Il presidente del Consiglio Meloni, un Robin Hood al contrario

La legge di bilancio che il governo ha messo sul tavolo conferma ciò che molti hanno finto di non vedere per tre anni: questo esecutivo non è nato per redistribuire verso il basso, ma per consolidare verso l’alto. È un governo che ha chiesto il voto “del popolo” e oggi governa in favore di una ristretta fascia sociale ed economica. Lo dicono i numeri delle audizioni parlamentari, non un’opinione militante: metà delle risorse stanziate per il taglio dell’Irpef finiranno in tasca all’8 per cento più benestante del Paese; l’Istat ha chiarito che l’85 per cento del beneficio viene assorbito dai due quinti più ricchi; l’Ufficio parlamentare di bilancio ha spiegato che per operai e lavoratori a basso reddito si parla di briciole, 20-25 euro in un anno, mentre per chi supera i 50 mila euro il vantaggio arriva oltre i 400. È, letteralmente, la foresta di Sherwood capovolta: si toglie, o non si dà, a chi sta sotto, e si premia chi sta sopra.

La narrazione ufficiale parla di “tutela del ceto medio”. Ma il ceto medio, quello vero, è fatto di lavoratori dipendenti con salari compressi dall’inflazione, partite Iva a basso fatturato, famiglie che pagano mutui e bollette, e che soprattutto non possono spostare il proprio reddito in una società di comodo nei paradisi fiscali. Per loro, dicono sempre i tecnici ascoltati in Parlamento, il drenaggio fiscale non è affatto azzerato: sopra i 32 mila euro il fiscal drag continua a mordere, cioè l’inflazione ti spinge verso scaglioni più alti e tu continui a pagare più tasse di quante pagheresti se le aliquote fossero davvero indicizzate. Il taglio della seconda aliquota dal 35 al 33 per cento non è sufficiente a compensare questa perdita di potere d’acquisto. Insomma, per la maggioranza dei lavoratori non è una manovra di liberazione del reddito, è una manovra di vetrina.

Perché allora farla così? Perché la manovra si inserisce in un disegno più largo, che è politico prima che contabile. Da un lato si mantiene alta la pressione fiscale complessiva, si definanziano capitoli di spesa degli enti locali, si tiene la sanità poco sopra il 6 per cento del Pil senza costruire una vera curva di rilancio del Servizio sanitario, anzi sì sostiene e finanzia la sanità privata; dall’altro si garantiscono continuità, incentivi e condoni fiscali al sistema delle imprese, prorogando o rimodulando misure per 2-3 miliardi l’anno, come ha fatto notare la Banca d’Italia. È la fotografia di un esecutivo che considera prioritaria la stabilità del circuito economico che già sta bene, e opzionale la protezione dei ceti popolari e di chi vive nella fragilità.

Qui entra in gioco il tema di un disegno più ampio: la repressione non è un corpo estraneo rispetto alla politica di bilancio, è il suo complemento. Mentre si approvano decreti sicurezza che inaspriscono le pene contro chi protesta, si allargano i poteri di polizia, si restringono gli spazi del dissenso e lo si fa spesso via decreto, scavalcando il confronto parlamentare, si sta preparando il terreno per un modello in cui la maggioranza sociale perde reddito, diritti e servizi, ma non deve avere gli strumenti per dirlo in piazza. Lo hanno denunciato sindacati, giuristi e persino associazioni costituzionaliste: la stretta del 2025 sulla sicurezza, trasformata in legge, ha rappresentato “un atto gravissimo” proprio perché sposta l’asse dal diritto alla protesta alla tutela del potere esecutivo.

Se mettiamo in fila i pezzi, il cerchio si chiude davvero. Primo pezzo: una legge di bilancio minima, la più piccola dal 2014, che non fa politica industriale per i territori e non fa vera redistribuzione, ma si concede il lusso di destinare la metà della dote fiscale all’8 per cento più ricco. Secondo pezzo: un pacchetto di norme securitarie che in nome del “decoro”, della “sicurezza urbana”, della “tutela delle forze dell’ordine” rende più costoso manifestare, scioperare, contestare. Terzo pezzo: il percorso di trasformazione istituzionale (premierato, centralità assoluta di Palazzo Chigi, marginalizzazione del Parlamento, divisione delle carriere in magistratura per favorire i ceti più ambienti a discapito di quelli più fragili) che giuristi e riviste come Questione Giustizia hanno chiamato “estremismo istituzionale”, cioè un assetto che concentra il potere proprio mentre si riducono i margini di critica sociale.
È una sola regia, non tre storie separate.

La domanda politica allora è: per chi governa Giorgia Meloni oggi? Non per i lavoratori poveri, perché continua a non intervenire sul salario minimo e accetta che l’Italia resti uno dei Paesi con più working poor d’Europa. Non per le persone con disabilità e gli anziani non autosufficienti, perché i fondi restano insufficienti, spesso solo re-iscritti a bilancio dopo essere stati tagliati negli anni precedenti. Non per la fascia che vive di contratti a termine e part-time involontari, perché la manovra non costruisce né un reddito di garanzia né un welfare territoriale capace di compensare. Governa per un ceto economico e professionale che chiede alleggerimenti fiscali, meno vincoli e più rendita pubblica. Governa per i soggetti che hanno voce e lobby, non per quelli che hanno solo bisogno. E lo fa dopo aver ottenuto il consenso proprio in nome dei “dimenticati”. Questa è la definizione perfetta di Robin Hood al contrario.

C’è poi un aspetto che non va taciuto: questa scelta di campo avviene in un momento in cui la povertà assoluta è ai massimi storici e in cui gli stessi organismi indipendenti dicono che le misure adottate non avranno alcun effetto sulle disuguaglianze. L’Upb lo dice senza giri di parole: la riduzione della seconda aliquota è regressiva, cioè spinge le risorse verso l’alto. Istat aggiunge che solo una minima parte delle famiglie nel primo quinto di reddito vedrà un qualche beneficio. E la Corte dei Conti segnala che si continua a finanziare la compliance fiscale premiando chi non è in regola, con il rischio di penalizzare i contribuenti onesti. È un modello che protegge chi già è protetto.

Questo spiega anche la durezza crescente verso i movimenti sociali, le mobilitazioni per la pace, le piazze studentesche, i sit-in ambientalisti o per la Palestina: se lasci che le persone vedano chiaramente che il bilancio dello Stato viene scritto contro di loro, che le risorse si concentrano in alto e che i diritti sociali arretrano, quelle persone proveranno a organizzarsi. Se però rendi più rischioso protestare, se fai passare chi scende in piazza come “pericoloso”, se innalzi le pene contro la resistenza a pubblico ufficiale, allora puoi permetterti di fare manovre ingiuste con meno timore di doverle ritirare. È qui che la repressione diventa una tecnologia di governo economico.

Alla fine l’immagine è semplice e dura. Un governo nato con la promessa di “rimettere al centro gli italiani” presenta una manovra che premia l’8 per cento più ricco. Un governo che dice di difendere i “più deboli” approva decreti che indeboliscono proprio la capacità dei più deboli di farsi sentire. Un governo che si proclama “sovranista” rinuncia di fatto alla sovranità fiscale, perché sceglie di non tassare davvero dove sta la ricchezza e di non recuperare sul serio l’evasione, mentre chiede a sanità, scuola, enti locali e famiglie di stare “zitti e fermi”. Questo non è un incidente di percorso: è una linea. E più passa il tempo, più diventa chiaro chi siede davvero al tavolo con Giorgia Meloni. Non i lavoratori, non i disabili, non gli anziani. Ma quel pezzo di élite economica e professionale che non vuole pagare il conto della crisi e che ha trovato nel governo attuale un alleato disposto a sacrificare la parte più ampia del Paese.

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