Soldati israeliani in vacanza in Italia: ospitalità o complicità? Il silenzio del governo e le domande inevase

Negli ultimi mesi, l’Italia è diventata meta di arrivi particolari che stanno sollevando indignazione e interrogativi: gruppi di soldati dell’IDF, l’esercito israeliano, vengono accolti sulle nostre coste e nei nostri borghi, ufficialmente per “periodi di decompressione” dopo i traumi del conflitto in Palestina. Non parliamo di turisti qualsiasi: si tratta di giovani militari che hanno preso parte alla guerra a Gaza, e che qui cercano di smaltire lo stress post-bellico. La notizia, trapelata in Sardegna e nelle Marche, apre un dibattito scomodo: stiamo ospitando, nei nostri territori, gli stessi soldati responsabili delle sofferenze dei bambini palestinesi che parallelamente curiamo nei nostri ospedali?

Santa Teresa di Gallura: lusso e contraddizioni

A Santa Teresa di Gallura, in Sardegna, centinaia di giovani israeliani sono stati avvistati in un resort di lusso, arrivati tramite voli charter diretti Tel Aviv–Olbia. La loro presenza ha destato reazioni immediate: comitati locali e attivisti hanno denunciato l’offesa di ospitare chi, fino a poco tempo fa, imbracciava le armi contro un popolo già stremato da assedio e bombardamenti. L’immagine è stridente: mentre nelle strutture sanitarie italiane vengono accolti bambini palestinesi feriti, orfani dei genitori uccisi nei raid, sulle nostre coste i loro carnefici trovano ristoro e svago.

La domanda è inevitabile: si tratta di semplici iniziative turistiche private o dietro questa organizzazione si nascondono intese diplomatiche e militari tra Roma e Tel Aviv?

Le Marche: decompressione sotto la sorveglianza della Digos

Il Fatto Quotidiano ha rivelato un quadro ancora più inquietante: dal 2024 gruppi di soldati israeliani sono stati ospitati nelle Marche, a Porto San Giorgio, Sirolo, Fiastra, nei Sibillini e alle grotte di Frasassi. Lì non si presentavano come militari, ma come turisti riservati, sempre in gruppo, spesso accompagnati da agenti della Digos. Non era una semplice vacanza: si trattava di programmi di decompressione psicologica destinati a soldati traumatizzati, organizzati con il supporto di reti diplomatiche e militari.

Secondo i dati, dall’inizio della guerra a Gaza l’IDF ha registrato oltre 3.700 casi di disturbi post-traumatici e almeno 16 suicidi solo nel 2025. Per questo, Israele avrebbe creato una rete internazionale per mandare i suoi soldati all’estero in soggiorni “protetti”. Non hotel affollati, ma case private appartate, con itinerari programmati e discreta protezione. La popolazione locale, però, non è stata informata: né i sindaci, né gli operatori hanno ricevuto spiegazioni ufficiali. Solo dopo mesi si è scoperto che quei giovani “turisti” erano in realtà reduci di guerra.

La reazione delle comunità

A Porto San Giorgio e a Fiastra, la rivelazione ha lasciato sgomento: «È una vergogna che le autorità non ci abbiano avvertiti», hanno dichiarato cittadini intervistati. Alcuni operatori turistici confermano episodi di indisciplina, altri parlano di ragazzi meccanici nei gesti, incapaci di mescolarsi con la gente del posto. Una ragazza di 22 anni ha raccontato al Fatto l’incontro con un militare che rifiutava di essere fotografato, segno evidente di una doppia identità nascosta.

Il timore che i fondi pubblici possano essere stati impiegati per questi soggiorni aumenta la rabbia: la Regione Marche, ad esempio, ha finanziato nel 2024 e 2025 il programma “Itinerari Ebraici Marchigiani” con risorse pubbliche. La domanda resta: sono stati usati anche per coprire i costi della decompressione dei militari israeliani? La Regione nega, ma il sospetto resta.

Il nodo politico: accordi e opacità

Il quadro diventa ancora più delicato se inserito nella cornice dei rapporti militari tra Italia e Israele. Esiste infatti un Memorandum of Understanding (MoU) firmato nel 2003, che regola la cooperazione militare tra i due paesi. Un accordo che giuristi e attivisti hanno chiesto di sospendere, denunciando violazioni del diritto internazionale e mancanza di trasparenza. Il governo, però, tace. Non ha spiegato se i soggiorni dei soldati facciano parte di intese istituzionali, né ha chiarito chi autorizzi l’ingresso e la protezione di gruppi armati in congedo.

Eppure la coerenza morale impone una presa di posizione: non possiamo accogliere contemporaneamente i bambini palestinesi feriti dalle bombe e i soldati che quelle bombe le hanno sganciate. E non solo: questi stessi militari sono stati protagonisti anche come cecchini, sparando a sangue freddo su persone inermi in fila per ottenere cibo nei punti di distribuzione gestiti dall’UNRWA e dal GHF. Non possiamo proclamare solidarietà alle vittime e allo stesso tempo garantire “vacanze terapeutiche” ai carnefici. È una questione di dignità nazionale e di rispetto per le comunità che si trovano ad ospitare, inconsapevolmente, questi programmi.

Un interrogativo che pesa

L’Italia, per storia e valori costituzionali, non può permettersi di essere percepita come complice. Il governo ha il dovere di chiarire:
1. Chi organizza e finanzia i soggiorni dei soldati israeliani?
2. Con quale mandato la Digos li accompagna e li protegge?
3. Esiste un coinvolgimento diretto delle nostre istituzioni, o si tratta solo di reti private con tacito assenso dello Stato?

Finché queste domande resteranno senza risposta, il sospetto di un silenzio complice rimarrà.

Conclusione: l’etica della coerenza

Ospitare i soldati israeliani senza informare la popolazione significa mancare di trasparenza e rispetto. Significa aggiungere dolore al dolore, accogliendo chi ha inflitto traumi mentre ci prendiamo cura delle vittime di quegli stessi traumi. È un paradosso che nessuna democrazia degna di questo nome dovrebbe tollerare. La coscienza civile del nostro Paese reclama chiarezza: l’Italia non può essere terra neutra dove carnefici e vittime si incrociano sotto lo stesso cielo, senza che la politica abbia il coraggio di assumersi la responsabilità delle proprie scelte.

Fonti
• Sardegna Notizie 24, Un centinaio di militari israeliani in vacanza a Santa Teresa, scatta la contestazione degli attivisti locali.
• Il Fatto Quotidiano, Soldati IDF nelle Marche per smaltire lo stress (sorvegliati dalla Digos), 7 settembre 2025.
• TRT Global, Italy’s military cooperation agreement with Israel sparks criticism.
• Prensa Latina, Green Europe demands cessation of military agreement with Israel.

Il silenzio complice: Francesca Albanese sotto sanzioni e la codardia del governo Meloni

⸻Francesca Albanese è oggi una figura simbolica di resistenza civile e giuridica. La relatrice speciale dell’ONU per i Diritti Umani nei Territori Palestinesi Occupati si trova, dal luglio 2025, bersaglio diretto delle sanzioni unilaterali imposte dagli Stati Uniti. Una rappresaglia politica tanto brutale quanto mirata, il cui unico “reato” è aver denunciato pubblicamente, con rigore giuridico e coraggio morale, il genocidio in corso nella Striscia di Gaza.

Ma la notizia di queste ore, al di là del caso personale, è lo scandalo istituzionale italiano: nessun rappresentante del governo Meloni ha ritenuto di doverle esprimere una parola di solidarietà. Nemmeno di circostanza. Nemmeno per difendere il diritto internazionale. Nemmeno per proteggere una cittadina italiana sanzionata da un Paese straniero per il solo fatto di aver svolto il proprio mandato presso le Nazioni Unite.

Il caso Albanese: quando il diritto diventa reato

La vicenda raccontata da Francesca Albanese è surreale e inquietante. Da quando è stata colpita dalle sanzioni statunitensi — promosse su input di Marco Rubio e dell’apparato neoconservatore che da sempre protegge l’impunità israeliana — non può aprire un conto bancario, avere una carta di credito, di conseguenza non può noleggiare un’auto, non può nemmeno ricevere un caffè da sua figlia senza esporla al rischio teorico di sanzioni penali e pecuniarie.

Siamo di fronte a una forma di “morte civile” in salsa neoliberista: l’esclusione dai circuiti economici come arma di repressione politica. Non si tratta solo di una punizione personale, ma di un attacco frontale all’intera architettura del diritto internazionale, che evidentemente infastidisce quando osa accusare Israele di crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Albanese lo dice chiaramente: «L’attacco a me è un attacco all’ONU». E ha ragione. Non è un caso isolato: è una strategia deliberata per intimidire ogni forma di giurisdizione indipendente. Lo stesso è accaduto con i giudici della Corte Penale Internazionale, a cui l’amministrazione USA ha rivolto accuse gravissime, tentando di delegittimarli con lo stesso schema repressivo.

Il silenzio assordante di Roma

Ma lo scandalo, lo schiaffo più bruciante, non viene da Washington. Viene da Roma.

Il governo italiano, che ha il dovere costituzionale di tutelare i diritti dei suoi cittadini e di onorare gli obblighi derivanti dai trattati internazionali, non ha emesso nemmeno un comunicato, né una telefonata, né una parola di sostegno. Giorgia Meloni, che pure ha dichiarato di voler “tutelare gli attivisti italiani” imbarcati nella Global Sumud Flotilla, si limita a vuoti proclami senza alcuna azione concreta.

E la stessa Albanese lo denuncia con fermezza: «Che vuol dire protezione agli attivisti? La vera protezione sarebbe mandare le navi italiane a rompere l’assedio. È un obbligo giuridico e morale per prevenire un genocidio».

Il punto è tutto qui: Meloni gioca su un’ambiguità criminale, illudendo l’opinione pubblica con vaghe rassicurazioni mentre, nei fatti, l’Italia resta inchiodata alla sua complicità diplomatica, politica e militare con Israele.

La corresponsabilità italiana nel genocidio a Gaza

Quando Francesca Albanese afferma che il governo Meloni è corresponsabile, in diversi modi, dello sterminio a Gaza, non parla per iperbole. Parla con la forza dei fatti.

L’Italia:
• Ha firmato accordi militari e tecnologici con Israele, persino dopo l’inizio del genocidio dichiarato.
• Continua a esportare armi verso Tel Aviv, come confermato da numerose inchieste e dati SIPRI.
• Si è astenuta sistematicamente nei voti ONU a tutela della popolazione palestinese.
• Ha criminalizzato manifestazioni di solidarietà, compresi presidi pacifici e raccolte fondi.
• Ha accettato senza fiatare le liste nere di Israele, che mettono al bando chiunque difenda i diritti palestinesi.

L’Italia di Meloni ha scelto il campo dell’occupante, del carnefice, dell’apartheid. E ha voltato le spalle a una delle sue cittadine più coraggiose e qualificate, solo perché dice la verità.

Un attacco che riguarda tutti noi

Chi pensa che il caso Albanese sia una questione “personale” o “di relazioni internazionali” commette un grave errore. È la spia di un cambiamento di paradigma: chi denuncia i crimini viene trattato come un criminale. Chi si appella al diritto viene perseguito dai poteri reali. Chi resiste al genocidio viene messo a tacere con le armi della finanza, del controllo bancario, della sorveglianza.

Francesca Albanese non è solo un nome. È una linea di demarcazione: da una parte chi difende l’umanità, dall’altra chi difende il potere.

Una vergogna nazionale

Nel silenzio del governo italiano risuona tutta la viltà di una classe dirigente prona ai diktat NATO, sorda ai valori costituzionali, incapace di riconoscere la propria complicità.

Mentre Francesca Albanese viene isolata, sorvegliata e punita, il nostro esecutivo gioca a fare la foglia di fico per Israele. Ma la storia non dimenticherà. E prima o poi, anche l’Italia dovrà rispondere della sua ignavia, della sua complicità e del suo tradimento.

Fonte principale:
“Francesca Albanese: ‘Il governo Meloni è corresponsabile in diversi modi dello sterminio a Gaza’ – Il video” – L’Espresso, 04.08.2025
Ulteriori fonti incrociate:
– SIPRI Arms Transfers Database
– UN OCHA – Gaza Strip Humanitarian Overview
– Dati export armi: Rete Italiana Pace e Disarmo
– Dichiarazioni ufficiali di Francesca Albanese al Senato, agosto 2025

Bambini sotto le bombe: Gaza, l’Occidente e il crimine dell’indifferenza

Il sangue dei bambini ha lo stesso colore ovunque. Ma non lo stesso valore.

Due guerre, due narrazioni. Da un lato l’Ucraina, con i suoi 44 milioni di abitanti, dove – secondo dati ONU – oltre 2400 bambini sono stati uccisi. Ma è doveroso precisare che le vittime infantili non sono riconducibili solo ai bombardamenti russi dal 2022 in poi, ma anche – e in modo sostanziale – ai bombardamenti dell’esercito ucraino contro le popolazioni russofone del Donbass e del Lugansk fin dal 2014, in un clima di assedio militare che si è protratto per anni nel silenzio totale dell’Occidente.

Dall’altro lato Gaza, un lembo di terra lungo appena 41 chilometri, densamente popolato, con 2.200.000 abitanti all’inizio del conflitto, di cui oltre la metà sono minori. Qui, secondo l’ultimo aggiornamento dell’ONU e di fonti mediche indipendenti, più di 19.000 bambini sono stati uccisi e oltre 50.000 risultano feriti. Alcuni rimarranno sfigurati a vita, mutilati, ciechi, paralizzati. La metà di questi ultimi ha subito amputazioni multiple senza anestesia.

È questa la sproporzione che grida vendetta.

Non è solo una questione di numeri, ma di coscienza. In Ucraina, la narrazione dominante ha giustamente indignato l’opinione pubblica globale. Eppure, a Gaza, dove la densità di vittime infantili è proporzionalmente decine di volte superiore, l’Occidente chiude un occhio, anzi due. Anestetizza la coscienza collettiva e impone un silenzio assordante, fatto di ipocrisia, censura e complicità.

I numeri dell’orrore e il genocidio negato

Secondo Victoria Rose, chirurga britannica volontaria all’ospedale Nasser di Khan Yunis, “il numero di bambini feriti è totalmente inaccettabile”. Lo ha dichiarato pubblicamente durante il Tribunale Informale di Londra su Gaza. Le sue parole non lasciano spazio a fraintendimenti: non si tratta di effetti collaterali, ma di un sistematico attacco ai civili, e in particolare ai più vulnerabili.

A Gaza non ci sono più scuole, né ospedali funzionanti. Le madri partoriscono tra le macerie, senza antibiotici, senza luce. I neonati muoiono per disidratazione, le incubatrici sono ferme. E i bambini, in molti casi, muoiono due volte: prima nel corpo, poi nella narrazione distorta di chi nega la realtà.

Complicità occidentale: l’arma del silenzio

La sproporzione tra le vittime infantili in Ucraina e Gaza mette in luce un doppio standard indegno di una civiltà democratica. L’Europa, che ha pianto giustamente per ogni bambino ucraino morto nei combattimenti, oggi si gira dall’altra parte mentre Israele annienta un’intera generazione di palestinesi, spesso con armi fornite dagli stessi Paesi europei.

La verità è che il genocidio a Gaza è sostenuto, coperto, giustificato o ignorato da gran parte dell’Occidente. Israele non agisce da solo, ma con la copertura politica, diplomatica e militare delle maggiori potenze mondiali. E l’Italia, in questo scenario, non è affatto estranea.

Il paradosso italiano: armi a Israele, colpiti i caschi blu

Il paradosso è tanto crudele quanto grottesco. Secondo fonti giornalistiche autorevoli, alcune delle armi utilizzate da Israele contro obiettivi in Libano, tra cui la base ONU-UNIFIL al confine, sono prodotte o co-prodotte in Italia. Armi esportate legalmente da governi che si professano “per la pace” e che, nel contempo, autorizzano forniture belliche a un Paese coinvolto in atti che Amnesty International, Human Rights Watch e numerose Nazioni Unite hanno definito crimini di guerra e potenziali atti genocidari.

Così, l’Italia fornisce armi che Israele utilizza non solo per massacrare civili palestinesi, ma persino per attaccare una missione di pace ONU in Libano, della quale l’Italia fa parte. È l’ennesimo schiaffo all’intelligenza, alla logica, alla Costituzione e al diritto internazionale. Un’oscenità geopolitica e morale che dovrebbe suscitare un’indignazione collettiva.

La responsabilità dell’informazione e il silenzio criminale

In questo contesto, l’informazione ha un ruolo chiave. I numeri di Gaza non vengono raccontati, non fanno notizia. Sono sistematicamente minimizzati, oscurati, spacciati per “danni collaterali” di una guerra asimmetrica che è in realtà un’occupazione coloniale trasformata in sterminio programmato.

Il sistema mediatico occidentale si è fatto megafono della narrativa israeliana, rimuovendo la parola “genocidio” dal vocabolario ufficiale e trasformando i carnefici in vittime perenni, in nome di una memoria strumentalizzata e di un potere geopolitico che non ammette incrinature.

Conclusione: la vergogna dell’Occidente

La morte di un bambino è sempre una tragedia. Ma l’accettazione selettiva di queste morti è un crimine ben più grande. È la testimonianza viva di un’epoca in cui la civiltà occidentale ha abdicato ai propri principi, in nome del profitto, della geopolitica e della fedeltà a un alleato che oggi pratica l’apartheid, la pulizia etnica e la guerra totale.

La sproporzione tra i bambini morti a Gaza e quelli uccisi in Ucraina non può essere taciuta. Non è un attacco all’Ucraina, ma una chiamata in correità per chi tace, per chi vota in Parlamento a favore di forniture militari, per chi finge di non vedere.

È tempo di rompere il silenzio, di togliere ogni alibi a governi, partiti e media, e di dire con voce alta e chiara: nessun bambino vale meno di un altro. Nessun genocidio può essere giustificato. Nessuna bomba può essere benedetta in nome della democrazia.

Fonti utilizzate
• Dichiarazioni di Victoria Rose, chirurga volontaria in Gaza
• Rapporto UNICEF e UN OCHA aggiornati al 2024
• Dati UNRWA su Gaza
• Amnesty International, “Israel’s apartheid against Palestinians: A cruel system of domination”, 2022
• Human Rights Watch, “A Threshold Crossed: Israeli Authorities and the Crimes of Apartheid and Persecution”, 2021
• Al Jazeera, a cura di Anealla Safdar
• Agenzie stampa italiane su attacco a UNIFIL
• Interrogazioni parlamentari italiane su export armi verso Israele

Caschi blu a Gaza: la via dell’ONU oltre il veto USA

L’emergenza umanitaria a Gaza ha superato la soglia dell’indicibile: assedi, carestia, bombardamenti, ospedali trasformati in obitori, nessun accesso garantito per gli aiuti umanitari. La governance israeliana, sempre più priva di contrappesi, opera sub specie militari, ignorando apertamente la legalità internazionale. E mentre le Nazioni Unite restano paralizzate dal veto sistemico degli Stati Uniti, emerge con forza un interrogativo: può l’Assemblea Generale aggirare questa impasse e agire?

La risposta esiste, è sul tavolo dal 1950, si chiama Uniting for Peace – ed è l’unica carta concreta che oggi l’ONU può giocare per difendere ciò che resta del diritto internazionale e della sua stessa credibilità.

Gaza sotto assedio, la diplomazia sotto scacco

Il 10 agosto 2025, il Consiglio di Sicurezza si è riunito per affrontare l’esplicito piano di conquista totale di Gaza annunciato dal governo Netanyahu. Un piano di annessione de facto, considerato da più giuristi internazionali come genocidio in fieri, secondo i criteri della Corte Internazionale di Giustizia. Eppure, neppure un voto: il veto statunitense, ampiamente preannunciato, ha impedito anche solo una risoluzione interlocutoria.

Questo ennesimo fallimento ha rimesso al centro dell’attenzione una vecchia arma giuridica, ancora pienamente in vigore: la risoluzione 377 (A) V – Uniting for Peace, adottata nel 1950 proprio su iniziativa degli Stati Uniti, allora per contrastare i veti sovietici sulla guerra di Corea.

Uniting for Peace: lo strumento esiste, manca il coraggio

La risoluzione 377 afferma che, quando il Consiglio di Sicurezza “viene meno al proprio dovere” a causa di un veto, l’Assemblea Generale può intervenire, convocando un’assemblea d’urgenza e adottando raccomandazioni vincolanti per l’uso di misure collettive, anche armate, per mantenere o ristabilire la pace.

Questo meccanismo non è una chimera: è stato attivato in 11 casi, incluso il conflitto di Suez nel 1956, l’invasione sovietica dell’Ungheria, e più recentemente, nel 2022, per condannare l’invasione russa dell’Ucraina.

Tuttavia, mai è stato applicato al conflitto israelo-palestinese, nonostante le ripetute escalation e le gravi violazioni del diritto umanitario. La domanda è dunque politica, non giuridica.

Francesca Albanese e la mobilitazione per una forza di protezione

Il rilancio è arrivato da più parti: la relatrice speciale ONU Francesca Albanese ha chiesto esplicitamente l’attivazione del meccanismo, suggerendo una “forza protettiva internazionale composta da soldati amici”. L’ONG DAWN ha appoggiato questa proposta, sottolineando come l’inazione ONU stia contribuendo alla complicità passiva nello sterminio in corso.

Nei giorni tra l’8 e il 10 agosto, la delegazione palestinese ha formalmente avanzato la richiesta all’Assemblea Generale, invocando l’articolo 7 della Carta delle Nazioni Unite e la procedura Uniting for Peace. Ma nessuno, finora, ha osato raccoglierla.

Un consenso larvato, ma nessuna volontà politica

Il quadro all’interno del Consiglio di Sicurezza è eloquente: Slovenia, Francia, Regno Unito, Danimarca, Grecia, Pakistan, Panama, Somalia, Algeria, Corea del Sud, Guyana, Sierra Leone – tutti hanno condannato apertamente il piano di occupazione israeliano. Ma nessuno ha promosso formalmente l’attivazione della 377 A.

Cina e Russia, pur critiche verso Israele, restano silenti. I motivi sono geopolitici: Pechino teme che una spaccatura netta con gli USA possa ripercuotersi su Taiwan, Mosca guarda all’Ucraina. Anche le diplomazie europee, pur favorevoli alla Palestina nei toni, preferiscono un approccio graduale e simbolico, evitando lo scontro frontale con Washington.

Nel frattempo, la “rassegnazione connivente” – per usare le parole di Gian Giacomo Migone – si espande tra le istituzioni internazionali.

Oltre la retorica: serve un mandato ai caschi blu

A Gaza non servono più solo dichiarazioni, ma azioni concrete: corridoi umanitari, protezione dei civili, accesso a viveri e medicinali, verifica indipendente dei crimini di guerra. Tutto ciò può essere garantito da una forza internazionale sotto mandato ONU, sul modello delle missioni UNIFIL o MINURSO.

Il mandato dei caschi blu non può più essere ostaggio dei giochi di potere del Consiglio. Come ricordava lo stesso António Guterres, “la legalità internazionale non è opzionale”. Ma se resta lettera morta, il rischio di implosione del sistema multilaterale diventa reale.

Nel 1938, la Società delle Nazioni fallì nel suo scopo primario: prevenire un nuovo conflitto globale. Oggi, l’ONU rischia la stessa sorte se non reagisce. Gaza non può essere il nuovo fallimento di Ginevra.

Direzione di marcia: quale mobilitazione possibile?

L’Assemblea Generale, come corpo rappresentativo delle Nazioni Unite, può e deve agire. Serve il voto favorevole di due terzi dei membri presenti e votanti: un obiettivo realisticamente raggiungibile, vista la larga maggioranza di paesi che sostengono i diritti dei palestinesi.

Anche azioni simboliche, come l’ipotesi suggerita da alcuni diplomatici italiani di boicottare l’intervento di Netanyahu lasciando vuota l’aula, possono avere un valore politico forte. Ma la priorità resta operativa: l’implementazione immediata di una forza internazionale di protezione civile e umanitaria.

Conclusione: oltre la rassegnazione, la responsabilità collettiva

L’ONU è a un bivio. Gaza è oggi la cartina al tornasole della sua capacità di incidere nella realtà, non solo nella diplomazia. Se l’Assemblea Generale non interverrà, la storia la giudicherà corresponsabile di un’ecatombe annunciata.

Per questo oggi, richiamando il principio stesso che fondò le Nazioni Unite – “Mai più” – occorre agire, senza più alibi.

🕊️ Missione delle fonti
• Risoluzione 377 (V) “Uniting for Peace” (3 novembre 1950): https://digitallibrary.un.org/record/111019
• DAWN MENA – Proposta di forza di protezione internazionale: https://dawnmena.org/un-general-assembly-deploy-international-protection-force-to-gaza/
• Francesca Albanese – Interventi pubblici e dichiarazioni ufficiali: https://www.ohchr.org/en/special-procedures/sr-palestine
• Riunione ONU del 10 agosto e posizionamenti nazionali: resoconti da volerelaluna.it, ejiltalk.org
• Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza 2720, 2728 (2023–2025): https://digitallibrary.un.org
• Analisi parallele: Janine Di Giovanni su The Atlantic e Newlines Magazine
• Finanziamenti italiani all’UNRWA e politica estera: https://it.wikipedia.org/wiki/Italia_e_Palestina

La terra che grida: Gaza e il genocidio in diretta mondiale

Mentre l’Occidente continua a recitare il mantra della “pace”, Israele passa alla fase due della sua guerra d’annientamento. Il 21 agosto 2025, ha preso il via l’operazione “Carri di Gedeone 2”, una nuova offensiva finalizzata all’occupazione totale di Gaza City e alla deportazione forzata degli 800.000 civili ancora presenti. A guidare l’operazione, oltre ai tank e ai bombardamenti, c’è un’ideologia teocratica che giustifica lo sterminio in nome del diritto biblico alla “terra promessa”. Una visione apocalittica che oggi si traduce in distruzione sistematica, fame organizzata, e morte programmata.

Non siamo davanti a una semplice escalation militare. Siamo davanti a un piano di pulizia etnica. Lo ha confermato lo stesso ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, che ha parlato apertamente di “assedio totale” e ha ammonito: “Chi non evacua Gaza può morire di fame o arrendersi”. Non è una minaccia: è un piano di annientamento.

Una teocrazia armata fino ai denti

Nel pieno del XXI secolo, un governo che si proclama democratico rivendica apertamente un mandato divino per giustificare l’eliminazione fisica di un intero popolo. I riferimenti sono espliciti: dal Libro di Giosuè al Deuteronomio, la narrazione messianica si impone sulla legalità internazionale. Diritto divino contro diritto umano. Paranoia escatologica contro ragione storica.

Israele, nato grazie alla Risoluzione 181 dell’ONU, ha da decenni abbandonato qualsiasi vincolo internazionale. Ha ignorato sistematicamente la Carta delle Nazioni Unite, le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, e violato ogni trattato sui diritti umani, dalla IV Convenzione di Ginevra al diritto consuetudinario internazionale. Oggi, davanti agli occhi del mondo, infrange apertamente anche la Convenzione ONU per la prevenzione e la repressione del genocidio.

Genocidio, parola proibita nei palazzi del potere

La Corte Internazionale di Giustizia ha parlato chiaro. Il 26 gennaio 2024, nel contesto del ricorso presentato dal Sud Africa, ha riconosciuto il rischio concreto di genocidio in atto a Gaza, ordinando a Israele di interrompere qualsiasi azione lesiva nei confronti dei civili palestinesi. Le ordinanze del 28 marzo, 5 aprile e 24 maggio hanno ribadito e aggravato le misure, chiedendo il blocco dell’assalto a Rafah, l’apertura del valico per gli aiuti umanitari e l’accesso delle missioni investigative ONU. Nessuna misura è stata rispettata. Nessuna.

Israele, forte del sostegno di Washington e dell’impunità assicurata dalle democrazie complici, ha proseguito imperterrito il suo piano di sterminio. Le prove non mancano. L’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), organismo ufficiale delle Nazioni Unite, ha certificato che Gaza è entrata in una fase di carestia conclamata, causata dal blocco degli aiuti e dal collasso della produzione alimentare. Più di 132.000 bambini sotto i cinque anni soffriranno di malnutrizione acuta entro la fine del 2025. Oltre 41.000 sono già ad altissimo rischio di morte.

Numeri che pesano come lapidi

Al 24 agosto, il bilancio fornito dal Ministero della Salute di Gaza parla di 62.686 morti e 157.951 feriti. A questi si aggiungono 289 vittime della fame, di cui 115 bambini. I morti non fanno più notizia. I bombardamenti sugli ospedali neppure. Persino i giornalisti sono diventati obiettivi: solo nel bombardamento dell’ospedale di Khan Younis sono morti altri cinque reporter.

La fame è ora un’arma. La distribuzione di cibo, una trappola mortale: oltre 2.095 persone sono state uccise mentre cercavano aiuti. Ogni atto di sopravvivenza è diventato una condanna.

L’apartheid che non può vincere

L’illusione che la “soluzione finale” possa essere realizzata è destinata a scontrarsi con la realtà. Anche se Israele riuscisse a ripulire Gaza nord e trasformare il sud in un lager a cielo aperto, la resistenza sopravviverebbe. Non si può sterminare un popolo con la fame, né si può cancellare la storia con le ruspe. Gaza resterà come una ferita purulenta, aperta, pronta a infettare le coscienze. E la Cisgiordania, con l’espansione degli insediamenti nella zona E1, sarà il prossimo fronte. Smotrich lo ha detto chiaramente: “Lo Stato palestinese è cancellato”. Ma cancellare un’idea non equivale a cancellare un popolo.

Israele sta inchiodando la bara dello Stato palestinese con i fatti compiuti. Ma quei chiodi, in realtà, li sta piantando sulla propria democrazia. Come il Sudafrica dell’apartheid, Israele si condanna all’isolamento morale e politico. E a lungo termine, anche all’implosione.

Italia e Occidente: complici silenziosi

Nel frattempo, le cancellerie europee tacciono. L’Italia, nello specifico, continua a rispettare l’accordo di cooperazione militare con Israele del 2003, ratificato con la legge n. 94/2005. Non solo non lo ha mai revocato, ma si è opposta a qualsiasi proposta di sanzione europea. Questo non è silenzio diplomatico: è complicità.

A differenza del ministro olandese Caspar Veldkamp, dimessosi per protesta contro il proprio governo, i politici italiani restano ben saldi sulle loro poltrone, nonostante l’opinione pubblica sia ormai insofferente. La rabbia cresce, le piazze si muovono, e la frustrazione civile si sta trasformando in indignazione attiva.

La flotta della dignità

A questa indignazione si unisce la speranza. Il 31 agosto salperà la Freedom Flotilla, una flotta carica di aiuti umanitari e di dignità, pronta a sfidare l’embargo israeliano. È un atto di coraggio che rompe il silenzio e indica una via d’uscita: quella della solidarietà concreta, dell’azione diretta, del diritto all’umanità.

Parallelamente, si fa strada l’ipotesi di convocare una sessione d’emergenza dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, grazie alla procedura “Uniting for Peace”, già prevista per superare il veto USA. È una strada stretta, ma percorribile.

O si ferma il genocidio o si diventa complici

Non ci sono più alibi. Non c’è più tempo. Il genocidio non è un’ipotesi: è in corso. Le istituzioni internazionali hanno il dovere di agire. E i governi che continuano a sostenere Tel Aviv, direttamente o indirettamente, devono essere chiamati a rispondere. Anche in Italia.

Chi tace oggi, domani non potrà dire di non sapere. La storia sta scrivendo una pagina oscura. E ogni parola, ogni gesto, ogni omissione finirà su quella pagina. Sta a noi decidere da che parte della storia vogliamo stare.

Fonti
• Integrated Food Security Phase Classification (IPC), Report 2025.
• Corte Internazionale di Giustizia, Ordinanze 26/01/2024 – 28/03/2024 – 05/04/2024 – 24/05/2024.
• Ministero della Salute di Gaza, aggiornamento 24 agosto 2025.
• Lettera collettiva per la procedura “Uniting for Peace”, 21 agosto 2025.
• articolo di Domenico Gallo, pubblicato su volere la luna il 26 agosto 2025.

🎬 Hollywood, IDF e la macchina della verità truccata: il caso Sony e l’uragano che non vogliono vedere

Non è un sussurro, non è un indizio vago: è un uragano di dati, email e connessioni che grida una verità scomoda. Il sistema dell’intrattenimento globale non è solo intrattenimento. È anche arma. È anche propaganda. E troppo spesso, è propaganda israeliana.

▪️ Il caso Sony-WikiLeaks: quando la finzione supera la realtà

Nel 2015, WikiLeaks rese pubblico uno dei più grandi leak nella storia dell’informazione: oltre 170.000 email e 30.000 documenti interni provenienti dai server di Sony Pictures Entertainment. Un colosso da miliardi, controllato dalla multinazionale giapponese Sony, che gestisce franchise planetari come Spider-Man, Men in Black, The Social Network, Zero Dark Thirty.

Fin qui, nulla di strano. Ma basta scavare un po’ tra le righe dei file pubblicati per scoprire che sotto la superficie liscia dell’intrattenimento globale si muove una rete fittissima di rapporti politici, militari e culturali. Rapporti con il Partito Democratico americano, con la Casa Bianca, con il governo israeliano, con l’IDF, l’esercito israeliano.

E non si tratta solo di partecipazioni a cene di gala. C’è molto di più. C’è un meccanismo sistematico, che trasforma la produzione culturale in uno strumento d’influenza politica e militare.

▪️ Michael Lynton, l’uomo al centro della rete

Il nome che ricorre più spesso è quello di Michael Lynton, allora CEO di Sony Pictures. Ex Disney, formazione a Harvard, famiglia ebrea, collegamenti con i servizi segreti britannici (come riportato da The Independent nel 2014), Lynton non era semplicemente un amministratore. Era un perno della comunicazione globalizzata, un uomo capace di sedere ai tavoli della diplomazia e allo stesso tempo dettare le linee guida narrative dei blockbuster hollywoodiani.

Tra le email emerse, una in particolare cita una cena privata tra Lynton e Benjamin Netanyahu, mentre Israele conduceva la devastante offensiva militare Protective Edge su Gaza nel 2014. Oltre 2.200 civili palestinesi uccisi, tra cui più di 500 bambini. Mentre le bombe piovevano, a Hollywood si discuteva su come “difendere l’immagine di Israele” di fronte all’opinione pubblica internazionale.

▪️ Dalla cultura alla propaganda: quando il cinema diventa complice

Il leak mostra email in cui alti dirigenti dell’entertainment americano si attivano per proteggere Israele dalla crescente indignazione mondiale. Alcuni, come l’amministratore delegato di Relativity Media, arrivano a suggerire di boicottare il Festival di Cannes solo perché il regista Ken Loach aveva osato appoggiare la campagna BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) contro Israele.

“Se non boicottiamo Cannes, stiamo dicendo che un altro Olocausto può andare bene finché Hollywood continua a funzionare”, scriveva. Una frase che rivela un doppio standard pericoloso, che trasforma la memoria dell’Olocausto in scudo ideologico per legittimare ogni crimine commesso da Israele, anche davanti agli occhi della comunità internazionale.

E così, mentre Gaza brucia, gli Oscar premiano Zero Dark Thirty – un film celebrativo della CIA e della guerra al terrore – o The Social Network, prodotto dallo stesso sistema che collabora con l’apparato propagandistico sionista. Coincidenze?

▪️ Non è più una teoria: è un sistema

Chi ancora parla di “teorie del complotto” o di “soffi interpretativi” dovrebbe spiegare perché:
• decine di email parlano di contatti diretti con il governo israeliano, incluse richieste di “assistenza comunicativa”;
• gli indirizzi mail della Casa Bianca e di altri apparati statali USA sono presenti nei file aziendali di Sony;
• i principali media statunitensi non hanno mai dato rilievo al contenuto di questi leak, preferendo minimizzare l’intero scandalo come semplice “furto di dati”;
• nessuno, nessuno, tra le grandi testate occidentali, ha mai chiesto conto a Sony del ruolo giocato nel mascherare i crimini israeliani.

A ben vedere, non è più una questione di “prove provate”. È il disegno d’insieme che emerge con chiarezza: l’industria culturale come braccio armato della propaganda di guerra, con Israele come uno degli attori principali sul palcoscenico dell’opinione pubblica mondiale.

▪️ Un uragano che si finge brezza

Non ci sono “prove da tribunale”? Forse. Ma chi dice che le verità più profonde debbano sempre passare dai codici penali? I documenti ci sono. Le email pure. I nomi e i cognomi anche. È l’interpretazione sistemica di quei dati che spalanca le porte su un mondo fatto di lobby, manipolazione e controllo narrativo.

Questo uragano informativo è stato relegato a “breeza”, a sussurro lontano. Eppure c’è. Soffia. Spinge. E scoperchia il volto di un sistema occidentale in cui l’etica è subordinata al brand, la verità alla narrazione, e la giustizia… al consenso del mercato.

📌 Conclusione: l’informazione è un campo di battaglia

Quello che il caso Sony ci insegna è che la guerra non si combatte solo con i droni, ma anche con le sceneggiature. Che non esistono “film neutri” quando chi li produce è seduto al tavolo della geopolitica. Che la Palestina viene bombardata anche con le immagini, con le parole, con i silenzi di chi potrebbe parlare e non lo fa.

Chi oggi difende l’IDF e le sue operazioni, chi giustifica la censura di ogni parola critica verso Israele, chi condanna chi osa dire la verità, non sta difendendo la libertà di espressione. Sta solo difendendo una verità di Stato, costruita a tavolino, distribuita in sala e premiata con l’Oscar.

🔎 Fonti principali
• WikiLeaks – Sony Archive
• TheJournal.ie – WikiLeaks launches searchable Sony database
• Mondoweiss – Hollywood efforts to support Israel
• Haaretz – Sony worried over IDF use of its cameras in Gaza
• Kit O’Connell – How Sony tried to fix Israel’s image
• Independent – Profile: Michael Lynton

“Oltre l’apartheid: l’annessione della Collina E1 e l’occupazione finale di Gaza”

Introduzione: il punto di non ritorno

Israele ha smesso di fingere. L’occupazione si è fatta dichiarazione di intenti, l’annessione un’operazione urbanistica, e il genocidio una strategia geopolitica spacciata per sicurezza nazionale. Con la cementificazione dell’area E1 e l’avanzata dell’operazione militare “Carri di Gideon 2” su Gaza City, siamo di fronte a due fronti dello stesso progetto: la cancellazione definitiva del popolo palestinese. Un’azione sistematica, prolungata e ormai priva di maschere diplomatiche. E mentre i diplomatici europei balbettano ancora di “soluzione a due Stati”, il governo israeliano porta a termine l’unica soluzione che davvero ha in mente: lo svuotamento etnico, la distruzione delle basi materiali di una vita civile, e l’instaurazione di un regime di controllo totale.

  1. La Collina del Giorno del Giudizio: l’annessione de facto

Quella che i palestinesi chiamano “la Collina del Giorno del Giudizio”, ovvero l’area E1 tra Gerusalemme e Ma’ale Adumim, rappresenta oggi il colpo di grazia all’idea – già morente – di uno Stato palestinese. Il progetto, concepito fin dagli anni ’90 e ostacolato per anni da pressioni internazionali, è tornato in vigore grazie all’estrema destra al potere. Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze e figura chiave del movimento dei coloni, lo ha detto senza giri di parole: “Lo Stato palestinese viene cancellato con i fatti”.

Oltre 3.000 nuove unità abitative verranno costruite su una collina già urbanisticamente pronta, con strade, marciapiedi, illuminazione, parcheggi e persino un sito per un centro congressi. Si tratta dell’ultimo tassello per separare definitivamente il nord dal sud della Cisgiordania, impedendo ogni contiguità territoriale palestinese. Un’azione che, in combinazione con l’appropriazione catastale dei terreni da parte israeliana e la demolizione sistematica di abitazioni palestinesi nell’area C, completa un disegno di apartheid certificata.

  1. Il collasso del diritto internazionale

Questa strategia di annessione silenziosa e violenta viola apertamente gli Accordi di Oslo, il diritto internazionale umanitario e numerose risoluzioni ONU, tra cui la 2334 che condanna gli insediamenti israeliani. Ma oggi siamo oltre la semplice violazione. Siamo nel territorio dell’impunità assoluta, garantita da decenni di sostegno incondizionato statunitense, dal silenzio complice dell’Europa, e da un sistema multilaterale ormai delegittimato.

Israele ha approvato oltre 24.000 nuove unità abitative in Cisgiordania nel solo 2025, più del doppio rispetto al 2024. E ha investito quasi 2 miliardi di dollari in infrastrutture che serviranno esclusivamente le colonie. La retorica della sicurezza è solo il velo sottile su una realtà inaccettabile: la creazione deliberata di fatti compiuti per rendere impossibile ogni ipotesi di Stato palestinese. L’era di Oslo non è solo finita: è stata sepolta sotto cemento armato e filo spinato.

  1. Gaza: “Carri di Gideon 2” e la strategia dello svuotamento

Mentre in Cisgiordania si costruisce l’annessione, a Gaza si distrugge ogni traccia di vita. L’operazione “Carri di Gideon 2” segna l’inizio dell’occupazione totale di Gaza City, già devastata da mesi di bombardamenti. L’IDF ha ordinato l’evacuazione di scuole, quartieri e ospedali ancora funzionanti, costringendo centinaia di migliaia di persone a fuggire verso una condanna alla fame, sete, e tendopoli nel deserto.

La strategia è chiara: svuotare Gaza. Demolire case, ospedali, infrastrutture civili, e costringere le persone ad abbandonare ogni bene, ogni possibilità di sopravvivenza. Si tratta, come denuncia Hani Mahmoud da Gaza, di un’operazione di “pulizia etnica moderna”, che unisce la brutalità militare alla guerra umanitaria: togliere tutto per costringere alla resa o alla fuga.

Secondo il WFP, la malnutrizione è alle stelle. Le scorte alimentari si perdono durante la fuga, e l’accesso agli aiuti è impedito o fortemente limitato. Anche il Patriarcato Latino di Gerusalemme lancia l’allarme, mentre la Croce Rossa denuncia una situazione “catastrofica”.

  1. L’opinione pubblica israeliana spaccata: la questione degli ostaggi

Ma non tutti in Israele approvano la linea di Netanyahu. Le famiglie degli ostaggi ancora nelle mani di Hamas si oppongono all’operazione militare, temendo una nuova tragedia come quella di Rafah nel 2024. Il Forum delle famiglie ha chiesto un incontro urgente con il governo, ma la voce del fanatismo ha ancora una volta avuto la meglio: Smotrich ha minacciato le dimissioni se verrà accettata qualsiasi tregua.

In questo cortocircuito, l’ostilità verso un accordo di cessate il fuoco si traduce in un’accelerazione verso il disastro, anche a costo della vita dei propri cittadini. Una logica cieca e suicida, che si alimenta del consenso dell’ultradestra e del fanatismo religioso più radicale.

  1. Il dovere dell’intervento internazionale: ora o mai più

Di fronte a questo scenario, ogni forma di neutralità è complicità. Le istituzioni internazionali, a partire dall’ONU e dalla Corte Penale Internazionale, non possono più limitarsi a condanne formali o richiami diplomatici. Siamo di fronte a un apartheid sistemico, a una pulizia etnica in corso, e a una potenziale “soluzione finale” di tipo coloniale.

La comunità internazionale ha il dovere di intervenire:
• con sanzioni economiche contro i responsabili diretti e indiretti dell’annessione e della distruzione;
• con il riconoscimento formale dello Stato di Palestina nei confini del 1967;
• con un embargo immediato sulle forniture di armi a Israele;
• con un’inchiesta internazionale indipendente sulle responsabilità di guerra e sul trattamento dei civili a Gaza e in Cisgiordania.

Continuare a parlare di “dialogo” o “cessate il fuoco” in queste condizioni equivale a legittimare il crimine. E i crimini, per definizione, vanno fermati e puniti.

Conclusione: dalla geopolitica alla coscienza collettiva
Non è più una questione di equilibri mediorientali. Non è più solo una tragedia umanitaria. È una prova morale per l’intera umanità. Il silenzio su Gaza e sulla Cisgiordania non è più solo vile, è complice. La retorica della difesa israeliana, fondata su decenni di impunità, è ormai nuda davanti agli occhi del mondo. Ma vedere non basta più. È tempo di agire. Perché il “Giorno del Giudizio” – per la Palestina – è già arrivato. Ora, è il mondo a essere sotto giudizio.

Fonti utilizzate e integrate:
• Articoli forniti dall’utente
• Al Jazeera (rapporto sull’evacuazione e demolizioni a Gaza)
• Croce Rossa Internazionale (comunicato su situazione umanitaria)
• Patriarcato Latino di Gerusalemme (note stampa)
• World Food Programme (dati su fame e malnutrizione)
• UN OCHA (rapporto sull’Area C e insediamenti israeliani)
• Haaretz e The Times of Israel (dichiarazioni di Smotrich e Netanyahu)
• B’Tselem e Human Rights Watch (documentazione sulla pulizia etnica in Cisgiordania)

“Il deserto dell’umanità: tra bunker, genocidi e algoritmi della pace”

Un nuovo inferno sotto controllo: il potere che distrugge e chiama tutto questo civiltà

C’è un filo nero, spesso, che lega l’élite tecnologica della Silicon Valley ai crateri radioattivi di Hiroshima e alle macerie polverose di Gaza. Un filo che si chiama potere, ed è quello che si esercita non più soltanto attraverso i carri armati e i missili, ma attraverso l’algoritmo, la propaganda, la selezione genetica e, soprattutto, la rimozione del concetto stesso di umanità. Il potere oggi si nasconde nei recessi di un bunker, si traveste da missione di pace, si professa pronatalista, si dice progressista mentre prepara il prossimo massacro. E mentre i miliardari si blindano sottoterra, le nazioni si confrontano con un’idea nuova – e insieme arcaica – di guerra: non più la conquista di territori, ma l’annientamento culturale, simbolico e fisico dell’altro.

Il documentario trasmesso nel programma NewsRooms da Monica Maggioni, che ha ispirato l’articolo di Giovanna Lo Presti, non ci mostra soltanto le manie di grandezza dei signori della tecnologia. Quello che si dipana davanti ai nostri occhi è uno scenario orwelliano che non ha più nulla di distopico: è la realtà. Bunker con fori per granate, bambini selezionati geneticamente come start-up del futuro, sistemi educativi privati che fuggono l’istruzione pubblica perché “troppo di sinistra”. La nuova aristocrazia del potere globale, quella che possiede la tecnologia e la narrazione, si prepara a sopravvivere al mondo che sta contribuendo a distruggere.

Silicon Valley: l’incubatrice della post-umanità

Quella che si presenta come la culla dell’innovazione è in realtà diventata la fucina di una nuova forma di disumanizzazione. Gli imprenditori digitali oggi si muovono tra l’ossessione per la giovinezza eterna e il panico da apocalisse. Non si limitano a finanziare bunker anti-atomici: li progettano come piccole cittadelle armate, dove l’ingresso è riservato a chi può permettersi milioni di dollari e dove ogni dettaglio è pensato per resistere a un mondo ridotto in cenere. Non è più una questione di sopravvivenza, ma di separazione: noi e gli altri. Dentro e fuori. I salvati e gli scartati.

Come in un libro di J.G. Ballard, la tecnologia diventa il veicolo di una nuova aristocrazia, che sogna di vivere per sempre e controllare ogni aspetto della riproduzione e della formazione umana. I figli sono programmati, l’intelligenza artificiale sostituisce l’insegnante, l’empatia è eliminata in quanto inefficiente. È la logica della tecnocrazia spinta fino alla sua deriva eugenetica.

Gaza: il deserto chiamato pace

Mentre i miliardari si preparano al domani, nel presente si consuma un’ecatombe. Le immagini di Gaza – martoriata, spianata, “rieducata” – sono state per mesi filtrate, minimizzate o contestualizzate. Ma oggi anche i più cauti tra i commentatori devono ammettere che quello che sta avvenendo non è una guerra, ma un genocidio. La citazione di Tacito, “Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant”, non è solo pertinente: è profetica. L’annientamento della popolazione civile diventa premessa per un’illusione di ordine, mentre i portavoce del potere parlano di pace “duratura” e “necessaria”.

L’orrore di dichiarazioni come quella dell’ex parlamentare israeliano Moshe Feiglin – secondo cui «ogni bambino a Gaza è un nemico» – non è frutto di estremismo marginale, ma l’espressione scoperta di una logica consolidata, che considera la popolazione palestinese come un ostacolo antropologico e demografico. Non si combatte contro un esercito, ma contro un popolo, contro l’idea stessa che esso possa esistere.

La retorica del “dopo 7 ottobre”: un alibi per l’eterno sterminio

Per mesi si è vietato di parlare delle vittime palestinesi senza prima genuflettersi alla narrazione del 7 ottobre. Un evento tragico, certamente, ma che è stato trasformato in totem ideologico per legittimare qualsiasi crimine successivo. È come se le vite palestinesi avessero perso il loro diritto alla dignità per un peccato originale che non hanno commesso, in una perversa riedizione teologica della colpa collettiva.

È proprio questa logica che rende il nostro presente così mostruosamente simile alle fasi più nere del Novecento: la riduzione dell’altro a subumano, la legittimazione del massacro in nome di una presunta sicurezza, l’occupazione delle menti prima ancora che dei territori. E, ancora una volta, il silenzio assordante dell’Occidente complice.

Il ritorno dell’assolutismo: la democrazia come facciata

Mentre le bombe cadono e le intelligenze artificiali sostituiscono le intelligenze umane, i capi di Stato si atteggiano a monarchi. Trump è solo il sintomo più evidente di una tendenza globale: quella dell’iper-liderismo, dove l’unico principio guida è l’impunità. “Impune quae libet facere, id est regem esse”, scriveva Sallustio: fare ciò che si vuole senza punizione, ecco il vero volto del potere oggi.

Ma come ci ricorda l’ultima parte dell’articolo, anche il re più impunito può cadere. E se è vero che i miliardari si scavano bunker e si costruiscono figli su misura, resta vero anche che il mondo reale, quello fatto di carne, coscienza e resistenza, non si lascia spegnere così facilmente. I piccoli possono ancora rovesciare i grandi. A patto, però, di rompere l’incantesimo.

Conclusione: spezzare la narrativa del deserto

Quello che oggi viene venduto come “resilienza”, “sviluppo” o addirittura “progresso” è, in molte sue forme, solo un nuovo modo di fare il deserto. Ma non è obbligatorio restare spettatori. Come diceva Debord, lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale tra persone, mediato dalle immagini. E come ogni rapporto sociale, può essere cambiato.

Questo deserto può ancora fiorire. Ma servono parole nuove, azioni condivise, una visione radicale. Non basta indignarsi. Serve un contro-spettacolo, fatto di verità, di giustizia, e di umanità. E servono – ora più che mai – nuove forme di resistenza culturale, politica e simbolica, prima che il potere faccia il deserto… e ci convinca a chiamarlo ancora una volta pace.

Fonti utili per approfondimento:
• Guy Debord, La società dello spettacolo, 1967
• Tacito, Agricola
• Monica Maggioni, NewsRooms (puntata sulla Silicon Valley, Rai)
• Dichiarazioni di Moshe Feiglin (Zehut Party)
• Amnesty International, Human Rights Watch, Al Mezan – report sui crimini di guerra a Gaza
• Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, 2019
• Naomi Klein, Shock economy,2007
• Guy Standing, The Precariat, 2011

“Per ogni israeliano, 50 palestinesi”: il volto genocida del sionismo armato

Un cessate il fuoco accettato da Hamas. Una proposta mediata da Egitto e Qatar che potrebbe salvare vite umane. Ma a Tel Aviv e Washington, il progetto della pace sembra ancora meno appetibile della guerra. E mentre migliaia di israeliani scendono in piazza per il ritorno degli ostaggi, una parte della leadership sionista getta la maschera: “Per ogni israeliano ucciso, 50 palestinesi devono morire. Anche se sono bambini”. Un’eco sinistra che ci riporta a un’Europa in divisa grigia, dove la rappresaglia nazista era la legge.

  1. Un cessate il fuoco possibile… ma non per tutti

L’annuncio di Hamas, che ha accettato l’ultima proposta di cessate il fuoco avanzata da Qatar ed Egitto, ha scosso gli equilibri già precari del conflitto a Gaza. L’accordo prevede 60 giorni di tregua, la liberazione di 10 ostaggi israeliani in vita, il rimpatrio delle salme di 18 deceduti e l’apertura di canali umanitari tramite ONU e Mezzaluna Rossa.

Si tratterebbe, almeno sulla carta, di un’occasione storica per fermare le macerie, salvare vite, dare respiro a una popolazione ormai ridotta allo stremo. Eppure, la risposta israeliana, come sempre più spesso accade, sembra preferire il clangore delle bombe al silenzio delle trattative.

  1. Trump e Netanyahu: due volti, un solo progetto

La linea di Tel Aviv è ormai fusa con quella di Donald Trump. Egli ha rilanciato sul suo social Truth, l’ennesimo avvertimento: “Gli ostaggi torneranno solo quando Hamas sarà distrutto. Niente tregua, solo annientamento”.

Una posizione che trova eco e benzina nelle parole del premier Netanyahu e del suo braccio armato, il ministro Itamar Ben-Gvir, noto per il suo fanatismo messianico e suprematista. Per loro, il piano di Hamas non è che una trappola. “Arrendersi sarebbe una tragedia per generazioni”, ha tuonato Ben-Gvir, che da mesi spinge per l’occupazione integrale di Gaza e lo sfollamento forzato dei suoi abitanti.

  1. Ritorno al passato: l’ideologia della rappresaglia

Ma la frase che più di tutte ha fatto tremare la coscienza collettiva è arrivata da Aharon Haliva, ex capo dell’intelligence militare israeliana. In un audio trapelato, Haliva afferma senza alcun filtro:
“Per ogni persona uccisa il 7 ottobre, devono morire 50 palestinesi. Non importa se sono bambini”.

Queste parole, pronunciate da un alto ufficiale dell’establishment militare israeliano, evocano i peggiori incubi del secolo scorso: le rappresaglie naziste durante la Seconda guerra mondiale, da Marzabotto alle Fosse Ardeatine. Un metodo di vendetta collettiva, in cui il numero, il sangue e la punizione diventano la misura della giustizia.

La memoria europea, che ha fatto della lotta al nazifascismo la propria identità morale, non può tacere di fronte a un’escalation verbale e politica che mette in discussione i fondamenti stessi del diritto internazionale.

  1. Il sionismo come ideologia suprematista

È ora di parlare chiaro: il sionismo radicale che oggi governa Israele, sotto la maschera della democrazia, è una forma contemporanea di suprematismo etnico e coloniale. Un progetto che, come confermato da numerosi analisti e storici – da Ilan Pappé a Gideon Levy – ha sempre previsto l’espulsione dei palestinesi dalla loro terra, l’occupazione militare permanente, la ghettizzazione di un intero popolo.

L’idea che una “punizione collettiva” sia “necessaria per le generazioni future” – parole testuali di Haliva – è la dimostrazione che Israele non è più in guerra contro Hamas, ma contro l’esistenza stessa del popolo palestinese. È il genocidio razionalizzato, scientificamente giustificato, come già visto in Bosnia, in Ruanda, e prima ancora in Europa.

  1. La complicità occidentale e il silenzio che uccide

Queste dichiarazioni, se pronunciate da un qualsiasi regime mediorientale non allineato all’asse Washington-Tel Aviv-Bruxelles, avrebbero scatenato sanzioni, risoluzioni ONU e forse anche bombardamenti “umanitari”.

Ma quando il sangue versato è palestinese, e il boia porta la stella di David, il mondo tace. Le cancellerie occidentali si girano dall’altra parte. I media parlano di “operazione militare”, “controterrorismo”, “rappresaglia”. Come se uccidere 50 civili per ogni soldato ucciso fosse una misura accettabile.

L’ipocrisia europea e statunitense è complice. Le parole pronunciate da Haliva sono una confessione di crimini contro l’umanità. Eppure non vi sarà alcuna inchiesta, nessun tribunale internazionale. Solo il silenzio, e altre fosse comuni a Gaza.

  1. Un modello da esportare?

La vera domanda oggi è: stiamo assistendo alla nascita di un nuovo paradigma del potere globale? Un modello basato su forza bruta, impunità, pulizia etnica e controllo mediatico?
Trump e Netanyahu sono i simboli di un’alleanza ideologica pericolosa, dove la giustizia diventa vendetta, il diritto diventa dominio, e la pace diventa una colpa.

In questo contesto, parlare di “soluzione dei due Stati” suona come una barzelletta tragica. La Palestina viene cancellata giorno dopo giorno, non solo geograficamente ma anche moralmente. Ogni massacro è giustificato. Ogni crimine è ripulito con propaganda e silenzi diplomatici.

Conclusione: chiamare le cose col loro nome

A questo punto, non si tratta più di una guerra. Si tratta di una strategia di annientamento, mascherata da sicurezza nazionale. Di un progetto suprematista che fa della morte di civili una “necessità storica”.

E chi ancora si ostina a non vedere, a non sentire, a non parlare, è complice. Come furono complici i silenzi durante i rastrellamenti e le deportazioni del Novecento.

Perché quando un generale dice che per ogni israeliano devono morire 50 palestinesi, anche se bambini, sta riscrivendo le leggi della civiltà. E sta firmando, a nome del mondo, la condanna di un intero popolo. Ancora una volta.

Fonti:
• Registrazioni audio pubblicate da Channel 12 News (Israele)
• Dichiarazioni ufficiali via Truth Social di Donald Trump
• Notizie tratte da Al Jazeera, Middle East Eye, Haaretz
• Documenti ONU sui diritti umani in Palestina
• Analisi di Ilan Pappé, The Ethnic Cleansing of Palestine
• Interviste a Gideon Levy, Haaretz

“Peggio del nazismo”: Gaza e il genocidio in diretta mondiale

Non ci sarà un secondo 27 gennaio. Non ci sarà una data della memoria postuma, né la possibilità di dire “non sapevamo”. Perché questa volta lo sappiamo, lo vediamo, lo ascoltiamo. In diretta. Ogni giorno. Gaza brucia sotto i nostri occhi e l’umanità intera assiste in silenzio. Non dopo. Non troppo tardi. Adesso.

Il genocidio in corso non è nascosto nei campi di sterminio lontani dal mondo civile, non è celato dietro muri di filo spinato e nebbie propagandistiche. È in prima serata, è sui social, è sulle homepage dei quotidiani. Eppure niente si muove. Nulla cambia. Le bombe continuano a cadere. I bambini continuano a morire. E la comunità internazionale continua a tacere. È peggio del nazismo. Perché l’orrore oggi è visibile, tangibile, indifendibile.

Gaza: un popolo sotto assedio e sotto silenzio

Le parole pronunciate da Netanyahu negli ultimi giorni non sono quelle di un leader impegnato in una difesa militare. Sono le parole di un fanatico messianico, che proclama apertamente di portare avanti una “missione storica e spirituale”, quella della “Grande Israele”. Una visione teocratica, suprematista, che si regge sullo sterminio sistematico di un’intera popolazione civile.

Il nuovo “piano operativo” approvato dall’esercito israeliano non ha nulla di militare: è un progetto di svuotamento. Svuotare Gaza, deportare i suoi abitanti, distruggere ogni traccia di vita, impedire il ritorno, colonizzare. È un piano di pulizia etnica travestito da “azione umanitaria”, il tutto mentre si cercano Paesi – come il Sud Sudan – disponibili ad accogliere i profughi espulsi. Il genocidio ha il suo business plan. E il mondo guarda.

Non si tratta solo di Gaza City

Il piano militare, giustificato da Tel Aviv come un’offensiva contro Hamas, ha in realtà l’obiettivo di conquistare l’intera Striscia e ridurne la popolazione a una massa di profughi ammassati a sud, in una zona desertica chiamata al-Mawasi, che rappresenta solo il 25% del territorio di Gaza. Si parla di 2 milioni di persone da confinare in una zona senza acqua, senza elettricità, senza ospedali.

Nel frattempo, l’80% degli edifici civili di Gaza City è già stato distrutto. Ma non basta. L’ordine è di radere al suolo ciò che resta, come fatto a Beit Hanoun. Bulldozer privati, appaltatori ben pagati, protetti dall’esercito, impiegheranno più di un anno per eliminare anche gli scheletri di cemento.

La strategia è chiara: rendere Gaza invivibile, distruggere ogni possibilità di ritorno, e poi spacciare il reinsediamento forzato per “soluzione umanitaria”. È la stessa logica della Nakba del 1948, aggiornata all’era dei droni e dei satelliti. Ma con una differenza cruciale: oggi il mondo vede tutto.

La nuova Shoah dei palestinesi

Allora, nel 1945, si poteva ancora dire “non lo sapevamo”. Oggi no. Chiunque abbia un telefono, una televisione, un computer, lo sa. E se tace, è complice.

L’Occidente che predica “Mai più” mentre finanzia Tel Aviv, che partecipa a conferenze contro l’antisemitismo mentre approva il massacro di civili palestinesi, è il volto più ipocrita di questo tempo. Mai più, ma solo per alcuni. Le bombe che Israele lancia su Gaza portano le firme di Stati Uniti, Germania, Italia. Le navi attraccano con i rifornimenti. Gli F-35 decollano. I milioni scorrono.

Nel frattempo, le piazze europee che osano gridare “Stop al genocidio” vengono represse con accuse di antisemitismo, mentre voci pubbliche e istituzioni religiose si schierano con l’ideologia di morte del governo israeliano. Una vergogna che resterà nella storia.

I numeri della catastrofe
• Oltre 70.000 morti documentati a Gaza, di cui 18.500 bambini.
• 90% degli edifici scolastici distrutti.
• Zero ospedali funzionanti a Gaza City.
• Carichi umanitari bloccati o razionati, mentre le aziende private israeliane speculano sulla fame dei palestinesi.
• Accordi oscuri con Paesi africani per deportare i profughi e creare campi permanenti in cambio di investimenti e armi.

E tutto questo sotto gli occhi delle Nazioni Unite, delle ONG, dei governi europei. Il genocidio è social. L’indifferenza è istituzionale.

Nessuno potrà dire: io non sapevo

Nessuno potrà dire: “non sapevo, non immaginavo, non credevo.” Non solo vediamo. Condividiamo. Postiamo. Commentiamo. Eppure, in larga parte, restiamo immobili. Paralizzati da una propaganda che ha reso Israele intoccabile e i palestinesi colpevoli a prescindere. Una narrazione che ha trasformato la vittima in carnefice e ha legittimato il carnefice in eterno perseguitato.

Non c’è più tempo per l’ambiguità. Chi tace è complice. Chi giustifica, partecipa. Chi volta le spalle, si sporca le mani.
Conclusione: il tribunale della storia ci aspetta

La Storia, quella vera, ci sta guardando. Fra qualche decennio, i libri parleranno di ciò che è accaduto a Gaza come di uno dei più gravi genocidi del XXI secolo. Ma ciò che scriveranno sulle nostre democrazie, sulla nostra stampa, sui nostri governi, sui nostri intellettuali, dipenderà da quello che faremo oggi. Adesso. Perché nessuno potrà dire: non sapevo.

E allora diciamolo. Scriviamolo. Urliamolo. Questo non è un conflitto. Questo è un genocidio. È un crimine contro l’umanità. E sta accadendo adesso.

Fonti principali integrate:
• Haaretz (Dahlia Scheindlin)
• Associated Press
• Amnesty International
• Human Rights Watch
• OCHA – Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari
• Post e commenti pubblici sui social media
• Al Jazeera, Middle East Eye, Mondoweiss
• Fonti incrociate sul reinsediamento forzato dei palestinesi in Paesi terzi