“Oltre l’apartheid: l’annessione della Collina E1 e l’occupazione finale di Gaza”

Introduzione: il punto di non ritorno

Israele ha smesso di fingere. L’occupazione si è fatta dichiarazione di intenti, l’annessione un’operazione urbanistica, e il genocidio una strategia geopolitica spacciata per sicurezza nazionale. Con la cementificazione dell’area E1 e l’avanzata dell’operazione militare “Carri di Gideon 2” su Gaza City, siamo di fronte a due fronti dello stesso progetto: la cancellazione definitiva del popolo palestinese. Un’azione sistematica, prolungata e ormai priva di maschere diplomatiche. E mentre i diplomatici europei balbettano ancora di “soluzione a due Stati”, il governo israeliano porta a termine l’unica soluzione che davvero ha in mente: lo svuotamento etnico, la distruzione delle basi materiali di una vita civile, e l’instaurazione di un regime di controllo totale.

  1. La Collina del Giorno del Giudizio: l’annessione de facto

Quella che i palestinesi chiamano “la Collina del Giorno del Giudizio”, ovvero l’area E1 tra Gerusalemme e Ma’ale Adumim, rappresenta oggi il colpo di grazia all’idea – già morente – di uno Stato palestinese. Il progetto, concepito fin dagli anni ’90 e ostacolato per anni da pressioni internazionali, è tornato in vigore grazie all’estrema destra al potere. Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze e figura chiave del movimento dei coloni, lo ha detto senza giri di parole: “Lo Stato palestinese viene cancellato con i fatti”.

Oltre 3.000 nuove unità abitative verranno costruite su una collina già urbanisticamente pronta, con strade, marciapiedi, illuminazione, parcheggi e persino un sito per un centro congressi. Si tratta dell’ultimo tassello per separare definitivamente il nord dal sud della Cisgiordania, impedendo ogni contiguità territoriale palestinese. Un’azione che, in combinazione con l’appropriazione catastale dei terreni da parte israeliana e la demolizione sistematica di abitazioni palestinesi nell’area C, completa un disegno di apartheid certificata.

  1. Il collasso del diritto internazionale

Questa strategia di annessione silenziosa e violenta viola apertamente gli Accordi di Oslo, il diritto internazionale umanitario e numerose risoluzioni ONU, tra cui la 2334 che condanna gli insediamenti israeliani. Ma oggi siamo oltre la semplice violazione. Siamo nel territorio dell’impunità assoluta, garantita da decenni di sostegno incondizionato statunitense, dal silenzio complice dell’Europa, e da un sistema multilaterale ormai delegittimato.

Israele ha approvato oltre 24.000 nuove unità abitative in Cisgiordania nel solo 2025, più del doppio rispetto al 2024. E ha investito quasi 2 miliardi di dollari in infrastrutture che serviranno esclusivamente le colonie. La retorica della sicurezza è solo il velo sottile su una realtà inaccettabile: la creazione deliberata di fatti compiuti per rendere impossibile ogni ipotesi di Stato palestinese. L’era di Oslo non è solo finita: è stata sepolta sotto cemento armato e filo spinato.

  1. Gaza: “Carri di Gideon 2” e la strategia dello svuotamento

Mentre in Cisgiordania si costruisce l’annessione, a Gaza si distrugge ogni traccia di vita. L’operazione “Carri di Gideon 2” segna l’inizio dell’occupazione totale di Gaza City, già devastata da mesi di bombardamenti. L’IDF ha ordinato l’evacuazione di scuole, quartieri e ospedali ancora funzionanti, costringendo centinaia di migliaia di persone a fuggire verso una condanna alla fame, sete, e tendopoli nel deserto.

La strategia è chiara: svuotare Gaza. Demolire case, ospedali, infrastrutture civili, e costringere le persone ad abbandonare ogni bene, ogni possibilità di sopravvivenza. Si tratta, come denuncia Hani Mahmoud da Gaza, di un’operazione di “pulizia etnica moderna”, che unisce la brutalità militare alla guerra umanitaria: togliere tutto per costringere alla resa o alla fuga.

Secondo il WFP, la malnutrizione è alle stelle. Le scorte alimentari si perdono durante la fuga, e l’accesso agli aiuti è impedito o fortemente limitato. Anche il Patriarcato Latino di Gerusalemme lancia l’allarme, mentre la Croce Rossa denuncia una situazione “catastrofica”.

  1. L’opinione pubblica israeliana spaccata: la questione degli ostaggi

Ma non tutti in Israele approvano la linea di Netanyahu. Le famiglie degli ostaggi ancora nelle mani di Hamas si oppongono all’operazione militare, temendo una nuova tragedia come quella di Rafah nel 2024. Il Forum delle famiglie ha chiesto un incontro urgente con il governo, ma la voce del fanatismo ha ancora una volta avuto la meglio: Smotrich ha minacciato le dimissioni se verrà accettata qualsiasi tregua.

In questo cortocircuito, l’ostilità verso un accordo di cessate il fuoco si traduce in un’accelerazione verso il disastro, anche a costo della vita dei propri cittadini. Una logica cieca e suicida, che si alimenta del consenso dell’ultradestra e del fanatismo religioso più radicale.

  1. Il dovere dell’intervento internazionale: ora o mai più

Di fronte a questo scenario, ogni forma di neutralità è complicità. Le istituzioni internazionali, a partire dall’ONU e dalla Corte Penale Internazionale, non possono più limitarsi a condanne formali o richiami diplomatici. Siamo di fronte a un apartheid sistemico, a una pulizia etnica in corso, e a una potenziale “soluzione finale” di tipo coloniale.

La comunità internazionale ha il dovere di intervenire:
• con sanzioni economiche contro i responsabili diretti e indiretti dell’annessione e della distruzione;
• con il riconoscimento formale dello Stato di Palestina nei confini del 1967;
• con un embargo immediato sulle forniture di armi a Israele;
• con un’inchiesta internazionale indipendente sulle responsabilità di guerra e sul trattamento dei civili a Gaza e in Cisgiordania.

Continuare a parlare di “dialogo” o “cessate il fuoco” in queste condizioni equivale a legittimare il crimine. E i crimini, per definizione, vanno fermati e puniti.

Conclusione: dalla geopolitica alla coscienza collettiva
Non è più una questione di equilibri mediorientali. Non è più solo una tragedia umanitaria. È una prova morale per l’intera umanità. Il silenzio su Gaza e sulla Cisgiordania non è più solo vile, è complice. La retorica della difesa israeliana, fondata su decenni di impunità, è ormai nuda davanti agli occhi del mondo. Ma vedere non basta più. È tempo di agire. Perché il “Giorno del Giudizio” – per la Palestina – è già arrivato. Ora, è il mondo a essere sotto giudizio.

Fonti utilizzate e integrate:
• Articoli forniti dall’utente
• Al Jazeera (rapporto sull’evacuazione e demolizioni a Gaza)
• Croce Rossa Internazionale (comunicato su situazione umanitaria)
• Patriarcato Latino di Gerusalemme (note stampa)
• World Food Programme (dati su fame e malnutrizione)
• UN OCHA (rapporto sull’Area C e insediamenti israeliani)
• Haaretz e The Times of Israel (dichiarazioni di Smotrich e Netanyahu)
• B’Tselem e Human Rights Watch (documentazione sulla pulizia etnica in Cisgiordania)

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