Roger Waters: il cuore che rimbomba nella musica e nella lotta

Quando ascolto Roger Waters, sento un uomo che ha trasformato la musica in strumento di scavo morale, in macchina da guerra culturale per denunciare ingiustizie e schiavitù moderne. Nel suo ultimo tour This Is Not a Drill, quell’intenzione è più viva che mai, precisa, acuminata — un intervento politico e artistico senza compromessi.

Uno show che è battaglia: This Is Not a Drill

“Se siete fra quelli che amano i Pink Floyd, ma non sopportano le prese di posizione politiche di Roger, potete andarvene a fanculo al bar”. Con queste parole Waters apre il suo concerto. Non un’introduzione di circostanza, ma un avvertimento: qui non c’è spazio per la neutralità. Chi resta in sala sa che vivrà un’esperienza che è al tempo stesso musica e battaglia.

This Is Not a Drill non è semplicemente un concerto: è un manifesto visivo e sonoro. Il palco diventa uno schermo di resistenza, dove immagini di mondi devastati e popoli oppressi si mescolano alla musica in estasi. Il “bombardamento visivo” è parte integrante dello spettacolo: non sei spettatore passivo, sei chiamato in causa.

Non è nuova per lui l’idea di mescolare arte e lotta: già nel tour Us + Them aveva fatto esplodere immagini critiche contro Trump e il complesso militare-industriale. Ma qui, con This Is Not a Drill, sembra aver portato la sintesi definitiva della sua visione artistica-politica.

Il politico, l’intellettuale, l’artista in guerra

Waters non è un rocker che “fa politica”: è un guerriero che usa la musica come piattaforma. “Ho avuto molto successo, ho guadagnato bene e mi sono divertito molto. Questo mi ha aiutato ad acquisire la libertà di esprimere i miei sentimenti”, racconta. E quella libertà la usa per schierarsi senza paura.

Il suo appoggio al popolo palestinese, la sua adesione al movimento BDS (Boycott, Divestment, Sanctions) contro Israele, le sue critiche all’imperialismo – tutto è coerente con una visione anti-coloniale e umanista. Quando mostra il video Collateral Murder nei suoi concerti, non sta solo “denunciando”: sta portando la guerra nel cuore del palco, costringendo lo spettatore a guardare.
Quando cita aziende – Palantir, Lockheed, Chevron, Exxon – nella sua canzone Sumud, sta puntando il dito verso i profittatori del conflitto. Non è complotto: è la struttura del potere nella nostra epoca.

Ed è proprio su questo che Waters si ricollega al lavoro della relatrice speciale ONU Francesca Albanese. “Viviamo in tempi molto difficili e grazie al cielo abbiamo persone come Francesca Albanese che lottano per noi”, ha detto, sottolineando come il suo rapporto “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio” abbia ispirato i suoi testi. Una connessione che conferma quanto la sua arte sia intrecciata con le battaglie per la verità.

Il suo impegno non è solo simbolico: supporta Julian Assange, difende le comunità indigene contro oleodotti (come in Dakota), si schiera per la sanità pubblica in Italia. Non lascia mai che l’arte resti confinata al palco: è vita, è carne.

Flotilla, media, visibilità: l’azione come simbolo

La Global Sumud Flotilla, che mira a rompere il blocco su Gaza portando aiuti umanitari, è un episodio che incarna perfettamente l’idea di attivismo che Waters sostiene: non basta denunciare, bisogna muovere le navi, far vedere gli eventi.

“Applaudo alla flotilla con tutto il cuore”, dice. Sì, è probabile che molte (se non tutte) le imbarcazioni vengano intercettate, arrestate o peggio. “Sai, non è accaduto nulla quando le forze speciali israeliane hanno ucciso tutte quelle persone sulla Mavi Marmara nel 2010. Probabilmente arresteranno tutti”. Ma l’impatto mediatico conta: l’opinione pubblica si sveglia guardando quelle barche in mezzo al mare sotto fuoco. L’azione simbolica può scatenare una pressione che le parole da sole non riescono a ottenere.

Critiche, repressione, processo: il prezzo dell’essere scomodo

Non poteva mancare il contorno di conflitti che attorniano Waters: accuse di antisemitismo, cancellazioni di concerti, minaccia di processi. In Regno Unito, ha potuto essere incriminato per aver sostenuto Palestine Action, un movimento ora vietato. In Germania, le autorità hanno tentato di vietare suoi spettacoli, citando simboli “nazisti” usati in chiave satirica. Negli Stati Uniti, la lobby filoisraeliana ha convinto il proprietario della Sphere di Las Vegas a cancellare il suo progetto per The Wall.

Waters lo dice senza giri di parole: “A volte si paga un prezzo per l’empatia. Avrei dovuto fare il mio spettacolo alla Sphere, avevo investito soldi, ma la lobby israeliana l’ha cancellato. È incredibile quanto sia vasta la loro influenza. Ma mio Dio, cosa si ottiene in cambio. Non sono in grado di spiegare la sensazione positiva di provare quell’amore nel preoccuparti per gli altri e per la verità”.

Guerra e profitto: il meccanismo che divora

Waters non smette di colpire i nervi scoperti. “La guerra è un racket, un affare da cui si ricavano enormi fortune”, ricorda citando il generale Smedley Butler. E aggiunge: “È un modo per rubare soldi ai poveri e darli ai ricchi. Ecco perché ci sono miliardari come Bezos, Musk, Zuckerberg, mentre altri muoiono di fame”.

La denuncia è radicale: dietro la guerra non ci sono valori, ma margini di profitto. L’economia neoliberista, secondo Waters, ha trasformato l’avidità in virtù, e la propaganda riesce persino a convincere i poveri a sostenere un sistema che li spoglia.

“Perché pensi che ci siano più carcerati negli Stati Uniti che in qualsiasi altro paese al mondo?”, domanda. “Perché ci sono soldi in ballo. Fondamentalmente non hanno mai abolito la schiavitù: i criminali devono lavorare gratis. Si può fare profitto quasi con tutto e se si riesce a farlo allora stai costruendo un grande paese dove i ricchi diventano più ricchi e i poveri più poveri”.

È una radiografia spietata della società americana, dove persino le prigioni diventano industrie e la libertà è ridotta a slogan patriottici dietro cui prosperano disuguaglianza e violenza.

Rabbia, perseveranza, verità: il credo di Waters

Nonostante gli ostacoli, Waters non arretra. “Ogni giorno faccio almeno una cosa”, spiega. “Non posso prendere un fucile e andare in Palestina, ma faccio tutto ciò che posso per incoraggiare i nostri governi a fare la cosa giusta”.

Il suo è un metodo: un’azione al giorno, un impegno costante, un passo per volta. È disciplina e resistenza, non retorica. “È solo dicendo la verità e agendo di conseguenza che possiamo esprimere il nostro amore per i nostri fratelli e sorelle”, scrive anche nel prologo del suo memoir.

Per lui l’amore e la verità sono la bussola morale che manca ai governi: “Il grande vantaggio che voi della flotilla avete rispetto all’Idf e all’intero Stato di Israele è che avete una bussola morale da seguire. Noi sì, loro no”.

È un messaggio semplice e potentissimo: la politica, l’arte e la vita si fondono in un’unica direzione. Roger Waters continua a ricordarci che senza amore, senza giustizia, senza verità, la nave del mondo naviga verso gli scogli.

Fonti
• Wikipedia – Roger Waters: biografia, attività politica e controversie
https://en.wikipedia.org/wiki/Roger_Waters
• Wikipedia – This Is Not a Drill (tour): dettagli e concept dello spettacolo
https://en.wikipedia.org/wiki/This_Is_Not_a_Drill
• Palestine Chronicle – intervista esclusiva a Roger Waters
https://www.palestinechronicle.com/roger-waters-speaks-out-on-gaza-humanity-and-the-power-of-art-in-exclusive-floodgate-interview/
• Euronews – possibili accuse a Roger Waters per sostegno a Palestine Action
https://www.euronews.com/culture/2025/07/09/former-pink-floyd-roger-waters-faces-possible-prosecution-over-support-for-palestine-actio
• The Guardian – BMG interrompe i rapporti con Roger Waters
https://www.theguardian.com/music/2024/jan/30/bmg-pink-floyd-roger-waters-antisemitic-comments
• Relazione ONU di Francesca Albanese – “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”
https://www.ohchr.org/en/documents/thematic-reports/a78276-economic-dimension-israeli-occupation-palestinian-territory
• Freedom Flotilla Coalition / Global Sumud Flotilla: comunicati e aggiornamenti
https://freedomflotilla.org/

Flotilla, Gaza e la diplomazia sospesa: cronaca di un assedio infinito

La rotta della speranza

La Global Sumud Flotilla è ripartita da Koufonissi, un isolotto a sud di Creta, con le vele strappate dal vento e i segni ancora freschi dei droni che qualche notte fa avevano colpito le imbarcazioni. Le navi, addobbate con le bandiere palestinesi, hanno preso il largo poco prima delle 20. Nonostante motori guasti, vele danneggiate e continui rinvii, circa 46 attivisti sono riusciti a rimettersi in mare su alcune delle barche operative.

Quel nucleo ristretto fa parte di una missione ben più ampia: la Flotilla, infatti, riunisce complessivamente oltre 400 persone provenienti da 44 Paesi, imbarcate su decine di barche che si alternano lungo la rotta. La forza simbolica sta proprio in questo: non una o due barche isolate, ma una moltitudine che rende più difficile l’abbordaggio e più costoso, sul piano politico, l’arresto.

Dietro la Flotilla si muove una rete di protezione inedita: la nave Life Support di Emergency, pronta a soccorrere in caso di attacco; la fregata Alpino della Marina Militare italiana, inviata dopo gli episodi di sabotaggio; la nave Furor spagnola, e forse unità turche pronte ad affacciarsi. Segnali incrociati di governi che, almeno formalmente, non vogliono lasciare gli attivisti soli in alto mare.

In Italia e Germania i ministeri hanno invitato i partecipanti a tornare indietro. La Farnesina, in particolare, ha contattato le famiglie, dipingendo scenari drammatici. Ma la maggioranza degli italiani è rimasta a bordo: 40 su 50. «Che vogliono – ha detto uno degli attivisti – che ci mettiamo tutti sulla stessa barca per facilitare Israele?».

La voce di Haaretz

Intanto da Roma, Gideon Levy, editorialista di Haaretz, parla senza filtri. Arrivato per ricevere un premio, commenta il discorso di Netanyahu all’Onu: «Un’aula vuota, il segno dell’isolamento di Israele».

Per Levy, il vero volto dell’offensiva è quello del genocidio: Gaza distrutta sistematicamente, fame documentata, bambini uccisi ogni giorno. «Non possiamo chiamarlo in altro modo», ribadisce. La proposta di Tony Blair a capo di una ricostruzione internazionale lo fa sorridere amaramente: «Come tornare alle colonie britanniche».

E qui il richiamo storico è inevitabile. Blair incarna una continuità simbolica con quel passato coloniale che in Palestina ebbe il suo momento decisivo nel 1917 con la Dichiarazione Balfour, quando Londra promise la creazione di un “focolare nazionale ebraico” in una terra abitata da una maggioranza araba. Nel 1922 la Società delle Nazioni affidò ufficialmente al Regno Unito il Mandato sulla Palestina, trasformando quella promessa in un progetto politico di dominio. Dal 1917 al 1948, fino alla fine del mandato e alla nascita dello Stato d’Israele, gli inglesi gestirono quell’area con mano diretta, portando responsabilità enormi per le fratture esplose nella Nakba del 1948: l’esodo forzato di centinaia di migliaia di palestinesi. È questa lunga ombra coloniale che riemerge oggi quando Blair viene richiamato come figura di garanzia.

Secondo Levy, non esiste “alternativa ad Hamas”: nessuno lo caccerà, né americani né sauditi, e ogni piano di ricostruzione rischia di essere inutile, perché la Striscia potrebbe essere rasa al suolo di nuovo tra cinque anni. La verità più amara è che la maggioranza degli israeliani non vuole vedere: un lavaggio del cervello durato decenni, amplificato dalla censura autoimposta dai media. «In Italia si vedono più immagini di Gaza che in Israele», dice Levy.

Sulla Flotilla, l’editoriale del suo giornale è stato chiaro: “Fateli entrare”. Ma la previsione resta cupa: Israele non lascerà passare nessuno, e l’Europa non ha la volontà politica per fermare i massacri.

La morsa della diplomazia

Mentre le barche fendono le onde, a Washington e nelle capitali del Golfo si scrive un copione parallelo. È il cosiddetto “piano Trump”, 21 punti che avrebbero già trovato una parziale apertura da parte di Hamas. Lì dentro c’è tutto: rilascio degli ostaggi israeliani in cambio di migliaia di prigionieri palestinesi, ritiro graduale dell’Idf, ingresso illimitato di aiuti umanitari sotto l’egida Onu, amnistia per Hamas e – soprattutto – una forza internazionale di stabilizzazione che addestri una nuova polizia palestinese.

Dietro il piano aleggia la figura di Tony Blair, richiamata come consulente di ricostruzione: la reincarnazione di un colonialismo amministrativo che non ha mai smesso di esercitare influenza. Per Netanyahu, il rischio è di dover accettare «concessioni dolorose». Ma la sua abilità è sempre stata quella di guadagnare tempo, alimentando la guerra mentre negozia la pace.

Intanto, sul terreno, la guerra non si ferma: 70 palestinesi uccisi in un solo giorno, 750 mila costretti a fuggire da Gaza City verso sud, senza acqua, senza riparo, senza futuro.

Nakba, memoria viva e continuità storica

Per comprendere davvero cosa sta accadendo oggi, non basta guardare alle bombe, alle diplomazie, alle flottiglie: occorre tornare al 1948 e riconoscere che la Nakba — la “catastrofe” — non è un evento del passato che si chiuse con l’indipendenza israeliana, ma una ferita aperta che si rinnova.

Nel 1948, con la nascita dello Stato d’Israele, oltre 700.000 palestinesi furono espulsi o costretti a fuggire dalle loro terre, dando vita a un’espropriazione collettiva e alla creazione massiccia di campi profughi. Quel momento segnò una cesura storica: case distrutte, villaggi smantellati, memoria cancellata sul territorio. Ma non cancellata nella coscienza dei palestinesi.

Negli ultimi decenni si parla di Nakba continua (ongoing Nakba), cioè di una perpetua condizione di espulsione, discriminazione, esproprio, negazione del diritto al ritorno. Gli attacchi odierni, le distruzioni sistematiche, le operazioni di pulizia territoriale e le evacuazioni forzate non sono episodi isolati, ma parte di uno stesso disegno che ha radici storiche. Quando oggi si parla di “seconda Nakba”, lo si fa non per emotività, ma per indicare una ricorrenza strutturale: lo sradicamento continua, le comunità vengono nuovamente dislocate, e la promessa del ritorno rimane sospesa.

La Striscia di Gaza, oggi teatro del massacro, è in larga parte popolata da discendenti di quelle famiglie che furono già esiliate nel 1948. Quando le bombe cadono ora, nei vicoli di Khan Younis o Rafah, vengono rasi al suolo gli stessi spazi dell’identità collettiva palestinese. Quando gli attivisti della Flotilla tentano di “entrare” e testimoniare, non è solo un gesto di solidarietà: è un tentativo di riaffermare un diritto negato da decenni.

In sintesi: il conflitto attuale non è un incidente di percorso, ma l’ultimo stadio di una tragedia che dura da decenni. Riconoscerne la continuità storica è un atto di verità necessario per capire che chi oggi resiste in mare o sotto le bombe porta con sé la memoria di chi fu espulso settantasette anni fa, e la speranza che questa Nakba non resti perpetua.

Fonti
• “Flotilla riparte e fa rotta su Gaza: il piano soccorsi in caso di attacco”, reportage e articoli (settembre 2025).
• Gideon Levy, Haaretz, interviste e dichiarazioni in Italia (settembre 2025).
• “Farò concessioni dolorose. Bibi si prepara al piano Usa”, ricostruzioni da media arabi e statunitensi.
• Dichiarazione Balfour, 2 novembre 1917.
• Documenti della Società delle Nazioni sul Mandato britannico in Palestina (1922–1948).
• Rapporto storico ONU sulla Nakba (1948).
• Palestinians mark Nakba day as fears of displacement grow – Reuters, maggio 2025.
• Ongoing Nakba – Wikipedia.
• Discorso di Netanyahu all’ONU – settembre 2025, YouTube.

Netanyahu all’ONU: la menzogna elevata a dottrina, l’applauso della complicità

Benjamin Netanyahu ha parlato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite in un’aula semi-vuota, svuotata non solo dai delegati che lo hanno lasciato in segno di protesta, ma anche dalla credibilità morale di un leader che da mesi guida – insieme ai suoi ministri dell’ala oltranzista – un governo responsabile di crimini inenarrabili contro il popolo palestinese.

Il suo discorso ha seguito un copione prevedibile: negazione del genocidio, accusa a Hamas di “rubare il cibo” per giustificare la fame imposta a Gaza, criminalizzazione di chi riconosce lo Stato di Palestina. Una narrazione intrisa di falsità, utile solo a capovolgere la realtà e a rivestire di legittimità un’operazione di sterminio che il mondo intero osserva con orrore.

👉 Guarda il video su YouTube, in cui si percepisce chiaramente l’atmosfera in aula. A un certo punto si sente in italiano un “bravo” ripetuto due volte. Non possiamo avere la certezza che provenisse dalla delegazione italiana, ma se così fosse saremmo davanti a un episodio gravissimo: la complicità plateale del nostro Paese con un leader responsabile di un massacro che la storia giudicherà come genocidio.

Un’aula che si svuota, una piazza che esplode

Al momento dell’ingresso di Netanyahu, decine di delegazioni hanno abbandonato l’aula tra fischi e proteste. Fuori dal Palazzo di Vetro, migliaia di manifestanti hanno invaso le strade di New York: a Times Square e lungo la Sixth Avenue si sono levati slogan come “killer di bambini” e “Palestina libera”. La polizia ha arrestato decine di attivisti davanti all’albergo del premier israeliano.

La scena è stata uno specchio: dentro un uomo isolato, arroccato nelle sue menzogne; fuori una società civile mondiale che alza la voce contro il genocidio.

Il coro degli estremisti

A sostenere Netanyahu ci hanno pensato i suoi alleati interni, come il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, che ha ribadito: “non ci sarà mai uno Stato palestinese”. Un proclama che cancella ogni ipotesi di pace e convivenza, alimentando un conflitto senza fine.

In aula, gli applausi più convinti non sono arrivati sui temi della pace, ma quando Netanyahu ha citato Donald Trump. La delegazione americana si è alzata a battere le mani, confermando la continuità di un asse che copre Israele da ogni responsabilità internazionale.

Manipolazione e guerra psicologica

Tra gli annunci più inquietanti, quello sull’infiltrazione dei telefoni dei gazawi e la trasmissione del discorso tramite altoparlanti installati nella Striscia. Non è solo violenza fisica: è colonizzazione totale dello spazio vitale e comunicativo di un popolo, ridotto a prigioniero persino dei propri dispositivi elettronici.

Il ribaltamento delle accuse

Netanyahu ha bollato come “bugie antisemite” le critiche a Israele, presentandosi come difensore della vita civile. Ha chiesto al mondo: “Quale Paese che commette un genocidio implorerebbe i civili di andarsene?”. La risposta è evidente: nessun Paese che non sia guidato da un cinismo assoluto continuerebbe a bombardare ospedali, scuole, campi profughi mentre finge di preoccuparsi dei civili.

La sua retorica, che equipara il riconoscimento della Palestina al sostegno al terrorismo, conferma l’indisponibilità del sionismo radicale al potere a Tel Aviv ad accettare qualsiasi prospettiva diversa dalla cancellazione del popolo palestinese.

L’Italia e l’ombra della complicità

Il presunto “bravo” in italiano che si sente in aula, se davvero proveniente dalla delegazione italiana, aprirebbe un capitolo vergognoso per il nostro Paese. Non sarebbe più soltanto silenzio, ma adesione complice al racconto di un criminale di guerra. In un tempo in cui il diritto internazionale è già calpestato, l’Italia rischierebbe di collocarsi dalla parte sbagliata della storia, rinnegando la propria Costituzione nata dall’antifascismo.

Il discorso di Netanyahu all’ONU non ha convinto nessuno al di fuori della sua cerchia di fanatici e complici. Ha confermato al contrario ciò che milioni di persone gridano nelle piazze del mondo: Israele, sotto la sua guida, pratica l’apartheid, usa la fame come arma e nega il diritto all’esistenza del popolo palestinese.

La vera notizia non è ciò che Netanyahu ha detto, ma ciò che il mondo ha fatto in risposta: l’aula che si svuota, le piazze che si riempiono, la coscienza che resiste. La storia giudicherà, e quel giudizio non sarà dettato dai suoi “quiz” propagandistici, ma dal sangue innocente che continua a scorrere a Gaza.

Fonti
• Agenzie internazionali: Associated Press, Reuters, AFP
• Quotidiani: Haaretz, Times of Israel, The Jerusalem Post, Al Jazeera English
• Rassegna italiana: Ansa, La Repubblica, Il Manifesto
• Dichiarazioni ufficiali: sito dell’Assemblea Generale ONU, comunicati del portavoce del Primo Ministro israeliano
• Documentazione e testimonianze: video integrale del discorso e proteste a New York
• Audio-video del discorso con intervento in italiano: YouTube

Flottiglia per Gaza, droni in acque internazionali e la “scaltrezza” di Meloni: cosa significa davvero l’invio della fregata italiana

La notizia è questa: nella notte la Global Sumud Flotilla diretta a Gaza con aiuti umanitari è stata attaccata in acque internazionali, al largo di Creta/Gavdos. Gli organizzatori parlano di droni, esplosioni con bombe assordanti, gas urticante, che hanno colpito più imbarcazioni, con danni ma senza feriti. In risposta, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha ordinato alla Marina di dirigere nella zona la fregata Fasan per dare assistenza e, se necessario, effettuare operazioni di soccorso ai cittadini italiani a bordo. Non è un dettaglio: parliamo di un’unità militare italiana che si muove dopo un attacco a civili in mare aperto.

Cosa è successo, in breve

— La Flottiglia riferisce “numerosi droni” e “più di una dozzina di esplosioni” in acque internazionali; fra i passeggeri ci sono anche parlamentari e cittadini italiani.
— Crosetto condanna l’attacco e invia la fregata Fasan, già nell’area per l’operazione “Mare Sicuro”, per assistenza e possibili attività di recupero. La Farnesina conferma di essere informata e richiama la tutela dei connazionali.

La mossa del governo: calcolo, pressione dal basso e messaggi all’estero

Qui entra in gioco la “scaltrezza” politica di Meloni. Fino a ieri, sulla Palestina, l’esecutivo ha navigato a vista. Oggi, dopo settimane di mobilitazioni — piazze piene in decine di città e uno sciopero generale che i media di servizio hanno provato a delegittimare senza riuscirci — l’escalation in mare impone una scelta: voltarsi dall’altra parte e rischiare una crisi di coscienza nazionale se succede qualcosa a connazionali, oppure dare un segnale immediato di presenza. La scelta è la seconda. Non per improvvisa conversione umanitaria, ma per puro calcolo politico-istituzionale: si evita il panico, si calma l’opinione pubblica, si invia un messaggio a Washington e Tel Aviv che l’Italia non può permettere “zone franche” nel Mediterraneo dove si colpiscono civili europei impunemente.

Occhio però alle implicazioni pratiche: una fregata può assistere e soccorrere in acque internazionali, ma non “sfondare” blocchi o entrare in acque territoriali altrui senza autorizzazione. Resta quindi un presidio di sicurezza e una garanzia di evacuazione, non un “cavallo di Troia” militare per scortare gli aiuti fino a Gaza. È un equilibrio sottile tra diritto del mare, tutela dei cittadini e realpolitik.

La questione palestinese: diritto umanitario e ipocrisie europee

L’attacco a una flottiglia civile che trasporta viveri e medicinali rimette al centro il nocciolo: il diritto umanitario vale sempre, anche in guerra. Colpire, intimidire o impedire consegne di aiuti in mare aperto significa alzare il livello dello scontro anche sul piano giuridico e politico, non solo militare. Il fatto che a bordo ci siano parlamentari europei e italiani sposta l’asse: la vicenda non è più solo “mediorientale”, è europea. Non a caso Bruxelles fa trapelare irritazione per l’uso della forza contro la Flottiglia.

Per l’Italia questo è un banco di prova: se davvero Roma vuole far valere una linea di tutela dei civili e libertà di navigazione, deve sostenerla con continuità, non solo quando ci sono italiani in pericolo. La coerenza si misura su tre piani: aiuti, diplomazia, e stop alla complicità materiale con chi bombarda o assedia. Altrimenti, resta solo propaganda.

L’ombra lunga dell’ONU: il discorso di Trump e il vento contrario

Sul quadro si abbatte il discorso di Donald Trump all’Assemblea Generale dell’ONU. Il Presidente USA ha rispolverato il suo repertorio: chiusura delle frontiere, attacco al multilateralismo, negazione della crisi climatica definita “il più grande imbroglio” e bordate contro l’Europa. È la cornice perfetta per giustificare disimpegni selettivi e una politica estera a trazione domestica. In questa chiave, il Mediterraneo può diventare un “vuoto di potenza” in cui gli alleati europei sono lasciati a cavarsela — e gli attori regionali alzano la posta.

Se gli Stati Uniti sbandano sul multilateralismo, la responsabilità europea cresce. Il fatto che l’Italia mandi una fregata dopo un attacco in alto mare è un segnale: non possiamo delegare tutto a Washington e poi lamentarci quando la bussola americana punta altrove. Ma il segnale, per essere credibile, deve tradursi in una linea chiara anche su cessate il fuoco, riconoscimento dei diritti palestinesi e corridoi umanitari.

Cosa può accadere adesso
1. Assistenza e deterrenza: la Fasan garantirà contatti, soccorso e un minimo di deterrenza contro ulteriori azioni ostili in acque internazionali.
2. Braccio di ferro diplomatico: Roma, Bruxelles e Atene non potranno far finta di nulla se altri droni si avvicinano a barche europee in alto mare. La Farnesina si è già mossa.
3. Test politico interno: se la pressione popolare ha contribuito a smuovere il governo, allora le piazze e i sindacati hanno dimostrato che la partecipazione serve — eccome — quando è continua e informata.
4. Nodo Palestina: gli aiuti devono arrivare. Se non passano dal mare, vanno imposti corridoi terrestri verificabili. Se saltano anche quelli, l’Europa perde ogni faccia.

Conclusione

L’invio della fregata non è la “svolta storica” dell’esecutivo: è una mossa intelligente, tempestiva e di pura autoconservazione politica. Ma è anche un varco. Se l’Italia vuole davvero stare dalla parte del diritto internazionale e dei civili, deve usarlo per spingere su cessate il fuoco, corridoi umanitari e rispetto della libertà di navigazione. Altrimenti resterà un episodio, utile a spegnere l’incendio mediatico del momento e basta.

Intanto, registriamo un punto fermo: l’attacco in acque internazionali c’è stato, l’Italia ha reagito muovendo una fregata, e la discussione — finalmente — non riguarda più solo la propaganda ma la sicurezza dei civili, il diritto del mare e la responsabilità europea nel Mediterraneo.

Fonti principali: Reuters, ANSA, Ministero degli Esteri italiano, Euronews (attacco e invio fregata); Guardian/Reuters/CFR/CBS (discorso di Trump all’ONU).

Pastarelle e carne viva: Meloni tra folklore televisivo e complicità nel genocidio. Mentre l’Italia scende in piazza, il governo gioca sul set della rimozione

Domenica davanti alle telecamere, Giorgia Meloni si abbandona ai ricordi d’infanzia e alle “pastarelle” con Mara Venier, mentre fuori scorrono le immagini insostenibili dei bombardamenti su Gaza. Sembra un set, uno di quei mondi artificiali dove la vita scorre ovattata e la realtà resta fuori, come nel film “La zona d’interesse”: dentro, la normalità rassicurante dei pranzi di famiglia; fuori, l’orrore che nessuno nomina davvero. Ma il lunedì arriva puntuale la doppia morale: sulle piazze d’Italia che manifestano per Gaza cala la mannaia della criminalizzazione, mentre il governo resta inchiodato ai diktat di Washington e Tel Aviv. Un Paese spaccato tra chi si ostina a restare umano e chi preferisce la retorica da commedia nera.

Tra set televisivi e carne viva: la rimozione come cifra del potere

Non c’è niente di più surreale – e allo stesso tempo emblematico – di quanto avvenuto lo scorso weekend. Giorgia Meloni, a poche ore dalla partenza per New York e l’Assemblea generale dell’ONU, si presenta a “Domenica In”, ospite di Mara Venier. Nessun confronto sulle stragi di Gaza, nessun accenno alle responsabilità internazionali dell’Italia, nessuna domanda sulle armi che partono dai porti italiani o sulla mancata presa di posizione per il riconoscimento della Palestina.
Al centro del racconto ci sono i pranzi della domenica, la “pasticceria di famiglia”, la nostalgia rassicurante della nonna.
Mentre fuori la carne viva di un popolo brucia sotto le bombe, la politica istituzionale inscena il suo teatro più squallido, preferendo il folklore privato al dovere pubblico.
Sembra davvero la retorica di “La zona d’interesse”, dove la casa borghese e il giardino in fiore diventano la zona cuscinetto per non vedere l’orrore che si consuma appena oltre il muro.

Lunedì, come sciacalli: la criminalizzazione delle piazze

E poi arriva il lunedì. Mentre centinaia di migliaia di persone hanno manifestato pacificamente in più di 80 città italiane per chiedere giustizia, fine del genocidio e riconoscimento della Palestina, il governo Meloni si butta sul primo pretesto per cambiare scena.
A Milano, una minoranza si rende protagonista di scontri – subito montati ad arte da media e politici di governo come prova della “barbarie” delle piazze solidali.
Così, la narrazione vira: via le immagini di Gaza, largo alle “scene indegne”, ai “sedicenti antifa”, ai “teppisti”, alle “azioni deliberate contro le forze dell’ordine”.
Meloni e i suoi ministri, da Salvini a Piantedosi, fanno a gara per chiedere nuove misure repressive, cauzioni preventive e condanne a reti unificate. Tutto per occultare il vero senso di quella mobilitazione: la richiesta di fermare la complicità italiana e rompere il muro di silenzio e rimozione.

Una regia da bassa lega, sotto dettatura atlantista

Il governo parafascista che oggi occupa Palazzo Chigi si conferma incapace di una visione autonoma: si allinea ai voleri degli alleati americani e israeliani, fa affari e si guarda bene dal prendere una posizione netta sui crimini di guerra di Netanyahu.
Mentre altri governi europei – dalla Spagna alla Norvegia, dalla Francia al Regno Unito – compiono passi (almeno simbolici) verso il riconoscimento della Palestina, l’Italia resta ferma, prigioniera di una linea che preferisce la rimozione e la commedia all’impegno e alla verità.
Il massimo che si riesce a produrre sono dichiarazioni indignate sulle piazze e una retorica stanca da “ordine pubblico”, come se il vero problema fosse il dissenso e non la tragedia storica che si consuma in Medio Oriente.

L’Italia migliore si ferma, il governo s’inventa nemici interni

Eppure, il 22 settembre, l’Italia vera – quella che non ha perso la propria coscienza civile – ha fermato fabbriche, scuole, porti e strade per uno sciopero generale lanciato dai portuali di Genova e sostenuto da movimenti come “Volere la luna”.
Decine di migliaia di persone in più di 80 città hanno chiesto lo stop immediato al genocidio, il riconoscimento della Palestina e la fine della complicità italiana nell’orrore.
Dal mondo politico, almeno dalle opposizioni, è arrivato il tentativo di non confondere la violenza di pochi con la protesta pacifica di molti.
Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni, hanno provato a riportare la discussione sui binari giusti: la vera indecenza non è la piazza, ma il silenzio del governo sui crimini di Netanyahu.

Dalla retorica domestica alla responsabilità internazionale: una narrazione da rovesciare

Il senso profondo di questo sciopero generale, e delle manifestazioni che l’hanno preceduto e seguito, sta nella rottura simbolica di una narrazione che preferisce la rassicurante retorica dei pranzi della nonna all’orrore che si consuma nel presente.
Meloni e la sua corte parlano di pasticcini e infanzie felici, ma fuori dai salotti TV la storia brucia, la carne viva di un popolo urla e chiede giustizia.
Come nel film “La zona d’interesse”, la distanza tra il teatro della rimozione e la realtà dello sterminio è la misura di un’intera stagione politica.
Questa Italia parafascista – che ignora la Costituzione, piega la sovranità agli interessi stranieri e svende la dignità nazionale – verrà ricordata per il suo silenzio, la sua complicità e la sua squallida messa in scena.

Le piazze italiane, invece, segnano ancora la strada della dignità e della resistenza civile.
Ed è da qui che, prima o poi, la storia presenterà il conto.

Fonti e approfondimenti:
• Volere la luna, “22 settembre: sciopero generale per Gaza”
• Reportage e dati sulle manifestazioni in Italia, settembre 2025
• Dichiarazioni pubbliche di Meloni, Piantedosi, Salvini, Schlein, Conte, Fratoianni, Bonelli, Sala, Renzi
• Approfondimenti e cronache dal mondo sui riconoscimenti internazionali della Palestina
• Analisi e commenti sulla retorica della rimozione (“La zona d’interesse”, Jonathan Glazer)

Due pesi, una menzogna: il genocidio palestinese e l’ipocrisia strategica dell’Europa

C’è un momento in cui la verità, per quanto cruda, diventa un dovere morale. Questo è uno di quei momenti. Mentre l’Europa affila sanzioni contro la Russia, alza la voce sulla guerra in Ucraina e promette armi e fondi a Kiev in nome dei “valori occidentali”, tace, complice, davanti a un’ecatombe in Palestina che ha assunto ormai i contorni inequivocabili di un genocidio. Una selettività che non è frutto di distrazione, ma di una strategia deliberata: quella dell’ipocrisia strutturale, della doppia morale, del doppiopesismo geopolitico.

Il 19° pacchetto di sanzioni contro Mosca e il silenzio su Tel Aviv
La Commissione europea discute, ormai con cadenza rituale, nuove sanzioni alla Russia. Siamo al diciannovesimo pacchetto: misure economiche, restrizioni individuali, blocchi alla tecnologia e investimenti. Il motivo? L’aggressione russa all’Ucraina. Nessuno mette in dubbio la gravità del conflitto, ma il confronto con ciò che accade in Palestina svela una scandalosa asimmetria.

Israele non riceve 19 pacchetti di sanzioni. Riceve fondi, cooperazione militare e scientifica, investimenti pubblici europei. Mentre a Gaza si consuma uno sterminio sistematico, Israele continua a beneficiare del programma Horizon Europe: oltre 100 milioni di euro in progetti scientifici, di cui una quota consistente finisce alla Rafael Advanced Defense Systems, l’azienda che produce droni usati nei bombardamenti sui civili palestinesi.

Droni pagati da noi che massacrano bambini
Un video promozionale della Rafael, disponibile online, mostra il drone Spike FireFly – finanziato in parte dai fondi europei – che si avventa su un civile disarmato. È una scena emblematica. È l’Europa che si proclama garante dei diritti umani a finanziare, di fatto, una guerra totale contro la popolazione palestinese. E mentre il diritto internazionale viene fatto a pezzi sotto gli occhi del mondo, le uniche sanzioni europee avanzate finora sono state simboliche: qualche misura restrittiva contro ministri estremisti e coloni violenti, senza alcun impatto concreto.

Espiazione selettiva: il caso Germania e l’alibi dell’Olocausto
La Germania continua a sostenere lo Stato israeliano anche quando commette crimini documentati contro l’umanità. Lo fa, si dice, per espiare le colpe del nazismo. Ma c’è qualcosa di profondamente perverso in questa logica: si espierebbe un genocidio sostenendone un altro? Si salvaguarderebbe la memoria dei 6 milioni di ebrei assassinati da Hitler, lasciando che 2 milioni di palestinesi vengano sterminati da Netanyahu?

Questo non è espiare: è ripetere, è usare il passato come scudo ideologico per consentire nuovi crimini, stavolta con il benestare delle cosiddette “democrazie occidentali”.

Il genocidio certificato: il rapporto Pillay e l’omertà dell’informazione
Il rapporto della Commissione ONU d’inchiesta sui Territori Palestinesi Occupati, presieduta da Navi Pillay, ha parlato chiaro: Israele ha commesso almeno quattro dei cinque crimini previsti dalla Convenzione sul genocidio del 1948. Il documento, pubblicato il 16 settembre, conferma che a Gaza non è in corso una guerra nel senso tradizionale, ma un atto deliberato di sterminio etnico, culturale e biologico. Si tratta di:
1. Uccisione sistematica di membri del gruppo palestinese;
2. Danni fisici e psichici gravi;
3. Condizioni di vita intese a distruggere il gruppo;
4. Misure per impedire le nascite.

Senza mezzi termini, il rapporto accusa le massime autorità israeliane: il presidente Herzog, il premier Netanyahu, l’ex ministro Gallant. È l’atto di accusa più grave rivolto a uno Stato occidentale dai tempi del processo ai generali argentini o serbi.

Uccidere il futuro: l’attacco alla clinica della fertilità
Uno degli episodi più agghiaccianti documentati dal rapporto riguarda la distruzione della clinica di fecondazione assistita Al-Basma. Migliaia di embrioni, ovuli e spermatozoi sono stati deliberatamente annientati. Nessuna prova d’uso militare. Nessuna scusa plausibile. Solo un obiettivo: impedire ai palestinesi di generare nuova vita. È la logica dell’annientamento biologico, la sterilizzazione forzata mascherata da bombardamento.

20.000 bambini uccisi: numeri che non commuovono l’Europa
Secondo Save the Children, oltre 20.000 bambini sono stati uccisi a Gaza. Molti con colpi diretti alla testa e al torace. Si tratta di esecuzioni, non di “effetti collaterali”. Si aggiungano le donne, le madri incinte, i medici, i pazienti, gli anziani. Gli ospedali sono diventati bersagli sistematici: 1.844 attacchi contro strutture sanitarie in poco più di 9 mesi.

Eppure, mentre l’Europa annuncia conferenze sulla pace e affari sul gas con Israele, nessun telegiornale apre parlando di genocidio. Si parla invece di “due fronti di guerra”, Ucraina e Palestina. Ma non esistono “due guerre”. In Ucraina combattono due eserciti. A Gaza c’è un solo esercito contro una popolazione inerme, assediata e affamata. E i governi europei fingono di non vedere, anzi: riforniscono le armi e firmano i contratti.

La farsa delle sanzioni: coloni sanzionati che non viaggiano in Europa
Von der Leyen propone sanzioni a coloni che mai metteranno piede a Bruxelles. Biden l’aveva già fatto mesi fa, senza alcun effetto deterrente. Ma nessuno si azzarda a proporre l’interruzione dei rapporti militari e scientifici, o il blocco all’esportazione di armi verso Tel Aviv. Anzi, l’Italia è tra i paesi che si oppongono attivamente a ogni forma di pressione reale: insieme a Germania, Ungheria e Austria, difende l’intoccabilità dello Stato israeliano, anche quando le prove di genocidio sono evidenti.

La vigliaccheria del mondo arabo e il silenzio dei mediatori
Il 9 settembre, mentre a Doha si discuteva la tregua, Netanyahu bombardava i negoziatori di Hamas. Sei morti. Una violazione diretta della sovranità del Qatar, ma anche un sabotaggio deliberato ai negoziati. Il vertice arabo che ne seguì si concluse con le solite condanne vuote. Nessun embargo, nessuna ritorsione, nessuna mobilitazione seria. Jack Khouri, su Haaretz, l’ha scritto senza ambiguità: “Il regime militare israeliano su Gaza è cominciato quando i leader arabi si sono incontrati a Doha. I libri di storia lo ricorderanno. Così è caduta Gaza City”.

Genocidio normalizzato, coscienze disinnescate
Ci troviamo di fronte a un genocidio in diretta, che non viene più negato, ma normalizzato. I governi europei lo sanno, i dossier dell’ONU lo provano, le ONG lo denunciano, ma tutto resta fermo. Il diritto internazionale viene evocato solo quando utile alla NATO. Altrimenti si sospende. Si chiude un occhio, poi l’altro. Si tagliano i fondi ai palestinesi e si aumentano quelli a Israele.

Questo non è solo un fallimento morale. È una complicità storica. L’Europa, che ama raccontarsi come culla dei diritti umani, sta scrivendo una pagina vergognosa della propria storia. E quando tutto sarà finito – quando Gaza sarà ridotta a una rovina – nessun leader potrà dire “non sapevamo”. Perché stavolta lo sapevamo tutti.

Fonti:
• Rapporto ONU della Commissione presieduta da Navi Pillay (2025) – https://shorturl.at/ILjbs
• Rapporto Francesca Albanese – relatrice speciale ONU (giugno 2025)
• Save the Children – Dati sulle vittime civili a Gaza (maggio 2025)
• Haaretz – Articolo di Jack Khouri (settembre 2025)
• Comunicati stampa Horizon Europe (2024–2025)
• Dichiarazioni ufficiali Commissione Europea (Ursula Von der Leyen)
• Report PaperFirst – “Il genocidio dei palestinesi”
• Video promozionale Rafael Advanced Defense Systems (Spike FireFly)

Contro il diritto, contro l’umanità: Cacciari e il grido che non vogliamo ascoltare

Mentre a Gaza si consuma l’indicibile, l’Occidente si guarda allo specchio e non si riconosce più. Massimo Cacciari rompe il silenzio con parole definitive: siamo di fronte al crollo della civiltà giuridica, alla morte del diritto e della coscienza collettiva. E noi, invece di gridare, facciamo spallucce.

Durante la puntata di Otto e mezzo del 18 settembre, il filosofo Massimo Cacciari ha lanciato uno dei più drammatici allarmi etici e politici ascoltati in televisione negli ultimi mesi. Le sue parole, feroci e lucidissime, non sono uno sfogo, ma un atto d’accusa documentato, ragionato, che fotografa il collasso morale dell’Occidente davanti allo sterminio in corso a Gaza. Non si tratta, come qualcuno ha provato goffamente a liquidare, di un’esagerazione retorica: si tratta di verità nuda. Di un grido nella notte.

Una guerra senza guerra: il massacro dei civili come nuova normalità

“Per la prima volta forse nella storia assistiamo a un esercito che combatte direttamente i civili”, ha detto Cacciari. Non è un’iperbole, ma una constatazione tragica: ciò che sta accadendo a Gaza da mesi – e in modo ancora più feroce dall’inizio dell’offensiva israeliana a ottobre 2023 – è una guerra contro i civili, non contro un altro esercito, non contro una milizia, non in uno scenario paritario. È l’assalto di uno degli eserciti più tecnologicamente avanzati al mondo contro un popolo stremato, assediato, disarmato. Un popolo intrappolato, senza vie di fuga né protezione.

Colonne di profughi bombardate. Campi profughi ridotti in macerie. Bambini estratti senza vita dalle rovine. Medici uccisi negli ospedali. Giornalisti mirati e giustiziati. Gli ultimi report delle Nazioni Unite parlano di una crisi umanitaria senza precedenti. E Amnesty International, insieme a numerose ONG internazionali, ha denunciato possibili crimini di guerra e uso sistematico della fame come arma. Tutto questo sotto gli occhi di un mondo che, come dice Cacciari, “finge di contare qualcosa”, ma in realtà ha già venduto la propria anima.

Il crollo del diritto internazionale e l’apocalisse culturale dell’Occidente

Cacciari non si ferma alla denuncia del massacro. Va oltre. Quello che denuncia è il crollo di ogni principio fondativo del diritto internazionale, di ogni residuo di civiltà giuridica, non solo dei tanto declamati “diritti umani”. E lo fa con un’amarezza profonda: “È una catastrofe culturale del nostro mondo. Ci siamo riempiti la bocca di valori occidentali per generazioni. Ora, quegli stessi valori, li stiamo tradendo uno a uno.”

Il riferimento è chiaro: l’Occidente non solo è silente, ma è complice. Gli Stati Uniti forniscono armi, veto all’ONU, protezione diplomatica. L’Unione Europea si rifugia nei comunicati ambigui, mentre i suoi porti, come denunciato da attivisti italiani, sono attraversati da container pieni di esplosivi diretti in Israele. E i leader? Balbettano frasi da ufficio stampa mentre i cadaveri si contano a decine di migliaia.

L’ipocrisia come cifra della politica europea

“Volete che commenti questi poveretti europei che fingono di avere un potere reale?”, sbotta Cacciari. E come dargli torto? In un’Europa dove la premier Meloni può strombazzare slogan identitari mentre si votano riforme liberticide e si criminalizzano le ONG, il dibattito politico sembra un gioco di ruolo tragicomico. La tragedia vera, quella che dovrebbe scuotere le coscienze, resta fuori campo. Come se fosse troppo ingombrante. Troppo vera.

Chi osa parlarne – come la relatrice ONU Francesca Albanese o pochi intellettuali liberi – viene subito etichettato come estremista, antisemita, filoterrorista. La libertà di parola è tollerata solo se ininfluente, solo se non disturba il banchetto degli alleati strategici. E così, mentre si discute delle “parolacce di Iacchetti” o si commentano le performance di personaggi bonsai che giocano a fare i geopolitici nei salotti radiofonici, il genocidio va avanti. In diretta.

Una deriva irreversibile?

La vera domanda che resta sospesa – e che Cacciari pone tra le righe – è questa: possiamo ancora dirci civili? Possiamo ancora parlare di diritti, di giustizia, di umanità? O siamo già oltre, in un deserto etico dove ogni parola è svuotata, ogni valore è diventato un simulacro, ogni silenzio una colpa?

Lo “scarto qualitativo pazzesco” di cui parla Cacciari non è solo un cambio di scala nella violenza, ma una rottura simbolica: l’Occidente, che ha fatto del diritto la sua bandiera, oggi giustifica l’ingiustificabile. Accetta il massacro purché avvenga nel nome dell’alleanza, della stabilità, della geopolitica. Il diritto, ridotto a optional.

Conclusione: la lingua non basta più

“Mi cade la lingua”, ha detto Cacciari, rifiutandosi di commentare le fandonie politiche interne mentre Gaza brucia. È il segno di un dolore autentico, non retorico. Di un filosofo che, invece di rifugiarsi nell’accademia, ha scelto di gridare nel deserto di un’opinione pubblica atrofizzata. Ma non basta che a cadere sia solo la sua lingua. Occorre che si risveglino le nostre coscienze. Che ricominci un pensiero capace di reagire, di denunciare, di agire.

Perché se davvero questo è un genocidio – e i numeri, le immagini, le testimonianze lo confermano – allora il silenzio diventa complicità. E il nostro presente, come ammonisce Cacciari, diventa un’apocalisse non solo militare, ma etica, politica, spirituale.

Fonti
– Otto e Mezzo, 18 settembre 2025, intervento integrale di Massimo Cacciari
– Amnesty International, report su Gaza (2024-2025)
– Francesca Albanese, Rapporto ONU sulla situazione nei Territori Occupati, marzo 2025
– Interviste a giornalisti e attivisti palestinesi raccolte da Al Jazeera, Mondoweiss, Human Rights Watch
– Andrea Scanzi, post social e video sul massacro di Gaza.

Israele colpisce il tavolo della pace: i negoziatori assassinati, il diritto internazionale umiliato

C’è un momento in cui l’orrore oltrepassa la soglia dell’assuefazione. Un punto di non ritorno in cui il crimine smette di essere solo un fatto e diventa metodo di governo, forma di dominio e dichiarazione di impunità.

L’attacco sferrato da Israele contro un’abitazione a Doha, capitale del Qatar, uccidendo due mediatori di Hamas coinvolti nel negoziato per la liberazione degli ostaggi e per il cessate il fuoco a Gaza, rappresenta esattamente questo: un atto di terrorismo di Stato, come denunciato dallo stesso governo qatariota, ma anche qualcosa di più profondo e spaventoso. Una sfida cinica e arrogante all’intero diritto internazionale, ai governi del mondo, alle organizzazioni multilaterali e alle coscienze collettive.

L’attacco a Doha: l’assassinio della diplomazia

Secondo Al Jazeera, l’attacco ha avuto luogo nella notte tra il 6 e il 7 settembre. Un drone israeliano ha colpito un’abitazione nel distretto diplomatico della capitale qatariota, dove si trovavano due membri dell’ala politica di Hamas, impegnati in colloqui riservati con mediatori internazionali per riaprire il canale negoziale. L’edificio era noto ai servizi di intelligence occidentali, e l’incontro era stato autorizzato e garantito dal governo del Qatar.

La reazione del Ministero degli Esteri di Doha è stata durissima: “Atto di terrorismo in violazione diretta della nostra sovranità”, si legge nel comunicato ufficiale.
Fonti interne, citate da Middle East Eye, riferiscono che il Qatar sta valutando la chiusura degli uffici diplomatici israeliani e la sospensione della cooperazione con Washington sul dossier palestinese.

Eppure la reazione degli Stati Uniti è stata debole, per non dire complice. Donald Trump ha definito l’attacco “non utile alla causa comune” e ha fatto sapere di aver chiesto al consigliere Witkoff di informare il Qatar, ma “troppo tardi”. Un goffo tentativo di lavarsene le mani, che alimenta il sospetto che la Casa Bianca fosse al corrente, se non addirittura complice dell’attacco.

Il doppio standard dell’Occidente

Nel frattempo, l’Europa balbetta. Mentre si valuta il 19° pacchetto di sanzioni contro la Russia, per la violazione del diritto internazionale in Ucraina, non si trova il coraggio neppure di pronunciare la parola “sanzioni” nei confronti di Israele, nonostante un crescendo di crimini documentati: bombardamenti su ospedali, uso di armi al fosforo, blocchi umanitari, e ora anche l’eliminazione fisica dei negoziatori.

Giorgia Meloni, da parte sua, ha affermato che l’Italia “rimane contraria a ogni forma di escalation”, troppo poco!
Ma chi è che aggrava la tensione? Chi viola la sovranità del Qatar, dopo aver già violato quella di Libano, Siria, Iraq e persino Iran?

In questo gioco delle retoriche malate, anche la parola “proporzionalità” viene svuotata di senso. Come si può parlare di risposta sproporzionata, quando Israele colpisce ospedali, giornalisti, bambini, e persino minaccia volontari umanitari diretti a Gaza?

Il caso della Flottiglia Global Sumud: coraggio sotto minaccia

In contemporanea all’attacco in Qatar, un drone israeliano ha sorvolato una barca civile ancorata al largo della Tunisia, nella rada di Sfax, sganciando un razzo incendiario che ha provocato un incendio all’imbarcazione. A bordo si trovava il comitato direttivo della Global Sumud Flotilla, composto da parlamentari europei, volontari, operatori sanitari e membri della missione umanitaria diretta a Gaza.

Non si registrano vittime, ma il sorvolo con il lancio del razzo incendiario, è stato denunciato da Greta Thunberg stessa, presente sulla nave, come un atto intimidatorio mirato a scoraggiare la partenza della missione.
Tra le prime a correre al porto, Francesca Albanese, relatrice speciale ONU, che da Tunisi ha seguito tutta la preparazione della Flottiglia:

“Mi hanno chiamata nel cuore della notte, ho passato ore d’insonnia. Ma su quella nave ci sono esperti, non sprovveduti”.

La sua testimonianza aggiunge un tassello inquietante:

“L’organizzazione è molto più complessa del solito, ci sono tante imbarcazioni e il rischio che qualcosa sfugga di mano è reale. Ci sono anche barche che non fanno parte della rete ufficiale della Flottilla e il pericolo di infiltrazioni è concreto”.

Un sospetto confermato anche da un episodio recente:

“Ieri a Tunisi ho incontrato un personaggio ambiguo, che ostentava appartenenze politiche e faceva interviste. Nessuno nella Flottilla lo conosceva”.

La missione umanitaria, dunque, non è solo sotto attacco militare, ma anche sotto pressione psicologica e destabilizzante. E la responsabilità, secondo Albanese, è tutta dell’Occidente:

“Sono gli Stati europei che dovrebbero rompere l’assedio e portare aiuti con flotte di Stato. Invece lasciano tutto sulle spalle di cittadini comuni che non accettano il genocidio in corso”.

L’impunità che uccide: esecuzioni extragiudiziali e punizioni collettive

Ma c’è di più. L’attacco a Doha è avvenuto a poche ore dalla presunta accettazione, da parte di Hamas, del cosiddetto “piano Trump” per il cessate il fuoco. Una trappola, secondo Albanese, funzionale a colpire i negoziatori nel momento di massima apertura diplomatica.

“Israele e Stati Uniti basano le loro azioni sull’uso della forza non regolato dal diritto. Questo è il progetto del Grande Israele: controllo, dominio, sottomissione e sostituzione della popolazione”.

Albanese chiarisce anche un punto cruciale di diritto internazionale:

“Non è mai lecito uccidere persone non coinvolte direttamente in combattimenti. Neanche se fanno parte di un’organizzazione considerata nemica”.

E pone una domanda provocatoria e rivelatrice:

“Sarebbe giusto colpire i ministri Ben-Gvir o Smotrich, che impongono crimini alla popolazione palestinese? No. Se fossero uccisi mentre non agiscono come combattenti, l’attacco sarebbe da condannare. Le esecuzioni extragiudiziali sono crimini internazionali”.

Anche l’ultima mossa del ministro israeliano Katz — la revoca dei permessi di lavoro a 750 palestinesi solo per abitare nei villaggi di due attentatori, alla fermata del bus di due giorni fa, è per Albanese una punizione collettiva illegale, che andrebbe condannata dalla comunità internazionale.

Crimini senza pudore, senza giustizia

Di fronte a tutto questo, la propaganda israeliana continua a giocare la carta dell’“antisemitismo”. Ma è ormai chiaro che i crimini commessi da Netanyahu e dai suoi alleati non hanno nulla a che vedere con la protezione del popolo ebraico. Al contrario, infangano la memoria dell’Olocausto, del Ghetto di Varsavia, della Brigata Ebraica, dei campi di sterminio.

La verità è che l’ideologia sionista radicale oggi al potere in Israele ha perso ogni contatto con l’umanità e con il diritto. Ha perso il senso del limite, della storia, della decenza.

L’Italia e la società civile: la responsabilità del silenzio

Davanti a questo abisso, l’Italia tace. Non protegge i parlamentari della Flottiglia, non prende posizione sull’attacco al Qatar, non spinge per un’indagine internazionale. L’Europa nel suo complesso si è ridotta a comitato d’affari prono alle lobby israeliane e alle linee di politica estera dettate da Tel Aviv e Washington.

Intanto al festival del cinema di Venezia, una bambina — Hind Rajab, simbolo dell’orrore vissuto dai civili palestinesi — ha commosso una platea con “The Voice of Hind”, premiato col Leone d’Argento.
Ma quel cinema che riesce ancora a raccontare verità indicibili è lontano anni luce dalla politica italiana, cieca, complice, inetta.

Non è troppo tardi

Di fronte a una guerra che ha già assunto i contorni di un genocidio, il silenzio è complicità. La moderazione è vigliaccheria. E il diritto internazionale, se non è difeso, muore nella prassi.

Tutti possiamo fare qualcosa. Anche una voce, una firma, una parola scritta con coscienza può contribuire a far vacillare l’impalcatura del terrore legalizzato.
Perché chi oggi si crede intoccabile, domani — come insegna la storia — sarà giudicato.

L’oscenità che si finge opinione: la vergogna firmata Mariarosa Mancuso

Ci sono parole che non si possono commentare con pacatezza. Ci sono parole che gridano vendetta, perché violano non solo l’etica del giornalismo, ma il cuore stesso dell’umanità. Quelle scritte da Mariarosa Mancuso sul Foglio appartengono a questa categoria. E non possono essere lasciate scivolare via come una goccia di fango sul vetro: vanno chiamate per quello che sono.
Oscenità. Disumanità. Complicità.

Parliamo di Hind Rajab, una bambina di cinque anni, assassinata a freddo dall’esercito israeliano mentre implorava aiuto, intrappolata in un’auto, sotto il fuoco dei blindati. La sua voce spezzata, trasmessa in diretta via radio, è diventata il simbolo del genocidio in corso a Gaza. E davanti a questo strazio, Mancuso ha avuto il coraggio – o meglio, la crudeltà ideologica – di commentare così:

“È morta perché i soccorsi non sono arrivati in tempo”.

Non è solo una frase cinica. È una menzogna deliberata. È una cancellazione delle responsabilità, un’aberrazione che trasforma un crimine di guerra in un banale errore di gestione. È l’applicazione fredda di una narrazione tossica che punta sempre a spostare il fuoco: non chi ha sparato, ma chi non ha “salvato”. E così, l’assassino scompare. E la vittima viene archiviata in silenzio.

Ma non è finita qui. Perché in un’altra parte dell’articolo pubblicato dal Foglio, Mancuso scivola ancora più in basso, quando scrive:

“Di lì a qualche anno le avrebbero imposto di non mostrare neppure una ciocca di capelli”.

Con questa frase, l’insulto alla memoria di Hind si fa ideologico. La sua morte non solo viene sminuita: viene persino strumentalizzata per attaccare l’Islam, la cultura palestinese, e legittimare implicitamente il colonialismo israeliano. Secondo Mancuso, dunque, l’orrore non è che Hind sia stata uccisa da soldati armati, ma che – se fosse sopravvissuta – avrebbe potuto vivere in una cultura dove si indossa il velo.

Questa è islamofobia travestita da emancipazione. È razzismo mascherato da femminismo.

Ecco che riemerge la vecchia retorica coloniale, quella che da decenni giustifica guerre, bombardamenti e occupazioni nel nome della “liberazione delle donne”. Come denunciato da Laetitia Tamburrino di Memo Films, questa stessa logica è codificata nei documenti del Pentagono come arma di guerra culturale: il femminismo liberale usato come grimaldello per penetrare e distruggere i tessuti sociali dei paesi non allineati.

“Che una giornalista italiana vi si inserisca inconsapevolmente non sorprende: non conosce i documenti, non padroneggia la materia, ma ripete meccanismi retorici consolidati”, scrive Tamburrino.

Ed è qui che la questione si fa politica, culturale e generazionale. Perché The Voice of Hind Rajab – il film-documentario che ha emozionato il pubblico della Mostra del Cinema di Venezia con 23 minuti di applausi ininterrotti – è stato vissuto da molti giovani della Generazione Z come un punto di svolta. Una presa di coscienza. Un “basta” collettivo alla propaganda, al razzismo istituzionale, al giornalismo servile.

Eppure, per Mancuso, tutto questo non è che un fastidio. Una sbavatura nel copione. Uno spettacolo da ridicolizzare, con frasi da bar sport geopolitico che suonano più come tweet da troll che come riflessioni da pubblicare su una testata nazionale.

“Nessuno ha ricordato la carneficina del 7 ottobre”, aggiunge, mescolando senza pudore due tragedie per giustificare l’indifendibile.

Ma il punto non è neanche più se Mancuso conosca davvero i fatti. Il punto è che sta giocando con le parole come si gioca con le vite. Che pretende di ridurre un genocidio a uno scontro di opinioni. Che usa il dolore di una bambina come palcoscenico per la propria propaganda.

E questo non può passare.

Non possiamo permettere che le nostre redazioni diventino fogne ideologiche dove si spaccia per giornalismo la più torbida delle disumanità. Non possiamo tollerare che in Italia si possa infangare impunemente la memoria di una bambina uccisa, solo perché è palestinese, solo perché è musulmana, solo perché – forse – avrebbe messo il velo.

Chi fa questo non è un giornalista.
Non è un’opinionista.
È un mostro travestito da penna.

E chi tace, acconsente.
Chi lascia passare queste parole, diventa complice.
Perché, come diceva Hannah Arendt, il male peggiore non è quello gridato, ma quello normalizzato.

Fonti e riferimenti:
• Post e commenti di Andrea Scanzi e Alessandro Robecchi
• Articolo di Laetitia Tamburrino su Speaker’s Corner, 8 settembre 2025
• Frasi di Mariarosa Mancuso pubblicate su Il Foglio, settembre 2025
• Documento del Dipartimento della Difesa USA “Women, Peace, and Security Implementation Plan”
• Report ONU e ONG internazionali sul genocidio in Palestina (2023–2025)

Dalla parte giusta della storia: la Spagna di Sánchez e la lezione di dignità che l’Italia rifiuta

Ci sono momenti in cui la Storia bussa alla porta della politica. E non accetta silenzi, né ambiguità. Il governo spagnolo, guidato da Pedro Sánchez, ha risposto con fermezza e coraggio morale. Lo ha fatto assumendosi una responsabilità che altri, come l’Italia, continuano a scansare dietro il paravento della “neutralità”, della “realpolitik” o, peggio, della complicità silenziosa.

Con una decisione senza precedenti nell’Unione Europea, Sánchez ha annunciato nove misure dure e concrete contro Israele, accusato apertamente di genocidio nella Striscia di Gaza. Non è più solo una questione di posizionamento diplomatico, ma di rottura netta con il disumano. Lo ha detto con chiarezza: «Non è difendersi. Non è nemmeno attaccare. È sterminare un popolo indifeso». Ed è proprio da questa consapevolezza che nasce un atto politico tanto radicale quanto necessario.

L’embargo legale sulle armi: dalla parola all’azione

La misura più forte è il decreto legge reale che sancisce l’embargo totale e vincolante sulle forniture militari a Israele. Una scelta che mette fine all’ipocrisia dei “blocchi di fatto” e degli embarghi mai applicati fino in fondo. In un’Europa che ancora permette transiti bellici, vendita di tecnologie dual use, e addirittura gemellaggi militari con Tel Aviv, la Spagna compie un passo di rottura con le logiche dominanti dell’atlantismo cieco.

L’embargo spagnolo non si limita al commercio di armi. Vieta anche il transito nei porti e negli aeroporti di navi e aerei diretti in Israele con materiali bellici o combustibili per uso militare. Nessun altro governo occidentale ha avuto il coraggio di fare altrettanto. E nessun altro leader europeo ha pronunciato parole tanto chiare nel denunciare quello che sta accadendo a Gaza: un genocidio, sotto gli occhi di tutti.

Sanzioni personali e sostegno concreto al popolo palestinese

Altrettanto significative sono le misure che vietano l’ingresso in Spagna ai responsabili diretti e indiretti delle operazioni militari nella Striscia. Una risposta limpida ai mandati d’arresto della Corte Penale Internazionale contro Netanyahu e Gallant, che la Spagna si è detta pronta a rispettare. È un segnale potente: chi stermina i civili non può godere dell’impunità diplomatica.

Ma la politica del governo Sánchez non si ferma alla condanna. Punta a rafforzare gli strumenti di sostegno concreto al popolo palestinese, in particolare attraverso l’aumento degli aiuti umanitari e lo stanziamento di 150 milioni di euro all’UNRWA entro il 2026, nonostante le pressioni israeliane e statunitensi volte a screditare l’agenzia ONU. Sono stati inoltre varati nuovi progetti nei campi dell’agricoltura, della sanità e dell’alimentazione, e la Spagna rafforzerà il proprio impegno nella missione europea alla frontiera di Rafah.

Altre due misure emblematiche: il divieto di importazione di prodotti dai territori occupati, come i datteri Medjoul, e la riduzione dei servizi consolari agli israeliani residenti negli insediamenti illegali. È il segnale che la legalità internazionale non è solo una formula astratta, ma una linea di condotta concreta.

Il coraggio politico che manca all’Italia

Di fronte a questa presa di posizione netta e coerente, il governo italiano appare ancora una volta dalla parte sbagliata della Storia. Giorgia Meloni e il suo esecutivo, pur professandosi fedeli ai valori della Costituzione, preferiscono l’inerzia e la subalternità. Mentre Sánchez chiude i porti alle armi, l’Italia li apre agli F35 israeliani per manutenzioni segrete e addestramenti congiunti. Mentre la Spagna vieta l’ingresso agli sterminatori di bambini, l’Italia ospita militari IDF “in vacanza”, a ritemprarsi prima di tornare a massacrare civili nella Striscia.

Meloni alza la voce contro i migranti, ma tace davanti alle bombe su ospedali e campi profughi. Difende la “civiltà occidentale” mentre la civiltà implode sotto il peso dell’indifferenza e della complicità. L’Italia – Paese firmatario della Convenzione per la prevenzione del genocidio – si ostina a non vedere, non sentire, non agire. Persino la sinistra istituzionale balbetta, incapace di proporre una linea chiara, schiacciata tra il terrore di essere etichettata come “filo-Hamas” e l’ignavia di chi ha perso ogni riferimento etico.

La dignità come atto politico

Le parole di Sánchez non sono retorica. Sono un appello alla coscienza europea. E ricordano che governare non significa semplicemente amministrare, ma scegliere. E le scelte hanno un peso storico. «La Spagna vuole che la sua società sappia di essersi collocata dalla parte giusta della storia» ha detto il premier. Ecco cosa significa essere democratici: non difendere l’ordine costituito a prescindere, ma rompere con l’ingiustizia quando questa si fa sistema.

Di fronte al genocidio in corso, ogni ambiguità è complicità. Ogni silenzio è tradimento. Ogni neutralità è un atto di viltà. Ecco perché la scelta del governo spagnolo va sostenuta, diffusa, imitata. Perché ci ricorda che esiste un altro modo di fare politica, che non si inginocchia davanti ai padroni del mondo e non chiude gli occhi davanti alla morte.

La Storia registra tutto. E non perdona chi si gira dall’altra parte.

Fonti
• Il Fatto Quotidiano, 6 settembre 2025
• El País, dichiarazione ufficiale di Pedro Sánchez
• Dichiarazioni ONU, UNRWA, ICC (Corte Penale Internazionale)
• Articoli e report di Amnesty International e Human Rights Watch
• Osservatori indipendenti su Gaza (Euro-Med Monitor, PCHR)