Gaza: l’orrore che non si può più negare. Infanzia sepolta, verità uccisa, coscienze in fuga

C’è un punto oltre il quale il dolore smette di essere solo umano e si fa politico, storico, imperdonabile. Quel punto è stato superato a Gaza da tempo. Ma ciò che si continua a raccontare, a denunciare, a documentare ogni giorno — contro ogni tentativo di censura — mostra che il fondo dell’orrore non è ancora stato toccato. E che l’umanità, nel senso più pieno del termine, sta collassando sotto il peso dell’indifferenza.

Lattine esplosive e bambini sepolti vivi: quando la crudeltà si fa strategia

Tutto è cominciato con post sussurrati, raccolti da testimoni palestinesi: lattine di cibo lasciate come esche per i civili affamati, modificate per esplodere al contatto o all’apertura. Sembravano favole dell’orrore, facilmente liquidabili come “propaganda”. Eppure, mesi dopo, una cittadina israeliana racconta di aver udito, in metropolitana a Tel Aviv, due soldati ridere di quelle trappole mortali, come se parlassero di scherzi tra ragazzini.

Poi sono arrivate le testimonianze più atroci. Quelle che spezzano anche il più corazzato degli animi: bambini sepolti vivi, con le mani legate dietro la schiena, le grida soffocate sotto le ruspe militari. A raccontarlo è Mark Perlmutter, medico ebreo americano, presidente della World Surgical Foundation, reduce da settimane negli ospedali da campo di Gaza. Le sue parole sono pietre tombali su ogni residua scusa occidentale.

Non è la prima volta: la memoria lunga di Amnesty International

L’orrore a Gaza non è cominciato il 7 ottobre. È sistemico, programmato, reiterato. Lo documentava Amnesty International già nel 2008, con parole che oggi suonano profetiche:

“La morte di così tanti bambini e di altri civili non può essere semplicemente liquidata come ‘danno collaterale’, come sostenuto da Israele. Molte domande rimangono ancora in attesa di risposta.”

All’epoca, almeno 1.400 palestinesi furono uccisi, di cui circa 300 bambini, molti colpiti mentre dormivano, giocavano, stendevano il bucato o si trovavano nei cortili delle loro case. Anche personale medico e ambulanze furono presi di mira. Tutto questo molto prima del 7 ottobre. Era chiaro già allora che non si trattava di errori o incidenti, ma di una strategia.

La missione dei narratori di Gaza: informare per sopravvivere

C’è chi, fin da piccolo, ha capito che l’unico modo per salvare vite in Palestina è raccontare la verità. Come il bambino di 12 anni che sopravvisse a un bombardamento nel 2008 e che da allora scelse la strada del giornalismo. Diventato adulto, ha continuato a documentare il genocidio con coraggio e precisione, fino a quando Israele ha colpito di proposito la tenda stampa presso l’ospedale Al Shifa, uccidendo lui e la sua intera troupe di Al Jazeera.

A giustificare l’omicidio mirato, il solito meccanismo: accusa di terrorismo, basata su fotografie in cui il giornalista era ritratto insieme a esponenti politici del proprio popolo. Come se chi fa il proprio lavoro — in un contesto di occupazione — debba essere considerato un nemico da abbattere.

Chi lavora nei media a Gaza vive sapendo di essere nel mirino dell’IDF. Lascia testamenti, condivide password, si prepara alla morte. Eppure, resta a raccontare. Perché, come i partigiani di ogni tempo, non si può fuggire quando si ha la responsabilità di testimoniare la verità.

Il genocidio sotto censura: l’eliminazione sistematica dei giornalisti

A Gaza non entrano giornalisti occidentali. Israele lo impedisce. Restano solo i palestinesi. E vengono eliminati. Il numero di giornalisti uccisi a Gaza ha superato ogni record storico, anche quello delle guerre del Novecento. Colpiti mentre indossano giubbotti con la scritta “PRESS”, filmati, fotografati, e infine accusati post mortem di essere “militanti”.

Neanche in Cisgiordania, dove Hamas non è presente, la stampa è al sicuro. Shirin Abu Akleh, storica reporter palestinese-americana, è stata assassinata da un cecchino israeliano nel 2022. E come lei, almeno altri 20 giornalisti sono stati colpiti a morte in zone dove non c’erano ostilità attive.

Il progetto di cancellazione: da Gaza a resort di lusso

Il piano è chiaro: non solo sterminare un popolo, ma cancellare la sua memoria e la sua voce. Prima i bombardamenti, poi l’espulsione o l’eliminazione dei sopravvissuti, infine la ricostruzione della Striscia come zona turistica esclusiva per soli israeliani. Un progetto svelato da documenti ufficiali del governo israeliano, con tanto di render architettonici, studi di sviluppo e promozioni turistiche.

Il crimine non si ferma all’annientamento fisico. È anche appropriazione di terra, distruzione della cultura, negazione della storia.

Il doppio standard che uccide

Oggi, chi difende la propria terra viene definito terrorista, mentre chi bombarda ospedali, scuole, ambulanze e campi profughi viene chiamato Stato democratico. Ma non esistono democrazie che seppelliscono vivi i bambini. Non esiste difesa che giustifichi carestie imposte, bombardamenti chirurgici su civili, e omicidi mirati di giornalisti.

La risoluzione ONU 37/43 del 1982 è esplicita: “La lotta dei popoli contro l’occupazione straniera è legittima, anche armata.” Eppure, il mondo chiede ogni giorno alle vittime di giustificarsi, di abiurare, di spiegare perché continuano a esistere, a resistere, a raccontare.

La domanda che resterà impressa nei secoli

Un giorno i bambini ci chiederanno: dove eravate?
Cosa facevate mentre venivano affamati, terrorizzati, bombardati?
Cosa avete detto, scritto, fatto?

Chi oggi tace, chi si volta dall’altra parte, chi continua a parlare di “equidistanza”, chi giustifica o minimizza, ha già scelto da che parte stare. E sarà ricordato come complice. Nessuno potrà dire “non sapevo”.

Perché oggi lo sappiamo. Tutti.

La fame come arma silenziosa: dalla crisi globale a Gaza oggi

La fame non è soltanto una tragedia individuale: è spesso una strategia deliberata nei contesti di guerra, un’arma invisibile e devastante. Nel 2022, secondo il rapporto Under Threat della Commissione Lancet–IAS, tra 691 e 783 milioni di persone vivevano in condizioni di insicurezza alimentare. Molti di loro erano in Paesi colpiti da conflitti e instabilità politica, dove lo sfollamento, la distruzione delle infrastrutture e l’interruzione delle catene di approvvigionamento hanno aggravato la crisi ben oltre la fine delle ostilità.

Crisi drammatiche si osservano in Sudan, Afghanistan e Yemen, dove guerre prolungate hanno causato carestie e milioni di morti non solo per le bombe, ma per fame, malattie e mancanza di assistenza.

Gaza: la tragedia nel cuore del conflitto

A fine luglio 2025, l’Integrated Food Security Phase Classification (IPC) ha classificato Gaza come Fase 5: Catastrofe, il livello estremo di emergenza alimentare. Circa 500.000 persone (il 22% della popolazione) soffrono di fame estrema; il resto vive condizioni di emergenza o crisi, senza prospettive di sollievo—se non si interviene immediatamente.

Bambini e madri in pericolo: Oltre 71.000 bambini e più di 17.000 donne incinte o in allattamento sono affetti da malnutrizione acuta. L’OMS segnala quasi 12.000 bambini sotto i cinque anni in condizioni gravi, con oltre 99 decessi dall’inizio dell’anno.

Morti inseguendo la sopravvivenza: Centinaia di civili—compresi circa 100 bambini—sono morti mentre cercavano disperatamente cibo o acqua sotto bombardamenti, assedio e violenza costante.

Accesso agli aiuti: un miraggio: Solo il 14% delle forniture necessarie è arrivato, mentre convogli umanitari vengono bloccati o attaccati. L’ONU ha descritto la situazione come “starvation, pura e semplice”.

Privatizzazione degli aiuti: il caso della Gaza Humanitarian Foundation (GHF)

Dal maggio 2025, la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), un’iniziativa private sostenuta da USA e Israele, ha assunto il ruolo centrale nella distribuzione del cibo a Gaza .
• Operando attraverso un modello militarizzato con soli quattro hub, custoditi da contractor americani e sorvegliati a distanza dalle IDF, il piano sostituisce il sistema UN basato su centinaia di punti distribuiti capillarmente .
• Le denunce da parte di organizzazioni come ONG, MSF, Amnesty International, UN e Oxfam sono unanimi: si parla di abilità distruttiva del sistema umanitario, di trappole mortali in cui la gente muore cercando cibo, e di strumentalizzazione politica dell’aiuto .
• Le violenze ai punti GHF sono documentate con dati drammatici: oltre 1.300 Palestinesi uccisi nel tentativo di raggiungere gli hub, in incidenti attribuiti a IDF o contractor, e decine di migliaia di feriti .

Cronaca di una tragedia annunciata
• MSF ha parlato di “matanza orquestada”, definendo i centri come trappole mortali. Medici hanno documentato feriti severi, spesso nel pieno caos della violenza .
• Un’inchiesta del Guardian ha evidenziato come molti feriti abbiano subito colpi calibro IDF, spesso sincronizzati con i momenti di distribuzione .
• Il Financial Times ha descritto i campi della GHF come “death traps”, chiedendosi se la privatizzazione e la militarizzazione stiano aggravando la mortalità anziché alleviarla .

Il quadro globale della fame nei conflitti

Lungo tutta la Terra, la fame assume forme sistemiche:
• Sudan: oltre 25 milioni di persone hanno bisogno di assistenza alimentare, con oltre 755.000 bambini malnutriti.
• Yemen: circa 17 milioni vivono nell’insicurezza alimentare, con oltre 2 milioni di bambini gravemente malnutriti.
• Haiti: quasi 5 milioni (il 50% della popolazione) in grave insicurezza alimentare, acuita da crisi politica e disastri.

In tutti i casi, la fame non è accidente, ma frutto di conflitti, crisi economiche, cambiamenti climatici e manipolazione dell’accesso al cibo come leva di potere.

Cosa è urgente fare
1. Demilitarizzare la distribuzione: smantellare il sistema GHF e tornare a un meccanismo UN basato su capillarità, neutralità e accesso sicuro.
2. Garantire accesso incondizionato: cessazione delle ostilità e apertura stabile dei canali umanitari.
3. Ripristinare le strutture locali: sanitarie, agricole, idriche, per sicurezza alimentare sostenibile.
4. Chiedere responsabilità legali: per chi ha deliberatamente violato i diritti umani e utilizzato la fame come arma.

Conclusione
La fame nelle guerre non è mai naturale. A Gaza, la privatizzazione della distribuzione – come con la GHF – ha trasformato l’aiuto in un pericolo fatale. Spezzare questa catena di morte richiede una forte risposta internazionale, per restituire dignità e sopravvivenza a milioni di persone. Restare neutrali non è più un’opzione: ora è tempo di agire.

“La Democrazia dell’Indifferenza: quando il popolo elegge il genocidio”

L’ennesima provocazione sulla Spianata delle Moschee di Gerusalemme, orchestrata dal ministro della Sicurezza Nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir e da oltre un migliaio di coloni fanatici, non è solo l’ennesima sfida al diritto internazionale e all’equilibrio precario tra le religioni. È, soprattutto, la cartina di tornasole di un intero sistema politico e sociale che si sta trasformando in laboratorio del consenso genocidario, dove la responsabilità collettiva si fonde all’indifferenza e all’assuefazione al crimine.

In Occidente ci ostiniamo ancora a parlare di “Israele, unica democrazia del Medio Oriente”, dimenticando che democrazia non è soltanto sommare i voti nelle urne, ma implica un’etica pubblica, la tutela dei diritti umani, il rispetto della minoranza e l’assunzione di responsabilità di fronte all’ingiustizia. Nel 2024, invece, ci troviamo di fronte a uno Stato che elegge democraticamente un governo di fanatici e suprematisti, mentre la maggioranza della popolazione tace, approva o, peggio ancora, celebra la distruzione sistematica di un popolo confinante.

Dal suprematismo religioso al consenso diffuso

L’irruzione sulla Spianata delle Moschee, con canti, preghiere e balli provocatori, non è una devianza rispetto alla normalità: è la normalità. Ben-Gvir, insieme al suo seguito, ha dichiarato con orgoglio l’intenzione di annientare Gaza, espellere i palestinesi, annientare Hamas fino all’ultimo uomo e imporre la “sovranità” ebraica su Gerusalemme e sull’intera Palestina storica. Parole che, fino a pochi anni fa, sarebbero suonate inaccettabili persino nei talk-show più estremi; oggi sono moneta corrente della politica di governo, amplificate dai media israeliani e accolte senza scandalo dalla pubblica opinione.

Il dato che inquieta più di tutti è proprio questo: non siamo di fronte a una dittatura militare, a una giunta di generali o a una setta di fanatici imposta con la forza. Siamo davanti a un sistema politico che trae la sua forza dal consenso elettorale, da una maggioranza popolare che sostiene, giustifica, razionalizza e interiorizza la guerra perpetua contro i palestinesi. Non c’è resistenza di massa, non c’è sollevazione popolare contro il piano di sterminio. Ci sono, certo, minoranze coraggiose e voci dissidenti, ma sono relegate ai margini, spesso perseguitate, tacciate di “tradimento nazionale”, isolate dal mainstream.

La fame come arma, il silenzio come complicità

I numeri snocciolati dalle Nazioni Unite e dalle autorità di Gaza sono agghiaccianti e meritano di essere ricordati, perché dietro ogni tonnellata di aiuti negati c’è un bambino che muore, un anziano che si spegne, una famiglia che sprofonda nell’abisso della disperazione. Israele ha bloccato più di 22.000 camion di aiuti umanitari dall’inizio dell’assedio, lasciando entrare solo le briciole – e anche queste in larga parte saccheggiate, disperse o impedite nella distribuzione. Solo il 10% degli aiuti riesce a raggiungere effettivamente chi ne ha bisogno. Nei pressi dei punti di distribuzione, centinaia di palestinesi vengono uccisi a sangue freddo, in quello che appare come un calcolo glaciale: lasciare che la fame e il terrore facciano il lavoro sporco che la diplomazia non osa dichiarare apertamente.

Il premier Netanyahu, ormai prigioniero delle sue stesse alleanze con l’estrema destra religiosa e coloniale, prende tempo e rimanda le decisioni mentre la macchina della morte prosegue il suo lavoro. Nessun passo indietro, nessun gesto di umanità: l’obiettivo dichiarato è la pulizia etnica, la concentrazione dei palestinesi a Rafah in una “città umanitaria” che sa di ghetto e di preambolo a un’espulsione di massa.

Quando il genocidio è socialmente accettato

A rendere ancora più grottesca e tragica questa vicenda è la totale indifferenza, quando non il sostegno attivo, della maggior parte della popolazione israeliana. I sondaggi dicono che la maggioranza degli israeliani non solo approva l’operato del governo, ma ne chiede addirittura una linea più dura. La società civile israeliana, salvo rare eccezioni, si è allineata allo stato di guerra permanente, ha interiorizzato la logica dell’assedio, del muro, della segregazione e della punizione collettiva. La sofferenza palestinese non è più vista come conseguenza inevitabile del conflitto, ma come condizione desiderata, necessaria, persino giusta. La narrazione dominante trasforma le vittime in colpevoli, i carnefici in difensori della civiltà occidentale, il genocidio in legittima difesa.

Dall’altra parte, la comunità internazionale balbetta, si limita a rituali diplomatici e gesti simbolici – come il riconoscimento, tardivo e irrilevante, dello Stato di Palestina da parte di alcune cancellerie europee. Un gesto che, nella sostanza, non cambia nulla mentre sul campo si consuma la distruzione di una nazione.

La democrazia che elegge il crimine

Il punto di fondo che occorre denunciare senza ambiguità è che in Israele oggi si sta consumando non solo un genocidio materiale, ma una crisi radicale del concetto stesso di democrazia. Quando una maggioranza popolare – educata, informata, partecipe – elegge un governo che fa del crimine il proprio programma, la democrazia cessa di essere garanzia di giustizia e si trasforma in strumento di legittimazione della violenza.

Questa non è una aberrazione passeggera, ma il prodotto di un lungo processo di radicalizzazione, alimentato da decenni di occupazione, apartheid, propaganda suprematista e complicità internazionale. È la “banalità del male” che torna a imporsi nella storia: non serve più il dittatore sanguinario, il consenso popolare basta e avanza per coprire ogni atrocità.

Oltre il muro dell’indifferenza

Il compito di chi si oppone oggi non è solo denunciare il crimine, ma smascherare la complicità collettiva, chiamare alla responsabilità non solo i politici e i generali, ma anche i cittadini comuni, i media, gli intellettuali, le istituzioni che hanno scelto di voltare la testa dall’altra parte. Non possiamo più accettare la favola di una “Israele democratica” che sarebbe ostaggio di una minoranza estremista: la realtà è che la democrazia israeliana, nella sua maggioranza, ha scelto la strada dell’apartheid, della guerra permanente, della cancellazione dell’altro.

In questa tragedia, il futuro non si gioca solo a Gaza, tra le macerie e i campi di sfollati, ma nella coscienza di ciascuno di noi. La storia giudicherà non solo i carnefici, ma anche chi ha taciuto, chi ha giustificato, chi si è rifugiato nell’indifferenza. E, forse, ci sarà chi un giorno saprà raccontare che in un’epoca di democrazie apparenti, la complicità delle masse è stata la più efficace delle armi di distruzione.

Fonti
• Articolo del Fatto Quotidiano, 4 agosto 2025
• Rapporti ONU sugli aiuti umanitari a Gaza, luglio-agosto 2025
• Dichiarazioni di Ben-Gvir, Halevi, Katz, Netanyahu su X e stampa israeliana
• Dati del Waqf e del governo di Gaza
• Sondaggi di opinione israeliani 2024-2025

Francesca Albanese, la voce della verità che fa tremare i nuovi fascisti

Siamo all’abisso morale. Invece di difendere una donna coraggiosa e una vera patriota italiana minacciata dagli Stati Uniti, la maggioranza che governa il nostro Paese si è distinta ancora una volta per viltà e servilismo. Fratelli d’Italia ha presentato un’interrogazione parlamentare contro la relatrice speciale dell’ONU, Francesca Albanese, invitata alla Camera da Movimento 5 Stelle e dalle opposizioni per raccontare l’orrore del genocidio a Gaza.

Il motivo addotto è surreale, degno delle pagine più buie della nostra storia: secondo il partito di Giorgia Meloni, ospitare la Albanese sarebbe “irresponsabile” perché accusata da un senatore americano di antisemitismo e simpatia per il terrorismo. Accuse infondate e infamanti, ripetute come un disco rotto da chi preferisce la menzogna alla verità, il silenzio complice alla denuncia dei crimini di guerra.

Il paradosso della destra neofascista

Ma il paradosso diventa grottesco quando si scopre che tra i firmatari dell’interrogazione figura Galeazzo Bignami, capogruppo di FdI alla Camera, noto per essere stato immortalato in gioventù travestito da gerarca nazista. Con quale coraggio un uomo del genere osa parlare di antisemitismo? Con quale faccia accusa una donna che ha dedicato la sua vita a difendere i diritti dei popoli oppressi?

Francesca Albanese rappresenta oggi una delle voci più limpide e coraggiose della nostra epoca. È per questo che fa paura: perché dice la verità, perché non piega la schiena, perché smaschera l’ipocrisia di governi e istituzioni che si riempiono la bocca di “diritti umani” ma chiudono gli occhi davanti a un genocidio trasmesso in diretta.

Chi è Francesca Albanese e perché è nel mirino

Francesca Albanese è una giurista italiana, nominata nel maggio 2022 Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati. Incarico prestigioso e delicatissimo, che la rende la prima donna italiana a ricoprire questo ruolo.

Nel marzo 2024 ha presentato al Consiglio ONU per i Diritti Umani un dossier storico: “Anatomia di un genocidio”, in cui documentava con prove inoppugnabili come Israele stesse compiendo atti assimilabili al genocidio a Gaza. Ha poi denunciato la cosiddetta “economia del genocidio”, svelando il coinvolgimento di decine di multinazionali – tra cui colossi come Microsoft, Amazon e Alphabet – nell’occupazione e nello sfruttamento dei territori palestinesi.

Queste prese di posizione hanno fatto infuriare Washington e Tel Aviv. Nel luglio 2025, il segretario americano Marco Rubio, sotto l’amministrazione Trump, ha imposto sanzioni personali contro Albanese, accusandola di “antisemitismo sfacciato” e di “sostenere il terrorismo”. Una ritorsione politica senza precedenti: le è stato vietato l’ingresso negli Stati Uniti e congelati eventuali beni sotto giurisdizione USA.

Albanese ha definito le accuse “obscene” e mosse per zittire chi documenta i crimini. L’ONU e Amnesty International hanno denunciato la gravità della decisione: sanzionare un relatore speciale significa minare l’indipendenza delle Nazioni Unite e la credibilità del sistema internazionale dei diritti umani.

Ecco perché Francesca Albanese è così pericolosa agli occhi dei padroni della guerra: perché ha osato pronunciare la parola proibita – genocidio – e perché ha osato indicare nomi e responsabilità.

La complicità dell’Occidente

Non dimentichiamolo: più di 140 Paesi nel mondo hanno già riconosciuto lo Stato di Palestina. In Italia, la maggioranza dei cittadini sa benissimo che a Gaza si sta consumando un genocidio. Eppure, la nostra classe dirigente preferisce inchinarsi agli ordini di Washington e di Tel Aviv piuttosto che difendere i principi della Costituzione nata dalla Resistenza.

Si accusano di antisemitismo coloro che denunciano un massacro. Si criminalizzano le voci libere e si normalizzano i veri eredi dell’odio razziale e della violenza fascista. È l’ennesima prova che questa destra non difende la democrazia: la svende. Non difende la libertà: la soffoca. Non difende l’Italia: la trascina nel fango della subordinazione e dell’autoritarismo.

Un Paese ostaggio di una minoranza reazionaria

Siamo governati da una minoranza politica che rappresenta il peggio del nostro passato. Fascisti in doppiopetto, nostalgici in giacca e cravatta, pronti a manipolare le paure e a trasformare la solidarietà in colpa, la verità in crimine, la giustizia in eresia.

E mentre milioni di italiani affrontano precarietà, salari da fame e il costo della vita insostenibile, loro trovano tempo e denaro per alimentare la macchina del riarmo e per perseguitare chi chiede pace e giustizia. Non sono solo indegni di governare: sono un pericolo concreto per la sopravvivenza stessa della nostra democrazia.

Francesca Albanese non è sola

A Francesca Albanese va tutta la nostra solidarietà. È lei, oggi, a incarnare l’articolo 11 della Costituzione che “ripudia la guerra”. È lei a difendere l’onore dell’Italia quando le istituzioni ufficiali scelgono la vergogna. È lei a rappresentare quel Paese reale che non vuole genocidi, non vuole guerre, non vuole più essere complice dei carnefici.

Appello per l’unità e la convergenza

Non possiamo restare a guardare. È il momento di unirci, superando vecchie divisioni e personalismi, per costruire un fronte popolare ampio e determinato. Un fronte capace di gettare lontano dalle istituzioni questi nuovi fascisti, di difendere la Costituzione e di restituire dignità al nostro Paese.

L’appello è a tutte le forze sane della società: ai movimenti per la pace, ai sindacati, alle associazioni, ai partiti democratici, ai cittadini che non si rassegnano. Non servono bandierine, non servono primazie. Serve la convergenza, qui e ora. Perché il tempo sta finendo, e il silenzio di oggi sarà la vergogna di domani.

Ora e sempre: giù le mani dei fascisti da Francesca Albanese.
Ora e sempre Resistenza.

“Tiro a segno sull’infanzia: il gioco mortale dell’IDF e l’orrore normalizzato”

Ci sono storie che non si vorrebbero mai raccontare. Non perché siano oscure, ma perché sono troppo vere. Talmente vere da strapparti la pelle, da lacerare ogni briciolo di umanità che ci resta dentro. Sono le storie che ci riportano a ciò che credevamo sepolto nei cimiteri della storia: Auschwitz, Srebrenica, Sabra e Shatila. E invece no. È oggi. È adesso. È Gaza.

Secondo le testimonianze dei soldati israeliani e i reportage di testate come Haaretz, il cosiddetto “tiro a segno” non è una macabra invenzione propagandistica, ma una pratica strutturata, documentata, reiterata. Un gioco mortale in cui i bambini diventano bersagli da colpire a seconda della parte del corpo indicata quel giorno. Testicoli. Collo. Ginocchia. Addome. Testa.

Lo conferma il chirurgo britannico Nick Maynard, appena rientrato da Gaza, in un’intervista alla BBC. Parla di uno “schema chiaro e deliberato”, di ferite identiche e sistematiche, inflitte con la precisione di chi non agisce per errore, ma per addestramento. Il giorno delle braccia. Il giorno della testa. Il giorno dei genitali. “A very clear pattern”, ripete. Nessun dubbio.

Nel 2020, molto prima del 7 ottobre, un soldato dell’IDF, Eden, dichiarava senza tremare: “So esattamente quante ginocchia ho centrato: 42”. Era di stanza lungo il confine con Gaza, e la sua missione era “respingere i manifestanti”. Come? “Sparavamo come se stessimo cacciando anatre”, aggiunge un altro. In una settimana, oltre 200 palestinesi uccisi, quasi 20.000 feriti. E non parliamo di miliziani armati: parliamo di esseri umani, spesso bambini, adolescenti, civili.

Dietro ogni genocidio c’è un processo di disumanizzazione. Prima ancora delle armi, serve lo sguardo rotto. Quello che non vede più l’altro come simile, ma come bersaglio. Il linguaggio lo prepara: “non sono umani ma bestie”, “tutti colpevoli, compresi i bambini”, ripetono ministri e generali. E così anche i media “moderati”, quando spiegano che in fondo, tra le vittime, “la maggior parte sono maschi tra i 15 e i 45 anni”. Come se bastasse per smettere di piangere.

È sempre stato così. I “mori” nelle crociate. I “pellerossa”. I “musi gialli”. I “negri”. I “subumani”. A ogni colore un punteggio, a ogni razza un bersaglio. E quando il gioco comincia, quando il sangue diventa punteggio e l’infanzia diventa trofeo, il genocidio è già iniziato. Non serve più annunciare uno sterminio. È sufficiente che la società smetta di vedere.

Ecco allora la funzione più vile della propaganda: trasformare il dolore altrui in fastidio, il pianto in rumore di fondo. Le immagini di Gaza, i corpi dei bambini senza volto, i racconti dei sanitari internazionali vengono ignorati, sepolti sotto le urla degli editorialisti che parlano di “diritto alla difesa”. Anche quando la difesa è diventata crudeltà scientifica.

Ma la colpa non è solo di chi spara. È di chi guarda altrove. Di chi finanzia, legittima, applaude. Di chi tace e acconsente. Di chi in nome dell’equilibrio rifiuta la verità. Di chi si appella al “contestualizzare” per non dover gridare.

Eppure ci sono voci che squarciano il silenzio. Come quella della giornalista Francesca Fornario, che ha il coraggio di raccontare, di chiamare le cose col loro nome. Che ci ricorda che ogni genocidio inizia dal linguaggio, ma si compie nel gesto. Nello sparo. Nella ginocchia distrutta. Nella testa mirata.

Noi non possiamo restare immobili.

Non possiamo cedere alla disumanizzazione diffusa. Dobbiamo tornare a vedere. Dobbiamo sentire la pelle di quei bambini come la nostra. Le urla delle madri come quelle delle nostre. I cadaveri allineati come figli nostri. Perché lo sono.

Non lasciamo che lo sguardo si spezzi. Non lasciamo che l’empatia venga estinta dal cinismo geopolitico. Non lasciamo che la storia, ancora una volta, si scriva col sangue degli innocenti e col silenzio dei colpevoli.

Ci vediamo in piazza. E domani. E dopodomani.

Perché restare umani oggi è il più radicale degli atti politici.

A cura di Mario Sommella – per il blog Rivoluzionari Ottimisti
© Tutti i diritti riservati.

La fame come arma, l’aiuto come trappola: Gaza, anatomia di un crimine perfetto

Nel buio della coscienza collettiva, sotto le macerie della retorica umanitaria, si sta compiendo un crimine disegnato al millimetro. Un crimine non di errore, ma di progetto. Un crimine freddo, calcolato, gestito con la perizia di un ingegnere e la crudeltà di un carnefice. Ce lo sbatte sotto il naso, come diceva Orwell, l’ultima inchiesta di Forensic Architecture, agenzia d’indagine indipendente fondata a Londra da Eyal Weizman, architetto anglo-israeliano. L’indagine non lascia spazio a interpretazioni: l’aiuto umanitario a Gaza non è uno strumento di soccorso. È un’arma. Una trappola. Un’architettura letale.

  1. La nuova guerra umanitaria

Secondo il dettagliato report, pubblicato in collaborazione con immagini satellitari e dati geospaziali, Israele ha completamente smantellato l’infrastruttura umanitaria tradizionale – ONU, ONG internazionali, Croce Rossa – attraverso 322 attacchi deliberati nel solo primo anno di guerra. A sostituirla è stata creata ad hoc una nuova entità, la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), istituita nel febbraio 2025 con capitali e personale israelo-statunitense. A guidarla, due figure emblematiche: Johnnie Moore Jr., pastore evangelico vicino a Trump, e John Acree, ex stratega militare e “problem solver” delle guerre americane.

Questa fondazione non solo ha ricevuto 30 milioni di dollari direttamente dal governo USA — che intanto ha smantellato le sue agenzie pubbliche di aiuto — ma ha anche assunto il completo controllo della distribuzione degli aiuti nella Striscia. Tuttavia, la sua funzione non è quella di nutrire: è quella di disciplinare, sorvegliare, sfiancare.

  1. Sei livelli di distruzione programmata

2.1 Distruzione dell’autonomia civile

Israele ha impedito la sopravvivenza di ogni sistema indipendente di soccorso, annientando con precisione chirurgica depositi, ospedali, ambulanze e centri di distribuzione. È una forma nuova di guerra: si distruggono le condizioni minime per vivere, poi si offre “aiuto” come unico mezzo di sopravvivenza, sotto totale controllo dell’occupante.

2.2 Occupazione umanitaria

GHF è una “occupazione umanitaria” mascherata. Non è neutrale, non è indipendente, non è universale. È parte integrante della strategia israeliana. I suoi punti di distribuzione sono adiacenti o all’interno di basi militari dell’IDF e sorvegliati da mercenari. I percorsi per raggiungerli sono disseminati di check-point, mine, cecchini. Il rischio per chi cerca cibo è altissimo: molti vengono uccisi durante l’attesa o nel tentativo di avvicinarsi.

2.3 Inaccessibilità programmata

I punti di distribuzione si trovano alle estremità della Striscia, spesso fino a sei ore di distanza dai centri abitati. Le finestre di distribuzione sono brevi – in media 23 minuti, in alcuni casi appena 10 – e gli annunci arrivano con un preavviso minimo. È il caos a essere progettato. Il disordine, la paura, la ressa, la fame: ogni elemento è calibrato per demolire la coesione sociale e iniettare disperazione.

2.4 Architettura della morte

Non si tratta di errori o negligenze. La disposizione fisica dei centri GHF è stata pensata per essere letale. I civili in coda diventano bersagli mobili, le aree di raccolta sono esposte, le strade d’accesso coincidono con i percorsi dell’esercito. I “raid accidentali” non sono incidenti. Sono parte del meccanismo. Il cibo diventa esca. E l’aiuto un’esecuzione pubblica.

2.5 Collasso psicologico e sociale

Costretti a scegliere ogni giorno tra la morte per bombe e quella per fame, i palestinesi della Striscia si trovano in un limbo tra sopravvivenza biologica e annientamento spirituale. Le famiglie si disgregano, l’autorità sociale implode, la disperazione diventa legge. È la distruzione dell’umano attraverso la fame e l’umiliazione.

2.6 Deportazione silenziosa

La collocazione dei centri GHF, prevalentemente lungo il confine meridionale, suggerisce l’obiettivo finale: spingere forzatamente la popolazione a concentrarsi lì, svuotando il resto del territorio. Una pulizia etnica mascherata da assistenza. Un’architettura dell’espulsione. Il sogno sionista dell’espulsione completa del popolo palestinese da Gaza prende forma sotto l’etichetta di “aiuto umanitario”.

  1. Il silenzio europeo: la complicità della vigliaccheria

Mentre la macchina della fame avanza, l’Europa resta inerte. I governi dell’Unione continuano a ripetere il mantra del “è prematuro agire”, a verificare senza agire, a sanzionare la Russia per la diciottesima volta ma a ignorare deliberatamente le prove di un genocidio in corso. La vicenda di Francesca Albanese, Relatrice ONU per i diritti umani nei territori palestinesi, attaccata ferocemente da politici, giornalisti e ambasciatori per aver denunciato questo schema, è emblematica: si spara sulla messaggera per non vedere il crimine.

  1. La verità sotto il naso: il crimine perfetto

Questo sistema non è un errore. Non è una disfunzione. È un dispositivo deliberato. Ogni pezzo è al suo posto. Ogni morte è prevista. Ogni disperazione è calcolata. Non si tratta di aiutare, ma di dominare. Non si tratta di sfamare, ma di svuotare. Non si tratta di distribuire aiuti, ma di distribuire paura.

  1. L’ostinazione del male e la resistenza della memoria

Ma l’ostinazione del governo sionista ha un difetto di prospettiva: ignora la storia. Da oltre novant’anni, il popolo palestinese ha resistito a tutto. Alla colonizzazione britannica, alla Nakba del 1948, alle guerre del ’67 e ’73, all’occupazione militare, all’intifada, ai muri, ai droni, alla diaspora e al silenzio. Il 7 ottobre non è che un passaggio, un detonatore, non la causa di ciò che accade. È usato come alibi per giustificare l’ingiustificabile.

Il popolo palestinese non si arrenderà. Puoi bombardarlo, affamarlo, deportarlo. Puoi annientarlo fino all’ultimo bambino. Ma poi dovrai fare i conti con noi, con la loro memoria, con le storie che continueremo a raccontare, con la giustizia che verrà anche dopo l’ultimo silenzio.

E allora i sionisti radicali dovranno mettersi il cuore in pace: hanno già perso. Perché hanno ucciso la pietà. Perché hanno mostrato al mondo il volto vero dell’odio. Perché la Palestina è oggi un simbolo globale. Di dignità. Di resistenza. Di umanità sotto assedio.

  1. Epilogo: poesia di un popolo che non si arrende

E tu, Gaza,
sei l’eco che non muore,
sei il grano sotto la sabbia,
la madre che abbraccia il figlio
anche senza pane.

Hanno provato a cancellarti,
ma ti trovano
in ogni sguardo che non accetta la menzogna,
in ogni pugno levato contro il potere,
in ogni lacrima che diventa seme.

Tu sei la pietra che resiste all’assedio,
sei la voce che rompe il silenzio,
sei la memoria che ci inchioda alla storia.

Finché ci sarà un cuore che batte per la giustizia,
la Palestina non sarà mai sconfitta.

Nota finale:
Non basta un “cessate il fuoco” per fermare questo schema di distruzione consapevole. Serve l’uscita immediata di Israele dalla Striscia, l’apertura di corridoi umanitari veri, il ritorno delle agenzie indipendenti, un processo internazionale che dica finalmente la verità. E serve, sopra ogni cosa, la fine della nostra complicità silenziosa.

Complicità d’Europa: il silenzio che gronda sangue. I giuristi di JURDI trascinano l’Ue davanti alla giustizia

quando l’inazione è un crimine

L’Unione Europea potrebbe presto trovarsi sul banco degli imputati. Non per atti commessi, ma per quelli colpevolmente omessi. Il ricorso presentato dai giuristi dell’associazione JURDI – Avvocati per il Diritto Internazionale alla Corte di Giustizia dell’Ue rappresenta un fatto senza precedenti: per la prima volta due istituzioni comunitarie – Commissione e Consiglio – rischiano un processo per aver voltato le spalle al diritto internazionale e ai propri stessi trattati di fondazione, restando immobili di fronte a quello che molti giuristi e osservatori definiscono apertamente genocidio in atto a Gaza.

Una denuncia pesantissima che non arriva da frange estremiste o ONG militanti, ma da accademici, penalisti internazionali e consulenti della Corte Penale Internazionale. E che pone una domanda semplice ma ineludibile: quante vite palestinesi devono ancora essere spezzate prima che l’Europa smetta di guardare altrove?

L’articolo 265 del Trattato UE: il cuore dell’accusa

Il fondamento giuridico del ricorso depositato da JURDI è l’articolo 265 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea. Questo articolo consente di intentare causa contro un’istituzione dell’Unione quando, pur avendone l’obbligo, non agisce. È esattamente ciò che viene contestato a Commissione e Consiglio: non aver sospeso l’Accordo di Associazione UE-Israele, non aver promosso alcuna sanzione, non aver denunciato pubblicamente i crimini documentati da ventuno mesi nella Striscia di Gaza e nei territori occupati.

Un silenzio che pesa come un macigno. Un’assenza di azione che, per i giuristi, equivale a una complicità materiale: “La Commissione non vuole punire Israele”, ha dichiarato candidamente l’Alto rappresentante Kaja Kallas, ignorando il dovere giuridico dell’UE di rispettare e far rispettare i principi fondamentali della dignità umana, dei diritti umani, della protezione internazionale e del rifiuto del crimine di genocidio.

Il doppio standard: la Russia sì, Israele no

A rendere ancora più scandalosa la posizione europea è il palese doppio standard. Le sanzioni contro la Russia sono state rapide, sistemiche, durissime. Contro Israele, invece, nessuna reazione strutturale. Nonostante le decine di migliaia di morti civili, i bombardamenti su scuole, ospedali e campi profughi, i blocchi umanitari, la distruzione sistematica della Striscia, l’espulsione forzata dei palestinesi, le esecuzioni extragiudiziali.

Non solo. La stessa Unione Europea continua a finanziare con soldi pubblici progetti di ricerca militare e tecnologica con aziende israeliane, molte delle quali partecipano direttamente alla produzione bellica impiegata nei massacri. Come Intracom Defense, partecipata da Israel Aerospace Industries, beneficiaria di 15 progetti sostenuti dal Fondo Europeo per la Difesa. O come le università e i ministeri israeliani che hanno ricevuto circa un miliardo di euro da Horizon Europe, secondo l’inchiesta Follow The Money.

La trappola del consenso unanime e la vergogna dell’Italia

La richiesta avanzata da 17 Stati europei il 20 maggio scorso per rivedere l’articolo 2 dell’Accordo di Associazione con Israele – che vincola il rispetto dei diritti umani alla validità dell’accordo – è stata bloccata da una “minoranza di blocco” composta da Germania, Italia, Ungheria, Polonia e Grecia. Un club di complicità che ha impedito qualsiasi passo concreto verso la sospensione degli accordi o l’avvio di un processo sanzionatorio.

È l’ennesima umiliazione del diritto sull’altare della politica, o peggio ancora, degli interessi militari e geopolitici. L’Italia di Giorgia Meloni – erede culturale della destra neofascista che oggi governa in Israele – si allinea senza esitazioni a chi pratica la pulizia etnica. A Gaza, come in Cisgiordania, la continuità ideologica tra colonialismo e suprematismo si fa guerra concreta, e l’Italia tace. O peggio: coopera.

JURDI: una battaglia legale per il diritto e la verità

Il ricorso non è solo una denuncia: è un’azione legale concreta e articolata. Chiede alla Corte di giustizia UE di obbligare la Commissione e il Consiglio a:
• Interrompere l’Accordo di Associazione con Israele;
• Sospendere i finanziamenti europei a enti e imprese israeliane coinvolte in crimini internazionali;
• Imporre sanzioni mirate ai coloni violenti e ai membri del governo Netanyahu;
• Bloccare l’uso del sistema SWIFT per le transazioni con banche israeliane;
• Dichiarare ufficialmente il rischio genocidio, in conformità al dovere di prevenzione sancito dalla Convenzione del 1948.

È un atto di accusa lucido e potente, che smaschera l’inconsistenza morale dell’Europa dei diritti quando i diritti appartengono a un popolo scomodo, non allineato, deumanizzato. Come i palestinesi.

Conclusione: la Storia non assolve i complici

Il ricorso dei giuristi di JURDI rappresenta un grido di giustizia lanciato contro il muro dell’ipocrisia europea. Un atto necessario per ricordare che non esiste neutralità davanti al genocidio. Che ogni silenzio, ogni ritardo, ogni calcolo politico che rinvia la verità è già complicità.

Se l’Europa continuerà a fingere di non vedere, allora un giorno – come hanno avvertito i legali di JURDI – saranno i suoi stessi vertici a dover rispondere davanti alla Corte Penale Internazionale. E nessuna immunità potrà salvarli dalla storia.

“La Cisgiordania brucia: la nuova milizia di Ben-Gvir e l’avvento del fascismo israeliano”

In Cisgiordania non ci sono ostaggi. Non ci sono tunnel di Hamas. Non c’è alcuna giustificazione possibile, nemmeno la più ipocrita. C’è solo l’occupazione militare illegale di un popolo su un altro, e oggi, con il placet del governo israeliano, anche una nuova milizia d’assalto per completare l’opera: scacciare i palestinesi dalla loro terra, villaggio dopo villaggio, ulivo dopo ulivo, con le armi e l’arroganza coloniale.

A guidare questa svolta apertamente fascista è Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza Nazionale di Israele e colono dell’insediamento illegale di Kiryat Arba, alle porte di Hebron. Ben-Gvir, già condannato da un tribunale israeliano per incitamento al razzismo e per l’appartenenza a un’organizzazione terroristica ebraica, ha annunciato la creazione di un corpo paramilitare di “volontari armati”: coloni estremisti reclutati direttamente dagli insediamenti illegali e dotati di armi da fuoco, addestrati per agire con logiche da guerra etnica.

Non è più solo repressione. È offensiva dichiarata. Ben-Gvir lo ha detto chiaramente: si passa da una “mentalità difensiva a una combattiva, militante e d’attacco”. Lo ha detto da colono, da ministro e da fanatico che brandisce la pistola in pubblico — come quando, durante una manifestazione palestinese a Gerusalemme, estrasse un’arma puntandola sui manifestanti disarmati, incitando la polizia ad aprire il fuoco. Un gesto da gangster, che sarebbe già grave in qualsiasi democrazia; in Israele, invece, è premiato con un ministero.

Lui e il suo compagno di governo Bezalel Smotrich, anch’egli colono e ideologo della destra suprematista religiosa, non si limitano a sostenere i coloni: li finanziano, li proteggono, li armano. Smotrich ha recentemente annunciato con orgoglio l’approvazione di nuovi insediamenti illegali in Cisgiordania, dichiarando: “Non ci nascondiamo più. Innalziamo la bandiera. Costruiamo. Ci insediamo. Riconquistiamo la sovranità sulla Giudea e Samaria”. Parole da regime, da annessione dichiarata, da colonialismo travestito da missione divina.

Ma la realtà è più cruda: non c’è nulla di sacro nell’espellere le persone dalla loro casa, nel bruciare le coltivazioni, nello sparare ai contadini, come mostrano centinaia di video che documentano l’orrore quotidiano in Cisgiordania. Eppure, questo nuovo squadrismo armato viene legittimato, finanziato e messo al servizio dello Stato. Un ritorno alla “Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale” di mussoliniana memoria, solo con la kippah al posto del fez e il M16 al posto del manganello.

Quello che sta accadendo nei Territori Occupati è una nuova fase della pulizia etnica, quella della “terra bruciata” portata avanti non più solo dall’esercito, ma da civili militarizzati con l’appoggio governativo. I coloni armati non si limitano a “difendere” gli avamposti: li espandono, li blindano, trasformano le colline palestinesi in bastioni suprematisti, spesso con il silenzioso appoggio dell’Occidente.

Il silenzio dell’Europa è assordante. Mentre Regno Unito, Canada, Norvegia e Australia hanno sanzionato Ben-Gvir e Smotrich per violazioni dei diritti umani e incitazione alla violenza, l’Italia tace. Non una parola da Meloni, Tajani, Salvini o Mattarella. Anzi: il governo italiano continua a intrattenere accordi commerciali, militari e tecnologici con Tel Aviv, nonostante i crimini evidenti, documentati, persino rivendicati.

E qui vale la pena ricordare che Meloni, Tajani e altri rappresentanti del potere italiano sono eredi diretti — politicamente e culturalmente — di quel regime fascista che, proprio come Israele oggi, ha perpetrato occupazioni, repressioni, colonizzazioni e pulizie etniche, solo in tempi e contesti diversi. Se potessero, lo rifarebbero anche adesso. A trattenerli — per ora — è la Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza, e un’opposizione civile che ancora resiste. Ma fino a quando? Perché la deriva fascista è un’onda lunga: quando arriva, non si limita a bagnare le fondamenta della democrazia — le abbatte. E nel suo passaggio distrugge tutto: diritti, giustizia, libertà, e perfino la memoria.

Come se tutto ciò fosse normale. Come se non fosse già genocidio. Come se non ci fosse una relatrice dell’ONU — Francesca Albanese, italiana — minacciata e sanzionata dagli Stati Uniti per aver detto la verità. Una verità che nessun leader europeo ha avuto il coraggio di difendere. Chi tace, acconsente. Chi coopera, partecipa. Chi finge di non vedere, è complice.

La Cisgiordania oggi è il laboratorio di un nuovo fascismo etnico-religioso, che non ha nulla a che fare con la sicurezza, ma tutto con la conquista, la colonizzazione e l’espulsione. È lì che si consuma la fase silenziosa del genocidio. Quella senza bombardamenti, ma con le ruspe, con i fucili dei coloni, con le leggi che trasformano i criminali in ministri e i ministri in criminali di guerra.

A noi spetta un solo compito: non voltare lo sguardo. Non smettere di denunciare. Non smettere di raccontare. E continuare a ripetere, finché non ci ascolteranno: la Cisgiordania è Palestina, e la Palestina non è in vendita. Nessuna menzogna, nessuna propaganda potrà cancellare questa verità.

Francesca Albanese, l’Occidente e il genocidio: la voce che incrina la menzogna

  1. La condanna americana e la dignità della verità

Quando la storia sarà scritta, Francesca Albanese comparirà come una delle figure più lucide e coraggiose di questa epoca infame. Relatrice speciale dell’ONU sui diritti umani nei Territori Palestinesi, giurista italiana, prima donna a ricoprire tale incarico, è oggi nel mirino di Washington: il segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato sanzioni contro di lei per le sue “azioni illegittime e vergognose” contro funzionari, aziende e dirigenti statunitensi e israeliani.

In realtà, ciò che l’amministrazione americana considera “vergognoso” è la verità. Vergognoso, per Washington, è il suo ultimo rapporto intitolato “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”, dove nomina 45 aziende – tra cui Lockheed Martin, Caterpillar, Palantir, Google, Microsoft, Amazon, Ibm, ma anche l’italiana Leonardo – colpevoli di profitti diretti o indiretti dall’occupazione e dalla distruzione della vita palestinese.

  1. La corruzione morale dell’Occidente

Il peccato di Francesca Albanese è aver nominato la corruzione morale e politica dell’Occidente. È aver mostrato la nudità del re, aver detto senza paura che questo genocidio è redditizio, che Gaza è un campo di sperimentazione militare, tecnologica, psicologica, un laboratorio per le guerre future, per le tecniche di sorveglianza che rientreranno – e già rientrano – contro i popoli stessi dell’Occidente.

La fame, che oggi divora il Nord e il Sud della Striscia, è diventata un’arma. La trasformazione dei palestinesi in “mostri affamati” – come lei stessa racconta, riportando le parole disperate di chi vive sotto assedio – non è un effetto collaterale. È un obiettivo strategico: annientare la dignità e l’umanità stessa del nemico, ridurlo a oggetto di compassione o a scarto biologico.

  1. Il genocidio come business globale

Albanese parla di un ecosistema di profitto che include aziende, fondi pensione, università, compagnie assicurative. Un sistema radicato nel capitalismo coloniale: come le Compagnie delle Indie nel Seicento, come gli industriali tedeschi che sfruttarono l’Olocausto, come le multinazionali sudafricane durante l’Apartheid.

La differenza è che oggi il genocidio è normalizzato, distribuito, democraticizzato. C’è un’azienda che produce i bulldozer per radere al suolo i quartieri; un’altra che costruisce la tecnologia di riconoscimento facciale per i checkpoint; un’altra ancora che assicura i rischi delle colonie. E tutto questo, scrive la relatrice ONU, viene giustificato con la formula: “Non è colpa nostra, è colpa di Israele”. Ma lei risponde: “Oggi l’occupazione è illegale. Israele è indagato per genocidio. Non potete continuare come se nulla fosse”.

  1. Il risveglio del Sud globale

Ma il suo messaggio va oltre la denuncia. Francesca Albanese vede nel mondo un risveglio. Il Sud globale – l’Africa, l’Asia, l’America Latina – inizia a riconoscere nel destino palestinese il proprio destino storico. I popoli che hanno subito genocidi, dall’India coloniale alla Namibia, dall’Algeria al Congo, riconoscono l’odore acre della distruzione, della spoliazione, della sostituzione etnica. Riconoscono, come scrisse Aimé Césaire, le stesse tecniche di dominio applicate contro di loro, ora riversate su un altro popolo, i palestinesi.

Questo risveglio è ancora incerto, lento, pieno di contraddizioni. Ma è l’unica speranza: perché se la Palestina cade, cade anche l’ultima diga simbolica contro l’oscurità che avanza.

  1. Il tradimento dell’Europa e la viltà dell’Italia

Le parole di Elly Schlein, segretaria del PD, sono state nette: “Vergognoso che il governo Meloni non abbia detto una parola in difesa di una sua cittadina che svolge un incarico così delicato presso l’ONU”. Il silenzio di Meloni e Tajani non è solo un atto di viltà diplomatica, è l’adesione piena a un progetto: la rimozione della Palestina dalla mappa politica, culturale, storica del mondo.

Non è un caso che Francesca Albanese sia bandita da Israele da oltre un anno, che riceva minacce di morte quotidiane, che sia accusata di antisemitismo dai portavoce dell’apartheid israeliano. Chi dice la verità in un’epoca di menzogna sistemica, è sempre criminalizzato.

  1. La lezione morale: fermare Israele per salvarci

“Israele è dannoso per i palestinesi, per la regione, per se stesso e per i suoi cittadini”, dice Albanese. Fermarlo non significa essere antisemiti, significa essere umani. Significa non ripetere l’orrore del passato. Significa non accettare l’idea che i palestinesi siano meno umani, sacrificabili in nome di un progetto etnocratico, di un suprematismo armato che ha il pieno sostegno delle democrazie occidentali.

Le sue parole risuonano come un anatema e un appello:

“Non abbiamo salvato vite umane, ma abbiamo contribuito a mostrare il vero volto dell’apartheid israeliano. E forse, grazie a questo, la Palestina non scomparirà dalle mappe”.

  1. Dalla Palestina all’umanità

Il genocidio di Gaza è il banco di prova dell’umanità. Non possiamo più fingere che sia un conflitto locale, una questione di religioni o di terre contese. È l’esito di un sistema globale di dominio che si regge sul silenzio complice di Stati e opinioni pubbliche. Francesca Albanese, con la sua fermezza, ci ricorda che la Palestina non è sola. Ma siamo noi, piuttosto, a restare soli se smettiamo di lottare per lei.

La verità che brucia: genocidio, colonialismo e complicità globale – oltre le parole di Francesca Albanese

  1. Genocidio come progetto coloniale: la storia che si ripete

Francesca Albanese definisce il massacro in corso a Gaza un genocidio coloniale. Non è un’espressione retorica. La Convenzione ONU sul Genocidio (1948) definisce genocidio qualsiasi atto compiuto con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, includendo la creazione di condizioni di vita destinate a provocarne la distruzione fisica. Israele ha imposto la fame come arma, distrutto il sistema sanitario, bombardato scuole, ospedali, moschee e chiese, ucciso oltre 38.000 civili (stima ONU e OCHA, luglio 2025), tra cui più di 15.000 bambini, e ha causato l’esodo forzato del 90% della popolazione di Gaza.

Questa strategia riprende fedelmente le pratiche coloniali europee: dagli stermini britannici in Kenya durante la rivolta dei Mau Mau (1952-1960), quando i civili furono rinchiusi in campi di concentramento e affamati, fino al genocidio tedesco di Nama ed Herero in Namibia, dove i sopravvissuti furono spinti nel deserto per morire di fame e sete. Anche lì, la finalità non era solo uccidere, ma cancellare l’esistenza storica e politica di quei popoli.

  1. La fame come arma: il crimine di guerra dimenticato

La fame imposta deliberatamente è riconosciuta come crimine di guerra dall’Art. 8 dello Statuto di Roma. Secondo il World Food Programme (giugno 2025), oltre 500.000 palestinesi sono in condizione di carestia estrema, senza accesso a cibo sicuro e acqua potabile. Più del 90% delle riserve idriche di Gaza sono contaminate da liquami e metalli pesanti, mentre Israele ha bombardato 76 impianti di depurazione (Fonte: OCHA).

Il Consigliere per la Sicurezza Nazionale israeliano Tzachi Hanegbi ha dichiarato a gennaio 2024 che “Gaza morirà di fame e sete finché non si arrenderà”. Questa frase, ignorata dai media mainstream, testimonia l’intenzionalità dello sterminio.

  1. Distruggere la memoria: il genocidio culturale

Albanese sottolinea che Israele non elimina solo corpi, ma la memoria storica palestinese: sono stati rasi al suolo musei, università (Islamic University di Gaza, bombardata due volte), archivi storici e culturali, centri artistici come il Dar Yusuf Nasri Jacir for Art and Research a Betlemme. Più di 200 giornalisti sono stati uccisi (Committee to Protect Journalists, giugno 2025), cifra mai registrata in un solo conflitto.

Questo processo, noto come memoricide (termine introdotto da Raphael Lemkin, giurista che coniò anche “genocidio”), è finalizzato a cancellare l’identità di un popolo. Accadde ai Nativi americani attraverso le boarding schools, agli aborigeni australiani con lo Stolen Generations Act, e ora ai palestinesi.

  1. Complicità internazionale: crimine di crimini

Secondo Albanese, le democrazie occidentali sono complici. Lo Statuto di Roma all’art. 25 stabilisce la responsabilità penale individuale anche per chi istiga o facilita crimini di guerra. David Cameron, che avrebbe minacciato di ritirare il Regno Unito dalla CPI per proteggere Netanyahu, commetterebbe reato di ostruzione alla giustizia internazionale. Lo stesso vale per Rishi Sunak. Allo stesso modo, l’Italia che continua a fornire armi a Israele – come confermato dal SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) – viola i suoi obblighi di Stato parte della Convenzione sul Genocidio.

  1. L’economia del genocidio: multinazionali, banche e università

Il prossimo rapporto di Albanese elencherà 50 entità private complici:
• Industria bellica: Elbit Systems (droni Hermes e Skylark testati su Gaza), Lockheed Martin (F-35 usati nei bombardamenti), Boeing (missili a guida laser).
• Big Tech: Amazon Web Services e Google Cloud forniscono l’infrastruttura informatica per Project Nimbus, programma militare israeliano di sorveglianza e IA.
• Banche e fondi pensione: investimenti in armi israeliane (BlackRock, Vanguard).
• Università: partnership accademiche che sviluppano tecnologie di sicurezza per l’IDF, come il Technion Institute.
• Turismo coloniale: Airbnb e Booking promuovono strutture negli insediamenti illegali in Cisgiordania, normalizzando l’occupazione (Human Rights Watch, 2019).

Queste aziende traggono profitto dalla distruzione: Gaza diventa il più grande laboratorio militare a cielo aperto del mondo, come lo definisce Neve Gordon (Università di Ben Gurion), dove armi e tecnologie di sorveglianza vengono testate prima di essere esportate globalmente. La sorveglianza biometrica di Gaza è stata poi venduta alla polizia statunitense per il controllo di afroamericani e ispanici nei quartieri poveri.

  1. La normalizzazione dell’orrore e l’identificazione razziale

Aimé Césaire, nel Discours sur le colonialisme (1950), spiegava che l’Olocausto scioccò l’Europa solo perché le pratiche coloniali – deportazioni, campi, stermini – furono usate contro europei bianchi. I genocidi coloniali erano stati normalizzati. Oggi la normalizzazione dell’orrore palestinese segue la stessa logica razzializzata.

Israele, come Stato di coloni, replica l’esempio americano, canadese, australiano. Ma l’Occidente lo difende perché rappresenta il baluardo del suo potere nella regione, l’ultimo avamposto di un ordine mondiale coloniale che si sta sgretolando.

  1. Misure coercitive: l’unica via per fermare il genocidio

La storia insegna che solo la forza o l’isolamento internazionale fermano un genocidio. In Iraq, la no-fly zone della NATO fermò le stragi contro i curdi. In Sudafrica, il boicottaggio economico e culturale internazionale costrinse l’Apartheid a crollare. Oggi, senza embargo sulle armi, sanzioni economiche e no-fly zone umanitaria, Israele continuerà indisturbato.

Ma l’UE, sotto pressione della lobby sionista e degli interessi USA, rifiuta anche solo di discuterne. Per questo Albanese invita a un’azione decisa: “Non è un atto di carità, è un obbligo giuridico”.

  1. Il risveglio globale: la rivoluzione dell’anguria

Nonostante tutto, Albanese vede una luce: la coscienza globale si sta risvegliando. Il Gruppo dell’Aia, coalizione di Stati africani, asiatici e latinoamericani, chiede embargo sulle armi e giustizia internazionale. I movimenti di base, dagli USA alla Germania, vedono studenti ebrei e palestinesi uniti contro la complicità universitaria. Le proteste globali sono state le più grandi dalla guerra in Iraq (2003), con oltre 60 milioni di partecipanti in 150 paesi (dati B’Tselem e Reuters).

  1. La questione esistenziale: Israele come Stato coloniale

Albanese dichiara: “Israele è costruito su terra rubata, come gli USA e l’Australia, e prima o poi dovrà affrontare la realtà storica.” Questa frase, scomoda e potente, riporta al cuore del conflitto: la Palestina non è un semplice “territorio conteso”, ma la storia di un popolo indigena cacciato e sostituito, come accadde altrove, ma nel XXI secolo sotto la bandiera dei “diritti umani occidentali”.

  1. Conclusioni: la lotta per la Palestina è la lotta per l’umanità

Francesca Albanese non offre ideologie, ma diritto internazionale e verità fattuale. È odiata dai governi occidentali perché li costringe a guardarsi allo specchio: vedono se stessi come complici di un genocidio. Ma la storia insegna che la verità, prima o poi, emerge. Come afferma Chris Hedges, la resistenza palestinese non riguarda solo Gaza: è la resistenza contro un sistema globale che considera intere popolazioni sacrificabili per il profitto, la geopolitica, la supremazia razziale.

La domanda finale, allora, non è se la Palestina sarà liberata, ma se l’umanità avrà il coraggio di liberare se stessa da questo ordine barbaro che, dopo aver divorato Gaza, divorerà ogni popolo, ogni libertà, ogni futuro.

📚 Bibliografia e sitografia

  1. Genocidio, diritto internazionale e colonialismo
    • ONU – Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio (1948). Testo integrale: UN Treaty Series
    • Lemkin, Raphael. Axis Rule in Occupied Europe. Carnegie Endowment for International Peace, 1944. (Introduce il termine “genocidio” e “memoricide”).
    • Wolfe, Patrick. “Settler colonialism and the elimination of the native.” Journal of Genocide Research 8.4 (2006): 387-409.
    • Césaire, Aimé. Discourse on Colonialism. Monthly Review Press, 1972.

  1. Francesca Albanese e le Nazioni Unite
    • Rapporto ONU: “Genocide as Colonial Erasure”, Relatrice speciale Francesca Albanese, 2024. Estratti su UN OHCHR Palestine.
    • Chris Hedges, A Genocide Foretold, Seven Stories Press, 2024.
    • The Chris Hedges Report, Intervista integrale a Francesca Albanese (trad. AntiDiplomatico), giugno 2025: Link diretto.

  1. Dati umanitari e aggiornamenti Gaza (2025)
    • United Nations OCHA (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs), “Gaza Humanitarian Snapshot – July 2025”. OCHA Palestine
    • World Food Programme, “Famine and Food Insecurity in Gaza Strip”, giugno 2025: WFP Gaza.
    • B’Tselem – The Israeli Information Center for Human Rights in the Occupied Territories, dati aggiornati su morti civili e bombardamenti: B’Tselem Statistics.

  1. Complicità di aziende, fondi pensione e università
    • Human Rights Watch, “Bed and Breakfast on Stolen Land: Tourist Rental Listings in West Bank Settlements”, 2019. HRW report.
    • Who Profits, database sui profitti aziendali dall’occupazione: Who Profits.
    • SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute), Arms Transfers Database, aggiornato al 2025. SIPRI Arms Transfers.
    • Gordon, Neve. Israel’s Occupation. University of California Press, 2008.

  1. Genocidi storici citati
    • Gewald, Jan-Bart. Herero Heroes: A Socio-Political History of the Herero of Namibia, 1890-1923. Ohio University Press, 1999.
    • Elkins, Caroline. Imperial Reckoning: The Untold Story of Britain’s Gulag in Kenya. Henry Holt and Co., 2005.
    • Kiernan, Ben. Blood and Soil: A World History of Genocide and Extermination from Sparta to Darfur. Yale University Press, 2007.

  1. Tecnologia, sorveglianza e sperimentazione militare
    • “Israel: Digital Occupation”, Amnesty International Report, 2022. Amnesty Israel Digital.
    • Forensic Architecture, Gaza Platform. Forensic Gaza.

  1. Movimenti globali e diritto internazionale
    • ICC (International Criminal Court), Statuto di Roma, art. 8 e art. 25. Testo integrale: ICC Rome Statute.
    • United Nations Guiding Principles on Business and Human Rights, 2011. UNGP.
    • South African TRC (Truth and Reconciliation Commission) Reports, 1998. TRC Archive.

  1. Analisi e giornalismo investigativo
    • Chris Hedges, America: The Farewell Tour. Simon & Schuster, 2018.
    • Pappe, Ilan. The Ethnic Cleansing of Palestine. Oneworld Publications, 2006.