Venezuela non si tocca: smascheriamo la guerra di rapina nel Caribe

Noi stiamo con il Venezuela, punto. Non per faziosità, ma perché qui si combatte una partita più grande: popoli e risorse contro un capitalismo predatore che usa la parola “narco” come foglia di fico per imporre missili, sanzioni, portaerei. Negli ultimi due mesi gli Stati Uniti hanno colpito ripetutamente piccole imbarcazioni nel Caribe e nel Pacifico, uccidendo decine di persone, senza rendere pubbliche prove verificabili. L’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani ha definito questi attacchi “inaccettabili” e ha chiesto lo stop immediato e indagini indipendenti. Nel frattempo Washington fa affluire navi da guerra e un’intera portaerei verso l’area venezuelana. Questo non è ordine pubblico: è prova generale di regime change.

Cosa sta succedendo, in concreto
Gli strike letali contro barche “sospette” sono iniziati a settembre e hanno già fatto oltre 60 morti. Le testate statunitensi parlano di “narcoterroristi”, ma ammettono che il governo non ha mostrato evidenze pubbliche sui carichi. Intanto il cacciatorpediniere USS Gravely è entrato e uscito da Port of Spain (Trinidad e Tobago), a pochi chilometri dalla costa venezuelana, per esercitazioni congiunte. In arrivo anche la portaerei USS Gerald R. Ford, che aggiunge migliaia di uomini e nuovi mezzi al dispositivo navale già presente. È un salto di scala.

Il “narco” è il pretesto, non il motivo
Le indagini internazionali – comprese quelle in ambito ONU – non indicano il Venezuela come produttore di cocaina; al contrario, registrano un contrasto attivo da parte del governo venezuelano contro la produzione e il transito del narcotraffico. La retorica “antidroga” è dunque un paravento. Il movente reale dell’amministrazione Trump è accaparrarsi risorse naturali (petrolio, gas e minerali strategici) e imporre un cambio di regime. Prima il Venezuela; poi, a ruota, gli altri Paesi non allineati dell’area, a partire da Cuba e Nicaragua. In una parola: geopolitica delle risorse.

Il bottino vero: petrolio e gas
Il Venezuela siede sulle più grandi riserve provate di petrolio al mondo (circa 303 miliardi di barili, stima EIA/OPEC) e, nonostante le sanzioni, ha riportato le esportazioni sopra 1 milione di barili/giorno a settembre. Sul gas, il campo offshore Dragon (in acque venezuelane, con 4+ Tcf) è diventato un dossier di pressione: prima licenze USA “a tempo”, poi strappi politici; Caracas ha sospeso la cooperazione energetica con Trinidad dopo l’attracco della nave USA. È qui che il puzzle si ricompone: hard power in superficie, leva energetica in profondità.

La miccia politica
Mentre cresce l’hardware militare, arriva anche la sanzione simbolica: il Nobel per la Pace 2025 a María Corina Machado, leader dell’opposizione. Un premio che, nel contesto attuale, funziona come scudo mediatico e come ulteriore delegittimazione del governo di Caracas. Il messaggio, per chi deve riceverlo, è chiarissimo.

Il rischio escalation è reale
Esponenti di primo piano del Partito Repubblicano (Lindsey Graham) parlano apertamente di “possibili” colpi di terra in Venezuela e perfino in Colombia. I media statunitensi riportano attività coperte dell’intelligence. Con portaerei, cacciatorpediniere e retorica d’assedio, l’incidente che trascina l’area in una crisi regionale è a un passo. E non illudiamoci: oggi Venezuela, domani Cuba o Nicaragua.

La nostra posizione (senza giri di parole)
Difendere l’autodeterminazione venezuelana significa dire no a esecuzioni extragiudiziali in mare, no a portaerei usate come clava diplomatica, no a “premi” e sanzioni come armi di guerra ibrida. Possiamo criticare dall’interno errori, corruzione, ferite sociali: è un diritto dei venezuelani. Ma non accettiamo che la legge internazionale diventi opzionale quando in gioco ci sono barili e giacimenti.

Cosa chiediamo e cosa facciamo
1. Stop immediato agli strike e indagine ONU indipendente su ogni attacco, vittime identificate, regole d’ingaggio pubbliche.
2. Tavolo CELAC–CARICOM–UNASUR su sicurezza marittima ed energia (incluso Dragon), per togliere ossigeno alla logica del fatto compiuto.
3. No all’allineamento europeo alla dottrina delle uccisioni senza processo: l’UE lavori a de-escalation, corridoi legali e cooperazione giudiziaria, non a “interventi per procura”.
4. Mobilitazione dal basso: presidi sotto le sedi diplomatiche del Venezuela e campagne di contro-informazione. La pace non è neutralità: è prendere parte contro la guerra di rapina.

O si accetta che i Caraibi diventino zona di caccia dove chi ha più missili comanda, o si difende l’unico principio che tiene insieme popoli diversi: la sovranità, con il diritto davanti ai cannoni. Noi scegliamo il Venezuela, oggi. Perché scegliere il Venezuela, adesso, significa scegliere tutti i popoli che non vogliono tornare colonia.

Fonti principali per dati e fatti
– Serie di attacchi navali USA e bilanci vittime; assenza di prove pubbliche; presenza di CIA/rafforzamento militare.
– Condanna ONU agli strike come contrari al diritto internazionale e richiesta di stop.
– Arrivo USS Gravely a Trinidad, esercitazioni congiunte, ridispiegamento della USS Gerald R. Ford.
– Riserve petrolifere e export venezuelani; dossier gas Dragon e sospensione cooperazione con Trinidad.
– Nobel per la Pace 2025 a María Corina Machado (contesto politico-mediatico).

Nota esplicativa:
Dragon è un giacimento offshore di gas naturale del Venezuela. Si trova nel Mar dei Caraibi, in acque venezuelane a nord della penisola di Paria, praticamente sul confine marittimo con Trinidad e Tobago.

In breve:

  • Dove sta: nel cluster “Plataforma Deltana”, circa 25 miglia a nord della costa venezuelana, a pochi chilometri da Trinidad.
  • Quanto gas c’è: stime tra 3,2 e 4,2 trilioni di piedi cubi (Tcf), fra i campi gas più importanti del Paese.
  • A cosa serve: il progetto prevede di collegare Dragon con una condotta sottomarina alle infrastrutture di Trinidad (Atlantic LNG) per liquefare ed esportare il gas. Shell e la statale di Trinidad (NGC) hanno negoziato con PDVSA; l’operatività è sempre dipesa dalle licenze USA sulle sanzioni.
  • Timeline recente (ballerina): Caracas ha concesso una licenza pluriennale a Shell nel 2023; Washington ha alternato via libera e strette (revoche in primavera 2025, nuova licenza ad ottobre 2025); subito dopo, però, il Venezuela ha sospeso la cooperazione energetica con Trinidad, congelando di fatto il dossier.

Perché conta: Trinidad soffre di carenza di gas per la propria filiera LNG/petrolchimica, e Dragon è la fonte più vicina e logica; per il Venezuela è moneta dura e leva geopolitica. Proprio per questo il campo è diventato un nodo strategico della crisi caraibica di queste settimane.

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