Tra repressione e rinascita: il governo Meloni contro il dissenso e la nuova speranza che nasce da Gaza

C’è un tratto che emerge con sempre maggiore nitidezza nell’azione del governo Meloni: l’allergia congenita verso ogni forma di dissenso democratico. Un rigetto quasi viscerale di tutto ciò che non si allinea, che non acclama, che non rientra nel recinto del consenso. È come se per questo esecutivo la libertà di espressione fosse tollerabile solo quando inneggia al potere, mai quando lo mette in discussione.

Chi manifesta per i diritti, chi denuncia la guerra, chi si schiera con i popoli oppressi viene puntualmente criminalizzato, deriso o ignorato. È accaduto di nuovo, in modo plateale e vergognoso, con la Global Sumud Flotilla: un gruppo di attivisti pacifisti internazionali, tra cui anche italiani, salpato per portare aiuto e solidarietà alla popolazione assediata di Gaza. Navi civili, bandiere della pace, nessuna arma, nessuna minaccia. Eppure, sono stati bloccati in acque internazionali dalla marina israeliana in un’azione di pirateria di Stato, con sequestro e arresto illegittimo dei partecipanti, in violazione del diritto marittimo internazionale.

Di fronte a un simile atto, che avrebbe dovuto suscitare un’immediata reazione diplomatica, il governo italiano ha scelto il silenzio. Nessuna condanna, nessuna richiesta formale di chiarimenti, nessuna delegazione ad accogliere chi tornava dopo giorni di detenzione illegale. Solo un imbarazzato mutismo, rotto dalle parole fuori luogo del ministro degli Esteri Antonio Tajani, secondo cui “le regole si possono infrangere fino a un certo punto” – una frase che, detta di fronte a una violazione della legalità internazionale, suona come una beffa. A completare il quadro, le invettive della premier Giorgia Meloni, che con il consueto fervore ideologico ha bollato gli attivisti come provocatori. Come se la solidarietà, la pace, la dignità umana fossero diventate un reato politico.

La verità è che questo governo non sopporta le piazze, se non quelle che lo esaltano. Ama solo le manifestazioni dove sventolano bandiere tricolori con le braccia tese nel saluto romano, non quelle dove si difende la Palestina o si chiede giustizia sociale. Non sopporta chi rompe la narrazione tossica della “civiltà occidentale” che bombarda in nome della democrazia, chi denuncia lo sfruttamento, la miseria, la fame prodotta dalle guerre dei potenti.

Ma se la repressione del dissenso è ormai la cifra di Palazzo Chigi, l’ipocrisia ne è la maschera. Da un lato, i pacifisti vengono bollati come eversivi; dall’altro, il governo non esita a spalancare le porte e stendere tappeti rossi a personaggi ben più discutibili. È il caso del generale libico Al Masri, coinvolto in crimini di guerra e in episodi di violenza e stupro, accolto in Italia con onori di Stato, come fosse un capo legittimo e rispettabile. O quello di Chico Forti, condannato per omicidio negli Stati Uniti, trasferito nelle carceri italiane e salutato all’arrivo come un eroe nazionale, con tanto di accoglienza istituzionale e retorica patriottica.
Due pesi e due misure: il perdono e la gloria per chi serve la narrazione governativa, il disprezzo e la criminalizzazione per chi osa sfidarla.

Eppure, il vuoto morale della politica non genera solo disillusione. Talvolta, produce resistenza. È ciò che sta accadendo oggi con il movimento globale per Gaza, che sta assumendo contorni sempre più ampi e potenzialmente dirompenti. Un movimento apartitico, trasversale, intergenerazionale, che nasce dal basso e che, paradossalmente, si alimenta proprio del cinismo e della crudeltà con cui l’Occidente sta gestendo il genocidio palestinese.

Dai cortei in Europa alle piazze del Maghreb, dai campus americani fino all’Asia meridionale, si alza una voce comune: quella di una generazione che non accetta più la menzogna sistemica del potere. In Italia, come altrove, a trainare la protesta sono soprattutto i giovani, gli stessi che dopo i Fridays for Future e Ultima Generazione hanno trovato un nuovo terreno di lotta: la denuncia dell’ingiustizia globale, dell’ipocrisia dei governi, della violenza istituzionalizzata.
È un’onda che ricorda i movimenti altermondialisti di Seattle e Genova, le Primavere arabe, Occupy Wall Street. Ma con una differenza decisiva: oggi la consapevolezza è più profonda, la sfiducia verso i partiti più radicata, e la rabbia più lucida.

La bandiera palestinese, in questo contesto, è diventata qualcosa di più di un simbolo politico: è il vessillo di una dignità universale, di una rivolta morale contro un sistema economico e mediatico che arricchisce pochi e calpesta molti. È l’emblema di un risveglio che non riguarda solo il Medio Oriente, ma l’intera umanità: la rivolta dei senza voce contro la complicità istituzionale e l’indifferenza dell’opinione pubblica.

Intorno a questa lotta, si stanno coagolando energie nuove: studenti, lavoratori precari, migranti, attivisti ecologisti, artisti, ricercatori. Tutti uniti dal rifiuto del cinismo dominante, di quella miseria materiale e spirituale che viene spacciata per progresso. E mentre le élite politiche si mostrano sempre più incapaci di comprendere la portata di ciò che accade, questo movimento, cresciuto silenziosamente negli ultimi due anni, sta gettando le basi per una nuova forma di coscienza collettiva.

Non ha leader né partiti, ma ha una visione: la volontà di costruire dal basso un linguaggio politico nuovo, fondato su giustizia, equità, redistribuzione e cura del pianeta. Non è un’utopia, ma una necessità storica. Perché ogni sistema repressivo genera, prima o poi, la sua controspinta vitale.

Siamo di fronte a un bivio cruciale: da un lato, un governo che mostra ogni giorno di più la sua natura repressiva, selettiva, inumana; dall’altro, una nuova coscienza che, pur ancora fragile, inizia a farsi strada con la forza della solidarietà e della verità.
La storia insegna che i poteri che negano la libertà finiscono per essere travolti da essa. E che i semi della resistenza, anche se calpestati, prima o poi germogliano.

Questa è la sfida che ci attende. E che merita di essere raccolta.

Armi per l’élite, austerità per il popolo: il vero volto del governo Meloni

Nel cuore della tempesta economica che si avvicina, il governo Meloni si aggrappa al PNRR come a un salvagente, ma intanto rema verso una direzione che rischia di affondare definitivamente l’economia reale italiana: quella dell’austerità rivisitata in salsa sovranista. Un paradosso che si traduce in una redistribuzione al contrario: tagli alla spesa pubblica per la sanità, l’istruzione, il lavoro e i servizi essenziali, mentre si spalancano le casse dello Stato per finanziare riarmo, rendita finanziaria e grandi gruppi industriali.

Senza PNRR: recessione garantita

Il recente Documento Programmatico di Finanza Pubblica (DPFP), approvato dal governo, fotografa con lucidità il futuro prossimo: senza la spinta degli investimenti europei del PNRR, l’Italia sarebbe già destinata alla recessione nel 2026. I 194 miliardi stanziati dall’Europa, da spendere teoricamente entro giugno 2026, rappresentano oltre 5 punti di PIL entro il 2031. Di questi, ben 1,3 punti percentuali di crescita sarebbero imputabili agli investimenti previsti solo per il 2026, a fronte di una stima complessiva di crescita del PIL pari allo 0,7%. In altre parole: senza il PNRR, il Paese non solo non crescerà, ma rischia un crollo.

Un dettaglio sfuggito ai più, ma ben presente nei documenti ufficiali, è che la quasi totalità degli investimenti non potrà essere spesa entro i termini fissati, e il governo lo sa. Per questo motivo, sono già in preparazione “veicoli” finanziari che permetteranno di vincolare le somme ora e spenderle solo dopo il 2026, ammesso che Bruxelles sia d’accordo. Un’operazione di maquillage contabile, che consente alla maggioranza di salvare la faccia e ai tecnocrati di Bruxelles di mantenere formalmente l’illusione della “disciplina fiscale”.

Ma se la spesa pubblica per investimenti è oggi l’unica leva che evita il collasso, perché il governo ha scelto, contemporaneamente, la via della stretta fiscale più dura dal 2011?

Austerità 2.0: il ritorno del peggio

Dal 2025 al 2028, il governo Meloni prevede un consolidamento fiscale da 130 miliardi di euro. Tradotto: lo Stato intende raccogliere tramite tasse e tagli circa 130 miliardi in più di quanto spenderà (interessi esclusi), sottraendo così linfa vitale all’economia reale. Non è un errore tecnico: è una precisa scelta ideologica, fatta nel nome dell’obbedienza al nuovo Patto di Stabilità europeo.

Il saldo primario – cioè la differenza tra entrate e uscite al netto degli interessi sul debito – è tornato positivo dallo 0,9% del PIL nel 2025 all’1,9% nel 2028. Ma questo non servirà a ridurre significativamente il debito pubblico. Storicamente, infatti, sottrarre risorse all’economia porta a un PIL stagnante o decrescente, facendo aumentare in proporzione il peso del debito. L’effetto è noto: crescita rallentata, meno occupazione, tagli lineari ai servizi e incremento delle disuguaglianze.

A guadagnarci sono le rendite, non i cittadini. Le politiche di avanzi primari drenano risorse dai lavoratori e dalle classi medie e popolari – attraverso tagli alla spesa sanitaria, scolastica, sociale – per riversarle nei portafogli degli investitori istituzionali, banche e fondi, molti dei quali nemmeno italiani. È una redistribuzione al contrario, camuffata da “responsabilità di bilancio”.

La sanità al palo, la scuola dimenticata, ma le armi volano

Nell’impianto del DPFP, le voci di spesa più sensibili socialmente – sanità, scuola, welfare – sono destinate a stagnare o a crescere meno del PIL. In particolare, la spesa sanitaria resta inchiodata sotto la media UE e OCSE, nonostante la pandemia abbia dimostrato con violenza la necessità di un servizio pubblico robusto. Gli stipendi pubblici vengono compressi, mentre le prestazioni sociali vengono tenute sotto controllo.

Ma c’è una voce che vola alta: la spesa militare.

Nel silenzio generale, il governo ha annunciato di voler portare le spese per la difesa dal 2 al 2,5% del PIL entro il 2028: un aumento di oltre 22 miliardi in tre anni, che diventeranno 12 miliardi strutturali. E non è finita: l’obiettivo NATO è il 3,5% del PIL entro il 2035, a cui si somma un altro 1,5% destinato alla “sicurezza”. In totale, si prospetta un futuro in cui un euro su cinque della spesa pubblica sarà assorbito da eserciti, armi e apparati di controllo.

Non si tratta solo di numeri: è un progetto di società. Una società in cui lo Stato si disimpegna dalla cura delle persone e investe invece nel controllo, nella repressione, nel riarmo. L’iniziativa pubblica viene così piegata a interessi geopolitici decisi altrove, mentre il cittadino italiano paga le tasse e riceve in cambio liste d’attesa in ospedale, classi sovraffollate e salari da fame.

L’élite incassa, il popolo paga

L’Italia ha già ridotto il rapporto debito/PIL di 20 punti in tre anni grazie alla crescita post-Covid e ai vincoli europei sospesi. Nonostante ciò, invece di consolidare quel risultato attraverso investimenti strutturali in coesione sociale e produttività, il governo ha scelto di assecondare i dogmi dell’austerità, con l’aggiunta tossica del riarmo.

È una scelta profondamente politica. E mentre i grandi gruppi finanziari e industriali – da Leonardo a Fincantieri, passando per le banche che finanziano il debito – vedono i loro profitti garantiti, i cittadini si trovano soli, impoveriti e sempre più insicuri. In nome della “stabilità”, si sta costruendo un Paese ingovernabile: senza prospettive per i giovani, senza tutele per i fragili, senza diritti effettivi per chi lavora e contribuisce.

Eppure, Giorgia Meloni nel 2019 gridava: “Basta austerità!”. Oggi, al governo, ha abbracciato con entusiasmo proprio quel modello fallimentare che diceva di combattere. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: meno scuola, meno sanità, meno welfare. Ma più F-35, più navi da guerra, più spese segrete per la “sicurezza”.

Non c’è bisogno di inventare complotti per descrivere ciò che sta accadendo. Basta leggere i documenti ufficiali del governo. E unirli, finalmente, a una lettura politica e sociale degna di questo nome.

Astensione killer e la crisi della partecipazione: come rianimare la sinistra

C’è un convitato di pietra nelle urne italiane, sempre più ingombrante: l’astensione. Non è più un fenomeno marginale, né un semplice segnale di disaffezione: è diventata la vera protagonista delle tornate elettorali, capace di condizionare in profondità i risultati e di punire indistintamente destra e sinistra. Un killer silenzioso, che lascia macerie soprattutto nel campo progressista.

I numeri della diserzione
I dati delle Regionali nelle Marche parlano chiaro: affluenza al 50,1%, dieci punti in meno rispetto a cinque anni fa. Nel 2020 Francesco Acquaroli vinse con 361 mila voti; oggi si conferma con 337 mila, venticinquemila in meno. Il Partito Democratico passa dai 156 mila voti di Mangialardi ai 127 mila di Matteo Ricci, lasciandone sul terreno oltre trentamila. Persino Fratelli d’Italia, in crescita ovunque, si sgonfia: dai 222 mila voti delle Politiche 2022 scivola a 155 mila. Il Movimento 5 Stelle si dimezza, da 44 mila a 28 mila.

Non è, dunque, una disfatta circoscritta a un partito: è un’emorragia generale. Il “campo largo” si scopre fragile, incapace di trattenere i suoi elettori. Eppure le piazze, quando si parla di Palestina, clima o disarmo, si riempiono. La contraddizione è lampante: partecipazione civica in aumento, partecipazione politica in caduta libera.

Piazza e urne: due mondi che non si toccano
Il paradosso delle “piazze piene e urne vuote” non basta più a spiegare la frattura. Le mobilitazioni per Gaza o per il clima mostrano che il popolo non è apatico, ma cerca luoghi di impegno autentico. Il problema è che non riconosce quei luoghi nella politica istituzionale. Come nota Marco Valbruzzi, docente di Scienza politica, i movimenti che affollano le piazze sono composti da cittadini già “iper-politici”, sofisticati, che spesso votano comunque. A mancare all’appello sono gli indifferenti, quelli che non si sentono rappresentati da nessuna offerta.

Antonio Noto, sondaggista, sottolinea come il crollo di partecipazione colpisca soprattutto l’elettorato M5S e Avs. Gli stessi soggetti che un tempo incarnavano la promessa di un “nuovo partito” capace di attirare i senza-voce oggi pagano il conto della sfiducia. La conseguenza è che chi rimane a casa non è semplicemente disinteressato, ma convinto che il voto non abbia alcun impatto reale.

L’inciviltà della politica
Un altro fattore è la qualità del dibattito pubblico. Una ricerca dell’Università Cattolica mostra che oltre il 70% dei cittadini è infastidito dal linguaggio urlato e aggressivo della politica: la cosiddetta fan politics, o politica da bar. La comunicazione incivile mobilita un nucleo ristretto di tifosi, ma allontana masse ben più ampie. Il risultato è una democrazia minoritaria, dove votano solo i più radicalizzati, mentre i moderati e i delusi scelgono il silenzio.

I giovani, cresciuti solo in questo clima, sono i più esposti al disincanto. Lo dimostrano i tassi di astensione altissimi tra i neomaggiorenni: cittadini che scendono in piazza per i Fridays for Future o per Gaza, ma che non vedono alcun legame tra quelle battaglie e i simboli sulla scheda elettorale.

Il vuoto della sinistra
Il centrosinistra appare prigioniero di una doppia morsa: da un lato, l’incapacità di parlare ai bisogni materiali delle persone (sanità, lavoro, trasporti, sicurezza sociale); dall’altro, l’assenza di coraggio nell’assumere posizioni nette sui grandi temi globali. Su Gaza, ad esempio, gran parte degli elettori non si fida del Pd: sanno che dietro la bandiera di Elly Schlein convive un altro Pd, legato a logiche atlantiste e poco incline a scelte radicali.

Manca, insomma, quella chiarezza di campo che in altri paesi ha fatto rinascere esperienze di sinistra credibili: dal Labour di Jeremy Corbyn al nuovo partito verde di sinistra britannico, fino ai movimenti municipali negli Stati Uniti.

Quali azioni per invertire la rotta?
Se l’astensione è diventata un killer della democrazia, non basta lamentarne gli effetti: occorre reagire. La sinistra, in particolare, ha davanti a sé tre strade fondamentali:
1. Ricostruire fiducia nella rappresentanza. La gente deve credere che il voto conti. Questo significa vincolare i programmi a impegni concreti e verificabili, con strumenti di rendicontazione pubblica e piattaforme di partecipazione dal basso.
2. Tornare ai bisogni materiali. La ricerca mostra che il voto è mosso prima di tutto dal portafoglio. Sanità pubblica, casa, lavoro sicuro, transizione ecologica giusta: questi sono i temi che parlano al cuore e al portafoglio degli elettori.
3. Uscire dagli studi televisivi. Basta talk show e battute da bar. La politica deve tornare nei territori, nelle periferie, nelle scuole, nei luoghi di lavoro. L’ascolto non può essere delegato ai sondaggi o alle dirette social.
4. Costruire un’identità coraggiosa. I giovani scendono in piazza per Gaza e per il clima perché lì vedono coerenza e radicalità. La sinistra deve avere il coraggio di schierarsi senza ambiguità: contro il genocidio, contro il neoliberismo predatorio, per una nuova giustizia sociale e ambientale.

Fonti / Sitografia
• Openpolis, L’astensionismo e il partito del non voto
• Openpolis, Le elezioni e il tema dell’astensionismo crescente
• Lavoce.info, L’astensionismo ha radici economiche
• Lavoce.info, Astensionismo, una minaccia per la democrazia
• Left, Regionali: il vero vincitore è l’astensionismo
• Rivista il Mulino, Gli astensionisti
• LUISS, Federico Regaldo, Analisi ed evoluzione del fenomeno dell’astensionismo in Italia (tesi)
• Gli Stati Generali, Votanti a destra, astenuti a sinistra
• Il Manifesto, Perché l’astensione favorisce il cappotto della destra
• L’Espresso, L’astensionismo è soprattutto di sinistra
• FrancoAngeli, Andrea Girometti, Una lettura dell’astensione elettorale in Italia

Il vento nero che soffia: dalle Marche al mondo la conferma dell’autoritarismo

Nelle Marche la destra resta saldamente al potere: Francesco Acquaroli è stato riconfermato governatore. Un risultato prevedibile, ma che porta con sé una domanda più profonda: davvero il problema è solo il candidato o il programma del centrosinistra? Oppure la radice sta nella totale assenza di una visione politica capace di offrire un futuro diverso, fuori dalle logiche del capitalismo predatorio e della lotta tra poveri?

Le Marche come laboratorio politico

La riconferma di Acquaroli non è stata una sorpresa. Il centrodestra aveva già consolidato il proprio radicamento nel 2020 e oggi ne ha solo confermato la forza. Fratelli d’Italia si conferma il primo partito, il Partito Democratico si ferma al 20%, i 5 Stelle arrancano e l’astensionismo cresce ancora.

Ma ridurre questa fotografia a una questione di candidati sarebbe un errore. La verità è che il centrosinistra non ha saputo offrire una prospettiva che andasse oltre la gestione dell’esistente. Non basta dire “noi non siamo loro”: serve delineare un orizzonte, dare una direzione. Gli elettori non si accontentano più di programmi deboli o di figure calate dall’alto: vogliono sapere quale futuro si immagina per i loro figli, fuori dalle logiche dello sfruttamento e della precarietà.

Senza una visione che affronti le cause profonde del malessere sociale – la disuguaglianza crescente, il lavoro svalutato, il dominio dei mercati finanziari sulle vite – ogni candidatura è destinata a fallire. Le Marche, in questo senso, diventano un laboratorio che mostra in piccolo la crisi della sinistra italiana: un vuoto di prospettiva che la destra riempie con slogan semplici e identità autoritarie.

La destra che si nutre del vuoto

Il successo della destra non è tanto merito delle sue politiche, quanto del vuoto lasciato dagli avversari. Lo aveva capito Karl Marx, quando nel Manifesto del Partito Comunista parlava della capacità del capitale di plasmare i rapporti sociali e culturali, piegando la politica alla sua logica di profitto. Se la politica progressista non si oppone a questa dinamica, finisce per inseguirla, diventandone complice.

Gramsci, nelle sue Lettere dal carcere, aveva colto la centralità della “battaglia culturale”: quando una parte non riesce a imporre un’egemonia culturale, il campo resta libero per chi costruisce consenso sulle paure, sulle identità più elementari, sulla “lotta tra poveri”. Ed è proprio ciò che accade oggi: mentre la sinistra balbetta, la destra indica un nemico semplice – il migrante, il diverso, l’assistito – e lo trasforma in capro espiatorio.

Gli studi contemporanei, da Naomi Klein con Shock Economy a David Harvey con Breve storia del neoliberismo, mostrano come le crisi economiche e sociali vengano regolarmente sfruttate per imporre politiche reazionarie. L’austerità, la privatizzazione, la riduzione dei diritti sono spacciate come necessarie, mentre arricchiscono pochi e impoveriscono molti. È la stessa logica che alimenta oggi il consenso alla destra: paura, shock, rassegnazione.

Oltre confine: il modello americano

Guardare agli Stati Uniti significa osservare una versione amplificata di queste dinamiche. Donald Trump ha saputo trasformare la frustrazione sociale in consenso politico, promettendo ordine e forza. Dall’assalto al Campidoglio all’uso di militari nelle città, alle restrizioni nelle università, alla deportazione forzata degli immigrati, la sua parabola dimostra come l’autoritarismo possa diventare “normale” quando la democrazia perde credibilità.

Anche qui non si tratta solo di un leader carismatico o di un programma radicale: è la crisi del sistema capitalistico stesso a offrire terreno fertile. Il neoliberismo ha dissolto comunità, distrutto tutele, precarizzato vite. In questo vuoto, l’autoritarismo appare come l’unica forma di protezione.

E l’eco americana non si ferma oltreoceano: in Europa, e in Italia in particolare, il mito dello “Stato forte” trova terreno fertile proprio perché manca un’alternativa credibile che metta al centro diritti sociali, redistribuzione, giustizia, salute e lavoro.

L’Italia: tra memoria corta e capitalismo predatorio

L’Italia vive una condizione ancora più fragile. Qui la memoria del fascismo si è affievolita, ridotta a rituali celebrativi senza radici profonde. Le istituzioni sono screditate, la sfiducia dilaga. In questo contesto, la destra avanza non perché proponga soluzioni concrete, ma perché cavalca un malessere reale, offrendo un nemico da odiare e un senso di appartenenza.

David Harvey lo ha definito “accumulazione per espropriazione”: il neoliberismo arricchisce i pochi sottraendo beni e diritti ai molti. La precarietà non è un effetto collaterale, ma un ingranaggio funzionale al sistema. E quando la politica progressista non denuncia apertamente questo meccanismo, si condanna a essere percepita come parte del problema.

Naomi Klein ci ha mostrato come il capitalismo delle catastrofi usi ogni emergenza – sanitaria, economica, climatica – per restringere i diritti e rafforzare il controllo. È quello che accade oggi con la normalizzazione di decreti autoritari, di leggi securitarie, di misure che trasformano la paura in consenso.

Lo squillo d’allarme: ricostruire una visione

Se davvero vogliamo invertire questa rotta, non basta cambiare candidati o limare programmi. Serve una visione politica che parli di emancipazione dal capitale, che indichi un futuro in cui il lavoro sia dignità e non sfruttamento, in cui la solidarietà sostituisca la guerra tra poveri, in cui la giustizia sociale diventi la bussola delle scelte politiche.

È necessario riportare al voto i delusi non con slogan vuoti, ma con la promessa concreta di una società più giusta. È necessario ricostruire un’identità politica capace di denunciare apertamente il capitalismo predatorio, di indicare chi è il vero responsabile delle disuguaglianze, di proporre un modello alternativo di convivenza.

Come ricordava Gramsci, “il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. Il compito di chi crede nella democrazia è rompere questo interregno, dare vita al nuovo, spezzare la spirale della paura.

Un appello civile

La libertà non si perde in un colpo solo: si consuma lentamente, fra rassegnazione e silenzio. Oggi vediamo crescere astensionismo, autoritarismo, normalizzazione del linguaggio politico aggressivo. Non possiamo più fingere che sia un fenomeno passeggero.

Se chi ama la democrazia resta fermo, il futuro sarà scritto da chi divide e sfrutta. Non è una battaglia di parte, ma una sfida di civiltà: costruire un mondo dove il capitale non governi la vita delle persone, ma siano le persone a dare senso e limiti all’economia.

Marx ci ha insegnato che “gli uomini fanno la loro storia, ma non la fanno a loro piacimento”: il contesto conta, ma il cambiamento dipende dalle scelte collettive. Sta a noi decidere se subire l’ennesima stagione di sfruttamento o se costruire, insieme, un orizzonte diverso.

La libertà appartiene a chi la difende ogni giorno. E il futuro dei nostri figli dipenderà dal coraggio che avremo oggi di dire no al capitalismo predatorio e sì a una società fondata sulla giustizia e sulla solidarietà.

Sitografia e riferimenti

• Karl Marx, Friedrich Engels, Manifesto del Partito Comunista, 1848.

• Karl Marx, Il Capitale, 1867.

• Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, 1929-1935.

• Antonio Gramsci, Lettere dal carcere, 1926-1937.

• Naomi Klein, Shock Economy. L’ascesa del capitalismo dei disastri, Rizzoli, 2007.

• Naomi Klein, Una rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile, Feltrinelli, 2015.

• David Harvey, Breve storia del neoliberismo, Il Saggiatore, 2007.

• David Harvey, L’enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza, Feltrinelli, 2011.

• Thomas Piketty, Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, 2014.

• Robert O. Paxton, Anatomia del fascismo, Mondadori, 2005.

• Federico Finchelstein, Dalla dittatura al populismo, Laterza, 2020.

• The Guardian: “Donald Trump threatens to deploy military against US protests”, 1 giugno 2020.

• Corriere della Sera: “Rimonta di Trump e allarme fascismo: a che punto è la campagna elettorale USA”, 21 ottobre 2024.

• Internazionale: “Il vento della destra in Europa”, dossier 2023-2024.

Flottiglia per Gaza, droni in acque internazionali e la “scaltrezza” di Meloni: cosa significa davvero l’invio della fregata italiana

La notizia è questa: nella notte la Global Sumud Flotilla diretta a Gaza con aiuti umanitari è stata attaccata in acque internazionali, al largo di Creta/Gavdos. Gli organizzatori parlano di droni, esplosioni con bombe assordanti, gas urticante, che hanno colpito più imbarcazioni, con danni ma senza feriti. In risposta, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha ordinato alla Marina di dirigere nella zona la fregata Fasan per dare assistenza e, se necessario, effettuare operazioni di soccorso ai cittadini italiani a bordo. Non è un dettaglio: parliamo di un’unità militare italiana che si muove dopo un attacco a civili in mare aperto.

Cosa è successo, in breve

— La Flottiglia riferisce “numerosi droni” e “più di una dozzina di esplosioni” in acque internazionali; fra i passeggeri ci sono anche parlamentari e cittadini italiani.
— Crosetto condanna l’attacco e invia la fregata Fasan, già nell’area per l’operazione “Mare Sicuro”, per assistenza e possibili attività di recupero. La Farnesina conferma di essere informata e richiama la tutela dei connazionali.

La mossa del governo: calcolo, pressione dal basso e messaggi all’estero

Qui entra in gioco la “scaltrezza” politica di Meloni. Fino a ieri, sulla Palestina, l’esecutivo ha navigato a vista. Oggi, dopo settimane di mobilitazioni — piazze piene in decine di città e uno sciopero generale che i media di servizio hanno provato a delegittimare senza riuscirci — l’escalation in mare impone una scelta: voltarsi dall’altra parte e rischiare una crisi di coscienza nazionale se succede qualcosa a connazionali, oppure dare un segnale immediato di presenza. La scelta è la seconda. Non per improvvisa conversione umanitaria, ma per puro calcolo politico-istituzionale: si evita il panico, si calma l’opinione pubblica, si invia un messaggio a Washington e Tel Aviv che l’Italia non può permettere “zone franche” nel Mediterraneo dove si colpiscono civili europei impunemente.

Occhio però alle implicazioni pratiche: una fregata può assistere e soccorrere in acque internazionali, ma non “sfondare” blocchi o entrare in acque territoriali altrui senza autorizzazione. Resta quindi un presidio di sicurezza e una garanzia di evacuazione, non un “cavallo di Troia” militare per scortare gli aiuti fino a Gaza. È un equilibrio sottile tra diritto del mare, tutela dei cittadini e realpolitik.

La questione palestinese: diritto umanitario e ipocrisie europee

L’attacco a una flottiglia civile che trasporta viveri e medicinali rimette al centro il nocciolo: il diritto umanitario vale sempre, anche in guerra. Colpire, intimidire o impedire consegne di aiuti in mare aperto significa alzare il livello dello scontro anche sul piano giuridico e politico, non solo militare. Il fatto che a bordo ci siano parlamentari europei e italiani sposta l’asse: la vicenda non è più solo “mediorientale”, è europea. Non a caso Bruxelles fa trapelare irritazione per l’uso della forza contro la Flottiglia.

Per l’Italia questo è un banco di prova: se davvero Roma vuole far valere una linea di tutela dei civili e libertà di navigazione, deve sostenerla con continuità, non solo quando ci sono italiani in pericolo. La coerenza si misura su tre piani: aiuti, diplomazia, e stop alla complicità materiale con chi bombarda o assedia. Altrimenti, resta solo propaganda.

L’ombra lunga dell’ONU: il discorso di Trump e il vento contrario

Sul quadro si abbatte il discorso di Donald Trump all’Assemblea Generale dell’ONU. Il Presidente USA ha rispolverato il suo repertorio: chiusura delle frontiere, attacco al multilateralismo, negazione della crisi climatica definita “il più grande imbroglio” e bordate contro l’Europa. È la cornice perfetta per giustificare disimpegni selettivi e una politica estera a trazione domestica. In questa chiave, il Mediterraneo può diventare un “vuoto di potenza” in cui gli alleati europei sono lasciati a cavarsela — e gli attori regionali alzano la posta.

Se gli Stati Uniti sbandano sul multilateralismo, la responsabilità europea cresce. Il fatto che l’Italia mandi una fregata dopo un attacco in alto mare è un segnale: non possiamo delegare tutto a Washington e poi lamentarci quando la bussola americana punta altrove. Ma il segnale, per essere credibile, deve tradursi in una linea chiara anche su cessate il fuoco, riconoscimento dei diritti palestinesi e corridoi umanitari.

Cosa può accadere adesso
1. Assistenza e deterrenza: la Fasan garantirà contatti, soccorso e un minimo di deterrenza contro ulteriori azioni ostili in acque internazionali.
2. Braccio di ferro diplomatico: Roma, Bruxelles e Atene non potranno far finta di nulla se altri droni si avvicinano a barche europee in alto mare. La Farnesina si è già mossa.
3. Test politico interno: se la pressione popolare ha contribuito a smuovere il governo, allora le piazze e i sindacati hanno dimostrato che la partecipazione serve — eccome — quando è continua e informata.
4. Nodo Palestina: gli aiuti devono arrivare. Se non passano dal mare, vanno imposti corridoi terrestri verificabili. Se saltano anche quelli, l’Europa perde ogni faccia.

Conclusione

L’invio della fregata non è la “svolta storica” dell’esecutivo: è una mossa intelligente, tempestiva e di pura autoconservazione politica. Ma è anche un varco. Se l’Italia vuole davvero stare dalla parte del diritto internazionale e dei civili, deve usarlo per spingere su cessate il fuoco, corridoi umanitari e rispetto della libertà di navigazione. Altrimenti resterà un episodio, utile a spegnere l’incendio mediatico del momento e basta.

Intanto, registriamo un punto fermo: l’attacco in acque internazionali c’è stato, l’Italia ha reagito muovendo una fregata, e la discussione — finalmente — non riguarda più solo la propaganda ma la sicurezza dei civili, il diritto del mare e la responsabilità europea nel Mediterraneo.

Fonti principali: Reuters, ANSA, Ministero degli Esteri italiano, Euronews (attacco e invio fregata); Guardian/Reuters/CFR/CBS (discorso di Trump all’ONU).

Pastarelle e carne viva: Meloni tra folklore televisivo e complicità nel genocidio. Mentre l’Italia scende in piazza, il governo gioca sul set della rimozione

Domenica davanti alle telecamere, Giorgia Meloni si abbandona ai ricordi d’infanzia e alle “pastarelle” con Mara Venier, mentre fuori scorrono le immagini insostenibili dei bombardamenti su Gaza. Sembra un set, uno di quei mondi artificiali dove la vita scorre ovattata e la realtà resta fuori, come nel film “La zona d’interesse”: dentro, la normalità rassicurante dei pranzi di famiglia; fuori, l’orrore che nessuno nomina davvero. Ma il lunedì arriva puntuale la doppia morale: sulle piazze d’Italia che manifestano per Gaza cala la mannaia della criminalizzazione, mentre il governo resta inchiodato ai diktat di Washington e Tel Aviv. Un Paese spaccato tra chi si ostina a restare umano e chi preferisce la retorica da commedia nera.

Tra set televisivi e carne viva: la rimozione come cifra del potere

Non c’è niente di più surreale – e allo stesso tempo emblematico – di quanto avvenuto lo scorso weekend. Giorgia Meloni, a poche ore dalla partenza per New York e l’Assemblea generale dell’ONU, si presenta a “Domenica In”, ospite di Mara Venier. Nessun confronto sulle stragi di Gaza, nessun accenno alle responsabilità internazionali dell’Italia, nessuna domanda sulle armi che partono dai porti italiani o sulla mancata presa di posizione per il riconoscimento della Palestina.
Al centro del racconto ci sono i pranzi della domenica, la “pasticceria di famiglia”, la nostalgia rassicurante della nonna.
Mentre fuori la carne viva di un popolo brucia sotto le bombe, la politica istituzionale inscena il suo teatro più squallido, preferendo il folklore privato al dovere pubblico.
Sembra davvero la retorica di “La zona d’interesse”, dove la casa borghese e il giardino in fiore diventano la zona cuscinetto per non vedere l’orrore che si consuma appena oltre il muro.

Lunedì, come sciacalli: la criminalizzazione delle piazze

E poi arriva il lunedì. Mentre centinaia di migliaia di persone hanno manifestato pacificamente in più di 80 città italiane per chiedere giustizia, fine del genocidio e riconoscimento della Palestina, il governo Meloni si butta sul primo pretesto per cambiare scena.
A Milano, una minoranza si rende protagonista di scontri – subito montati ad arte da media e politici di governo come prova della “barbarie” delle piazze solidali.
Così, la narrazione vira: via le immagini di Gaza, largo alle “scene indegne”, ai “sedicenti antifa”, ai “teppisti”, alle “azioni deliberate contro le forze dell’ordine”.
Meloni e i suoi ministri, da Salvini a Piantedosi, fanno a gara per chiedere nuove misure repressive, cauzioni preventive e condanne a reti unificate. Tutto per occultare il vero senso di quella mobilitazione: la richiesta di fermare la complicità italiana e rompere il muro di silenzio e rimozione.

Una regia da bassa lega, sotto dettatura atlantista

Il governo parafascista che oggi occupa Palazzo Chigi si conferma incapace di una visione autonoma: si allinea ai voleri degli alleati americani e israeliani, fa affari e si guarda bene dal prendere una posizione netta sui crimini di guerra di Netanyahu.
Mentre altri governi europei – dalla Spagna alla Norvegia, dalla Francia al Regno Unito – compiono passi (almeno simbolici) verso il riconoscimento della Palestina, l’Italia resta ferma, prigioniera di una linea che preferisce la rimozione e la commedia all’impegno e alla verità.
Il massimo che si riesce a produrre sono dichiarazioni indignate sulle piazze e una retorica stanca da “ordine pubblico”, come se il vero problema fosse il dissenso e non la tragedia storica che si consuma in Medio Oriente.

L’Italia migliore si ferma, il governo s’inventa nemici interni

Eppure, il 22 settembre, l’Italia vera – quella che non ha perso la propria coscienza civile – ha fermato fabbriche, scuole, porti e strade per uno sciopero generale lanciato dai portuali di Genova e sostenuto da movimenti come “Volere la luna”.
Decine di migliaia di persone in più di 80 città hanno chiesto lo stop immediato al genocidio, il riconoscimento della Palestina e la fine della complicità italiana nell’orrore.
Dal mondo politico, almeno dalle opposizioni, è arrivato il tentativo di non confondere la violenza di pochi con la protesta pacifica di molti.
Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni, hanno provato a riportare la discussione sui binari giusti: la vera indecenza non è la piazza, ma il silenzio del governo sui crimini di Netanyahu.

Dalla retorica domestica alla responsabilità internazionale: una narrazione da rovesciare

Il senso profondo di questo sciopero generale, e delle manifestazioni che l’hanno preceduto e seguito, sta nella rottura simbolica di una narrazione che preferisce la rassicurante retorica dei pranzi della nonna all’orrore che si consuma nel presente.
Meloni e la sua corte parlano di pasticcini e infanzie felici, ma fuori dai salotti TV la storia brucia, la carne viva di un popolo urla e chiede giustizia.
Come nel film “La zona d’interesse”, la distanza tra il teatro della rimozione e la realtà dello sterminio è la misura di un’intera stagione politica.
Questa Italia parafascista – che ignora la Costituzione, piega la sovranità agli interessi stranieri e svende la dignità nazionale – verrà ricordata per il suo silenzio, la sua complicità e la sua squallida messa in scena.

Le piazze italiane, invece, segnano ancora la strada della dignità e della resistenza civile.
Ed è da qui che, prima o poi, la storia presenterà il conto.

Fonti e approfondimenti:
• Volere la luna, “22 settembre: sciopero generale per Gaza”
• Reportage e dati sulle manifestazioni in Italia, settembre 2025
• Dichiarazioni pubbliche di Meloni, Piantedosi, Salvini, Schlein, Conte, Fratoianni, Bonelli, Sala, Renzi
• Approfondimenti e cronache dal mondo sui riconoscimenti internazionali della Palestina
• Analisi e commenti sulla retorica della rimozione (“La zona d’interesse”, Jonathan Glazer)

Contro il diritto, contro l’umanità: Cacciari e il grido che non vogliamo ascoltare

Mentre a Gaza si consuma l’indicibile, l’Occidente si guarda allo specchio e non si riconosce più. Massimo Cacciari rompe il silenzio con parole definitive: siamo di fronte al crollo della civiltà giuridica, alla morte del diritto e della coscienza collettiva. E noi, invece di gridare, facciamo spallucce.

Durante la puntata di Otto e mezzo del 18 settembre, il filosofo Massimo Cacciari ha lanciato uno dei più drammatici allarmi etici e politici ascoltati in televisione negli ultimi mesi. Le sue parole, feroci e lucidissime, non sono uno sfogo, ma un atto d’accusa documentato, ragionato, che fotografa il collasso morale dell’Occidente davanti allo sterminio in corso a Gaza. Non si tratta, come qualcuno ha provato goffamente a liquidare, di un’esagerazione retorica: si tratta di verità nuda. Di un grido nella notte.

Una guerra senza guerra: il massacro dei civili come nuova normalità

“Per la prima volta forse nella storia assistiamo a un esercito che combatte direttamente i civili”, ha detto Cacciari. Non è un’iperbole, ma una constatazione tragica: ciò che sta accadendo a Gaza da mesi – e in modo ancora più feroce dall’inizio dell’offensiva israeliana a ottobre 2023 – è una guerra contro i civili, non contro un altro esercito, non contro una milizia, non in uno scenario paritario. È l’assalto di uno degli eserciti più tecnologicamente avanzati al mondo contro un popolo stremato, assediato, disarmato. Un popolo intrappolato, senza vie di fuga né protezione.

Colonne di profughi bombardate. Campi profughi ridotti in macerie. Bambini estratti senza vita dalle rovine. Medici uccisi negli ospedali. Giornalisti mirati e giustiziati. Gli ultimi report delle Nazioni Unite parlano di una crisi umanitaria senza precedenti. E Amnesty International, insieme a numerose ONG internazionali, ha denunciato possibili crimini di guerra e uso sistematico della fame come arma. Tutto questo sotto gli occhi di un mondo che, come dice Cacciari, “finge di contare qualcosa”, ma in realtà ha già venduto la propria anima.

Il crollo del diritto internazionale e l’apocalisse culturale dell’Occidente

Cacciari non si ferma alla denuncia del massacro. Va oltre. Quello che denuncia è il crollo di ogni principio fondativo del diritto internazionale, di ogni residuo di civiltà giuridica, non solo dei tanto declamati “diritti umani”. E lo fa con un’amarezza profonda: “È una catastrofe culturale del nostro mondo. Ci siamo riempiti la bocca di valori occidentali per generazioni. Ora, quegli stessi valori, li stiamo tradendo uno a uno.”

Il riferimento è chiaro: l’Occidente non solo è silente, ma è complice. Gli Stati Uniti forniscono armi, veto all’ONU, protezione diplomatica. L’Unione Europea si rifugia nei comunicati ambigui, mentre i suoi porti, come denunciato da attivisti italiani, sono attraversati da container pieni di esplosivi diretti in Israele. E i leader? Balbettano frasi da ufficio stampa mentre i cadaveri si contano a decine di migliaia.

L’ipocrisia come cifra della politica europea

“Volete che commenti questi poveretti europei che fingono di avere un potere reale?”, sbotta Cacciari. E come dargli torto? In un’Europa dove la premier Meloni può strombazzare slogan identitari mentre si votano riforme liberticide e si criminalizzano le ONG, il dibattito politico sembra un gioco di ruolo tragicomico. La tragedia vera, quella che dovrebbe scuotere le coscienze, resta fuori campo. Come se fosse troppo ingombrante. Troppo vera.

Chi osa parlarne – come la relatrice ONU Francesca Albanese o pochi intellettuali liberi – viene subito etichettato come estremista, antisemita, filoterrorista. La libertà di parola è tollerata solo se ininfluente, solo se non disturba il banchetto degli alleati strategici. E così, mentre si discute delle “parolacce di Iacchetti” o si commentano le performance di personaggi bonsai che giocano a fare i geopolitici nei salotti radiofonici, il genocidio va avanti. In diretta.

Una deriva irreversibile?

La vera domanda che resta sospesa – e che Cacciari pone tra le righe – è questa: possiamo ancora dirci civili? Possiamo ancora parlare di diritti, di giustizia, di umanità? O siamo già oltre, in un deserto etico dove ogni parola è svuotata, ogni valore è diventato un simulacro, ogni silenzio una colpa?

Lo “scarto qualitativo pazzesco” di cui parla Cacciari non è solo un cambio di scala nella violenza, ma una rottura simbolica: l’Occidente, che ha fatto del diritto la sua bandiera, oggi giustifica l’ingiustificabile. Accetta il massacro purché avvenga nel nome dell’alleanza, della stabilità, della geopolitica. Il diritto, ridotto a optional.

Conclusione: la lingua non basta più

“Mi cade la lingua”, ha detto Cacciari, rifiutandosi di commentare le fandonie politiche interne mentre Gaza brucia. È il segno di un dolore autentico, non retorico. Di un filosofo che, invece di rifugiarsi nell’accademia, ha scelto di gridare nel deserto di un’opinione pubblica atrofizzata. Ma non basta che a cadere sia solo la sua lingua. Occorre che si risveglino le nostre coscienze. Che ricominci un pensiero capace di reagire, di denunciare, di agire.

Perché se davvero questo è un genocidio – e i numeri, le immagini, le testimonianze lo confermano – allora il silenzio diventa complicità. E il nostro presente, come ammonisce Cacciari, diventa un’apocalisse non solo militare, ma etica, politica, spirituale.

Fonti
– Otto e Mezzo, 18 settembre 2025, intervento integrale di Massimo Cacciari
– Amnesty International, report su Gaza (2024-2025)
– Francesca Albanese, Rapporto ONU sulla situazione nei Territori Occupati, marzo 2025
– Interviste a giornalisti e attivisti palestinesi raccolte da Al Jazeera, Mondoweiss, Human Rights Watch
– Andrea Scanzi, post social e video sul massacro di Gaza.

Vittimismo aggressivo e Costituzione a intermittenza: la doppia morale della destra al potere

Negli ultimi anni, soprattutto con la destra al governo, assistiamo a una mutazione inquietante del linguaggio e della pratica politica. Da una parte, una sistematica criminalizzazione del dissenso; dall’altra, una strumentalizzazione della Costituzione a seconda della convenienza del momento. A legare questi due fenomeni è una strategia ormai collaudata: il vittimismo aggressivo.
Chi detiene il potere si presenta come vittima. Chi dissente viene descritto come un seminatore d’odio. Così, i ruoli si invertono: chi esercita diritti costituzionali viene trattato come un nemico, mentre chi governa si autoassolve da ogni responsabilità, accusando l’opposizione di creare “climi pericolosi”.

Il paradosso: dalla difesa della libertà alla repressione del dissenso

Quando era all’opposizione, la destra italiana si ergeva a paladina dei diritti civili, della libertà d’espressione, della sovranità popolare. Brandiva la Costituzione come una clava, rivendicava l’articolo 21 sul diritto di parola e l’articolo 1 sulla sovranità popolare. Oggi, quegli stessi diritti, se esercitati da attivisti, artisti o giuristi indipendenti HO dell’opposizione, vengono trattati come minacce alla sicurezza nazionale.

Il paradosso si fa grottesco quando chi un tempo invocava la libertà di opinione come valore assoluto, oggi nega la legittimità della critica politica. I diritti diventano selettivi: applicabili solo a chi li usa per difendere lo status quo, mai a chi li rivendica per denunciare le ingiustizie.

Dalla retorica al manganello giudiziario e mediatico

Oggi basta una denuncia contro l’invio di armi a Israele, un richiamo alla legalità internazionale, una manifestazione pacifica, perché si venga bollati come “cattivi maestri”, “istigatori d’odio”, “nemici dello Stato”. È l’ennesima conferma di un modello comunicativo tipico dei regimi: diffamare chi dissente, screditare chi informa, isolare chi denuncia.

La narrazione dominante non distingue più tra critica e sovversione. La parola “odio” viene usata come etichetta per delegittimare qualsiasi voce fuori dal coro. E chi osa contestare, viene accusato di alimentare tensioni sociali, come se fosse il responsabile dei mali che cerca di denunciare.

Fatti che smentiscono la propaganda

A fronte di questa retorica rovesciata, i dati raccontano una realtà ben diversa. Il 14 giugno 2025, in Minnesota, la deputata democratica Melissa Hortman e suo marito sono stati assassinati nella loro abitazione. Poche ore dopo, anche il senatore John Hoffman e sua moglie sono stati gravemente feriti. L’attentatore, Vance Luther Boelter, 57 anni, è stato trovato in possesso di un manifesto con i nomi di quasi settanta politici democratici, sostenitori del diritto all’aborto e attivisti progressisti.

Solo pochi mesi dopo, il 10 settembre 2025, Charlie Kirk — noto esponente del movimento MAGA e fondatore di Turning Point USA — è stato ucciso durante un intervento pubblico in Utah. L’assassino, Tyler James Robinson, è stato arrestato e accusato di omicidio aggravato. È un caso tragico, speculare a quello di Hortman, che dimostra quanto la violenza politica possa colpire anche a destra.

Ma attenzione: proprio questo episodio offre una chiave di lettura preziosa. Se la sinistra ha condannato apertamente l’omicidio di Kirk, senza ambiguità, la destra ha spesso fatto l’opposto in casi simili, sfruttando la violenza subita per alimentare odio e repressione. La differenza sta nella coerenza. E nella responsabilità.

Lezione dalla storia: dalla propaganda fascista al maccartismo

Questo meccanismo non è nuovo. Nel fascismo italiano degli anni Venti e Trenta, le “squadracce fasciste” terrorizzavano, picchiavano, uccidevano, sindacalisti e socialisti, mentre il regime si proclamava “difensore dell’ordine”. Negli Stati Uniti, negli anni Cinquanta, il maccartismo perseguitò intellettuali e artisti con il pretesto della “lotta al comunismo”. In entrambi i casi, lo schema era lo stesso: costruire il nemico interno, alimentare la paura, accusare chi critica di minare la stabilità nazionale.

Oggi, in forma aggiornata, quel modello si ripete. I governi, anche democratici, si autodefiniscono come baluardi della libertà, ma poi agiscono da autorità illiberali. E l’uso selettivo della Costituzione è parte integrante di questa torsione: diventa una bandiera da sventolare quando serve, e da nascondere quando intralcia.

Il volto dell’autoritarismo contemporaneo

Non si tratta di mere contraddizioni. È una torsione autoritaria che si sta normalizzando. La Costituzione viene invocata solo a difesa dei “nostri”. Il diritto internazionale viene trattato come un fastidio. Le critiche a Israele diventano “antisemitismo”. Le inchieste sulle complicità italiane nel genocidio palestinese diventano “attacchi alla patria”.

Nel frattempo, si moltiplicano le misure contro la libertà d’espressione, il potere giudiziario viene attaccato, le manifestazioni pacifiche vengono represse, e l’informazione indipendente messa sotto tiro. Tutto in nome di una presunta sicurezza, che in realtà serve a difendere solo il potere costituito.

Una nuova resistenza civile è possibile

Oggi più che mai, serve una resistenza democratica che rifiuti questa ipocrisia. Difendere la Costituzione non significa citarla quando fa comodo, ma applicarla sempre. Denunciare i crimini di guerra, rifiutare l’invio di armi, firmare appelli contro l’apartheid o partecipare a manifestazioni non è “odio”, ma cittadinanza attiva.

Chi governa e si finge vittima, mentre reprime diritti, insulta chi dissente e costruisce un nemico interno, sta minando la democrazia. Difendere il diritto alla parola, alla critica, alla giustizia non è solo un dovere politico. È un obbligo morale.

E non esistono cattivi maestri quando si insegnano libertà e dignità.

Libertà a colpi di fucile: sovranismi, piazze d’odio e l’ipocrisia del potere in Italia

Negli ultimi mesi assistiamo a una mutazione pericolosa e profondamente ideologica: la destra sovranista, alimentata da nazionalismo, rancore identitario e revanscismo sociale, ha ridefinito la parola “libertà” in modo tossico e strumentale. Non è più la libertà come diritto condiviso, come spazio di emancipazione e dignità collettiva. È diventata un grimaldello, una chiave di volta simbolica usata per legittimare esclusione, violenza, sopraffazione. Una libertà privatizzata, sganciata da ogni vincolo sociale, che cancella il diritto degli altri a vivere, curarsi, manifestare, studiare. In questa torsione semantica, la politica si trasforma in un’arena di guerra permanente contro i più fragili. Ed è su questo piano inclinato che si consuma una deriva autoritaria che, dietro la maschera dell’autonomia e della sovranità, mira a svuotare la democrazia del suo contenuto più profondo.

La “libertà” dei sovranisti: deregulation per i forti, disciplina per i deboli

Per il pensiero sovranista, la libertà è una prerogativa selettiva: libertà d’impresa senza regole, libertà fiscale per chi può permettersela, libertà d’azione per le forze dell’ordine, libertà d’espressione solo per chi urla più forte. Negli Stati Uniti questa idea ha trovato il suo emblema nel culto delle armi: il Secondo Emendamento è diventato una sorta di religione secolare, dove la libertà si difende con il fucile in mano.

Il caso emblematico è la sentenza Bruen del 2022, con cui la Corte Suprema ha esteso il diritto al porto d’armi, anche fuori casa, aprendo la strada a un far west giuridico. Nel 2024, un’altra sentenza ha però stabilito che lo Stato può disarmare chi rappresenta un pericolo credibile, come i soggetti colpiti da ordini restrittivi per violenza domestica. È il paradosso americano: un sistema che oscilla tra il mito assoluto dell’arma individuale e il tentativo minimo di prevenire l’anarchia violenta.

Il caso Charlie Kirk: quando l’odio si ritorce contro i suoi propagatori

In questo clima avvelenato, è maturata l’uccisione di Charlie Kirk, volto noto della destra trumpiana, colpito a morte il 10 settembre 2025 durante un evento alla Utah Valley University. Il sospettato, il 22enne Tyler Robinson, è stato individuato grazie a prove genetiche e a una nota in cui annunciava l’intenzione di colpire. Kirk, noto per le sue posizioni provocatorie e spesso offensive, era diventato un simbolo del suprematismo bianco travestito da libertarismo.

La sua morte ha scosso il Paese, ma anziché diventare occasione di riflessione, è stata subito usata da Trump e dal suo entourage per alimentare l’ennesima campagna d’odio. Ancora una volta si scambia la vittima con il carnefice, e si fa passare per libertà ciò che è soltanto provocazione e dominio.

Londra: bandiere, scontri e la grammatica dell’odio

Dall’altra parte dell’Atlantico, anche l’Europa conosce l’eco di questa deriva. A Londra, oltre 110.000 persone hanno aderito al corteo “Unite the Kingdom” promosso da Tommy Robinson, noto esponente dell’estrema destra britannica. Gli scontri con la polizia sono stati violenti, con decine di agenti feriti. Tra i partecipanti, slogan razzisti e suprematisti. Elon Musk, in collegamento video, ha lanciato appelli alla dissoluzione del Parlamento e a un “fight back or die”, che ha il sapore del colpo di Stato mascherato da ribellione civica.

È questa la nuova grammatica del sovranismo globale: chiamare “libertà” l’odio, l’intimidazione, la retorica apocalittica. Legittimare la sopraffazione nel nome della ribellione.

Libertà “da” o libertà “di”? La faglia che divide i due mondi

Isaiah Berlin distingueva due concezioni della libertà: la “libertà negativa” (da interferenze esterne) e la “libertà positiva” (di realizzare sé stessi). I sovranisti difendono solo la prima, e in modo selettivo: libertà dalle tasse, dai vincoli ambientali, dalle regole sanitarie, dalle leggi sull’odio. Ma non esiste libertà reale se non è anche libertà di curarsi, di lavorare in sicurezza, di studiare, di dissentire.

È questa la linea di frattura che attraversa le democrazie contemporanee. Ed è su questa faglia che la sinistra deve tornare a costruire: una libertà che non sia solo l’assenza di vincoli, ma la presenza concreta di diritti.

L’Italia dei pacchetti sicurezza: il manganello come risposta al dissenso

Nel nostro Paese, il governo Meloni ha imboccato una strada simile. La retorica della libertà viene usata per rafforzare i poteri coercitivi dello Stato, punendo chi dissente o chiede giustizia. Le cariche contro gli studenti pro-Palestina a Pisa, le nuove norme che criminalizzano la resistenza passiva durante i presìdi, le sanzioni rafforzate contro i manifestanti: tutto questo compone un disegno coerente.

Non è difesa dell’ordine, ma soffocamento della protesta. Non è sicurezza per tutti, ma controllo per chi non si adegua.

Il Mediterraneo come confine ideologico: chiusura dei porti, chiusura delle coscienze

Nel Mediterraneo, i decreti anti-soccorso impongono rotte lontane, fermi amministrativi, divieti perfino per i droni di sorveglianza. Risultato: meno soccorsi, più morti. Le agenzie dell’ONU e le ONG hanno lanciato l’allarme, ma la propaganda sovranista continua a parlare di “difesa dei confini” mentre lascia morire esseri umani in mare aperto.

È il paradosso crudele della libertà sovranista: libertà di chiudere, di respingere, di ignorare. Ma non di salvare, accogliere, proteggere.

Condoni e disuguaglianze: la libertà economica per chi già domina

Sul fronte economico, si parla di “libertà fiscale”, ma si pratica la disuguaglianza. Rottamazioni, sanatorie, stralci delle cartelle esattoriali: misure che aiutano i grandi debitori e premiano l’evasione. Nel frattempo, per chi lavora, paga le tasse e chiede un salario dignitoso, non c’è alcuna libertà reale. Il welfare è smantellato, i servizi locali agonizzano, le case popolari spariscono.

È una libertà che esclude. Una libertà a due velocità: quella di chi ha, e quella di chi subisce.

Gaza, il luogo dove la libertà viene sepolta sotto le macerie

Nell’inferno di Gaza, la retorica della libertà mostra la sua vera natura. La Corte Internazionale di Giustizia ha ordinato a Israele di evitare atti di genocidio; la Relatrice speciale Francesca Albanese ha parlato chiaramente di “anatomia di un genocidio”. Le scuole vengono bombardate, gli ospedali sono al collasso, i bambini mutilati e traumatizzati si contano a migliaia. Eppure l’Occidente tace o giustifica.

Chiamare genocidio il genocidio non è estremismo. È umanità.

Libertà per chi, contro chi?

Quando la destra sovranista grida “libertà”, in realtà chiede potere senza vincoli. Vuole la libertà di insultare senza contraddittorio, di armarsi senza controllo, di privatizzare i beni comuni e condonare i privilegi. È una libertà che toglie libertà agli altri.

La vera libertà è l’opposto: è equità, giustizia, diritti. È la possibilità concreta, per chiunque, di vivere con dignità. E oggi è sotto attacco da più fronti, dalle aule del potere alle piattaforme digitali, dalle piazze militarizzate ai confini chiusi con il filo spinato.

Che fare adesso: una battaglia per la democrazia sostanziale

Tre le priorità. Primo: riappropriarsi della parola “libertà” e legarla al lavoro, alla casa, alla salute, alla cultura, all’ambiente. Secondo: smascherare l’inganno della libertà armata, fiscale, privatizzata, che protegge i potenti e opprime i deboli. Terzo: difendere la libertà costituzionale di manifestare (art. 17) e di esprimersi (art. 21) da ogni tentazione autoritaria.

È una battaglia che si combatte nei parlamenti, nei tribunali, nelle scuole, sui media, nelle piazze. Una lotta culturale, prima ancora che politica.

Dalle università dello Utah ai cortei di Londra, dai vicoli di Gaza alle vie italiane sorvegliate da droni e manganelli, la stessa logica produce lo stesso effetto: chiamare “libertà” ciò che annienta la libertà altrui.

Il nostro compito è disinnescare questa menzogna, ribaltare la narrazione. Perché, davvero, la libertà o è di tutti, o non è.

Sanità negata: tra liste d’attesa truccate, autonomia differenziata e collasso sociale

Introduzione
In un Paese che si vanta di avere un sistema sanitario pubblico universale, oltre sei milioni di persone hanno rinunciato a curarsi nel 2024. Non si tratta di una svista statistica o di un effetto collaterale post-pandemico: è l’evidenza drammatica di un sistema sanitario in fase avanzata di disgregazione, dove la diseguaglianza nell’accesso alle cure non è più un’eccezione ma una regola. Il tutto, mentre si continua a parlare di autonomia differenziata, una proposta che rischia di infliggere il colpo di grazia definitivo a ciò che resta del diritto alla salute. Questo articolo intende analizzare, dati alla mano, come siamo arrivati fin qui e cosa si potrebbe (e dovrebbe) fare per invertire la rotta.

  1. Una sanità sempre meno pubblica, sempre più diseguale
    Il rapporto ISTAT 2024 è un pugno nello stomaco: il 9,9% della popolazione italiana ha dovuto rinunciare alle cure, con punte che superano l’11% tra le donne. I motivi? Tempi d’attesa insostenibili (oltre il 6,8% dei casi) e costi eccessivi delle prestazioni, soprattutto in assenza di rimborsi assicurativi (5,3%).

Il sistema di liste d’attesa è ormai una farsa legalizzata, gestita da agende chiuse, appuntamenti “fantasma” e pratiche opache che falsano i dati trasmessi dalle Regioni al Ministero. Un malato che non riesce nemmeno a prenotare una visita non risulta “in lista”, e quindi il problema… non esiste.

Eppure la realtà parla chiaro: chi può, paga il privato; chi non può, rinuncia alla salute, aggravando la propria condizione e sovraccaricando il sistema emergenziale. È un circolo vizioso che mina la tenuta sociale del Paese, colpendo soprattutto chi vive con pensioni basse, chi è disoccupato, precario o vive in aree periferiche.

A tutto questo si aggiunge un dato ancora più inquietante: l’aspettativa di vita, dopo anni di crescita, sta mostrando segnali di riduzione. Secondo gli ultimi dati ISTAT, sebbene la media nazionale sia ancora formalmente stabile (81,4 anni per gli uomini, 85,5 per le donne), si osserva una preoccupante tendenza alla decrescita nei segmenti più fragili della popolazione. Le condizioni sociali deteriorate, la mancata prevenzione, le malattie croniche non trattate e la rinuncia alle cure stanno portando molte persone a morire prima. Non si tratta solo di vivere peggio, ma di vivere meno. È un’inversione di tendenza che rappresenta un campanello d’allarme fortissimo.

  1. Il cortocircuito delle Regioni: un sistema ingestibile
    La sanità, che in ogni regione assorbe tra l’80 e il 90% del bilancio complessivo, è il cuore finanziario delle amministrazioni locali. Ma è anche un terreno di clientelismi, sprechi e interessi incrociati. Dopo la riforma del Titolo V della Costituzione (2001), l’Italia ha dato il via a una regionalizzazione della sanità che ha prodotto 20 modelli differenti, con standard assistenziali e gestionali spesso incompatibili.

Il risultato? Le Regioni più forti economicamente (come Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto) hanno potuto investire in strutture, tecnologie e personale. Quelle più deboli (come Calabria, Sicilia, Campania) sono finite sotto commissariamenti continui, piani di rientro e tagli indiscriminati. Invece di un sistema di solidarietà, abbiamo costruito una gara tra disuguali.

  1. Autonomia differenziata: la tempesta perfetta
    Nel bel mezzo di questa crisi strutturale, il governo Meloni insiste sulla legge per l’autonomia differenziata, una norma che sancirebbe per legge ciò che oggi è una distorsione di fatto. Trasferire più poteri – e quindi più risorse – alle Regioni più ricche significa legalizzare il privilegio, cristallizzando le differenze territoriali.

Se questa riforma fosse attuata, la sanità diventerebbe una prestazione variabile a seconda della residenza: un cittadino del Sud avrebbe meno diritti sanitari di uno del Nord. Si aprirebbe la strada a una sanità “a statuto speciale” per chi può permettersela, e a un’emergenza umanitaria permanente per milioni di cittadini del Mezzogiorno.

  1. I trucchi per nascondere il disastro
    Come documentato anche dall’AGENAS e dalla fondazione The Bridge, le agende chiuse, i rinvii di prenotazione e i call center che invitano a “riprovare tra un mese” sono diventati strumenti sistematici per alterare i dati delle liste d’attesa. Il Ministero della Salute, a fronte di questi abusi, ha minacciato di ricorrere ai cosiddetti “poteri sostitutivi”, ovvero forme di commissariamento delle Regioni inadempienti. Ma queste misure sono state percepite come un’interferenza e osteggiate da molte amministrazioni regionali.

Nel frattempo, la realtà non aspetta: la malattia avanza, le patologie croniche peggiorano, la prevenzione crolla, e la spesa pubblica aumenta per interventi tardivi, ricoveri d’urgenza e cure intensive. L’assurdo è che, mentre si parla di tagli, il costo per la collettività è in costante aumento, proprio per l’assenza di prevenzione e continuità assistenziale.

  1. La necessità di un ritorno al controllo pubblico e nazionale
    È urgente tornare a un modello sanitario nazionale realmente pubblico, rafforzando il ruolo dello Stato, abrogando le derive del Titolo V e investendo risorse strutturali e permanenti, non solo tamponi emergenziali. Serve un piano straordinario di assunzioni, la stabilizzazione del personale precario, investimenti massicci in medicina territoriale, digitalizzazione, e in particolare un controllo centralizzato e trasparente delle liste d’attesa.

La digitalizzazione potrebbe garantire tracciabilità, priorità automatica e auditing indipendenti sulle agende regionali. Ma senza una volontà politica forte, tutto resterà in mano a logiche localistiche e burocratiche, incapaci di garantire il diritto alla salute.

Conclusione: la sanità non è un affare regionale, è un diritto costituzionale
L’articolo 32 della Costituzione parla chiaro: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività.” Ma se si nasce in Calabria o in Lombardia, questo diritto non è garantito allo stesso modo. Se si è ricchi o poveri, l’accesso cambia. Se si è giovani, precari, immigrati o donne, le probabilità di rinuncia aumentano.

Questa non è una stortura. È un fallimento sistemico.

E se lo Stato non torna a fare lo Stato, l’Italia rischia di diventare un arcipelago di servizi sanitari diseguali, dove il diritto alla salute sarà un lusso per pochi e una chimera per molti. Per questo, l’alternativa non è solo tra pubblico e privato, ma tra eguaglianza e disuguaglianza strutturale, tra civiltà e abbandono.

Fonti:
• ISTAT, Report sulla rinuncia alle cure – 2024
• AGENAS, Rapporto liste d’attesa 2023-2024
• Ministero della Salute, lettere alle Regioni
• “I trucchi degli ospedali per falsare le liste d’attesa”, Il Post
• “In Italia una persona su dieci ha rinunciato a curarsi”, Il Post
• Dati bilanci regionali sanità 2023-2024
• Osservatorio GIMBE – Rapporti 2024