“Il deserto dell’umanità: tra bunker, genocidi e algoritmi della pace”

Un nuovo inferno sotto controllo: il potere che distrugge e chiama tutto questo civiltà

C’è un filo nero, spesso, che lega l’élite tecnologica della Silicon Valley ai crateri radioattivi di Hiroshima e alle macerie polverose di Gaza. Un filo che si chiama potere, ed è quello che si esercita non più soltanto attraverso i carri armati e i missili, ma attraverso l’algoritmo, la propaganda, la selezione genetica e, soprattutto, la rimozione del concetto stesso di umanità. Il potere oggi si nasconde nei recessi di un bunker, si traveste da missione di pace, si professa pronatalista, si dice progressista mentre prepara il prossimo massacro. E mentre i miliardari si blindano sottoterra, le nazioni si confrontano con un’idea nuova – e insieme arcaica – di guerra: non più la conquista di territori, ma l’annientamento culturale, simbolico e fisico dell’altro.

Il documentario trasmesso nel programma NewsRooms da Monica Maggioni, che ha ispirato l’articolo di Giovanna Lo Presti, non ci mostra soltanto le manie di grandezza dei signori della tecnologia. Quello che si dipana davanti ai nostri occhi è uno scenario orwelliano che non ha più nulla di distopico: è la realtà. Bunker con fori per granate, bambini selezionati geneticamente come start-up del futuro, sistemi educativi privati che fuggono l’istruzione pubblica perché “troppo di sinistra”. La nuova aristocrazia del potere globale, quella che possiede la tecnologia e la narrazione, si prepara a sopravvivere al mondo che sta contribuendo a distruggere.

Silicon Valley: l’incubatrice della post-umanità

Quella che si presenta come la culla dell’innovazione è in realtà diventata la fucina di una nuova forma di disumanizzazione. Gli imprenditori digitali oggi si muovono tra l’ossessione per la giovinezza eterna e il panico da apocalisse. Non si limitano a finanziare bunker anti-atomici: li progettano come piccole cittadelle armate, dove l’ingresso è riservato a chi può permettersi milioni di dollari e dove ogni dettaglio è pensato per resistere a un mondo ridotto in cenere. Non è più una questione di sopravvivenza, ma di separazione: noi e gli altri. Dentro e fuori. I salvati e gli scartati.

Come in un libro di J.G. Ballard, la tecnologia diventa il veicolo di una nuova aristocrazia, che sogna di vivere per sempre e controllare ogni aspetto della riproduzione e della formazione umana. I figli sono programmati, l’intelligenza artificiale sostituisce l’insegnante, l’empatia è eliminata in quanto inefficiente. È la logica della tecnocrazia spinta fino alla sua deriva eugenetica.

Gaza: il deserto chiamato pace

Mentre i miliardari si preparano al domani, nel presente si consuma un’ecatombe. Le immagini di Gaza – martoriata, spianata, “rieducata” – sono state per mesi filtrate, minimizzate o contestualizzate. Ma oggi anche i più cauti tra i commentatori devono ammettere che quello che sta avvenendo non è una guerra, ma un genocidio. La citazione di Tacito, “Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant”, non è solo pertinente: è profetica. L’annientamento della popolazione civile diventa premessa per un’illusione di ordine, mentre i portavoce del potere parlano di pace “duratura” e “necessaria”.

L’orrore di dichiarazioni come quella dell’ex parlamentare israeliano Moshe Feiglin – secondo cui «ogni bambino a Gaza è un nemico» – non è frutto di estremismo marginale, ma l’espressione scoperta di una logica consolidata, che considera la popolazione palestinese come un ostacolo antropologico e demografico. Non si combatte contro un esercito, ma contro un popolo, contro l’idea stessa che esso possa esistere.

La retorica del “dopo 7 ottobre”: un alibi per l’eterno sterminio

Per mesi si è vietato di parlare delle vittime palestinesi senza prima genuflettersi alla narrazione del 7 ottobre. Un evento tragico, certamente, ma che è stato trasformato in totem ideologico per legittimare qualsiasi crimine successivo. È come se le vite palestinesi avessero perso il loro diritto alla dignità per un peccato originale che non hanno commesso, in una perversa riedizione teologica della colpa collettiva.

È proprio questa logica che rende il nostro presente così mostruosamente simile alle fasi più nere del Novecento: la riduzione dell’altro a subumano, la legittimazione del massacro in nome di una presunta sicurezza, l’occupazione delle menti prima ancora che dei territori. E, ancora una volta, il silenzio assordante dell’Occidente complice.

Il ritorno dell’assolutismo: la democrazia come facciata

Mentre le bombe cadono e le intelligenze artificiali sostituiscono le intelligenze umane, i capi di Stato si atteggiano a monarchi. Trump è solo il sintomo più evidente di una tendenza globale: quella dell’iper-liderismo, dove l’unico principio guida è l’impunità. “Impune quae libet facere, id est regem esse”, scriveva Sallustio: fare ciò che si vuole senza punizione, ecco il vero volto del potere oggi.

Ma come ci ricorda l’ultima parte dell’articolo, anche il re più impunito può cadere. E se è vero che i miliardari si scavano bunker e si costruiscono figli su misura, resta vero anche che il mondo reale, quello fatto di carne, coscienza e resistenza, non si lascia spegnere così facilmente. I piccoli possono ancora rovesciare i grandi. A patto, però, di rompere l’incantesimo.

Conclusione: spezzare la narrativa del deserto

Quello che oggi viene venduto come “resilienza”, “sviluppo” o addirittura “progresso” è, in molte sue forme, solo un nuovo modo di fare il deserto. Ma non è obbligatorio restare spettatori. Come diceva Debord, lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale tra persone, mediato dalle immagini. E come ogni rapporto sociale, può essere cambiato.

Questo deserto può ancora fiorire. Ma servono parole nuove, azioni condivise, una visione radicale. Non basta indignarsi. Serve un contro-spettacolo, fatto di verità, di giustizia, e di umanità. E servono – ora più che mai – nuove forme di resistenza culturale, politica e simbolica, prima che il potere faccia il deserto… e ci convinca a chiamarlo ancora una volta pace.

Fonti utili per approfondimento:
• Guy Debord, La società dello spettacolo, 1967
• Tacito, Agricola
• Monica Maggioni, NewsRooms (puntata sulla Silicon Valley, Rai)
• Dichiarazioni di Moshe Feiglin (Zehut Party)
• Amnesty International, Human Rights Watch, Al Mezan – report sui crimini di guerra a Gaza
• Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, 2019
• Naomi Klein, Shock economy,2007
• Guy Standing, The Precariat, 2011

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