Silenziosa Contro l’Impero del Debito

Articolo originale di Mario Sommella

Il 17° vertice dei BRICS, conclusosi a Rio de Janeiro, rappresenta molto più di un semplice incontro diplomatico tra potenze emergenti. È il simbolo concreto di una rivoluzione in atto, una sfida all’architettura coloniale dell’economia globale. Il Sud del mondo – finora trattato come periferia del sistema – reclama il proprio spazio, non più come oggetto di aiuti umanitari o di interventi armati, ma come soggetto politico, economico e culturale autonomo.

Il “Piano Marshall al contrario”: il debito come arma geopolitica

Il presidente brasiliano Lula da Silva ha sintetizzato con estrema lucidità il nodo centrale della crisi globale: l’asimmetria strutturale delle istituzioni finanziarie internazionali. Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale – create nel secondo dopoguerra per stabilizzare l’ordine economico globale – sono oggi percepite come strumenti di coercizione economica. Non distribuiscono solidarietà, ma impongono disciplina fiscale. Non liberano, ma vincolano. Il cosiddetto “Washington Consensus”, con la sua ossessione per l’austerità e la privatizzazione, ha prodotto più miseria che sviluppo.

I dati parlano chiaro. Secondo un rapporto della UNCTAD (2023), oltre 60 Paesi in via di sviluppo spendono oggi più per il servizio del debito che per la sanità o l’istruzione pubblica. Questo paradosso è il cuore del “Piano Marshall al contrario”: sono i poveri a finanziare i ricchi, non viceversa.

Il dollaro sotto scacco: una nuova architettura monetaria

Tra le iniziative più significative del vertice vi è l’Iniziativa per i Pagamenti Transfrontalieri dei BRICS, che mira a sottrarre il commercio globale alla tirannia del dollaro statunitense e del sistema SWIFT, utilizzati da Washington come strumenti di guerra finanziaria. La rete proposta punta sull’interoperabilità tra le valute locali e su infrastrutture digitali autonome, anticipando quella che potremmo definire una “de-dollarizzazione etica”.

Non si tratta solo di economia. Come già dimostrato dalle sanzioni unilaterali contro Iran, Venezuela, Russia o Cuba, il dollaro è anche un’arma geopolitica. Controllare la valuta globale significa poter strangolare interi popoli. I BRICS stanno costruendo un sistema che liberi il mondo dalla dipendenza monetaria e apra la strada a un commercio più equo.

Dilma Rousseff e la Nuova Banca di Sviluppo: l’alternativa sistemica

A incarnare questo nuovo corso è la Nuova Banca di Sviluppo (NDB), guidata dall’ex presidente brasiliana Dilma Rousseff. L’istituto finanziario si pone come alternativa concreta al FMI, proponendo finanziamenti non condizionati da riforme strutturali imposte dall’alto, bensì orientati allo sviluppo reale, alla resilienza sociale e alla transizione ecologica. Il suo focus sull’uso delle valute locali e il sostegno a progetti di infrastruttura verde segna un cambio paradigmatico nella logica della cooperazione internazionale.

Secondo i dati forniti dalla stessa NDB, sono già oltre 30 i progetti finanziati per un totale di 33 miliardi di dollari, con un impatto significativo su trasporti, energia pulita e sviluppo urbano.

Sovranità digitale e intelligenza artificiale: oltre il colonialismo tecnologico

Un altro pilastro del vertice è stato il tema dell’intelligenza artificiale. Il timore, ben espresso da Lula, è che l’IA diventi un nuovo strumento di dominio in mano alle grandi multinazionali occidentali. Il documento finale del BRICS chiede una governance multilaterale dell’IA sotto l’egida delle Nazioni Unite, per evitare che algoritmi opachi e discriminatori siano imposti ai Paesi in via di sviluppo come parte di pacchetti tecnologici standardizzati.

In parallelo, si è ribadita l’urgenza di costruire una big tech pubblica, che assicuri il controllo dei dati, la privacy digitale e la libertà di espressione, sottraendole all’oligopolio delle corporation statunitensi e cinesi. In gioco non c’è solo l’accesso alla tecnologia, ma la sovranità culturale, politica e informativa delle nazioni.

Dalla lotta alla fame alla giustizia climatica: un’agenda integrata per il Sud globale

Il vertice non ha trascurato i grandi nodi della povertà e dell’emergenza climatica. L’approvazione della “Partnership BRICS per l’Eliminazione delle Malattie Determinate Socialmente” e la dichiarazione congiunta sul finanziamento climatico sono segnali di una volontà politica orientata all’equità. Ma ciò che più colpisce è l’inclusione della società civile nel processo decisionale, attraverso il Consiglio Civile dei BRICS: movimenti, sindacati, università e organizzazioni sociali finalmente ascoltati ai massimi livelli.

João Pedro Stedile, del Movimento dei Lavoratori Senza Terra, ha rilanciato un appello potente: tassare i capitali speculativi nei paradisi fiscali e investire in progetti sociali, veri e propri strumenti di pace e giustizia.

Palestina, giustizia e multipolarismo

In un contesto internazionale segnato dal genocidio in Palestina e dalla complicità passiva di molte potenze occidentali, il BRICS ha assunto una posizione chiara: cessate il fuoco immediato, condanna dell’uso della fame come arma e sostegno all’indagine per genocidio avviata dalla Corte Internazionale di Giustizia.

In un’epoca in cui l’Europa tace o si allinea, il BRICS si erge a difensore del diritto internazionale e dei popoli oppressi. Non è solo una coalizione economica, ma un progetto politico che mira a costruire un ordine globale multipolare, in cui la giustizia non sia un lusso riservato ai vincitori.

Conclusione – Il Sud globale si alza in piedi

Il 17° Vertice BRICS ha tracciato un sentiero. Tra mille contraddizioni interne – dalla diversità dei regimi politici ai differenti interessi strategici – il blocco si sta configurando come una contro-architettura del mondo, capace di mettere in discussione i pilastri stessi dell’unipolarismo occidentale.

Se riuscirà a mantenere la rotta, il BRICS potrà davvero essere il cantiere di una nuova civiltà politica, finanziaria e culturale, dove la cooperazione sostituisce il dominio, la solidarietà prende il posto dell’austerità, e la giustizia non è più una parola vuota ma un progetto collettivo.

Il mondo non è più unipolare. È multipolare, pluriversale. E finalmente parla anche in lingue africane, arabe, latinoamericane, asiatiche. È l’alba del Sud globale. E non chiede più il permesso.