Tecnocrazia e immortalità: la sinistra ha perso la terra sotto i piedi

Nel dialogo filosofico-immaginifico tra Putin e Xi Jinping sull’immortalità, come lo racconta Sergio Labate nel suo brillante articolo, non c’è solo l’eco di una battuta platonica. C’è la spia inquietante di una civiltà che, nel declino dell’Occidente, cerca nuove fondamenta non nella giustizia, non nell’uguaglianza, ma nel controllo assoluto della vita. E forse, persino della morte. È qui che la riflessione si fa urgente, e politica.

Labate ha il merito di cogliere il nodo: l’ossessione tecnocratica per l’immortalità non è una devianza dei tiranni, ma un’epifania del potere nella sua forma più perversa. È l’ultimo stadio del dominio: non accontentarsi più del controllo sulla vita sociale, ma pretendere la sovranità sulla vita biologica. E, per quanto possa sembrare paradossale, l’immortalità come progetto politico è la negazione definitiva della democrazia.

Perché? Perché, come giustamente osserva Labate, la morte è l’unica livella, per dirla con Totò. L’ultima garanzia di uguaglianza, anche se drammatica. Chi vuole abolirla – e ha i mezzi per tentare di farlo – non sta solo sognando un futuro post-umano, ma sta già oggi consolidando un privilegio di casta, di classe, di potere. L’immortalità è, prima di tutto, un’esclusiva: non è il futuro dell’umanità, è l’arroganza dei pochi che pensano di vivere per sempre sulle spalle di molti che non vivono nemmeno abbastanza.

Ed è qui che il discorso tocca la sinistra. Una sinistra che, troppo spesso, si è fatta sedurre dalle mitologie della tecnica, abbandonando il suo compito originario: emancipare i corpi, non potenziarli; liberare le vite, non renderle infinite. Una sinistra che, dimentica del suo mandato storico, si accoda al culto della potenza, smarrendo il senso della giustizia.

Labate è lucido: non basta criticare l’Occidente per sentirsi dalla parte giusta. Il rischio è che, nella foga di abbattere l’impero decadente, si finisca per celebrare gli autocrati del nuovo ordine mondiale. Ma cosa hanno da offrire, questi “novelli re” che promettono la vita eterna ai ricchi e la guerra ai poveri? Dove sta il progetto alternativo? Dov’è la pace? Dov’è la redistribuzione? Dov’è la democrazia?

La Cina e la Russia non mettono in discussione il capitalismo, ma lo riorganizzano secondo modelli autoritari e tecnocratici. Non contestano la guerra, ma la gestiscono con razionalità glaciale. Non credono nella democrazia, ma nell’efficienza del comando. E nel frattempo, noi – noi che dovremmo essere la sinistra – ci accontentiamo di tifare per “chi si oppone all’Occidente”, senza domandarci cosa propone in cambio. Come se la critica fosse già una politica. Come se l’opposizione fosse già rivoluzione.

Ecco allora la posta in gioco: ritrovare un pensiero radicale, che non si limiti a sostituire un polo imperiale con un altro, ma che immagini davvero un’alternativa. Una sinistra che non sogni l’immortalità dei potenti, ma la felicità dei viventi. Una sinistra che, come dice Labate, torni ad avere il coraggio e la presunzione di voler “abolire la povertà”, non la morte.

Ed è proprio su questa frase – la più importante di tutto il pezzo – che vale la pena insistere. L’abolizione della povertà non è un’utopia più modesta dell’abolizione della morte. È un’utopia più giusta. Perché riguarda tutti, e non solo chi può pagarsi un cuore artificiale. Perché tocca la qualità della vita, non la sua durata. Perché è un progetto politico, non un delirio aristocratico. E perché è possibile: la ricchezza mondiale basterebbe, oggi, a sradicare la fame e la miseria da ogni angolo del pianeta. Se non lo si fa, non è per mancanza di mezzi, ma per mancanza di volontà. E di giustizia.

Il futuro della sinistra, allora, non sta né a Ovest né a Est. Sta nel tornare a pensare la libertà non come prestazione o durata, ma come condizione collettiva. Sta nel liberarsi sia dall’americanismo decadente sia dal tecnonichilismo autocratico. Sta nel dire che non ci interessa vivere 150 anni in un mondo ingiusto, ma vivere bene – insieme – per quanto il nostro corpo fragile ci consente.

Perché il vero scandalo politico non è morire. È vivere male, sotto il giogo dell’ingiustizia. È nascere in una periferia senza sanità, crescere senza scuola, invecchiare senza cure. È vedere la morte distribuita secondo il PIL, i vaccini secondo le borse, la speranza secondo il capitale.

Allora sì, aboliamo qualcosa. Ma non la morte: aboliamo la sua distribuzione diseguale. Aboliamo la povertà, la fame, la disuguaglianza. Aboliamo la condanna a una vita breve per chi non può permettersela lunga. E facciamolo con una sinistra che torni ad essere radicale, umana, e terrena. Profondamente terrena. Perché è qui che si gioca la vera immortalità: nella memoria di ciò che abbiamo fatto per gli altri. Non nel numero degli anni vissuti.

Fonte dell’articolo citato: Sergio Labate, La sinistra e l’immortalità, pubblicato su Volere la luna, 9 settembre 2025.
Link diretto all’articolo: https://volerelaluna.it

L’oscenità che si finge opinione: la vergogna firmata Mariarosa Mancuso

Ci sono parole che non si possono commentare con pacatezza. Ci sono parole che gridano vendetta, perché violano non solo l’etica del giornalismo, ma il cuore stesso dell’umanità. Quelle scritte da Mariarosa Mancuso sul Foglio appartengono a questa categoria. E non possono essere lasciate scivolare via come una goccia di fango sul vetro: vanno chiamate per quello che sono.
Oscenità. Disumanità. Complicità.

Parliamo di Hind Rajab, una bambina di cinque anni, assassinata a freddo dall’esercito israeliano mentre implorava aiuto, intrappolata in un’auto, sotto il fuoco dei blindati. La sua voce spezzata, trasmessa in diretta via radio, è diventata il simbolo del genocidio in corso a Gaza. E davanti a questo strazio, Mancuso ha avuto il coraggio – o meglio, la crudeltà ideologica – di commentare così:

“È morta perché i soccorsi non sono arrivati in tempo”.

Non è solo una frase cinica. È una menzogna deliberata. È una cancellazione delle responsabilità, un’aberrazione che trasforma un crimine di guerra in un banale errore di gestione. È l’applicazione fredda di una narrazione tossica che punta sempre a spostare il fuoco: non chi ha sparato, ma chi non ha “salvato”. E così, l’assassino scompare. E la vittima viene archiviata in silenzio.

Ma non è finita qui. Perché in un’altra parte dell’articolo pubblicato dal Foglio, Mancuso scivola ancora più in basso, quando scrive:

“Di lì a qualche anno le avrebbero imposto di non mostrare neppure una ciocca di capelli”.

Con questa frase, l’insulto alla memoria di Hind si fa ideologico. La sua morte non solo viene sminuita: viene persino strumentalizzata per attaccare l’Islam, la cultura palestinese, e legittimare implicitamente il colonialismo israeliano. Secondo Mancuso, dunque, l’orrore non è che Hind sia stata uccisa da soldati armati, ma che – se fosse sopravvissuta – avrebbe potuto vivere in una cultura dove si indossa il velo.

Questa è islamofobia travestita da emancipazione. È razzismo mascherato da femminismo.

Ecco che riemerge la vecchia retorica coloniale, quella che da decenni giustifica guerre, bombardamenti e occupazioni nel nome della “liberazione delle donne”. Come denunciato da Laetitia Tamburrino di Memo Films, questa stessa logica è codificata nei documenti del Pentagono come arma di guerra culturale: il femminismo liberale usato come grimaldello per penetrare e distruggere i tessuti sociali dei paesi non allineati.

“Che una giornalista italiana vi si inserisca inconsapevolmente non sorprende: non conosce i documenti, non padroneggia la materia, ma ripete meccanismi retorici consolidati”, scrive Tamburrino.

Ed è qui che la questione si fa politica, culturale e generazionale. Perché The Voice of Hind Rajab – il film-documentario che ha emozionato il pubblico della Mostra del Cinema di Venezia con 23 minuti di applausi ininterrotti – è stato vissuto da molti giovani della Generazione Z come un punto di svolta. Una presa di coscienza. Un “basta” collettivo alla propaganda, al razzismo istituzionale, al giornalismo servile.

Eppure, per Mancuso, tutto questo non è che un fastidio. Una sbavatura nel copione. Uno spettacolo da ridicolizzare, con frasi da bar sport geopolitico che suonano più come tweet da troll che come riflessioni da pubblicare su una testata nazionale.

“Nessuno ha ricordato la carneficina del 7 ottobre”, aggiunge, mescolando senza pudore due tragedie per giustificare l’indifendibile.

Ma il punto non è neanche più se Mancuso conosca davvero i fatti. Il punto è che sta giocando con le parole come si gioca con le vite. Che pretende di ridurre un genocidio a uno scontro di opinioni. Che usa il dolore di una bambina come palcoscenico per la propria propaganda.

E questo non può passare.

Non possiamo permettere che le nostre redazioni diventino fogne ideologiche dove si spaccia per giornalismo la più torbida delle disumanità. Non possiamo tollerare che in Italia si possa infangare impunemente la memoria di una bambina uccisa, solo perché è palestinese, solo perché è musulmana, solo perché – forse – avrebbe messo il velo.

Chi fa questo non è un giornalista.
Non è un’opinionista.
È un mostro travestito da penna.

E chi tace, acconsente.
Chi lascia passare queste parole, diventa complice.
Perché, come diceva Hannah Arendt, il male peggiore non è quello gridato, ma quello normalizzato.

Fonti e riferimenti:
• Post e commenti di Andrea Scanzi e Alessandro Robecchi
• Articolo di Laetitia Tamburrino su Speaker’s Corner, 8 settembre 2025
• Frasi di Mariarosa Mancuso pubblicate su Il Foglio, settembre 2025
• Documento del Dipartimento della Difesa USA “Women, Peace, and Security Implementation Plan”
• Report ONU e ONG internazionali sul genocidio in Palestina (2023–2025)

Soldati israeliani in vacanza in Italia: ospitalità o complicità? Il silenzio del governo e le domande inevase

Negli ultimi mesi, l’Italia è diventata meta di arrivi particolari che stanno sollevando indignazione e interrogativi: gruppi di soldati dell’IDF, l’esercito israeliano, vengono accolti sulle nostre coste e nei nostri borghi, ufficialmente per “periodi di decompressione” dopo i traumi del conflitto in Palestina. Non parliamo di turisti qualsiasi: si tratta di giovani militari che hanno preso parte alla guerra a Gaza, e che qui cercano di smaltire lo stress post-bellico. La notizia, trapelata in Sardegna e nelle Marche, apre un dibattito scomodo: stiamo ospitando, nei nostri territori, gli stessi soldati responsabili delle sofferenze dei bambini palestinesi che parallelamente curiamo nei nostri ospedali?

Santa Teresa di Gallura: lusso e contraddizioni

A Santa Teresa di Gallura, in Sardegna, centinaia di giovani israeliani sono stati avvistati in un resort di lusso, arrivati tramite voli charter diretti Tel Aviv–Olbia. La loro presenza ha destato reazioni immediate: comitati locali e attivisti hanno denunciato l’offesa di ospitare chi, fino a poco tempo fa, imbracciava le armi contro un popolo già stremato da assedio e bombardamenti. L’immagine è stridente: mentre nelle strutture sanitarie italiane vengono accolti bambini palestinesi feriti, orfani dei genitori uccisi nei raid, sulle nostre coste i loro carnefici trovano ristoro e svago.

La domanda è inevitabile: si tratta di semplici iniziative turistiche private o dietro questa organizzazione si nascondono intese diplomatiche e militari tra Roma e Tel Aviv?

Le Marche: decompressione sotto la sorveglianza della Digos

Il Fatto Quotidiano ha rivelato un quadro ancora più inquietante: dal 2024 gruppi di soldati israeliani sono stati ospitati nelle Marche, a Porto San Giorgio, Sirolo, Fiastra, nei Sibillini e alle grotte di Frasassi. Lì non si presentavano come militari, ma come turisti riservati, sempre in gruppo, spesso accompagnati da agenti della Digos. Non era una semplice vacanza: si trattava di programmi di decompressione psicologica destinati a soldati traumatizzati, organizzati con il supporto di reti diplomatiche e militari.

Secondo i dati, dall’inizio della guerra a Gaza l’IDF ha registrato oltre 3.700 casi di disturbi post-traumatici e almeno 16 suicidi solo nel 2025. Per questo, Israele avrebbe creato una rete internazionale per mandare i suoi soldati all’estero in soggiorni “protetti”. Non hotel affollati, ma case private appartate, con itinerari programmati e discreta protezione. La popolazione locale, però, non è stata informata: né i sindaci, né gli operatori hanno ricevuto spiegazioni ufficiali. Solo dopo mesi si è scoperto che quei giovani “turisti” erano in realtà reduci di guerra.

La reazione delle comunità

A Porto San Giorgio e a Fiastra, la rivelazione ha lasciato sgomento: «È una vergogna che le autorità non ci abbiano avvertiti», hanno dichiarato cittadini intervistati. Alcuni operatori turistici confermano episodi di indisciplina, altri parlano di ragazzi meccanici nei gesti, incapaci di mescolarsi con la gente del posto. Una ragazza di 22 anni ha raccontato al Fatto l’incontro con un militare che rifiutava di essere fotografato, segno evidente di una doppia identità nascosta.

Il timore che i fondi pubblici possano essere stati impiegati per questi soggiorni aumenta la rabbia: la Regione Marche, ad esempio, ha finanziato nel 2024 e 2025 il programma “Itinerari Ebraici Marchigiani” con risorse pubbliche. La domanda resta: sono stati usati anche per coprire i costi della decompressione dei militari israeliani? La Regione nega, ma il sospetto resta.

Il nodo politico: accordi e opacità

Il quadro diventa ancora più delicato se inserito nella cornice dei rapporti militari tra Italia e Israele. Esiste infatti un Memorandum of Understanding (MoU) firmato nel 2003, che regola la cooperazione militare tra i due paesi. Un accordo che giuristi e attivisti hanno chiesto di sospendere, denunciando violazioni del diritto internazionale e mancanza di trasparenza. Il governo, però, tace. Non ha spiegato se i soggiorni dei soldati facciano parte di intese istituzionali, né ha chiarito chi autorizzi l’ingresso e la protezione di gruppi armati in congedo.

Eppure la coerenza morale impone una presa di posizione: non possiamo accogliere contemporaneamente i bambini palestinesi feriti dalle bombe e i soldati che quelle bombe le hanno sganciate. E non solo: questi stessi militari sono stati protagonisti anche come cecchini, sparando a sangue freddo su persone inermi in fila per ottenere cibo nei punti di distribuzione gestiti dall’UNRWA e dal GHF. Non possiamo proclamare solidarietà alle vittime e allo stesso tempo garantire “vacanze terapeutiche” ai carnefici. È una questione di dignità nazionale e di rispetto per le comunità che si trovano ad ospitare, inconsapevolmente, questi programmi.

Un interrogativo che pesa

L’Italia, per storia e valori costituzionali, non può permettersi di essere percepita come complice. Il governo ha il dovere di chiarire:
1. Chi organizza e finanzia i soggiorni dei soldati israeliani?
2. Con quale mandato la Digos li accompagna e li protegge?
3. Esiste un coinvolgimento diretto delle nostre istituzioni, o si tratta solo di reti private con tacito assenso dello Stato?

Finché queste domande resteranno senza risposta, il sospetto di un silenzio complice rimarrà.

Conclusione: l’etica della coerenza

Ospitare i soldati israeliani senza informare la popolazione significa mancare di trasparenza e rispetto. Significa aggiungere dolore al dolore, accogliendo chi ha inflitto traumi mentre ci prendiamo cura delle vittime di quegli stessi traumi. È un paradosso che nessuna democrazia degna di questo nome dovrebbe tollerare. La coscienza civile del nostro Paese reclama chiarezza: l’Italia non può essere terra neutra dove carnefici e vittime si incrociano sotto lo stesso cielo, senza che la politica abbia il coraggio di assumersi la responsabilità delle proprie scelte.

Fonti
• Sardegna Notizie 24, Un centinaio di militari israeliani in vacanza a Santa Teresa, scatta la contestazione degli attivisti locali.
• Il Fatto Quotidiano, Soldati IDF nelle Marche per smaltire lo stress (sorvegliati dalla Digos), 7 settembre 2025.
• TRT Global, Italy’s military cooperation agreement with Israel sparks criticism.
• Prensa Latina, Green Europe demands cessation of military agreement with Israel.

Ponte sullo Stretto e bilanci militari: la grande bufala strategica

Un’opera inutile, un contorto esercizio di contabilità creativa, un insulto alle priorità del Sud. Mentre crollano le strade, manca l’acqua e la sanità si svuota, si insiste su un ponte che serve solo al narcisismo politico e agli appetiti dei soliti noti.

Il ponte sullo Stretto di Messina è tornato, come uno spettro, al centro del dibattito pubblico. Stavolta però non per i suoi rischi geologici, l’insostenibilità ambientale o la totale inutilità economica: ma per l’incredibile tentativo del governo italiano di farlo passare come una “spesa militare”. La notizia, riportata da Bloomberg, ha suscitato lo sconcerto dell’ambasciatore USA alla NATO, Matthew Whitaker, che ha bollato come “contabilità creativa” l’ipotesi di finanziare il ponte all’interno del 3,5% del PIL destinato alla difesa.

La strategia è chiara: spacciare un’opera faraonica da 13,5 miliardi di euro come “infrastruttura strategica” per la mobilità militare, inserendola a forza nei fondi NATO o nel programma europeo Military Mobility. Un colpo di teatro contabile per aggirare i vincoli di bilancio e dare un alibi all’ennesimo spreco.

La realtà del Sud: altro che corridoio baltico-mediterraneo

L’idea che il Ponte sullo Stretto rappresenti un “corridoio strategico” nella rete transeuropea è un esercizio di propaganda scollegato dalla realtà delle due regioni coinvolte: Sicilia e Calabria. Chi conosce quei territori sa bene che, al di là dello Stretto, c’è il deserto infrastrutturale.

In Calabria, molte strade interne versano in condizioni disastrose: la SS106 jonica, ribattezzata “la strada della morte”, è un simbolo di abbandono. In Sicilia, il sistema ferroviario è in gran parte a binario unico, lento, obsoleto e privo di elettrificazione su numerose tratte. I treni a lunga percorrenza da Palermo a Roma impiegano ancora oltre 12 ore. A che serve un ponte da 3,3 km sospeso sul mare, se prima e dopo il traffico si imbatte in un medioevo viario?

E non si tratta solo di trasporti. In molti comuni dell’entroterra siciliano e calabrese manca l’acqua potabile per settimane, si registrano interruzioni nella raccolta dei rifiuti e chiusure ospedaliere che trasformano le emergenze mediche in roulette russe. La priorità, oggi, dovrebbe essere l’accesso ai diritti fondamentali, non il finanziamento di un’opera da vetrina.

Una grande opera per piccoli interessi

Matteo Salvini si è intestato politicamente il progetto del ponte come simbolo del “fare”. Ma la realtà è che si tratta dell’ennesima grande opera usata come leva elettorale e merce di scambio tra imprese, interessi lobbistici e promesse clientelari.

Dietro la retorica dell’innovazione e del rilancio del Sud, si nasconde la solita logica emergenziale: creare una bolla finanziaria che attira appalti, commissariamenti, deroghe normative e centralizzazione del potere decisionale. Come dimostrano i precedenti, da Mose a Tav, passando per l’Expo, queste opere raramente rispettano i tempi e i costi previsti. E quando sono terminate – se mai lo sono – spesso risultano sottoutilizzate o addirittura abbandonate.

Secondo la Corte dei Conti, già nei primi anni Duemila il Ponte sullo Stretto aveva prodotto “una rilevante dispersione di risorse pubbliche” senza alcuna ricaduta concreta. Dopo vent’anni, non è cambiato nulla. Se non che ora, nella disperazione di giustificare l’indefendibile, si tenta di farlo passare come investimento militare.

Difesa e inganni contabili: cosa c’entra la NATO?

L’idea di finanziare il ponte attraverso la quota del 5% del PIL destinata alle spese militari è tanto ardita quanto pericolosa. Primo, perché distorce completamente il senso della spesa per la difesa, che dovrebbe riguardare la sicurezza nazionale, non opere civili dalle dubbie utilità strategiche. Secondo, perché apre la strada a una nuova forma di manipolazione contabile in stile greenwashing: il “military-washing”, ovvero coprire ogni spesa inutile con la foglia di fico della “sicurezza”.

L’ambasciatore Whitaker è stato chiaro: l’obiettivo del 5% nelle spese NATO deve riferirsi “specificamente alla difesa e alle spese correlate”. Tradotto: non provateci nemmeno.

Ma c’è di più. Quel 5% stesso è un obiettivo inquietante, a cui occorre opporsi con forza. Alimentare la corsa agli armamenti, vincolare bilanci pubblici già in difficoltà a una spesa militare sempre più invasiva, significa svuotare lo Stato sociale per ingrassare i complessi militari-industriali. In un’epoca in cui le vere sfide sono sanitarie, climatiche, educative e sociali, aumentare le spese belliche è un errore storico, una capitolazione davanti a una visione del mondo fondata sulla forza anziché sulla cooperazione.

Opporsi al ponte significa anche opporsi al paradigma che lo sostiene: quello del riarmo, della propaganda securitaria e dello spreco sistemico delle risorse pubbliche. Il Mezzogiorno non ha bisogno di elicotteri da guerra, ma di ambulanze e treni che arrivino in orario. Ha bisogno di maestri, non di generali.

Il Sud come laboratorio di mistificazione

Il ponte è l’ennesimo atto di una commedia che si ripete da decenni: invece di un vero piano di sviluppo per il Sud – fatto di sanità, trasporti locali, scuola, accesso all’acqua e digitalizzazione – si punta tutto su una grande opera simbolica, pensata per stupire, distrarre e dividere. Una specie di specchio per le allodole che permette di deviare l’attenzione dai problemi reali.

Se davvero si volesse rilanciare il Mezzogiorno, basterebbe iniziare col mettere in sicurezza le infrastrutture esistenti, con creare una rete di treni veloci ed economici, garantire l’accesso alla sanità pubblica e ripristinare il diritto alla mobilità per i milioni di cittadini oggi intrappolati nel degrado. Ma ciò non produce visibilità immediata, né favorisce le grandi centrali degli appalti.

Un ponte verso il nulla

Il ponte sullo Stretto, presentato come una porta d’accesso al futuro, è in realtà il simbolo di una politica che si rifiuta di guardare in faccia la realtà. Un’opera scollegata dal contesto, slegata dai bisogni, imposta con la forza di una narrazione tossica e fallace.

L’Italia, e soprattutto il Mezzogiorno, non ha bisogno di un ponte tra Scilla e Cariddi. Ha bisogno di ponti tra le persone, tra territori dimenticati e Stato, tra diritti costituzionali e vita quotidiana. Ha bisogno di un piano d’investimento sociale e infrastrutturale vero, non di monumenti al cemento e alla vanità politica.

E ha bisogno, oggi più che mai, di pace, non di nuove spese militari.

Fonti principali:
• Bloomberg – “Italy’s Bridge to Nowhere: NATO Ambassador Rejects Military Funding Trick”, 3 settembre 2025
• Corte dei Conti – Relazioni sulle grandi opere pubbliche, 2006-2011
• ISTAT e ANCE – Rapporto infrastrutture Sud Italia, 2023
• Agenzia del Demanio – Condizioni strutturali degli edifici pubblici nel Mezzogiorno, 2024
• European Court of Auditors – Military Mobility Progress Report,2025

Il silenzio complice: Francesca Albanese sotto sanzioni e la codardia del governo Meloni

⸻Francesca Albanese è oggi una figura simbolica di resistenza civile e giuridica. La relatrice speciale dell’ONU per i Diritti Umani nei Territori Palestinesi Occupati si trova, dal luglio 2025, bersaglio diretto delle sanzioni unilaterali imposte dagli Stati Uniti. Una rappresaglia politica tanto brutale quanto mirata, il cui unico “reato” è aver denunciato pubblicamente, con rigore giuridico e coraggio morale, il genocidio in corso nella Striscia di Gaza.

Ma la notizia di queste ore, al di là del caso personale, è lo scandalo istituzionale italiano: nessun rappresentante del governo Meloni ha ritenuto di doverle esprimere una parola di solidarietà. Nemmeno di circostanza. Nemmeno per difendere il diritto internazionale. Nemmeno per proteggere una cittadina italiana sanzionata da un Paese straniero per il solo fatto di aver svolto il proprio mandato presso le Nazioni Unite.

Il caso Albanese: quando il diritto diventa reato

La vicenda raccontata da Francesca Albanese è surreale e inquietante. Da quando è stata colpita dalle sanzioni statunitensi — promosse su input di Marco Rubio e dell’apparato neoconservatore che da sempre protegge l’impunità israeliana — non può aprire un conto bancario, avere una carta di credito, di conseguenza non può noleggiare un’auto, non può nemmeno ricevere un caffè da sua figlia senza esporla al rischio teorico di sanzioni penali e pecuniarie.

Siamo di fronte a una forma di “morte civile” in salsa neoliberista: l’esclusione dai circuiti economici come arma di repressione politica. Non si tratta solo di una punizione personale, ma di un attacco frontale all’intera architettura del diritto internazionale, che evidentemente infastidisce quando osa accusare Israele di crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Albanese lo dice chiaramente: «L’attacco a me è un attacco all’ONU». E ha ragione. Non è un caso isolato: è una strategia deliberata per intimidire ogni forma di giurisdizione indipendente. Lo stesso è accaduto con i giudici della Corte Penale Internazionale, a cui l’amministrazione USA ha rivolto accuse gravissime, tentando di delegittimarli con lo stesso schema repressivo.

Il silenzio assordante di Roma

Ma lo scandalo, lo schiaffo più bruciante, non viene da Washington. Viene da Roma.

Il governo italiano, che ha il dovere costituzionale di tutelare i diritti dei suoi cittadini e di onorare gli obblighi derivanti dai trattati internazionali, non ha emesso nemmeno un comunicato, né una telefonata, né una parola di sostegno. Giorgia Meloni, che pure ha dichiarato di voler “tutelare gli attivisti italiani” imbarcati nella Global Sumud Flotilla, si limita a vuoti proclami senza alcuna azione concreta.

E la stessa Albanese lo denuncia con fermezza: «Che vuol dire protezione agli attivisti? La vera protezione sarebbe mandare le navi italiane a rompere l’assedio. È un obbligo giuridico e morale per prevenire un genocidio».

Il punto è tutto qui: Meloni gioca su un’ambiguità criminale, illudendo l’opinione pubblica con vaghe rassicurazioni mentre, nei fatti, l’Italia resta inchiodata alla sua complicità diplomatica, politica e militare con Israele.

La corresponsabilità italiana nel genocidio a Gaza

Quando Francesca Albanese afferma che il governo Meloni è corresponsabile, in diversi modi, dello sterminio a Gaza, non parla per iperbole. Parla con la forza dei fatti.

L’Italia:
• Ha firmato accordi militari e tecnologici con Israele, persino dopo l’inizio del genocidio dichiarato.
• Continua a esportare armi verso Tel Aviv, come confermato da numerose inchieste e dati SIPRI.
• Si è astenuta sistematicamente nei voti ONU a tutela della popolazione palestinese.
• Ha criminalizzato manifestazioni di solidarietà, compresi presidi pacifici e raccolte fondi.
• Ha accettato senza fiatare le liste nere di Israele, che mettono al bando chiunque difenda i diritti palestinesi.

L’Italia di Meloni ha scelto il campo dell’occupante, del carnefice, dell’apartheid. E ha voltato le spalle a una delle sue cittadine più coraggiose e qualificate, solo perché dice la verità.

Un attacco che riguarda tutti noi

Chi pensa che il caso Albanese sia una questione “personale” o “di relazioni internazionali” commette un grave errore. È la spia di un cambiamento di paradigma: chi denuncia i crimini viene trattato come un criminale. Chi si appella al diritto viene perseguito dai poteri reali. Chi resiste al genocidio viene messo a tacere con le armi della finanza, del controllo bancario, della sorveglianza.

Francesca Albanese non è solo un nome. È una linea di demarcazione: da una parte chi difende l’umanità, dall’altra chi difende il potere.

Una vergogna nazionale

Nel silenzio del governo italiano risuona tutta la viltà di una classe dirigente prona ai diktat NATO, sorda ai valori costituzionali, incapace di riconoscere la propria complicità.

Mentre Francesca Albanese viene isolata, sorvegliata e punita, il nostro esecutivo gioca a fare la foglia di fico per Israele. Ma la storia non dimenticherà. E prima o poi, anche l’Italia dovrà rispondere della sua ignavia, della sua complicità e del suo tradimento.

Fonte principale:
“Francesca Albanese: ‘Il governo Meloni è corresponsabile in diversi modi dello sterminio a Gaza’ – Il video” – L’Espresso, 04.08.2025
Ulteriori fonti incrociate:
– SIPRI Arms Transfers Database
– UN OCHA – Gaza Strip Humanitarian Overview
– Dati export armi: Rete Italiana Pace e Disarmo
– Dichiarazioni ufficiali di Francesca Albanese al Senato, agosto 2025

Renzi, Calenda e l’illusione del centro: perché l’unico campo possibile è popolare, autonomo e radicale

UOgni volta che si riaccende il dibattito su un’ipotetica “unità delle opposizioni”, il discorso si arena su una sabbia mobile tossica: il ritorno di Renzi e Calenda nell’orbita di un presunto campo progressista. Come se bastasse allargare geometricamente una coalizione per costruire consenso, dimenticando che l’elettorato progressista non è un’equazione numerica, ma una questione di fiducia, coerenza e visione.

Eppure, per motivi che oscillano tra il masochismo, la miopia politica e la disonestà intellettuale, ancora oggi si propone di “fare accordi” con chi ha smantellato il lavoro, affossato la Costituzione, distrutto governi popolari e spalancato le porte alla destra.

Questo articolo vuole spiegare, una volta per tutte, perché Renzi e Calenda rappresentano un ostacolo strutturale alla costruzione di qualsiasi campo progressista, e perché l’unica via d’uscita è la costruzione di un fronte popolare autonomo, partecipato e radicale.

I. Renzi: il cavallo di Troia nel campo largo

  1. Non ha voti, ma toglie voti

Matteo Renzi non porta consenso, lo erode. Italia Viva galleggia stabilmente tra l’1,5% e il 2,5% nei sondaggi, con una base elettorale che si sovrappone a quella dei delusi del PD o dei moderati stanchi. Se si include Renzi in una coalizione con Conte, Fratoianni, Bonelli o Unione Popolare, il risultato è una fuga immediata dell’elettorato più giovane, più impegnato, più coerente.

Renzi non rafforza il campo: lo frantuma. E i numeri parlano chiaro. Ogni volta che appare sulla scena, si registra un calo della partecipazione progressista, un’impennata dell’astensione e un rafforzamento indiretto della destra.

  1. Non è di centrosinistra: è di centrodestra, mascherato

Il renzismo è stato l’egemonia liberale all’interno del campo progressista: ha smontato l’articolo 18, precarizzato il lavoro, aperto alla svendita dei beni comuni, lottizzato la Rai, imposto riforme costituzionali autoritarie, sostenuto regimi come quello di bin Salman.

Renzi è un Silvio Berlusconi che non ce l’ha fatta, ma con un’ambizione più cinica e una strategia più tossica. Non ha mai rappresentato il popolo, ma i salotti. Non ha mai sfidato i poteri, ma li ha serviti.

  1. È inaffidabile: distrugge tutto ciò che tocca

Chi si allea con Renzi finisce sistematicamente per essere pugnalato alle spalle. Lo ha fatto con Letta, con Bersani, con Conte, con il suo stesso partito. La sua strategia è da manuale di destabilizzazione: entra, divide, mina, e poi distrugge.

Pensare di includerlo in una coalizione “contro la Meloni” è come chiedere al piromane di spegnere l’incendio.

II. Calenda: l’illusionista neoliberale del centro vuoto

  1. Calenda odia la sinistra, non la destra

Calenda è il Macron italiano: apparato senza popolo, arroganza senza profondità, visibilità senza radicamento. L’unica cosa che ha sempre fatto coerentemente è attaccare la sinistra sociale: odia Conte, disprezza i sindacati, insulta i movimenti e bolla chiunque metta in discussione il liberismo come “populista”, “cialtrone”, “no vax”, “terrappiattista”.

Al suo congresso ha dichiarato che con i 5 Stelle non si può costruire nulla, che il campo largo è una “accozzaglia” e che il futuro è fatto di manager e tecnici. Come se la crisi climatica, economica e sociale potesse essere risolta da curriculum e PowerPoint.

  1. Il terzo polo non esiste

Azione e Italia Viva insieme non superano il 6-7%. Sono un progetto mediatico, non politico, tenuto in vita da editoriali, salotti TV e endorsement bancari. Nelle urne, sono un’eco sbiadita di Draghi, Monti e Forza Italia. Quando si presentano da soli, vengono ignorati. Quando si avvicinano a sinistra, la sinistra si svuota. È un vicolo cieco.

  1. Il centro è un miraggio tossico

Il centro non è più una posizione politica: è una strategia di delegittimazione del conflitto. È l’idea che non esistano più destra e sinistra, ma solo “competenze”. Ma chi ha governato con “le competenze” ha prodotto tagli, precarietà, diseguaglianza e guerra.

Calenda non può essere un alleato. È il problema, non la soluzione.

III. Una coalizione con Renzi e Calenda? La fine della sinistra

L’aporia dell’unità numerica

Una coalizione con dentro Renzi e Calenda dura sei minuti, dice qualcuno. Forse anche meno. Non per colpa di personalismi, ma perché è politicamente impossibile conciliare chi vuole abolire il reddito di cittadinanza con chi vuole rafforzarlo, chi privatizza la sanità con chi la difende, chi sogna bin Salman con chi sogna l’articolo 3 della Costituzione.

Non è possibile costruire una credibile alternativa democratica includendo i sabotatori della democrazia sociale.

L’effetto boomerang sugli astenuti

Il grande problema italiano non è solo la destra: è l’astensione. Milioni di persone non votano più perché non credono che esista un’alternativa. Pensano che siano tutti uguali, tutti venduti, tutti complici. Inserire Renzi e Calenda in un progetto di rinascita politica rafforza questa percezione, e non fa tornare nessuno alle urne. Anzi, allontana anche chi ci credeva.

IV. L’unica strada: costruire un fronte popolare autonomo

Non un “campo largo”, ma un fronte costituente

Il cosiddetto “campo largo” è morto il giorno in cui si è pensato di costruirlo senza identità e senza popolo. Non serve un’alleanza di leader in TV, ma una convergenza di lotte reali. Un fronte autonomo, radicale, partecipato, che parta dal basso e si costruisca fuori dagli schemi tossici dei partiti centristi.

Questo fronte può e deve nascere attorno a:
• Lavoro dignitoso, fine della precarietà e salario minimo.
• Scuola e sanità pubblica universali.
• Transizione ecologica giusta.
• Fiscalità redistributiva e patrimoniale.
• Difesa dei beni comuni e partecipazione democratica.
• Riconversione dell’apparato bellico in investimenti sociali.
• Politica estera autonoma, multipolare e di pace.

Con chi costruirlo?

Con chi resiste e combatte già oggi: lavoratori, studenti, sindacati di base, attivisti climatici, associazioni territoriali, movimenti femministi e transfemministi, reti per la pace, comitati per la casa, collettivi culturali, spazi autogestiti, cooperative, comunità solidali.

Non serve inventare nulla. Serve dare rappresentanza politica a ciò che già esiste, e che oggi non trova voce nei partiti.

Conclusione: né centro, né compromessi, ma visione e coraggio

Il tempo dei giochi di palazzo è finito. La destra governa perché la sinistra ha smesso di essere tale. Ha abdicato all’autonomia culturale, alla visione, alla radicalità. Ha inseguito il “centro” e ha perso se stessa. Ora è il tempo di una nuova fase costituente.

Chi pensa che Renzi e Calenda possano far parte della soluzione, è parte del problema. Chi vuole cambiare davvero, deve avere il coraggio di rompere. Di dire no. Di partire da zero, ma con dignità.

Perché meglio soli e coerenti, che insieme e sconfitti ancora una volta.

Fonti e riferimenti:
• Dati sondaggi EMG, SWG, Ipsos (2023–2025).
• Interventi pubblici di Calenda e Renzi (congressi, social media, dichiarazioni stampa).
• Analisi ASTENSIONISMO (Demos, ISTAT, Openpolis).
• Riflessioni da post pubblici di Andrea Scanzi e attivisti sui social.
• Articoli di Revelli, Urbinati, Ginsborg, Rodotà sul declino della rappresentanza.
• Esperienze di base: Fridays for Future, Rete dei Numeri Pari, Medicina Democratica, Potere al Popolo, Comitati acqua pubblica, Rete Nazionale per il Reddito,.

Riforma o morte”: il grido di battaglia dell’élite che ha già vinto

Una volta era “Rivoluzione o morte”, oggi è “Riforma o morte”. Ma a pronunciarlo non sono i popoli oppressi, né i leader rivoluzionari. Sono i tecnocrati dell’élite finanziaria.
Mario Draghi lancia il suo ennesimo ultimatum all’Europa: o si piega al nuovo paradigma del mercato globale, o scompare. Dietro il monito si cela una visione che ha già escluso i cittadini: una nuova egemonia capitalista che pretende riforme imposte dall’alto, mentre le democrazie si svuotano e le diseguaglianze si consolidano.
È davvero questo il futuro che ci viene offerto?

Il dogma della riforma: una religione senza popolo
“Riforma o morte”: il titolo scelto da Mario Draghi per la sua nuova offensiva comunicativa è più che una sintesi economica. È un manifesto ideologico. Non c’è spazio per il dissenso, per l’alternativa, per il tempo del confronto democratico. L’Europa, dice l’ex presidente della BCE, è irrilevante perché non si riforma abbastanza, perché non investe abbastanza, perché non si adegua abbastanza alla nuova guerra mondiale dei capitali.

Ma cos’è, in concreto, questa riforma? Non è certo un’idea condivisa di giustizia sociale o di redistribuzione. Riforma, nel linguaggio di Draghi e delle istituzioni sovranazionali, significa sempre la stessa cosa: tagli, flessibilità, privatizzazioni, efficienza di bilancio, deregolamentazione industriale, compressione dei diritti collettivi. È un’economia armata contro il lavoro e blindata nei suoi dogmi.

Il tramonto dell’Europa e il risveglio della verità
Draghi ha lanciato l’allarme da Rimini, proprio mentre la Germania sprofonda nella stagnazione. Il PIL tedesco è tornato a contrarsi e l’economia europea nel suo insieme fatica a riprendersi. Il motivo? Secondo Draghi, non si è fatta abbastanza integrazione finanziaria, non si è costruita una rete energetica comune, non si sono liberalizzati i mercati. Ma il sospetto è che, dietro queste parole, ci sia molto di più.

Il modello europeo fondato sull’austerità, sulla tecnocrazia e sull’illusione di una forza geopolitica data solo dal peso commerciale, è arrivato al capolinea. Draghi stesso lo ammette: l’Europa ha creduto per anni che le sue dimensioni economiche le garantissero automaticamente influenza. Ma si sbagliava. Lo dimostra Trump, che tratta Bruxelles come una pedina marginale sullo scacchiere globale.

Il messaggio è chiaro: non abbiamo più alcun potere se non ci adeguiamo al modello americano, se non diventiamo anche noi una “economia di guerra” capace di produrre, investire, controllare. Ma questa narrazione dimentica che l’Europa non è solo un mercato. È, o dovrebbe essere, anche un’idea di civiltà, di welfare, di diritti, di pace.

Le riforme che nessuno ha chiesto
Da un anno Draghi ripete lo stesso mantra: serve una nuova strategia industriale, un bilancio europeo ambizioso, una rete elettrica integrata, una finanza unificata. Ma nulla si muove. E il motivo è semplice: gli Stati membri, stretti tra interessi nazionali e vincoli esterni, non sono disposti a cedere altra sovranità a Bruxelles. E i cittadini, soprattutto, non vengono mai coinvolti in questo dibattito.

Quello che Draghi propone è un’accelerazione tecnocratica dell’integrazione, in nome della competitività globale. Ma senza un progetto democratico, senza partecipazione popolare, senza redistribuzione, questa accelerazione diventa un suicidio politico. Lo stesso think tank Bruegel ammette che solo il 20% delle proposte è stato attuato. Il resto è carta straccia. Non per caso, ma per mancanza di legittimità.

Una rivoluzione al contrario: il potere dei pochi contro i molti
Il paradosso è drammatico. Il linguaggio di Draghi richiama quello delle rivoluzioni, ma in modo rovesciato. Dove i popoli dicevano “o ci liberiamo o moriamo”, ora le élite affermano “o ci seguite o morirete”. È il capitalismo che si è appropriato dell’immaginario rivoluzionario, svuotandolo di ogni contenuto emancipativo. Le riforme non servono più a liberare, ma a garantire i profitti dei fondi speculativi, delle multinazionali, delle piattaforme digitali.

Mentre Lagarde tesse l’elogio dei migranti come forza-lavoro invisibile che salva l’Europa dalla stagnazione, Draghi grida all’irrilevanza se non ci si piega alla concorrenza globale. Ma nessuno, tra questi grandi tecnocrati, si chiede che fine abbia fatto il consenso sociale. Nessuno parla di salario minimo, di diseguaglianza, di diritto all’abitare, di servizi pubblici. Il popolo non è previsto nel loro disegno. Se non come ostacolo.

Lo spettro della guerra economica totale
Nel frattempo le crisi si moltiplicano. Gaza muore di fame sotto embargo israeliano, l’Ucraina è intrappolata in un conflitto interminabile, la Francia viene attaccata diplomaticamente dagli Stati Uniti per non essere abbastanza allineata sul piano ideologico. E l’Europa? Rimane spettatrice o peggio: complice silenziosa.

La guerra commerciale con Washington è stata evitata a prezzo di una resa: accettare il 15% di dazi sui prodotti europei per non aprire uno scontro. Altro che sovranità. Intanto la coesione sociale si sgretola, la sicurezza alimentare si dissolve, e le reti pubbliche vengono smantellate. Eppure la priorità resta sempre la stessa: “riformare per crescere”. Ma crescere per chi?

Conclusione: disobbedire al futuro che ci impongono
Il problema non è Mario Draghi in sé. Il problema è il mondo che rappresenta. Un mondo che non ha bisogno della politica, che considera il consenso un ostacolo, che riduce la democrazia a un rito inutile. Un mondo in cui si parla di riforme come se fossero leggi della fisica, e in cui al popolo resta solo da obbedire.

Ma questa narrazione non può più bastare. L’alternativa non è “riforma o morte”, ma “partecipazione o sottomissione”. Non abbiamo bisogno di una nuova governance tecnocratica, ma di una nuova sovranità popolare. Non ci serve un’economia armata per competere, ma una società giusta per vivere.

Per troppo tempo abbiamo creduto che il cambiamento potesse arrivare dall’alto. Ma oggi è evidente: o il popolo riprende in mano il proprio destino, o l’élite continuerà a riformare tutto. Tranne sé stessa.

Fonti e approfondimenti:
• Discorso di Mario Draghi, Rimini, agosto 2025
• Bruegel Think Tank – Rapporto sulla competitività europea 2025
• BCE – Discorso di Christine Lagarde, Jackson Hole Symposium
• Eurostat – PIL e crescita UE 2022–2025
• Politico EU Playbook – Agosto 2025
• ISTAT – Rapporto su disuguaglianze e investimenti pubblici in Italia
• OCSE – Industrial Policy and Inequality, 2024
• Amnesty International – Famine in Gaza and International Responsibility, luglio 2025

Il Caso Almasri: la vergogna di Stato che nessuno vuole spiegare

In un Paese normale, un criminale ricercato dalla Corte Penale Internazionale non viene liberato, accompagnato con un volo di Stato, e rispedito con tutti gli onori nel Paese dove ha commesso atrocità. In un Paese normale, i ministri coinvolti in una scelta così grave si dimettono. In Italia, invece, Osama Njemm Almasri — comandante della Rada e della polizia giudiziaria libica, accusato di crimini contro l’umanità — viene arrestato su suolo italiano, rilasciato dopo poche ore, e riportato a Tripoli con un aereo dell’intelligence, mentre la premier Meloni e i suoi ministri cambiano versione sette volte e intanto tacciono.

Ora, un video virale rilancia con violenza la questione. Le immagini — crude, scioccanti — mostrano un uomo picchiato selvaggiamente in strada, lasciato a terra in una pozza di sangue. A colpirlo, secondo fonti locali e internazionali, sarebbe proprio lui: Almasri, il generale liberato dall’Italia contro ogni norma di diritto internazionale.

Un crimine annunciato, una scelta politica irresponsabile

Nel gennaio 2025, Almasri viene arrestato a Torino in esecuzione di un mandato di cattura internazionale della Corte Penale dell’Aia. Le accuse non sono leggere: torture, detenzioni illegali, esecuzioni sommarie, traffico di esseri umani. È ritenuto responsabile di violenze sistematiche nei centri di detenzione libici, vere e proprie prigioni extralegali dove i migranti vengono torturati e uccisi.

Poche ore dopo l’arresto, però, l’uomo viene rilasciato. Non solo: viene accompagnato da Caselle a Tripoli con un volo di Stato, pagato dai contribuenti italiani e gestito direttamente dai servizi segreti.

Una decisione che, come emerso successivamente, non ha alcun fondamento giuridico. Al contrario: la denuncia presentata dall’avvocato Luigi Li Gotti, già parlamentare ed ex membro di Italia dei Valori (ma con un passato anche nella destra), ha portato il procuratore capo di Roma Francesco Lo Voi a iscrivere obbligatoriamente nel registro degli indagati la premier Giorgia Meloni, i ministri Nordio e Piantedosi, e il sottosegretario Mantovano, trasmettendo gli atti al Tribunale dei Ministri.

Un atto dovuto, previsto dall’art. 6 della legge costituzionale 1/1989, che non implica colpevolezza ma è l’unica via legale percorribile per reati ministeriali. Eppure, Meloni, in un video social plateale, ha trasformato quell’atto di garanzia in uno show, parlando di “ricatto” e “intimidazione”, come se la giustizia fosse uno strumento politico.

Il video che smentisce ogni versione: Almasri è ancora un aguzzino

Le immagini diffuse dalla testata araba Al-Masdar, vicina al governo di unità nazionale libico, mostrano un’aggressione brutale a mano nuda in pieno giorno. Secondo le fonti locali, l’uomo vestito di bianco che pesta la vittima è proprio Osama Almasri.

La milizia di riferimento del generale ha provato a sminuire, parlando di un video “vecchio”, risalente al 2021 o 2022, e di una presunta “reazione” a un’aggressione subita. Ma la dinamica mostrata nel video, unita al silenzio assordante del governo italiano, alimenta sospetti e rabbia.

Non solo: fonti dell’intelligence italiana stanno verificando l’autenticità del filmato, ma fonti libiche confermano che Almasri non solo è ancora operativo a Tripoli, ma avrebbe rafforzato il controllo su Zawyia, continuando a gestire centri di detenzione abusivi, a operare arresti arbitrari e a mantenere il potere tramite violenza e impunità.

Le reazioni: l’opposizione attacca, il governo tace

L’opposizione parla chiaro.

Elly Schlein (PD): “Meloni non può più esimersi dallo spiegare agli italiani perché ha ignorato il mandato della Corte Penale Internazionale. Ha rimpatriato un torturatore omicida sottraendolo alla giustizia.”

Giuseppe Conte (M5S): “Giorgia, le hai viste quelle immagini? Hai ancora un briciolo di coscienza?”

Riccardo Magi (+Europa): “Le mani di Meloni, Piantedosi e Nordio sono sporche di sangue.”

Angelo Bonelli (Verdi): “È giusto che i ministri vengano processati. Se fossi al posto della premier non dormirei la notte.”

Enrico Borghi (Italia Viva): “Quel signore doveva stare in galera. Perché non è stato trattenuto?”

Mentre la premier tace, il Parlamento dovrà presto esprimersi sulla richiesta di autorizzazione a procedere contro Nordio, Piantedosi e Mantovano. Per Giorgia Meloni, il Tribunale dei Ministri ha invece chiesto l’archiviazione. Ma il silenzio e il disprezzo verso i cittadini restano.

Un governo al di sopra della legge?

Questo caso è emblematico di una deriva pericolosa, in cui chi detiene il potere esecutivo si ritiene al di sopra della legge e della giustizia internazionale. L’Italia ha violato un mandato della Corte Penale Internazionale, un’istituzione fondata per punire i crimini più gravi dell’umanità. Ha ignorato le richieste delle Ong, degli avvocati, dei giuristi. Ha mentito più volte, cambiando versione e poi calando il sipario.

Il risultato? Un criminale internazionale è stato liberato. E oggi, secondo numerose fonti, continua a torturare, picchiare e uccidere sotto il nostro sguardo impotente.

Chi ha permesso tutto questo deve rispondere davanti al Paese. E non con gli slogan, ma con gli atti.

Conclusione: la dignità perduta di una Repubblica

Il caso Almasri rappresenta uno dei momenti più bassi della storia recente della Repubblica italiana.

Un Paese che protegge i carnefici, abbandona le vittime, e si rifugia dietro una cortina di bugie, non è più uno Stato di diritto. È una Repubblica svuotata, dove le leggi valgono solo per i deboli, e i potenti si difendono screditando chi li indaga.

Il governo Meloni ha oltrepassato una soglia morale e politica. E dovrebbe rassegnare le dimissioni, per rispetto delle istituzioni, della giustizia, e soprattutto dei cittadini onesti che meritano verità, trasparenza e responsabilità.

Se la dignità della politica ha ancora un senso, questo è il momento di dimostrarlo.

Vivo nel Paese della Menzogna. E ora basta.

Io vivo in un Paese che si chiama Italia. Ma non è l’Italia del Risorgimento, non è quella della Resistenza, non è quella della Costituzione nata dal sangue dei partigiani. È un’altra Italia. È l’Italia della resa, della complicità, della memoria amputata e della verità seppellita. È l’Italia dove il potere non si elegge: si tramanda, si compra, si vende. È l’Italia che ha dimenticato il proprio passato per servire i padroni del presente.

Io vivo in un Paese che ha fatto la guerra ai lavoratori e ha chiesto la pace ai fascisti. Un Paese dove si è concesso il perdono a chi ha ucciso la libertà, ma non a chi ha provato a difenderla. L’amnistia di Togliatti è la pietra tombale sul sogno di giustizia dei partigiani, il bacio della morte dato al cuore della Resistenza.

Un Paese che, ottant’anni dopo la caduta di Mussolini, è riuscito nell’impresa storica e criminale di riportare i fascisti al governo. Con Giorgia Meloni presidente del Consiglio, cresciuta nei ranghi dell’estrema destra post-MSI, portavoce di un revanscismo che ha rivestito di toni patriottici e mainstream l’ideologia che dovrebbe invece essere sepolta per sempre sotto le macerie della Storia. Ma l’Italia no, l’Italia li resuscita, li premia, li fa ministri. Li legittima.

Vivo nel Paese delle stragi di Stato. Piazza Fontana, Italicus, Brescia, Bologna: non numeri, ma ferite aperte, lacerazioni ancora sanguinanti, sulle quali si è steso il silenzio dei colpevoli e la complicità degli apparati. Gli stessi apparati che hanno gestito la guerra sporca tramite Gladio, con il placet della CIA, la regia di Licio Gelli, e il silenzio complice di una politica genuflessa.

Un Paese che ha fatto saltare i suoi giudici in aria, letteralmente. Chinnici, Falcone, Borsellino. Tre nomi scolpiti nella roccia della verità, fatti a pezzi dalle bombe dello Stato e delle mafie, alleati in un patto di morte. Non li hanno uccisi solo i mafiosi. Li ha condannati lo Stato, li ha traditi la politica, li ha dimenticati un popolo troppo distratto dal prossimo reality show per accorgersi che moriva, con loro, l’ultima coscienza democratica di questo Paese.

Vivo in una colonia travestita da democrazia. Dove ogni decisione importante passa per Washington, Bruxelles o Tel Aviv. Dove i governi cambiano, ma il padrone resta. Dove il meridione viene sistematicamente affamato, marginalizzato, lasciato marcire sotto il sole per fare spazio alle mire neocoloniali di Francia, Inghilterra e Israele sul Mediterraneo.

In questa colonia chiamata Italia, ogni bene comune è stato saccheggiato. Le autostrade svendute ai Benetton, la scuola pubblica smantellata, la sanità trasformata in business, l’energia consegnata agli oligopoli, le pensioni ridotte a elemosina. Il Ponte Morandi non è caduto per caso: è il simbolo di un Paese dove la vita viene messa in conto economico, e se conviene si può anche lasciarla crollare.

Io vivo in un Paese che disprezza chi ha avuto il coraggio di ribellarsi, di alzare un fucile per combattere un sistema insostenibile. E glorifica chi ha fatto carriera nella pace dei cimiteri. Abbiamo trasformato la ribellione in follia, la giustizia in utopia, la resistenza in terrorismo. Perché ce lo ha detto Vespa, ce lo ha raccontato Mieli, ce lo ha ordinato Panza. E noi, come automi, ci siamo inchinati.

Dal 1991 in poi abbiamo assistito a uno smantellamento sistematico di ogni garanzia, ogni diritto, ogni forma di sovranità popolare. Ce lo ha chiesto l’Europa, ci hanno convinti che era per la nostra sicurezza, per il nostro bene, per il mercato. In nome del “mercato” ci hanno tolto la casa, il lavoro, la dignità, la possibilità di sognare. In nome dell’“ordine pubblico” ci hanno tolto la voce, la piazza, la coscienza.

E quando qualcuno ha provato a ribellarsi, come Carlo Giuliani, gli hanno sparato in testa. E chi ha applaudito era lo stesso “popolo” che oggi si commuove per un post su Instagram. Ipocrisia travestita da civiltà.

Io vivo in un Paese che ha lasciato morire di fame, di solitudine e di vergogna migliaia di esodati. Che ha condannato alla precarietà intere generazioni. Che ha trasformato i bambini in target di marketing e gli anziani in zavorra. Un Paese dove i giovani non hanno più sogni, e i vecchi non hanno più memoria. Dove la rabbia viene sublimata in tweet e like, e le rivoluzioni in petizioni su Change.org.

Io vivo in un Paese che ha applaudito il colpo di stato in Ucraina, che ha guardato senza battere ciglio le milizie neonaziste massacrare i civili del Donbass, e oggi si scandalizza se i palestinesi resistono. Lo stesso Paese che ha chiuso gli occhi su Piombo Fuso, Margine di Protezione, Scudo del Sud, e adesso su Sderot, Rafah, Khan Yunis, Gaza. Uno sterminio in diretta mondiale, con il patrocinio della stampa occidentale.

E in questo Paese, c’è ancora qualcuno che pretende di fare il processo a Hamas. Di dire ai palestinesi come si fa la resistenza. Di spiegare, da una comoda tastiera o da un talk show, che bisogna essere “progressisti”, “laici”, “inclusivi”. Come se davanti a un F-35, a una bomba al fosforo, a un cecchino israeliano, la resistenza dovesse essere bella, pulita e sorridente.

Questo è il riflesso più perverso del suprematismo bianco. La convinzione che i popoli oppressi debbano adeguarsi agli standard morali dell’oppressore. Che chi subisce lo sterminio debba essere pure gentile, democratico, moderato. Perché se osa colpire, se risponde, se urla, allora non è degno di solidarietà. Allora è terrorismo.

Io non ci sto. Io non accetto più questa narrazione.

Voglio un’Italia che abbia il coraggio di fare i conti con il proprio passato. Di riconoscere le proprie complicità. Di smettere di fare la serva ai criminali della finanza globale. Voglio un’Italia che rompa le catene dell’atlantismo, dell’europeismo liberista, del sionismo imperialista. Voglio un’Italia libera, vera, radicale.

Un’Italia in cui il sangue versato non sia più merce di scambio. In cui la memoria non sia un alibi per l’inazione, ma un motore per la rivoluzione. Un’Italia in cui il popolo non sia gregge, ma massa cosciente. Un’Italia che smetta di parlare di “pace” quando intende “resa”, e che torni a pronunciare la parola giustizia senza vergogna.

È ora di rialzare la testa. È ora di gridare che non siamo più disposti a vivere inginocchiati. È ora di scegliere da che parte stare: con chi opprime o con chi resiste. Io ho scelto.

E tu?

Fonti integrative consultate:
• ISPI – Dossier sulle stragi di Stato
• Limes – Italia, colonia d’Occidente
• Mondoweiss, Middle East Monitor – Gaza e Palestina
• Grayzone – Ucraina e golpe del 2014
• [Amnesty International e HRW – Crimini di guerra israeliani]
• [Archivio RAI – Meloni, neofascismo e Fratelli d’Italia]
• [Centro Studi Paolo Borsellino – Stragi di mafia e Stato]

Meloni e la paura della stampa libera

Nella sala più simbolica del potere occidentale, la Casa Bianca, un microfono aperto ha tradito l’intenzione vera, forse la più autentica, della presidente del Consiglio italiana. Giorgia Meloni, con un sorriso che sa di nervosismo e leggerezza calcolata, ha sussurrato a Donald Trump: «Io invece non voglio mai parlare con la stampa italiana».

Un fuori onda, certo. Ma nessun fuori onda è davvero “accidentale” nel mondo iper-mediatizzato della politica contemporanea. Ogni parola detta — anche in tono sommesso — pesa come una dichiarazione ufficiale. E questa, pronunciata accanto a due leader internazionali, il presidente Trump e il finlandese Stubb, non è un semplice scivolone: è una confessione politica.

La censura dolce del potere

Il contesto è illuminante. Trump, noto per la sua conflittualità con i media, propone comunque di accettare domande dalla stampa. Un gesto che, nel teatro delle relazioni pubbliche, ha un suo peso. Il premier finlandese si mostra sorpreso e quasi incuriosito. Meloni, invece, non si limita a osservare: consiglia attivamente di evitare. “Penso sia meglio di no, siamo troppi e andremmo troppo lunghi…”.

Dietro il tono cortese si nasconde un atteggiamento consolidato: la gestione della comunicazione come controllo, come evitamento del confronto, come paura del contraddittorio. Un atteggiamento che sta diventando la regola nel modello comunicativo dell’attuale governo. Conferenze stampa rarefatte, risposte a cronisti selezionati, dirette Facebook dove nessuno può replicare: una verticalizzazione della comunicazione che riduce il pluralismo a decoro scenico.

Una premier che fugge dalle domande

La frase rubata alla Meloni non è solo un lapsus del potere, ma una dichiarazione di intenti: evitare il confronto con la stampa italiana significa evitare la verità. Significa fuggire dalle domande scomode su promesse tradite, riforme mancate, tagli sociali mascherati da “razionalizzazione”, e alleanze che sanno più di restaurazione autoritaria che di governo democratico.

Una presidente del Consiglio, in uno Stato di diritto, ha il dovere istituzionale di rispondere alla stampa. Non per vezzo giornalistico, ma per rispetto verso i cittadini. Perché la stampa non è una minaccia, ma un pilastro della democrazia. Chi governa deve saper ascoltare, rispondere, giustificare le proprie scelte. E se non lo fa, se lo evita sistematicamente, allora c’è qualcosa da nascondere.

Ipocrisie in frantumi

La reticenza della premier si spiega solo con l’enorme distanza tra le parole spese in campagna elettorale e i fatti. Le promesse “per gli italiani” si sono tramutate in privilegi per i pochi, bonus a tempo per i già garantiti, repressione per i più fragili, tagli e manganelli per i lavoratori e gli studenti.

La stampa libera, in questo scenario, rappresenta una minaccia concreta: potrebbe fare da specchio, riflettere le incongruenze, mostrare il vero volto del potere. Un potere che si è costruito sull’onda del populismo, ma che oggi si mostra per quello che è: un’élite blindata, autoritaria, distante.

Il sussurro che rivela il declino

La frase pronunciata a Washington ha il potere simbolico di una crepa nel muro. Quel sussurro, apparentemente insignificante, ha fatto più rumore di mille proclami. Ha rivelato una verità scomoda: chi ci governa teme la verità. Teme che, davanti a domande libere e fuori copione, l’intero castello propagandistico possa crollare.

La Federazione Nazionale della Stampa ha giustamente parlato di “mancanza di rispetto verso il ruolo essenziale dei cronisti in una democrazia”. Ma c’è di più. C’è un intero modello di potere che si basa sull’opacità, sull’elusione, sul timore del confronto diretto.

Non è Giorgia Meloni a essere sotto accusa per un sussurro indiscreto. È l’idea stessa di governo che rappresenta: un governo che preferisce il controllo alla trasparenza, l’annuncio alla realtà, la propaganda al dialogo.

Democrazia e stampa: un binomio indivisibile

In un’epoca in cui le democrazie sono sotto assedio — dall’esterno con guerre e crisi, ma soprattutto dall’interno con derive autoritarie — il ruolo dell’informazione è più cruciale che mai. La libertà di stampa non è un optional da gestire a piacimento, ma un dovere democratico da garantire con fermezza.

E se chi governa lo dimentica, anche per un attimo, anche solo con un sussurro, è compito dei cittadini e della stampa ricordarglielo. Perché la democrazia, quella vera, non si costruisce con le dirette social, ma con la verità dei fatti. E con il coraggio delle domande.