New York ha fatto una scelta che va ben oltre i confini della città. Ha eletto Zohran Mamdani, 34 anni, socialista, musulmano, primo sindaco con questo profilo nella storia della Grande Mela, dopo una campagna in cui Donald Trump in persona aveva cercato di trasformare la sua identità in un’arma politica, arrivando a dire agli ebrei newyorkesi che votare Mamdani sarebbe stato “da stupidi”. È andata al contrario: la città più osservata d’America ha scelto un sindaco che nel suo primo discorso ha promesso di combattere insieme antisemitismo e islamofobia, di congelare gli affitti per oltre due milioni di case a canone calmierato, di assumere insegnanti, di fare di New York “una luce in questo momento di oscurità politica”. È una risposta diretta alla politica della paura.
Il contesto rende il tutto ancora più chiaro. Nelle stesse ore in cui New York sceglie Mamdani, la Virginia elegge la democratica Abigail Spanberger, ex Cia e figura moderata ma solidamente democratica, diventata la prima governatrice donna dello Stato; nello stesso voto i democratici conquistano anche la vicegovernatura con Ghazala Hashmi, prima musulmana eletta a una carica statale in Virginia; il New Jersey conferma la democratica Mikie Sherrill alla guida dello Stato; Detroit fa la storia eleggendo Mary Sheffield, prima donna e afroamericana alla guida della città. Non è una serie di episodi isolati: è una giornata in cui i democratici, in città e stati diversi, rimettono al centro rappresentanza delle minoranze, diritti sociali e ritorno alla normalità istituzionale dopo anni di risse trumpiane.
Trump ha provato subito a giustificare la sconfitta con la solita formula autoassolutoria: i repubblicani hanno perso perché lui non era sulla scheda e per lo shutdown. Ma la realtà è più semplice. Gli elettori hanno respinto il tentativo di ridurre la politica a scontro etnico-religioso. Hanno visto un candidato che parlava di affitti, scuola, servizi, convivenza. E hanno visto un presidente che cercava di dire chi poteva o non poteva governare New York sulla base della religione. Hanno scelto il primo.
C’è poi un elemento che i conservatori stanno già provando a minimizzare con il solito refrain “New York non è l’America”. Certo, New York non è l’America rurale, quella viscerale e profonda. Ma New York, la Virginia e il New Jersey insieme sono America politica: sono luoghi che determinano dibattito nazionale, selezionano classe dirigente, fissano l’agenda. E la Virginia, che spesso vota in tendenza rispetto al presidente in carica, stavolta ha scelto una democratica proprio durante il secondo mandato di Trump: questo, politicamente, è un test superato dai dem.
Nel dibattito pubblico emergono già tre obiezioni tipiche. La prima: “se l’alternativa è l’Islam, mi tengo Trump”. È una frase sbagliata alla radice. Mamdani non è stato eletto perché musulmano, ma perché ha proposto politiche sociali concrete ed è apparso inclusivo. La sua fede è stata usata contro di lui, e gli elettori hanno risposto che non si fanno dividere su base religiosa. È il cuore della democrazia americana: nessun test religioso per le cariche pubbliche. Chi usa lo spauracchio religioso sta dicendo che una parte degli americani non può fare politica o addirittura governare, ed è una posizione reazionaria e antidemocratica.
La seconda obiezione: “New York è una bolla liberal”. Se fosse davvero solo una bolla, non avremmo nello stesso giorno la vittoria di Spanberger in Virginia e di Sherrill in New Jersey, due stati cruciali anche per i futuri ridisegni dei collegi. Evidentemente, quando l’offerta democratica è riconoscibile, sociale, non puramente identitaria e non schiacciata sul centro-business, gli elettori rispondono.
La terza: “Trump ha perso solo perché non c’era il suo nome”. No. Trump ha perso perché ha cercato di trasformare l’identità di un candidato in un fattore di esclusione e i votanti hanno rifiutato questa impostazione. E perché dall’altra parte c’erano candidature solide, spesso femminili, spesso con esperienza pubblica (Cia, Marina, amministrazioni locali), radicate nei territori. È esattamente lo scenario che il trumpismo teme: che gli Stati Uniti tornino a scegliere sulla base delle proposte e delle competenze, e non sul rumore social.
C’è anche un elemento strutturale da non dimenticare. In molti stati a guida repubblicana si stanno ridisegnando i distretti elettorali per blindare il potere conservatore. Nonostante questo, in una sola tornata i democratici portano a casa tre ruoli di governo più la capitale economica e simbolica del Paese. Questo significa che il gerrymandering non basta se l’offerta politica è forte e se l’affluenza è alta.
È esattamente ciò che i movimenti progressisti americani sostengono da anni: quando si parla di scuola, casa, sanità, diritti e convivenza, la destra identitaria perde terreno.
In fondo è questo il messaggio che parte da New York. L’America non è condannata a essere spaccata in razze, religioni e muri, oppure controllata dai militari inviati dalla casa Bianca. Può ancora scegliere una coalizione laica, multietnica, socialista sui servizi e democratica nei toni. Può ancora dire no alla politica dell’odio anche quando l’odio arriva dalla Casa Bianca. E può farlo indicando una strada molto concreta: blocco degli affitti, assunzioni nella scuola, città come argine all’oscurità federale. Quando Mamdani dice “New York sarà la luce”, non sta facendo poesia: sta dicendo che se il centro mediatico e finanziario d’America sceglie pluralismo e protezione sociale, per Trump diventa più difficile continuare a usare paura, religione e rancore come motore politico.
A questo punto è impossibile non volgere lo sguardo all’Europa, e in particolare all’Italia. Perché mentre negli Stati Uniti si vede una reazione civica alle pulsioni autoritarie e identitarie, in Italia il governo guidato da Giorgia Meloni ha scelto di collocarsi nella scia del trumpismo di ritorno: centralità dell’alleanza con Washington, pieno allineamento alla postura atlantica, linguaggio securitario e culturale spesso più preoccupato di “chi entra” che di “chi resta indietro”. Dopo la rielezione di Trump nel 2024, Palazzo Chigi ha ribadito senza tentennamenti la “solidità del rapporto” e la “priorità strategica” degli Usa, presentandosi quasi come cinghia di trasmissione europea del nuovo corso americano. È una scelta politica precisa, non obbligata.
La differenza è che l’Italia non ha, oggi, una New York capace di opporsi sul terreno sociale e simbolico al governo nazionale. Le grandi città italiane oscillano, ma raramente riescono a imporre un modello alternativo fatto di casa, scuola, welfare urbano e convivenza multi etnica come baricentro. E allora la postura di Meloni risulta più sbilanciata: si presenta in Europa come “traduttrice” del leader americano, anche quando il leader americano è divisivo, imprevedibile o apertamente ostile a pezzi dell’integrazione europea. È un’operazione che regge finché la società resta passiva. Ma se anche in Europa dovesse emergere un’onda di amministrazioni urbane progressiste, come quella che oggi parte da New York, la linea iper-atlantista e subalterna di Palazzo Chigi apparirebbe per quella che è: un allineamento politico, non una necessità storica.
In altre parole: mentre una parte degli Stati Uniti sta dicendo che non vuole più essere governata dalla paura e dalle campagne d’odio, l’Italia ufficiale continua a mostrarsi obbediente alle oscillazioni di Washington. L’elezione di Mamdani ci dice che la seconda strada è praticabile: si può governare con diritti, servizi e pluralismo.
Tocca all’ alternativa politica italiana decidere se seguirla o continuare a fare la ventriloqua del trumpismo europeo.