Lo Stato-maschera: il modello-mafia come destino neoliberista

  1. Dalla criminalità all’istituzionalizzazione del dominio privato

Non siamo più di fronte a una semplice “infiltrazione” mafiosa dello Stato. La mutazione genetica delle istituzioni democratiche occidentali ha reso sempre più indistinguibile il confine tra legittimità pubblica e potere privato. Come ha lucidamente osservato Stefano Levi Della Torre, il “modello-mafia” non è più una minaccia esterna al corpo dello Stato: è un possibile esito politico, figlio del lungo processo di privatizzazione, disgregazione del patto sociale e centralità assoluta del profitto.

Da Silvio Berlusconi a Donald Trump, passando per Orban, Bolsonaro e Netanyahu, assistiamo alla progressiva normalizzazione di un sistema politico che assorbe le modalità operative della mafia: gestione familistica del potere, uso del denaro come strumento di consenso, sottomissione delle istituzioni pubbliche a logiche affaristiche e criminali, ostilità sistematica verso la magistratura e i corpi intermedi. Non si tratta di una metafora. È un sistema di governo reale, che riproduce il metodo mafioso dentro lo spazio della legittimità formale.

  1. Lo Stato come facciata: genealogia di una mutazione

La genealogia di questa metamorfosi affonda le radici nel pensiero stesso dello Stato. Max Weber definiva lo Stato come “monopolio legittimo della forza su un determinato territorio”. Ma, come ci ha insegnato Charles Tilly, questo monopolio non è nato in modo etereo o neutro: è il frutto di una guerra tra bande, di un potere predatorio che si istituzionalizza e si riveste di legalità. In quest’ottica, mafia e Stato non sono poli opposti, ma due modalità dello stesso dominio: l’una formale, l’altra informale; l’una riconosciuta, l’altra tollerata.

Norberto Bobbio ci offre una chiave decisiva: la mafia, diceva, è un “potere extralegale vicario”. Svolge funzioni pubbliche in assenza dello Stato, ne supplisce le mancanze, ne occupa gli spazi abbandonati. In Sicilia, la mafia nasce come garante del latifondo; a Napoli, come regolatore del mercato informale; in Calabria, come difesa armata delle famiglie contro lo Stato assente. Non è l’antitesi dello Stato: è la sua controfigura. E a volte, il suo alleato occulto.

  1. Privatizzazione e mafia: convergenze parallele

Oggi, quella funzione “vicaria” è diventata sistemica. La privatizzazione progressiva dello Stato – economica, normativa, culturale – ha prodotto un vuoto politico che viene riempito da attori privati, affiliativi, autoreferenziali. In questo spazio, la criminalità organizzata si muove con agio, mimetizzandosi nel tessuto legale. Il “capo” non è più solo il boss con la coppola, ma il manager che controlla fondi opachi, compra aziende in crisi, finanzia campagne elettorali e partecipa a tavoli di potere.

Reuters e altri studi recenti (NBER, CEPR) lo confermano: le mafie italiane, in particolare la ‘Ndrangheta, stanno spostando il loro focus da attività violente a frodi finanziarie, truffe sui fondi europei, manipolazione dei bilanci pubblici. È il passaggio dalla lupara alla fattura falsa, dalla violenza all’eleganza dell’illegalità “bianca”.

Secondo Legambiente, nel solo 2023 l’ecomafia ha generato quasi 9 miliardi di euro di fatturato illecito. Non solo rifiuti o cemento: sono le energie rinnovabili, le bonifiche, i servizi pubblici a essere colonizzati da consorzi mafiosi legalizzati. È la mafia-imprenditrice, non più in opposizione allo Stato, ma come parte della sua economia legale.

  1. La democrazia svuotata: egemonia, consenso e comunicazione

Il tratto distintivo di questa nuova fase non è la segretezza, ma la spettacolarizzazione. Trump e Berlusconi hanno mostrato che si può governare con metodi mafiosi senza nascondersi. Si può parlare alla “pancia” dell’elettorato, usare i media come arma di distrazione e costruire un’egemonia fondata sul carisma, sul successo personale, sul disprezzo per le regole.

Gramsci parlava di egemonia culturale come forma di consenso attivo. Oggi quell’egemonia è usata per legittimare la distruzione stessa della sfera pubblica. I nuovi leader non agiscono nell’ombra: sono sotto i riflettori, si mostrano come vincenti, creano narrazioni dove l’unico criterio è l’efficacia personale, il potere per sé, il disprezzo per il bene comune.

La politica diventa comunicazione, la democrazia si riduce a plebiscito digitale, e il cittadino si trasforma in follower. È il passaggio dall’homo politicus al cliente del potere.

  1. Il ruolo della magistratura e lo scontro tra mondi

In questo scenario, la magistratura rappresenta l’ultimo argine visibile. Ma è un argine sotto attacco, delegittimato costantemente da chi detiene potere economico e mediatico. La giurisdizione pubblica – che dovrebbe essere il cuore della democrazia – è trattata come una minaccia dai potentati privati che preferiscono l’arbitrio alla regola.

Le leggi ad personam, i condoni, gli attacchi sistematici alla giustizia sono parte di questa strategia. E il conflitto diventa ontologico: tra chi vuole una legalità universale, e chi reclama il diritto di farsi legge da sé. La magistratura viene trattata come corpo estraneo, quando è invece l’ultimo baluardo del principio di uguaglianza.

  1. Da Berlusconi a Trump: un processo storico, non personale

Ridurre tutto a Trump o Berlusconi sarebbe un errore. Essi sono solo gli epifenomeni di un processo più profondo: la dissoluzione della sfera pubblica sotto i colpi del neoliberismo. Con la crisi del fordismo, la distruzione dei sindacati, la precarizzazione dei corpi intermedi, l’erosione delle identità collettive, il cittadino è diventato atomo, l’individuo è stato lasciato solo.

La tecnologia, anziché democratizzare, ha spesso alimentato processi di plebiscitarismo, di controllo, di iper-comunicazione sterile. Il potere reale si è spostato altrove: verso l’alto, verso il privato, verso l’opaco.

  1. Conclusioni: oltre la retorica, una sfida politica

Il “modello-mafia” non è una degenerazione patologica: è una possibilità concreta del capitalismo contemporaneo. È la forma che prende il dominio quando si abbandonano i vincoli pubblici, quando la legalità viene derisa, quando il potere si trasforma in affare.

Resistere non significa solo invocare l’etica. Significa costruire alternative istituzionali, economiche, culturali. Rilanciare la partecipazione, la trasparenza, il controllo popolare. Significa riconoscere che lo Stato, per non diventare un fantoccio in mano ai potenti, deve essere rifondato dal basso, ricostruito nelle sue funzioni pubbliche, restituito al popolo.

Non possiamo più permetterci di osservare con distacco. Il guscio dello Stato rischia di essere indossato dal crimine organizzato, non più come parassita, ma come legittimo erede. Sta a noi, oggi, spezzare questa catena.

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