Gaza: l’orrore che non si può più negare. Infanzia sepolta, verità uccisa, coscienze in fuga

C’è un punto oltre il quale il dolore smette di essere solo umano e si fa politico, storico, imperdonabile. Quel punto è stato superato a Gaza da tempo. Ma ciò che si continua a raccontare, a denunciare, a documentare ogni giorno — contro ogni tentativo di censura — mostra che il fondo dell’orrore non è ancora stato toccato. E che l’umanità, nel senso più pieno del termine, sta collassando sotto il peso dell’indifferenza.

Lattine esplosive e bambini sepolti vivi: quando la crudeltà si fa strategia

Tutto è cominciato con post sussurrati, raccolti da testimoni palestinesi: lattine di cibo lasciate come esche per i civili affamati, modificate per esplodere al contatto o all’apertura. Sembravano favole dell’orrore, facilmente liquidabili come “propaganda”. Eppure, mesi dopo, una cittadina israeliana racconta di aver udito, in metropolitana a Tel Aviv, due soldati ridere di quelle trappole mortali, come se parlassero di scherzi tra ragazzini.

Poi sono arrivate le testimonianze più atroci. Quelle che spezzano anche il più corazzato degli animi: bambini sepolti vivi, con le mani legate dietro la schiena, le grida soffocate sotto le ruspe militari. A raccontarlo è Mark Perlmutter, medico ebreo americano, presidente della World Surgical Foundation, reduce da settimane negli ospedali da campo di Gaza. Le sue parole sono pietre tombali su ogni residua scusa occidentale.

Non è la prima volta: la memoria lunga di Amnesty International

L’orrore a Gaza non è cominciato il 7 ottobre. È sistemico, programmato, reiterato. Lo documentava Amnesty International già nel 2008, con parole che oggi suonano profetiche:

“La morte di così tanti bambini e di altri civili non può essere semplicemente liquidata come ‘danno collaterale’, come sostenuto da Israele. Molte domande rimangono ancora in attesa di risposta.”

All’epoca, almeno 1.400 palestinesi furono uccisi, di cui circa 300 bambini, molti colpiti mentre dormivano, giocavano, stendevano il bucato o si trovavano nei cortili delle loro case. Anche personale medico e ambulanze furono presi di mira. Tutto questo molto prima del 7 ottobre. Era chiaro già allora che non si trattava di errori o incidenti, ma di una strategia.

La missione dei narratori di Gaza: informare per sopravvivere

C’è chi, fin da piccolo, ha capito che l’unico modo per salvare vite in Palestina è raccontare la verità. Come il bambino di 12 anni che sopravvisse a un bombardamento nel 2008 e che da allora scelse la strada del giornalismo. Diventato adulto, ha continuato a documentare il genocidio con coraggio e precisione, fino a quando Israele ha colpito di proposito la tenda stampa presso l’ospedale Al Shifa, uccidendo lui e la sua intera troupe di Al Jazeera.

A giustificare l’omicidio mirato, il solito meccanismo: accusa di terrorismo, basata su fotografie in cui il giornalista era ritratto insieme a esponenti politici del proprio popolo. Come se chi fa il proprio lavoro — in un contesto di occupazione — debba essere considerato un nemico da abbattere.

Chi lavora nei media a Gaza vive sapendo di essere nel mirino dell’IDF. Lascia testamenti, condivide password, si prepara alla morte. Eppure, resta a raccontare. Perché, come i partigiani di ogni tempo, non si può fuggire quando si ha la responsabilità di testimoniare la verità.

Il genocidio sotto censura: l’eliminazione sistematica dei giornalisti

A Gaza non entrano giornalisti occidentali. Israele lo impedisce. Restano solo i palestinesi. E vengono eliminati. Il numero di giornalisti uccisi a Gaza ha superato ogni record storico, anche quello delle guerre del Novecento. Colpiti mentre indossano giubbotti con la scritta “PRESS”, filmati, fotografati, e infine accusati post mortem di essere “militanti”.

Neanche in Cisgiordania, dove Hamas non è presente, la stampa è al sicuro. Shirin Abu Akleh, storica reporter palestinese-americana, è stata assassinata da un cecchino israeliano nel 2022. E come lei, almeno altri 20 giornalisti sono stati colpiti a morte in zone dove non c’erano ostilità attive.

Il progetto di cancellazione: da Gaza a resort di lusso

Il piano è chiaro: non solo sterminare un popolo, ma cancellare la sua memoria e la sua voce. Prima i bombardamenti, poi l’espulsione o l’eliminazione dei sopravvissuti, infine la ricostruzione della Striscia come zona turistica esclusiva per soli israeliani. Un progetto svelato da documenti ufficiali del governo israeliano, con tanto di render architettonici, studi di sviluppo e promozioni turistiche.

Il crimine non si ferma all’annientamento fisico. È anche appropriazione di terra, distruzione della cultura, negazione della storia.

Il doppio standard che uccide

Oggi, chi difende la propria terra viene definito terrorista, mentre chi bombarda ospedali, scuole, ambulanze e campi profughi viene chiamato Stato democratico. Ma non esistono democrazie che seppelliscono vivi i bambini. Non esiste difesa che giustifichi carestie imposte, bombardamenti chirurgici su civili, e omicidi mirati di giornalisti.

La risoluzione ONU 37/43 del 1982 è esplicita: “La lotta dei popoli contro l’occupazione straniera è legittima, anche armata.” Eppure, il mondo chiede ogni giorno alle vittime di giustificarsi, di abiurare, di spiegare perché continuano a esistere, a resistere, a raccontare.

La domanda che resterà impressa nei secoli

Un giorno i bambini ci chiederanno: dove eravate?
Cosa facevate mentre venivano affamati, terrorizzati, bombardati?
Cosa avete detto, scritto, fatto?

Chi oggi tace, chi si volta dall’altra parte, chi continua a parlare di “equidistanza”, chi giustifica o minimizza, ha già scelto da che parte stare. E sarà ricordato come complice. Nessuno potrà dire “non sapevo”.

Perché oggi lo sappiamo. Tutti.

La fame come arma silenziosa: dalla crisi globale a Gaza oggi

La fame non è soltanto una tragedia individuale: è spesso una strategia deliberata nei contesti di guerra, un’arma invisibile e devastante. Nel 2022, secondo il rapporto Under Threat della Commissione Lancet–IAS, tra 691 e 783 milioni di persone vivevano in condizioni di insicurezza alimentare. Molti di loro erano in Paesi colpiti da conflitti e instabilità politica, dove lo sfollamento, la distruzione delle infrastrutture e l’interruzione delle catene di approvvigionamento hanno aggravato la crisi ben oltre la fine delle ostilità.

Crisi drammatiche si osservano in Sudan, Afghanistan e Yemen, dove guerre prolungate hanno causato carestie e milioni di morti non solo per le bombe, ma per fame, malattie e mancanza di assistenza.

Gaza: la tragedia nel cuore del conflitto

A fine luglio 2025, l’Integrated Food Security Phase Classification (IPC) ha classificato Gaza come Fase 5: Catastrofe, il livello estremo di emergenza alimentare. Circa 500.000 persone (il 22% della popolazione) soffrono di fame estrema; il resto vive condizioni di emergenza o crisi, senza prospettive di sollievo—se non si interviene immediatamente.

Bambini e madri in pericolo: Oltre 71.000 bambini e più di 17.000 donne incinte o in allattamento sono affetti da malnutrizione acuta. L’OMS segnala quasi 12.000 bambini sotto i cinque anni in condizioni gravi, con oltre 99 decessi dall’inizio dell’anno.

Morti inseguendo la sopravvivenza: Centinaia di civili—compresi circa 100 bambini—sono morti mentre cercavano disperatamente cibo o acqua sotto bombardamenti, assedio e violenza costante.

Accesso agli aiuti: un miraggio: Solo il 14% delle forniture necessarie è arrivato, mentre convogli umanitari vengono bloccati o attaccati. L’ONU ha descritto la situazione come “starvation, pura e semplice”.

Privatizzazione degli aiuti: il caso della Gaza Humanitarian Foundation (GHF)

Dal maggio 2025, la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), un’iniziativa private sostenuta da USA e Israele, ha assunto il ruolo centrale nella distribuzione del cibo a Gaza .
• Operando attraverso un modello militarizzato con soli quattro hub, custoditi da contractor americani e sorvegliati a distanza dalle IDF, il piano sostituisce il sistema UN basato su centinaia di punti distribuiti capillarmente .
• Le denunce da parte di organizzazioni come ONG, MSF, Amnesty International, UN e Oxfam sono unanimi: si parla di abilità distruttiva del sistema umanitario, di trappole mortali in cui la gente muore cercando cibo, e di strumentalizzazione politica dell’aiuto .
• Le violenze ai punti GHF sono documentate con dati drammatici: oltre 1.300 Palestinesi uccisi nel tentativo di raggiungere gli hub, in incidenti attribuiti a IDF o contractor, e decine di migliaia di feriti .

Cronaca di una tragedia annunciata
• MSF ha parlato di “matanza orquestada”, definendo i centri come trappole mortali. Medici hanno documentato feriti severi, spesso nel pieno caos della violenza .
• Un’inchiesta del Guardian ha evidenziato come molti feriti abbiano subito colpi calibro IDF, spesso sincronizzati con i momenti di distribuzione .
• Il Financial Times ha descritto i campi della GHF come “death traps”, chiedendosi se la privatizzazione e la militarizzazione stiano aggravando la mortalità anziché alleviarla .

Il quadro globale della fame nei conflitti

Lungo tutta la Terra, la fame assume forme sistemiche:
• Sudan: oltre 25 milioni di persone hanno bisogno di assistenza alimentare, con oltre 755.000 bambini malnutriti.
• Yemen: circa 17 milioni vivono nell’insicurezza alimentare, con oltre 2 milioni di bambini gravemente malnutriti.
• Haiti: quasi 5 milioni (il 50% della popolazione) in grave insicurezza alimentare, acuita da crisi politica e disastri.

In tutti i casi, la fame non è accidente, ma frutto di conflitti, crisi economiche, cambiamenti climatici e manipolazione dell’accesso al cibo come leva di potere.

Cosa è urgente fare
1. Demilitarizzare la distribuzione: smantellare il sistema GHF e tornare a un meccanismo UN basato su capillarità, neutralità e accesso sicuro.
2. Garantire accesso incondizionato: cessazione delle ostilità e apertura stabile dei canali umanitari.
3. Ripristinare le strutture locali: sanitarie, agricole, idriche, per sicurezza alimentare sostenibile.
4. Chiedere responsabilità legali: per chi ha deliberatamente violato i diritti umani e utilizzato la fame come arma.

Conclusione
La fame nelle guerre non è mai naturale. A Gaza, la privatizzazione della distribuzione – come con la GHF – ha trasformato l’aiuto in un pericolo fatale. Spezzare questa catena di morte richiede una forte risposta internazionale, per restituire dignità e sopravvivenza a milioni di persone. Restare neutrali non è più un’opzione: ora è tempo di agire.

La fabbrica della povertà: il disegno reazionario dietro il “miracolo” occupazionale di Meloni

Dietro i toni trionfalistici del governo Meloni sul fronte occupazionale si nasconde un progetto politico ben più profondo e inquietante: la costruzione di una società disciplinata dalla paura, nella quale il lavoro non è più un diritto ma un’arma di ricatto. L’eliminazione del Reddito di Cittadinanza non è stata soltanto una misura economica: è stata una scelta ideologica, coerente con un’impostazione autoritaria e con una visione del Paese che sembra ricalcare fedelmente le linee guida del “Piano di rinascita democratica” di Licio Gelli.

La propaganda elettorale aveva promesso di difendere il popolo. La realtà è un’altra: colpire i più fragili, cancellare tutele, dividere i poveri in categorie gerarchiche e ridurre la cittadinanza sociale a privilegio per pochi “meritevoli”. Invece di affrontare le crisi con politiche innovative, il governo copia e incolla vecchi progetti reazionari, resuscitando strumenti che negli anni ’80 furono concepiti per concentrare il potere politico, piegare la magistratura e marginalizzare le istanze sociali.

Dal Reddito di Cittadinanza alla povertà istituzionalizzata

La sostituzione dell’RdC con l’Assegno di Inclusione (Adi) e il Supporto per la Formazione e il Lavoro (Sfl) ha avuto un effetto chirurgico: ridurre drasticamente la platea dei beneficiari. Secondo il Rapporto Inps 2024, meno della metà dei 418.000 nuclei che avrebbero potuto accedere alle nuove misure ha presentato domanda; 212.000 famiglie sono rimaste escluse da ogni sostegno. La selezione colpisce soprattutto disabili, anziani e famiglie monoreddito, respingendo circa il 60% delle domande provenienti dai nuclei più fragili.

Questo restringimento non è casuale: togliere alternative al lavoro malpagato abbassa il potere contrattuale di chi cerca occupazione. Il governo ha così applicato la vecchia teoria del “salario di riserva” al contrario: non elevare il livello di vita dei più poveri, ma ridurlo fino a costringerli ad accettare qualsiasi condizione.

Il lavoro come ricatto

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: più occupati, ma più poveri. Secondo Istat, la povertà assoluta tocca oggi l’8,5% delle famiglie e il 9,8% degli individui, con oltre 5,7 milioni di persone che vivono senza il necessario. La Caritas conferma che quasi la metà di chi chiede aiuto ha un lavoro formale, spesso a tempo pieno, ma con stipendi che non garantiscono la sopravvivenza.

Le politiche del governo non creano lavoro dignitoso: lo precarizzano e lo frammentano. Voucher peggiorati, part-time forzati, contratti di poche ore, contributi sospesi per mesi senza sanzioni: un sistema che normalizza lo sfruttamento e rende strutturale il ricatto occupazionale.

Il filo rosso con il progetto di Gelli

Il premierato, la riforma della giustizia, la concentrazione del potere esecutivo e la marginalizzazione delle opposizioni non sono misure isolate: fanno parte di un disegno unitario. È il vecchio schema gelliano, riproposto in chiave contemporanea, che vede nella riduzione dei diritti sociali e nella compressione delle libertà civili il terreno su cui consolidare un potere centralizzato e autoritario.

Non è incapacità a governare: è una scelta deliberata. Un Paese impoverito è più facile da controllare; una forza lavoro disperata è più docile; un’opposizione sociale frammentata è meno pericolosa.

Conclusione

Il governo Meloni sta costruendo una “democratura” che si regge su una formula cinica: meno diritti sociali, più potere politico concentrato. Il modello è chiaro: un’Italia in cui la povertà non è una piaga da curare, ma uno strumento di governo; in cui il lavoro non emancipa, ma sottomette.
Dietro i dati esibiti come trofei si nasconde una verità scomoda: questo non è un progetto per il futuro del Paese, ma un ritorno a un passato reazionario che pensavamo di avere sepolto.

Ponte sullo Stretto: il Gigante sulle Macerie – Illusione da 13,5 Miliardi in un Sud Incompiuto

Un trionfo politico, una guerra giudiziaria
Il 6 agosto 2025 il CIPESS ha dato il via libera al progetto definitivo del Ponte sullo Stretto di Messina. Matteo Salvini, oggi fervente sostenitore dell’opera nonostante in passato l’avesse definita “un ponte in mezzo al mare che non sta in piedi”, esulta e annuncia cantieri tra settembre e ottobre. Il costo stimato è salito a 13,5 miliardi di euro, con una fine lavori prevista per il 2032. Ma l’entusiasmo ministeriale si scontra con una realtà meno patinata: ricorsi a raffica, opposizioni locali, dubbi della Corte dei Conti sulla regolarità della spesa, rischi ambientali e un contesto infrastrutturale da terzo mondo. Greenpeace, Legambiente, Lipu e WWF hanno già presentato un reclamo alla Commissione Europea, denunciando violazioni delle direttive Habitat e Uccelli e chiedendo una procedura di infrazione per l’impatto sulle rotte migratorie. Il Comitato No Ponte Capo Peloro ricorda che il progetto porta ancora irrisolte 68 osservazioni tecniche, molte legate alla resistenza sismica.

Il contesto: Calabria e Sicilia, due sponde irraggiungibili
Il ponte dovrebbe collegare due territori dove il vero problema non è “attraversare lo Stretto” ma “arrivarci vivi e in tempo”. In Sicilia, percorrere in treno Trapani–Ragusa (354 km) richiede fino a 14 ore e cinque cambi. Messina–Ragusa (200 km) impiega tra 6 e 8 ore e mezza. Catania–Palermo (200 km) è una maratona su rotaia: 4 ore e mezza di media, fino a 6 nei casi peggiori. In Calabria la situazione è analoga: 111 km tra Crotone e Cosenza si percorrono in 3–5 ore. La SS 106 “strada della morte” resta una trappola di buche e incidenti, mentre la Salerno–Reggio Calabria (A2) è un cantiere permanente. Molte arterie interne, come la Pedemontana di Gioia Tauro, sono incompiute da decenni.

Analisi costi–benefici: un castello di previsioni
Secondo il CIPESS, il ponte porterebbe 23 miliardi di euro di PIL aggiuntivo, 36.700 posti di lavoro stabili e 10,3 miliardi di entrate fiscali. Ma dietro queste stime si nascondono ipotesi ottimistiche e una totale sottovalutazione delle spese di contesto: potenziamento ferroviario, manutenzione stradale, sicurezza antisismica. Il progetto è affidato al consorzio Eurolink (WeBuild con partner di Giappone, Spagna e Danimarca) e riprende un disegno di oltre dieci anni fa, mai aggiornato a fondo.

La spada di Damocle del rischio sismico
L’area dello Stretto di Messina è una delle zone a più alta pericolosità sismica d’Europa. Qui si incontrano due grandi placche tettoniche, quella africana e quella euroasiatica, generando un’attività geologica intensa e imprevedibile. Il 28 dicembre 1908 un sisma di magnitudo 7,1 e il conseguente maremoto devastarono Messina e Reggio Calabria, provocando oltre 80.000 vittime. Secondo l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, la faglia attiva dello Stretto è in grado di produrre eventi di magnitudo superiore a 7, con tempi di ritorno potenzialmente brevi in termini geologici. La costruzione di un ponte a campata unica di oltre 3.600 metri, soggetto a forti sollecitazioni da vento e traffico, richiede non solo calcoli ingegneristici straordinari ma anche un continuo monitoraggio strutturale per decenni. Il Comitato tecnico scientifico ha già segnalato 68 criticità, di cui molte riguardano proprio la risposta sismica: stabilità delle fondazioni in caso di rottura della faglia, resistenza a movimenti laterali e verticali, impatto cumulativo di vibrazioni e oscillazioni. Anche lo scenario del maremoto, spesso trascurato, è un fattore determinante. L’onda generata da un sisma sotto lo Stretto potrebbe colpire direttamente le strutture di accesso e le basi di sostegno, compromettendo la funzionalità dell’opera in pochi minuti. Senza dimenticare che il cambiamento climatico, aumentando la frequenza di fenomeni meteorologici estremi, amplifica il rischio di interazioni critiche tra vento, mare e struttura.

Un’opera militarizzata?
Giorgia Meloni ha definito il ponte “strategico” e lo ha incluso nella pianificazione di spesa militare, affermando che potrebbe servire alla mobilità delle truppe NATO dalla base di Sigonella. Questa dichiarazione alimenta dubbi su priorità e finalità reali dell’opera: più infrastruttura militare che volano per lo sviluppo locale.

Contenziosi, penali e precedenti giudiziari
La storia del ponte è già costata decine di milioni di euro in studi, stipendi e consulenze alla Stretto di Messina Spa, attiva dal 1981 senza aver posato un solo metro di campata. Un eventuale stop comporterebbe una penale di 700 milioni di euro a WeBuild. Nel frattempo, 104 cittadini contrari sono stati condannati dal Tribunale delle Imprese di Roma a pagare 238.000 euro di spese per aver contestato un progetto non ancora definitivo.

Il paradosso: un’astronave senza strade
Costruire un ponte di 3.600 metri a campata unica, il più lungo del mondo, su due sponde collegate da ferrovie ottocentesche e strade fatiscenti è come piantare un grattacielo in mezzo al deserto. Senza un piano infrastrutturale integrato, l’opera rischia di restare un monumento alla propaganda e allo spreco, utile più alle carriere politiche che ai cittadini.

Conclusione
Il Ponte sullo Stretto non è oggi una risposta alle necessità reali di Sicilia e Calabria: è un simbolo di gigantismo politico in un contesto che chiede l’opposto, interventi diffusi, manutenzione, connessioni efficienti e sicure. Prima di innalzare un colosso ingegneristico tra due sponde isolate, bisognerebbe garantire a chi le abita di potersi muovere senza percorrere in mezza giornata distanze che altrove si coprono in poche ore. Altrimenti il ponte sarà solo un’altra cattedrale nel deserto, sospesa sopra il vuoto di un Sud ancora abbandonato.

Spiraglio o trappola? Il vertice (forse) Trump-Putin e la pace al tempo dei dazi

Negli ultimi giorni è iniziato a circolare un’indiscrezione che, se confermata, potrebbe segnare una svolta — o un’illusione — nel conflitto che da oltre tre anni insanguina l’Ucraina. Il Cremlino ha lasciato trapelare che Vladimir Putin e Donald Trump potrebbero incontrarsi “nei prossimi giorni”, con gli Emirati Arabi Uniti come possibile cornice. La Casa Bianca non conferma ma non smentisce: si respira aria di preparativi, e non di circostanza.

A muovere i fili, sul fronte americano, è Steve Witkoff, inviato speciale di Trump. Tre ore di colloquio al Cremlino e un commento del tycoon su Truth Social: “Great progress”. Parole che, nel linguaggio di Trump, suonano come un preludio a qualcosa di grande.

Ma sullo sfondo, oltre ai sorrisi di circostanza, c’è la dura leva economica: nuove sanzioni secondarie e minaccia di dazi a due cifre contro chi continua a comprare energia russa. India e Cina comprese. Il classico bastone e carota, versione geopolitica.

Zelensky e la partita europea

Dal canto suo, Volodymyr Zelensky si è detto convinto che “la Russia sembra più propensa a un cessate il fuoco”. Ma per lui la pace non si costruisce a porte chiuse: l’Europa deve sedere al tavolo. E qui emerge la frattura. Washington spinge per un formato ristretto; Mosca vuole un bilaterale “puro”; Kiev reclama l’Unione Europea, per non trovarsi decisioni già prese e calate dall’alto.

Tre leader, tre posture
• Trump vuole un risultato tangibile e subito. È la logica del colpo di teatro: minacce economiche per forzare i tempi e mettere tutti davanti al fatto compiuto.
• Putin accetta l’idea del vertice, ma dice no (per ora) a un faccia a faccia con Zelensky. La sua lista delle condizioni è chiara: riconoscimento de facto dei territori occupati, stop agli aiuti militari occidentali e nessuna NATO per Kiev.
• Zelensky non arretra: pace solo con garanzie europee e la certezza che non si stia scrivendo un “Congresso di Vienna 2.0” a spese dell’Ucraina.

Cosa potrebbe finire sul tavolo

Difficile parlare di “pace definitiva”. Più realistico un pacchetto di cessate il fuoco con elementi già delineati nei retroscena diplomatici:
• Linea del fronte congelata dove si trova oggi, con monitoraggio internazionale e meccanismi di de-escalation. Mosca, ad oggi, controlla circa il 20% del territorio ucraino.
• Riconoscimento de facto, ma non formale, delle annessioni, con eventuali revisioni affidate a futuri referendum o processi politici.
• Alleggerimento parziale delle sanzioni in cambio del rispetto del cessate il fuoco e riapertura limitata dei flussi energetici, con clausole di “snap-back” in caso di violazione.
• Garanzie di sicurezza alternative alla NATO per Kiev: forniture militari continuative, fondi di ricostruzione vincolati e un sistema di difesa “light” con partner occidentali.

L’Europa tra ruolo e rischio

La richiesta di Kiev di avere l’UE al tavolo è più di una formalità: la guerra è in Europa e, se il conflitto si congelasse, i costi ricadrebbero per decenni su bilanci, sicurezza e stabilità europee. Ma Bruxelles avanza con cautela. Il rischio peggiore è un accordo lampo USA-Russia percepito come imposto: scenario che finirebbe per delegittimare l’Ucraina e spaccare il fronte europeo.

Tre possibili scenari
1. Cessate il fuoco con garanzie solide
Si ferma il fuoco lungo l’attuale linea, parte un monitoraggio terzo, si sbloccano fondi e corridoi energetici controllati. Fragile, ma reale.
2. Congelamento opaco, “pace negativa”
I combattimenti calano ma non cessano, la retorica di pace copre una situazione bloccata. Kiev resta fuori dalla NATO, Mosca consolida i guadagni e l’Europa paga il conto.
3. Vertice fallito ed escalation ibrida
Saltano i colloqui, scattano nuovi dazi e sanzioni USA, Mosca risponde con armi energetiche, cyberattacchi e pressione militare tattica. Il rischio: un ciclone sui mercati globali.

Due variabili decisive
• Sequenza degli incontri: Mosca vuole vedere Zelensky solo alla fine. Se il summit parte come “Trump-Putin puro”, l’accusa di marginalizzare Kiev e UE sarà inevitabile.
• Verificabilità: senza meccanismi chiari per controllare cessate il fuoco, corridoi umanitari e scambi di prigionieri, ogni accordo rischia di diventare carta straccia. Qui l’UE potrebbe fare la differenza.

Spiraglio o illusione?

Parlare di “pace” è prematuro. Piuttosto, potremmo essere di fronte a una finestra tattica in cui tutti e tre — Trump, Putin e Zelensky — vogliono misurare il costo politico di un cessate il fuoco. Ma i nodi restano: territori, garanzie e sanzioni.

Se l’Europa entra davvero nel formato e nelle verifiche, lo spiraglio può diventare argine contro il congelamento del conflitto. Se resta fuori, rischiamo di ritrovarci con un cessate il fuoco di carta, pronto a saltare al primo pretesto.

Una nota per non farsi illusioni

Dopo più di tre anni, le linee del fronte non sono crollate, ma la guerra non ha perso intensità. La Russia tiene ancora circa un quinto dell’Ucraina; le offensive e i bombardamenti continuano; milioni di profughi restano lontani da casa. Un vertice può fermare le armi per un po’, ma non basta per affrontare crimini di guerra, ricostruzione e sovranità. Per quello serve un processo vero, non solo una foto di leader che si stringono la mano.

Lo Stato svuotato: quando il modello-mafia diventa la nuova forma di governo

  1. Un monito contemporaneo: l’estremismo liberista e il “modello‑mafia”

Stefano Levi Della Torre lancia un avvertimento attuale: l’estremismo liberista, esemplificato da figure come Trump o Bolsonaro, tende alla privatizzazione radicale dello Stato, trasformando il modello “anti-Stato” della mafia in una forma istituzionale. Non è solo il passaggio da comitati d’affari a cricche dominanti – è la sostituzione del pubblico col privato, dove il criterio dell’affiliazione mafiosa sostituisce la cittadinanza.

Analisi analoghe emergono da altri osservatori: un commento definisce l’operato di Trump come un “mafia‑state”, denunciando comportamenti criminali normali nel governo statunitense. Altri lo definiscono addirittura “mafia imperialism”, poiché usa la forza, il condizionamento e la coercizione nelle relazioni internazionali, anziché diplomazia o regole riconosciute.

  1. Contesto storico e analogie filosofiche

2.1 La grande trasformazione e la reazione antitetica

Karl Polanyi, ne La grande trasformazione, descrive il “doppio movimento”: il primo è l’affermazione del liberismo che autoscioglie l’economia nel mercato; il secondo è la reazione difensiva che attiva la società contro la mercificazione totale. La tesi di Levi Della Torre sembra richiamare una forma estrema di quel movimento: la dissoluzione del pubblico in favore del privato, con il potere economico che logora lo Stato dall’interno.

2.2 Corporatocrazia e capitalismo clientelare

In parallelo, il fenomeno della corporatocrazia descrive come poteri privati, grandi corporazioni o lobby, esercitino decisioni pubbliche, favorendo deregolamentazione, privatizzazione e privilegi a scapito della collettività. È un capitalismo di connivenza o cliente‑capitalismo che spinge verso la privatizzazione strutturale dello Stato, confinando il ruolo pubblico alle funzioni repressive o formali.

  1. Dalla teoria alla pratica politica

3.1 Privatizzazione dello Stato e retorica individualistica

Nei paesi democratici occidentali si osserva un calo della partecipazione e fiducia pubblica, un aumento delle disuguaglianze e una crescente fiducia nel privato. L’individualismo di massa spinge verso una morale privatistica – “ognuno per sé” – che si traduce in consenso politico per chi promette di ridurre l’intervento pubblico, contribuendo alla delegittimazione dello Stato e alla sua privatizzazione.

3.2 Bande al posto dei partiti

Levi Della Torre descrive come attorno a potentati finanziari nascano “bande” – lobby, clientele, network personali – che operano parallelamente e spesso in conflitto con le istituzioni rappresentative. Profitto e affiliazione sostituiscono la delega ideologica o programmatica: si privatizza la spesa pubblica, si infiltrano le istituzioni, si personalizza la politica attraverso leader-carismatici, proprio come in un’organizzazione mafiosa.

3.3 Lo scontro pubblico-privato e la magistratura

Si accentua lo scontro tra governance privatistica e giurisdizione pubblica. Chi detiene potere privato tende a delegittimare la magistratura, che rappresenta l’universalismo e il controllo legale. Non si tratta più di divergenze istituzionali isolate, ma di due sistemi contrapposti: potere privato vs legalità pubblica.

  1. Confronti storici e attuali

4.1 Fascismo contro mafia e opposto liberismo

Il fascismo voleva costruire uno Stato potente, non distruggerlo: combatteva la mafia perché rivale del potere statale. Al contrario, il modello che descrive Levi Della Torre è il liberismo che distrugge lo Stato dall’interno, affermando il primato del privato a scapito del potere pubblico.

4.2 Precedenti italiani: Berlusconi e l’“esibizione grottesca”

Secondo l’autore, Berlusconi è stato un emblema precoce di questa dinamica: dagli scandali individuali alle leggi ad personam, fino al rapporto morboso con il potere mafioso. Quel suo stile politico – personalizzato, mediatico, violento verso la sfera pubblica – è ripreso da dirigenti simili a Trump, Orban, Putin o Netanyahu.

4.3 La mafia imprenditrice e l’infiltrazione economica

Studi accademici evidenziano come la mafia non sia solo violenza: è una struttura imprenditoriale, capace di infiltrarsi legalmente nell’economia, e di creare sistemi paralleli di potere economico con gerarchie e regole ferree. La mafia come ordine privato concorrente allo Stato legale.

  1. Approfondimento: l’infiltrazione economica della mafia nella “legale” economia

5.1 Mafia come investimento sistemico nel tessuto economico-legale

La mafia ha colonizzato la cosiddetta economia legale, usando crisi come la pandemia per prendere il controllo di imprese lecite attraverso compravendite societarie opache e intestazioni fiduciarie. Settori come costruzioni, rifiuti e servizi pubblici sono i più vulnerabili alla penetrazione mafiosa, trasformando aziende in veicoli di riciclaggio e potere privato.

5.2 Dal reato violento alla frode “bianca”

Secondo Reuters, l’orientamento mafioso si è spostato da estorsioni e omicidi verso frodi fiscali, evasione e truffe sui fondi post‑COVID o dell’UE, dove le pene sono più lievi rispetto ai reati tradizionali. L’‘Ndrangheta cresce nell’emissione di fatture false e nei fallimenti pilotati, danneggiando lo Stato in modo sistematico.

5.3 Il controllo delle amministrazioni locali

Molti comuni italiani, soprattutto in Calabria e Puglia, sono stati sciolti per mafia a causa dell’infiltrazione nei bilanci e negli appalti. Modelli di machine learning permettono oggi di prevedere quali comuni rischiano di cadere sotto influenza mafiosa, consentendo interventi preventivi.

5.4 Impatti economici diretti e a lungo periodo

Studi sul commissariamento dei comuni (CCDs) mostrano effetti positivi: aumento dell’occupazione formale (+17 %), rinnovamento della classe politica (più giovani e donne) e maggiore trasparenza. Ciò conferma che ridurre l’influenza mafiosa produce crescita economica reale.

5.5 Ecomafia e dominio ambientale

Il giro d’affari dell’“ecomafia” in Italia ha toccato circa 8,8 miliardi di euro nel 2023, con traffici illeciti di rifiuti e abusi edilizi. Anche qui la mafia si maschera da economia “legale”, inserendosi in appalti e settori pubblici strategici.

  1. Implicazioni e scenari futuri

Tema Conseguenze reali
Privato vs pubblico Lo Stato diventa apparato formale, mentre il potere reale è privato e affiliativo
Politica personalistica Leader come boss che impongono accordi e vincoli personali
Legittimità democratica Viene sostituita dalla logica clientelare, affiliazione al posto della cittadinanza
Democrazia in crisi Il sistema democratico perde efficacia di fronte a poteri non controllabili democraticamente

  1. Conclusione: un allarme politico e culturale

Il modello-mafia non è più un’anomalia criminale sotto lo Stato, ma un possibile sbocco politico per un mondo in cui il liberalismo estremo privatizza progressivamente la sfera pubblica. È un processo che trasforma vittime in affiliati, cittadini in clienti, istituzioni in facciata.

Contrastare questo fenomeno non significa solo reprimere reati criminali tradizionali, ma ripristinare trasparenza, partecipazione pubblica, regole efficaci contro la frode, e intervenire preventivamente nelle amministrazioni vulnerabili.

L’allarme lanciato da Levi Della Torre è chiaro: se non si rafforza lo spirito pubblico, lo Stato rischia una mutazione genetica, svuotato e indossato da poteri privati come un guscio morto.

Fonti
• Stefano Levi Della Torre, Per il futuro dello Stato il modello della mafia, Parole Libere, 4 agosto 2025
• Karl Polanyi, La grande trasformazione
• Reuters, Italy’s white-collar mafia is making a business killing (2024)
• CEPR, How machine learning is aiding the fight against mafia infiltration in Italy (2023)
• NBER, The Economic Effects of Anti-Mafia Commissions in Italy (2024)
• Legambiente, Rapporto Ecomafia 2023
• Gurciullo, Network analysis of mafia infiltration (arXiv, 2014)
• AP News, Mafia infiltration in Puglia municipalities (2024)

“La Democrazia dell’Indifferenza: quando il popolo elegge il genocidio”

L’ennesima provocazione sulla Spianata delle Moschee di Gerusalemme, orchestrata dal ministro della Sicurezza Nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir e da oltre un migliaio di coloni fanatici, non è solo l’ennesima sfida al diritto internazionale e all’equilibrio precario tra le religioni. È, soprattutto, la cartina di tornasole di un intero sistema politico e sociale che si sta trasformando in laboratorio del consenso genocidario, dove la responsabilità collettiva si fonde all’indifferenza e all’assuefazione al crimine.

In Occidente ci ostiniamo ancora a parlare di “Israele, unica democrazia del Medio Oriente”, dimenticando che democrazia non è soltanto sommare i voti nelle urne, ma implica un’etica pubblica, la tutela dei diritti umani, il rispetto della minoranza e l’assunzione di responsabilità di fronte all’ingiustizia. Nel 2024, invece, ci troviamo di fronte a uno Stato che elegge democraticamente un governo di fanatici e suprematisti, mentre la maggioranza della popolazione tace, approva o, peggio ancora, celebra la distruzione sistematica di un popolo confinante.

Dal suprematismo religioso al consenso diffuso

L’irruzione sulla Spianata delle Moschee, con canti, preghiere e balli provocatori, non è una devianza rispetto alla normalità: è la normalità. Ben-Gvir, insieme al suo seguito, ha dichiarato con orgoglio l’intenzione di annientare Gaza, espellere i palestinesi, annientare Hamas fino all’ultimo uomo e imporre la “sovranità” ebraica su Gerusalemme e sull’intera Palestina storica. Parole che, fino a pochi anni fa, sarebbero suonate inaccettabili persino nei talk-show più estremi; oggi sono moneta corrente della politica di governo, amplificate dai media israeliani e accolte senza scandalo dalla pubblica opinione.

Il dato che inquieta più di tutti è proprio questo: non siamo di fronte a una dittatura militare, a una giunta di generali o a una setta di fanatici imposta con la forza. Siamo davanti a un sistema politico che trae la sua forza dal consenso elettorale, da una maggioranza popolare che sostiene, giustifica, razionalizza e interiorizza la guerra perpetua contro i palestinesi. Non c’è resistenza di massa, non c’è sollevazione popolare contro il piano di sterminio. Ci sono, certo, minoranze coraggiose e voci dissidenti, ma sono relegate ai margini, spesso perseguitate, tacciate di “tradimento nazionale”, isolate dal mainstream.

La fame come arma, il silenzio come complicità

I numeri snocciolati dalle Nazioni Unite e dalle autorità di Gaza sono agghiaccianti e meritano di essere ricordati, perché dietro ogni tonnellata di aiuti negati c’è un bambino che muore, un anziano che si spegne, una famiglia che sprofonda nell’abisso della disperazione. Israele ha bloccato più di 22.000 camion di aiuti umanitari dall’inizio dell’assedio, lasciando entrare solo le briciole – e anche queste in larga parte saccheggiate, disperse o impedite nella distribuzione. Solo il 10% degli aiuti riesce a raggiungere effettivamente chi ne ha bisogno. Nei pressi dei punti di distribuzione, centinaia di palestinesi vengono uccisi a sangue freddo, in quello che appare come un calcolo glaciale: lasciare che la fame e il terrore facciano il lavoro sporco che la diplomazia non osa dichiarare apertamente.

Il premier Netanyahu, ormai prigioniero delle sue stesse alleanze con l’estrema destra religiosa e coloniale, prende tempo e rimanda le decisioni mentre la macchina della morte prosegue il suo lavoro. Nessun passo indietro, nessun gesto di umanità: l’obiettivo dichiarato è la pulizia etnica, la concentrazione dei palestinesi a Rafah in una “città umanitaria” che sa di ghetto e di preambolo a un’espulsione di massa.

Quando il genocidio è socialmente accettato

A rendere ancora più grottesca e tragica questa vicenda è la totale indifferenza, quando non il sostegno attivo, della maggior parte della popolazione israeliana. I sondaggi dicono che la maggioranza degli israeliani non solo approva l’operato del governo, ma ne chiede addirittura una linea più dura. La società civile israeliana, salvo rare eccezioni, si è allineata allo stato di guerra permanente, ha interiorizzato la logica dell’assedio, del muro, della segregazione e della punizione collettiva. La sofferenza palestinese non è più vista come conseguenza inevitabile del conflitto, ma come condizione desiderata, necessaria, persino giusta. La narrazione dominante trasforma le vittime in colpevoli, i carnefici in difensori della civiltà occidentale, il genocidio in legittima difesa.

Dall’altra parte, la comunità internazionale balbetta, si limita a rituali diplomatici e gesti simbolici – come il riconoscimento, tardivo e irrilevante, dello Stato di Palestina da parte di alcune cancellerie europee. Un gesto che, nella sostanza, non cambia nulla mentre sul campo si consuma la distruzione di una nazione.

La democrazia che elegge il crimine

Il punto di fondo che occorre denunciare senza ambiguità è che in Israele oggi si sta consumando non solo un genocidio materiale, ma una crisi radicale del concetto stesso di democrazia. Quando una maggioranza popolare – educata, informata, partecipe – elegge un governo che fa del crimine il proprio programma, la democrazia cessa di essere garanzia di giustizia e si trasforma in strumento di legittimazione della violenza.

Questa non è una aberrazione passeggera, ma il prodotto di un lungo processo di radicalizzazione, alimentato da decenni di occupazione, apartheid, propaganda suprematista e complicità internazionale. È la “banalità del male” che torna a imporsi nella storia: non serve più il dittatore sanguinario, il consenso popolare basta e avanza per coprire ogni atrocità.

Oltre il muro dell’indifferenza

Il compito di chi si oppone oggi non è solo denunciare il crimine, ma smascherare la complicità collettiva, chiamare alla responsabilità non solo i politici e i generali, ma anche i cittadini comuni, i media, gli intellettuali, le istituzioni che hanno scelto di voltare la testa dall’altra parte. Non possiamo più accettare la favola di una “Israele democratica” che sarebbe ostaggio di una minoranza estremista: la realtà è che la democrazia israeliana, nella sua maggioranza, ha scelto la strada dell’apartheid, della guerra permanente, della cancellazione dell’altro.

In questa tragedia, il futuro non si gioca solo a Gaza, tra le macerie e i campi di sfollati, ma nella coscienza di ciascuno di noi. La storia giudicherà non solo i carnefici, ma anche chi ha taciuto, chi ha giustificato, chi si è rifugiato nell’indifferenza. E, forse, ci sarà chi un giorno saprà raccontare che in un’epoca di democrazie apparenti, la complicità delle masse è stata la più efficace delle armi di distruzione.

Fonti
• Articolo del Fatto Quotidiano, 4 agosto 2025
• Rapporti ONU sugli aiuti umanitari a Gaza, luglio-agosto 2025
• Dichiarazioni di Ben-Gvir, Halevi, Katz, Netanyahu su X e stampa israeliana
• Dati del Waqf e del governo di Gaza
• Sondaggi di opinione israeliani 2024-2025

Europa in divisa, coscienza disarmata: il nuovo fronte dell’obbedienza cieca

Il grande inganno dell’Europa bellica

Mentre le cancellerie europee accelerano sulla via del riarmo, tra proclami di “difesa comune” e scenari apocalittici sventolati dai media mainstream, si fa sempre più urgente la domanda: avete capito dove ci stanno portando?
Non si tratta solo della possibilità remota — ma non troppo — di una guerra diretta tra Russia ed Europa, bensì dell’avanzata silenziosa e costante di una cultura militarista, violenta e menzognera che riplasma le società europee a immagine e somiglianza di un potere che ha scelto la forza al posto della diplomazia, la menzogna al posto della verità, l’obbedienza al posto del pensiero.

  1. La guerra che non si farà — ma che si vuole far credere possibile

Nessuna delle parti in causa ha davvero interesse a una guerra nucleare tra Russia ed Europa.
La Russia non ha alcuna ragione per attaccare l’Europa: anzi, i suoi interessi strategici puntano alla stabilità nei rapporti commerciali e geopolitici. L’Europa, d’altra parte, non ha alcuna possibilità di sopravvivere a uno scontro diretto: la sproporzione tecnologica e militare, soprattutto nel campo dei vettori nucleari, è palese.

Perché allora si alimenta questa retorica? Perché si continua a parlare, come se fosse imminente, dello “scontro finale”?
La risposta non sta nella logica militare, bensì in quella politica e strategica: la minaccia della guerra diventa lo strumento con cui si giustifica il riarmo, si soffoca il dissenso, si convoglia il malcontento sociale verso nemici costruiti ad arte. È lo stato d’eccezione permanente, analizzato da Agamben, che giustifica ogni abuso in nome della sicurezza.

  1. L’Europa come vassallo strategico: il doppio gioco tra Trump e i neocon

Un punto chiave sta nella subordinazione europea al piano strategico dei neocon americani. Dopo il 2022, l’UE ha accettato il disegno geopolitico degli Stati Uniti, che mira esplicitamente alla dissoluzione della Federazione Russa.
Con l’elezione di Trump, le cose si complicano: da un lato, l’Europa cerca di soddisfarlo investendo massicciamente nel riarmo (e comprando armi dagli USA, accettando supinamente dazi commerciali al 15%), dall’altro continua a muoversi nella scia della strategia destabilizzante dei neocon.

Il risultato è un’Europa schizofrenica, priva di autonomia, che prepara nuove guerre per procura — altri “Ucraina bis”, nuovi “paesi sacrificabili” da armare e mandare al fronte — pur di portare avanti l’erosione sistematica della Russia, ignorando deliberatamente il rischio che questa strategia conduca a un punto di non ritorno.

  1. La strategia del logoramento: destabilizzare la Russia per logorarla dall’interno

Quella a cui stiamo assistendo non è una guerra dichiarata, ma un progetto metodico di logoramento.
L’obiettivo reale è spingere la Russia a un’implosione interna, provocandola su più fronti, moltiplicando le crisi e i conflitti lungo i suoi confini, e alimentando instabilità politica al suo interno attraverso sanzioni, infiltrazioni, campagne mediatiche.

È una strategia che si crede “intelligente”, ma che in realtà è miope: ignora la forza di resilienza di Mosca, sottovaluta la determinazione del suo apparato politico-militare e, soprattutto, dimentica che si ha a che fare con la maggiore potenza nucleare del mondo. Pensare di “logorarla” con tattiche di guerra ibrida è come giocare alla roulette russa con la Storia.

  1. La vera guerra è già cominciata: menzogna, sorveglianza e impoverimento

Mentre l’Europa arma le parole e alimenta fantasmi bellici, la guerra vera è già in corso: è quella contro i popoli, contro i diritti sociali, contro le libertà fondamentali.
L’“imperio della violenza e della menzogna”, come lo definisce Andrea Zhok, si manifesta nei decreti sicurezza, nel controllo capillare, nella criminalizzazione del dissenso, nel taglio sistematico a scuola, sanità e servizi pubblici per finanziare l’industria bellica.

È un modello sociale fondato sulla paura e sulla disumanizzazione: il nemico è ovunque, e ogni voce fuori dal coro è sospetta. Il cittadino non è più sovrano, ma sorvegliato. Il lavoratore non è più protagonista, ma esecutore disarmato. E il Parlamento, ormai, non legifera: ratifica.

  1. L’urgenza della resistenza: sollevare i popoli contro il riarmo

Siamo davanti a una deriva che può ancora essere fermata — ma il tempo stringe. Non basta più denunciare il riarmo: bisogna chiamare le cose col loro nome, svelare gli interessi economici e geopolitici che muovono questa follia collettiva.
Serve un fronte largo, popolare, che unisca forze sindacali, movimenti, partiti, intellettuali, artisti e semplici cittadini in una nuova internazionale della pace.

Non bastano le fiaccolate rituali o le mozioni parlamentari svuotate: serve una Conferenza internazionale vera, che coinvolga Cina, Russia, India, America Latina e tutte le potenze fuori dalla NATO, per riscrivere le regole della convivenza globale, contro il suprematismo armato dell’Occidente.

L’ultima occasione per restare umani

La domanda che ci poniamo — avete capito dove ci stanno portando? — non è retorica. È un grido.
Ci stanno portando verso una società militarizzata, disumanizzata, spogliata di senso e di solidarietà. Ma nulla è ancora scritto.
Ogni generazione ha avuto il suo bivio. Questo è il nostro. E da come reagiremo ora, si capirà se saremo stati semplici spettatori della fine, o se avremo scelto di restare umani.

Fonti suggerite per approfondimento:
• Giorgio Agamben – Stato di eccezione
• Andrea Zhok – articoli su L’Indipendente e Il Fatto Quotidiano
• Noam Chomsky – Who Rules the World?
• John Mearsheimer – Why the Ukraine Crisis Is the West’s Fault
• Documenti NATO sulle spese militari (NATO Official Website)
• SIPRI – Stockholm International Peace Research Institute, report annuali sul riarmo globale
• Eurostat – statistiche su spesa pubblica in sanità e difesa

Francesca Albanese, la voce della verità che fa tremare i nuovi fascisti

Siamo all’abisso morale. Invece di difendere una donna coraggiosa e una vera patriota italiana minacciata dagli Stati Uniti, la maggioranza che governa il nostro Paese si è distinta ancora una volta per viltà e servilismo. Fratelli d’Italia ha presentato un’interrogazione parlamentare contro la relatrice speciale dell’ONU, Francesca Albanese, invitata alla Camera da Movimento 5 Stelle e dalle opposizioni per raccontare l’orrore del genocidio a Gaza.

Il motivo addotto è surreale, degno delle pagine più buie della nostra storia: secondo il partito di Giorgia Meloni, ospitare la Albanese sarebbe “irresponsabile” perché accusata da un senatore americano di antisemitismo e simpatia per il terrorismo. Accuse infondate e infamanti, ripetute come un disco rotto da chi preferisce la menzogna alla verità, il silenzio complice alla denuncia dei crimini di guerra.

Il paradosso della destra neofascista

Ma il paradosso diventa grottesco quando si scopre che tra i firmatari dell’interrogazione figura Galeazzo Bignami, capogruppo di FdI alla Camera, noto per essere stato immortalato in gioventù travestito da gerarca nazista. Con quale coraggio un uomo del genere osa parlare di antisemitismo? Con quale faccia accusa una donna che ha dedicato la sua vita a difendere i diritti dei popoli oppressi?

Francesca Albanese rappresenta oggi una delle voci più limpide e coraggiose della nostra epoca. È per questo che fa paura: perché dice la verità, perché non piega la schiena, perché smaschera l’ipocrisia di governi e istituzioni che si riempiono la bocca di “diritti umani” ma chiudono gli occhi davanti a un genocidio trasmesso in diretta.

Chi è Francesca Albanese e perché è nel mirino

Francesca Albanese è una giurista italiana, nominata nel maggio 2022 Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati. Incarico prestigioso e delicatissimo, che la rende la prima donna italiana a ricoprire questo ruolo.

Nel marzo 2024 ha presentato al Consiglio ONU per i Diritti Umani un dossier storico: “Anatomia di un genocidio”, in cui documentava con prove inoppugnabili come Israele stesse compiendo atti assimilabili al genocidio a Gaza. Ha poi denunciato la cosiddetta “economia del genocidio”, svelando il coinvolgimento di decine di multinazionali – tra cui colossi come Microsoft, Amazon e Alphabet – nell’occupazione e nello sfruttamento dei territori palestinesi.

Queste prese di posizione hanno fatto infuriare Washington e Tel Aviv. Nel luglio 2025, il segretario americano Marco Rubio, sotto l’amministrazione Trump, ha imposto sanzioni personali contro Albanese, accusandola di “antisemitismo sfacciato” e di “sostenere il terrorismo”. Una ritorsione politica senza precedenti: le è stato vietato l’ingresso negli Stati Uniti e congelati eventuali beni sotto giurisdizione USA.

Albanese ha definito le accuse “obscene” e mosse per zittire chi documenta i crimini. L’ONU e Amnesty International hanno denunciato la gravità della decisione: sanzionare un relatore speciale significa minare l’indipendenza delle Nazioni Unite e la credibilità del sistema internazionale dei diritti umani.

Ecco perché Francesca Albanese è così pericolosa agli occhi dei padroni della guerra: perché ha osato pronunciare la parola proibita – genocidio – e perché ha osato indicare nomi e responsabilità.

La complicità dell’Occidente

Non dimentichiamolo: più di 140 Paesi nel mondo hanno già riconosciuto lo Stato di Palestina. In Italia, la maggioranza dei cittadini sa benissimo che a Gaza si sta consumando un genocidio. Eppure, la nostra classe dirigente preferisce inchinarsi agli ordini di Washington e di Tel Aviv piuttosto che difendere i principi della Costituzione nata dalla Resistenza.

Si accusano di antisemitismo coloro che denunciano un massacro. Si criminalizzano le voci libere e si normalizzano i veri eredi dell’odio razziale e della violenza fascista. È l’ennesima prova che questa destra non difende la democrazia: la svende. Non difende la libertà: la soffoca. Non difende l’Italia: la trascina nel fango della subordinazione e dell’autoritarismo.

Un Paese ostaggio di una minoranza reazionaria

Siamo governati da una minoranza politica che rappresenta il peggio del nostro passato. Fascisti in doppiopetto, nostalgici in giacca e cravatta, pronti a manipolare le paure e a trasformare la solidarietà in colpa, la verità in crimine, la giustizia in eresia.

E mentre milioni di italiani affrontano precarietà, salari da fame e il costo della vita insostenibile, loro trovano tempo e denaro per alimentare la macchina del riarmo e per perseguitare chi chiede pace e giustizia. Non sono solo indegni di governare: sono un pericolo concreto per la sopravvivenza stessa della nostra democrazia.

Francesca Albanese non è sola

A Francesca Albanese va tutta la nostra solidarietà. È lei, oggi, a incarnare l’articolo 11 della Costituzione che “ripudia la guerra”. È lei a difendere l’onore dell’Italia quando le istituzioni ufficiali scelgono la vergogna. È lei a rappresentare quel Paese reale che non vuole genocidi, non vuole guerre, non vuole più essere complice dei carnefici.

Appello per l’unità e la convergenza

Non possiamo restare a guardare. È il momento di unirci, superando vecchie divisioni e personalismi, per costruire un fronte popolare ampio e determinato. Un fronte capace di gettare lontano dalle istituzioni questi nuovi fascisti, di difendere la Costituzione e di restituire dignità al nostro Paese.

L’appello è a tutte le forze sane della società: ai movimenti per la pace, ai sindacati, alle associazioni, ai partiti democratici, ai cittadini che non si rassegnano. Non servono bandierine, non servono primazie. Serve la convergenza, qui e ora. Perché il tempo sta finendo, e il silenzio di oggi sarà la vergogna di domani.

Ora e sempre: giù le mani dei fascisti da Francesca Albanese.
Ora e sempre Resistenza.

Italia in retromarcia: la stagnazione economica e la resa politica dell’Europa

Il dato che non si può più nascondere

La retromarcia del PIL italiano nel secondo trimestre 2025 – un inatteso -0,1% rispetto ai tre mesi precedenti, con una crescita tendenziale annua ridotta al +0,4% – segna la fine delle illusioni raccontate dal governo Meloni. Per la prima volta dopo mesi di proclami, non si è potuto sventolare la bandiera della “nazione che cresce più d’Europa”. La realtà è che l’Italia ristagna, e lo fa insieme alla Germania, mentre Spagna e Francia, pur con fatica, riescono ancora a mettere qualche decimale di crescita sul tavolo.

Una frenata che viene da lontano

Le cause sono molteplici ma convergenti: agricoltura e industria continuano a perdere terreno, i servizi – due terzi del nostro PIL – non crescono più, i consumi interni languono, e l’export, che storicamente rappresentava la valvola di sfogo, è oggi zavorrato dal calo verso l’Asia e soprattutto la Cina (-11% rispetto al 2024). L’unico dato positivo, l’aumento dell’8% delle esportazioni verso gli Stati Uniti nel primo trimestre, non basta a compensare la perdita di altri mercati.

Il cappio dei dazi

In questo quadro già fragile, arriva l’accordo siglato in Scozia tra Ursula von der Leyen e Donald Trump, che introduce dazi del 15% sulle esportazioni europee verso gli Stati Uniti. Appena dieci giorni fa, Giorgetti definiva “insostenibile” un aumento al 10%. Meloni, in ossequio alla retorica della forza d’animo, dichiarava invece che il 10% era gestibile. Il risultato è stato un compromesso al rialzo – il 15% – che non ha nulla di compromissorio ma tutto di punitivo.

Secondo le stime di Confindustria, l’Italia rischia 22 miliardi di export in meno e decine di migliaia di posti di lavoro persi. Una catastrofe annunciata che il governo si ostina a minimizzare, parlando di impatti “gestibili” e confidando in un recupero che, nelle previsioni più ottimistiche, non arriverebbe prima del 2029.

L’Europa piegata e la memoria di Monti

Il paragone con il caso Microsoft del 2004, ricordato da Romano Prodi, è illuminante. Allora la Commissione Europea – con Monti commissario alla concorrenza – resistette per cinque anni e mezzo alle pressioni di un colosso globale e inflisse una multa storica. Oggi, di fronte a un’America che impone la sua linea, la stessa Europa abdica, trasformandosi in un continente subalterno, pronto a impegnarsi ad acquistare 750 miliardi di energia e 600 miliardi di sistemi d’arma made in USA.

La frase di Prodi resta scolpita: “politica non è farsi umiliare dai potenti”. Eppure, l’impressione è che l’Europa di Ursula von der Leyen e la premier Meloni abbiano fatto esattamente questo: accettare l’umiliazione pur di mantenere in piedi la facciata di un rapporto privilegiato con Washington.

Sovranismo: la maschera che cade

Cuperlo lo ha detto con chiarezza: questa vicenda svela il bluff del sovranismo. Le destre europee l’hanno venduto come la via della rinascita, l’arma con cui riconquistare dignità e sovranità. Oggi vediamo che quel sovranismo non è altro che una resa preventiva al potere altrui, un nazionalismo senza nazione, che lascia l’Italia e l’Europa più fragili e meno libere.

Meloni, che voleva fare da ponte tra le due sponde atlantiche, si ritrova come portavoce di un’Europa inginocchiata. Salvini, con la sua Lega “meno Europa possibile”, aggiunge incoerenza a incoerenza. E Ursula von der Leyen, che avrebbe dovuto incarnare la leadership europea, appare ostaggio di Trump e del Consiglio Europeo, incapace di guidare i 27 verso una posizione comune di forza.

L’opposizione e il bivio dei socialisti europei

C’è un problema di fondo che la sinistra non può eludere: Ursula von der Leyen è stata votata anche da socialisti e progressisti europei, in nome della responsabilità e per evitare il “peggio”. Oggi quella scelta presenta il conto: la Commissione appare come la peggiore della storia, incapace di autonomia e di visione. Limitarsi a denunciare l’umiliazione non basta più. È il momento di decidere se continuare a sostenere questa Europa supina o se avere il coraggio di dire basta, aprendo una fase nuova di rifondazione democratica e sociale del progetto europeo.

Sintesi critica

Il dato economico – il PIL che arretra – e il dato politico – l’accordo capestro sui dazi e sugli acquisti miliardari dagli USA – raccontano la stessa storia: l’Italia e l’Europa si sono fatte pecora e il lupo le ha sbranate. Cuperlo lo anticipa: il sovranismo, lungi dall’essere la cura, è oggi il veleno che rischia di consegnarci a una lunga stagione di declino. La speranza è che milioni di cittadini capiscano che non si tratta di una partita di orgoglio nazionale, ma di sopravvivenza democratica, sociale ed economica.

Il problema, allora, non è solo la Meloni o von der Leyen: è un’Europa senza anima, senza leadership e senza coraggio. O si cambia radicalmente strada – tornando a un’Europa capace di reggere i colpi dei potenti e di difendere i propri popoli – o il futuro sarà quello di una lunga e dolorosa stagnazione.